d'oggidì, deve parer strano che si dovesse impiegare tanto tempo per
percorrere così breve cammino; ma le strade erano così cattive ed
ardue, e in que' luoghi principalmente non molto frequentati, che a'
cavalli, quasi sempre, conveniva andare di passo. Quando furono tra
Castel Seprio e Appiano, parve al Malumbra che fosse sufficiente
distanza per non avere a temere una sorpresa, e veduta un'osteria
pensò alloggiarvi colà le donne.
La spossatezza eccessiva in cui era caduta Valenzia, l'oscurità della
sera sopraggiunta tutt'a un tratto, la sinistra apparenza di
quell'osteria con certe cameracce basse basse e sucide qualche poco,
l'avevan messa di così pessimo umore, che tutto quello che un dì prima
gli era stato causa di grandissima gioia, nella fantasia ottenebrata
le divenne causa di timori e peggio. D'aggiunta non poteva farsi
ragione delle risposte che lungo il viaggio il Malumbra aveva dato
alle sue domande, dacchè non erale riuscito sapere precisamente da lui
in che luogo si trovasse il Fossano. E allora tornavale in mente che
Alberigo le aveva promesso sarebbe tornato lui all'isola di San
Giulio. Ma quella promessa ricordandogli il perchè era stata fatta,
tornava a pesarle sull'anima il pensiero della contessa Giulia, e quel
repentino pentimento del Fossano non le pareva potesse esser sincero.
Qui un brivido di raccapriccio la coglieva per tutte le membra, e
pensava non vi fosse mai qualche mistero sotto; e recatasi per
svagarsi un momento ad una finestretta che dava su di una landa
incolta, interminabile; quell'apparenza deserta e monotona, quel velo
cinericcio di vapore che si stendeva a coprire tutta quanta la
campagna, e in fondo in fondo si confondeva col cielo di un bigio
pallido, e più di tutto una monotona cantilena che di quando in quando
si sentiva a non molta distanza, le serrarono il cuore di maniera che
pareva le si fosse in quel momento svelato tutto l'orribile della sua
condizione.
Intanto il Malumbra passeggiando pel cortile dell'osteria, e
sopravvegliando perchè a' suoi cavalli si desse orzo e fieno quanto
poteva bastare per rifarli del lungo e continuato viaggio, vide due
altri cavalli ancora insellati e tumidi di sudore.
«Son cavalli di forastieri?» domandò ad un uomo dell'osteria così come
suol farsi più per passatempo che per altro.
«Sì, messere, e arrivati qui di fresco, e pare che debbano aver fatto
molto cammino, che ancora sbattono i fianchi.»
«Quando si viaggia torna assai meglio far presto che adagio.»
«Ma questo è il modo d'ammazzar le povere bestie; se si trattasse di
scappare, pazienza!»
«Tu parli bene, ma alle volte anche senza scappare occorre far
presto.»
«Sarà come voi dite messere.»
E quel buon uomo, a cui pochissimo importava d'uscir vittorioso della
discussione, senz'altre parole lasciò solo il Malumbra.
Ma questi ricordandosi dei due cavalcatori che aveva incontrati la
notte prima, e pensando fossero quei medesimi che avevano tanto
stancati i loro cavalli, e di presente si fossero fermati in
quell'osteria, gli venne una gran voglia di vederli in volto.
Tra le cose infinite che cospirarono a spingere il Malumbra a quel suo
tristo mestiere, ci siam dimenticati parlare dell'organo della
curiosità, ch'egli aveva pronunciatissimo, e pel quale era sempre
stato uno dei bisogni della sua vita il domandare, il frugare,
l'inquisire. Senonchè non ebbe questa volta a durar molta fatica nelle
sue indagini; e mentre si disponeva a quell'impresa, nell'uscire da
una porta, e nel mettere il piede in un andatoio comune si trovò
faccia a faccia col Bronzino: un _oh_! di maraviglia fu pronunciato da
ambidue in quel momento, e si fermarono.
«Si capisce che tu mantieni assai bene la parola, amico,» gli disse il
Malumbra, «a quest'ora io ti credevo a cavalcione di qualche barca sul
lago.»
«Benissimo, ed io ti credevo a quest'ora fermo ad aspettarmi sulla
piazza d'Angera.»
Il Malumbra sorrise e soggiunse:
«In somma m'avvedo che i cinquanta fiorini ti toccano assai poco la
fantasia.»
«Ed è gran ventura, giacchè m'accorgo che tu non eri gran che disposto
a snocciolarmeli.»
«Sei di buon umore, amico.»
«E tu non mi sembri gran fatto tristo.»
«Del resto, tornando a noi, io ti dico che il tiro non ti ha colto al
segno, giacchè se tu sei uomo d'onore, m'avrai presto a sborsare i
cinquanta fiorini che hai promesso.»
«Davvero?»
«Non ischerzo.»
«Dunque che cosa hai a raccontarmi.»
«Che l'amico viaggia verso Venezia.»
«Chi?»
«Lui.»
«Il Visconti?»
«In carne ed ossa.»
«Io non ti posso credere, se non me ne dai le prove.»
«Vai a Venezia tu?»
«Io?... non così presto.... ma ci andrò.»
«Serba adunque i cinquanta fiorini, che ci rivedremo là senz'altro.»
«Certo che li serberò; ma ora fammi chiaro di una cosa sola?»
«E che cosa?»
«Questa notte tu galoppavi allegramente sulla via di Cusnedo.»
«Io?»
«Tu stesso, e in compagnia d'un altro; ma perchè ti spiccasti così
presto dal tuo lago? perchè non mi hai aspettato? perchè sei qui? chi
è quel tuo fidatissimo amico?»
«Io mi ricordo che a Milano quando ho dato nelle labarde del duca che
facevan la ronda per la città; press'a poco mi si fecero queste
inchieste; ma prima di risponderti ti voglio un tratto interrogare.»
«Sentiamo?»
«Questa notte io t'ho visto cavalcare adagino adagino accanto di due
belle signore; perchè non aspettarmi ad Angera? perchè viaggiar di
notte con donne? chi sono quelle donne? Rispondi tu ora.»
Il Malumbra tacque, e stette pensando la risposta; ma in quella fu
chiamato dalla fante di Valenzia che lo tolse all'imbarazzo. Risalì la
scaletta pensando alla stranissima combinazione di quel quinto
incontro col medesimo uomo, e ridendosene fra sè; mentre queste idee
gli ronzavano per la testa, e fermavasi un tratto sul pianerottolo
d'una scala di legno, vede una riga di luce attraverso alle imposte
malconnesse d'un uscio.
Per un'abitudine propria del suo mestiere mette l'occhio a quella
cruna e guarda. Il figlio di Bernabò Visconti stava seduto innanzi ad
una tavolaccia colle braccia incrocicchiate sul petto, la testa ritta
e incappucciata e l'occhio fisso; quantunque non l'avesse veduto che
due o tre volte a Venezia, molt'anni prima, pure quella fisonomia al
tutto caratteristica gli si svolse intera innanzi agli occhi, e lo
riconobbe. Si diè mille volte dello stolido per non aver saputo
indovinare che l'uomo della faccia astuta era un addetto di colui, e
più d'una volta ebbe a dire che non altri che il demonio poteva aver
prodotta quella combinazione straordinaria, considerando la quale egli
non sapeva credere a sè stesso. Ma a que' pensieri subito tenner
dietro degli altri; ed uno segnatamente, al quale non potè dar passo
così di fretta; sentendo che saliva qualcheduno per la scala, si
ritrasse ricordandosi allora che la fante l'aveva chiamato, ed entrò
nella stanza dove trovavasi Valenzia.
Ella, volgendogli un viso assai pallido e pieno di accoramento, gli
disse:
«Io m'avvedo che voi volete tenermi nascosta qualche grave sciagura
toccata al Fossano, giacchè mi traete d'oggi in domani, e passa il
tempo e mai non si viene a capo di nulla: per carità vogliate dirmi il
vero, e vi giuro ch'io saprò essere più ferma di quello si abbia a
pretendere da donna, e assoggettandomi a qualunque disgrazia che a Dio
fosse piaciuto mandarmi, io non vi darò nessuna noia con inutili
lamenti, e prima di tutto, giacchè sino a quest'ora me ne avete voluto
fare un mistero, ditemi in che luogo mai si trova adesso il mio
Alberigo, e dove precisamente mi avete a condurre.»
Il Malumbra che sino a quel punto non aveva mai detto nessuna cosa a
Valenzia dalla quale si potesse cavare un costrutto, a togliersi per
sempre la noia d'altre domande, le disse di suo capo, tanto per
acquetarla, un nome di luogo dove avrebbe veduto finalmente
l'illustrissimo cavalier Fossano, e in quanto alle sventure delle
quali mostrava aver tanto sospetto, la tranquillò con sì bei modi
ch'ella parve assicurarsi un poco e darsi pace. Auguratale allora la
buona notte, e raccomandatole stesse preparata a svegliarsi presto,
chè alla prim'alba si sarebbero rimessi in viaggio, le si tolse
dinanzi ed uscì.
Discese nel cortiletto dell'osteria, e agitando molti partiti si diè a
passeggiarlo in lungo e in largo. Se sino a quel momento non era stato
molto difficile l'ingannare Valenzia, vedeva bene che quanto più si
progrediva innanzi, e quanto più di tempo si consumava, si sarebbe
trovato in così difficile posizione che non ci sarebbe via d'uscirne
col pericolo di non raggiungere l'intento suo che era quello di
condurla a Venezia; però cominciò a tentarlo il diabolico pensiero di
lavarsene le mani, e giacchè il caso aveva fatto capitare in quel
luogo il figlio di Bernabò, condurre le cose in modo ch'egli potesse
vederla, e quindi condurla seco a Venezia.
Questo partito per altro, a dir tutto, appena gli venne in mente gli
sconvolse un po' l'animo di raccapriccio, e quel suo istinto di
tenerezza pe' suoi figli che sempre lo aveva fatto crudele cogli altri
uomini, questa volta gli fece pensare al dolore del padre di lei, alla
disperazione del Fossano, allo strazio troppo crudele di Valenzia,
alla quale più che ogni altra sventura sarebbe stato insopportabile la
perdita della propria dignità e del proprio cuore, scena straziante di
famiglia che gli toccò la sola corda sensibile e generosa del suo
cuore; ma d'altra parte il pensiero di una larghissima ricompensa per
parte del senator Barbarigo, che certo avrebbe avuto assai obbligo a
lui dell'avere così felicemente condotte le cose a quel termine,
arrestò tutt'in un tratto quell'oscillazione pietosa, e allora fu per
fermare assolutamente il partito.
Si tolse di là, recossi nella stanzaccia dell'osteria, e si accostò al
Bronzino, che se ne stava seduto ad una tavola.
«Hai pensato la risposta?» gli domandò il Bronzino ridendo.
«Tu sei pazzo, amico; ma com'è che tu sei qui solo, e non fai
compagnia al tuo signore?»
«Al mio signore?»
«Non occorre che tu faccia le maraviglie, tra noi non ci devono essere
più segreti, e in quanto al tuo signore mi pare piegato per nulla
dalle sue sventure.»
Il Bronzino si alzava alquanto turbato, e guardava in volto il
Malumbra con un'espressione particolare.
Ma il Malumbra si mise a ridere, e continuò:
«In verità che non vi so comprendere, amico caro, e non mi pare
dobbiate avere di me un timore al mondo, giacchè fin qui abbiam sempre
fatto le cose d'accordo.»
«D'accordo! va bene, ma non state ora a guastare le cose mie.»
«Guastarle? voglio anzi che vadano a miglior cammino; e però devi
farmi un piacere.»
«Quale?»
«Condurmi innanzi al Visconti.»
Bronzino guardò un pezzo il Malumbra, poi disse:
«Questo non sarà mai.»
«Eppure io dirò tal cosa al tuo signore che lo farò rinascere, e se
darà la mancia a me, non vorrà lasciar te colle mani vuote.»
«Ma cosa devi dirgli?»
«Usciamo un tratto di qui, e conducimi da lui.» Ma nell'istante che
uscivano, al Malumbra venne un altro pensiero che lo sconsigliava del
suo infame attentato. Intanto che il tristo uomo se ne sta irresoluto,
a noi tocca ritornare ancora al silenzioso lago d'Orta.
La sera del giorno prima il Fossano, come già aveva detto al Malumbra
medesimo, si era presentato all'eccellentissimo duca Galeazzo, e seppe
così bene mettere innanzi la sua preghiera, che il duca, quantunque
con moltissimo suo dispiacere, gli dovette concedere di assentarsi per
qualche tempo dalla corte. Così dispose partire per il dì dopo, se non
che avendo dovuto accompagnare il duca ad Arona, e fermarsi colla
corte colà sino alle diciott'ore circa, dovette protrarre sin quasi
verso sera la cavalcata ad Orta, onde finalmente, colma l'anima di
quella contentezza che troppo rare volte prova l'uomo in questo mondo,
si fece condurre all'isola. Il suo amore per la bella contessa Giulia,
come il lettore può benissimo essersi accorto, non aveva giammai
invaso interamente il cuore d'Alberigo; s'era trovato preso
dall'artificio di una donna, e d'altra parte per quella cedevole bontà
che, quando è soverchia, è causa talvolta di grandi errori, non seppe
mostrarsi scortese a quella calda profferta d'amore che gli era stata
fatta. Ma la sua passione, come quei frutti cresciuti d'inverno al
calore della stufa, e per nulla giovati dalla feconda vampa del sole,
era sempre stata una certa cosa così a mezzo a mezzo, ed alla quale
non è facile trovare il vero nome. Non si deve dunque durar molta
fatica a farsi capace di quel suo rapido ritorno all'amor vero che con
tanta forza già aveva sentito per Valenzia, e che soltanto per quegli
alti e bassi che sono nell'umana natura, aveva potuto freddarsi un
momento. Con un ardore indicibile egli stesso in quella sera diè mano
al remo per giungere più presto all'isola, e intanto pensava:--No, non
avrò più a vivere in timore di te, Valenzia mia, io ti veglierò sempre
da vicino nè speri d'averti mai il tristo figlio di Bernabò, se
avvisato dell'esser tuo da qualche spia d'inferno, è venuto per te
appunto in questi paesi.--
Questo pensiero gli venne spontaneo alla mente pel gran discorrere che
in quel dì s'era fatto di Carlo Visconti, atteso che una delle labarde
che stavano al servigio del duca in un forte che questi possedeva
presso Ascona, aveva assicurato d'aver veduto co' propri occhi il
figlio di Bernabò, e però s'era statuito d'armare appositamente una
mano d'uomini, i quali si mettessero sulle traccie di lui in fino a
tanto non lo avessero catturato. Arrivato all'isola, gettati i remi
nel battello, saliti i gradini dello scaglione che mettevano al suo
palazzotto, v'entrò. Il servo che stava in un cortiletto a confabulare
con alcuni di que' buoni isolani, s'alzò appena che vide il suo
padrone, senza dirgli nulla però, credendo non facesse mestieri, e
lasciò che salisse nelle stanze superiori. E il Fossano sicuro tanto
di trovar la sua Valenzia in quell'ora seduta appresso il finestrone
che dava sul lago come della propria esistenza, disse ad alta voce:
«E così, attenni io bene la mia promessa, Valenzia?»
In quella batteva l'ora di notte al campanile della chiesa di San
Giulio, e l'onda di suono che penetrò fin entro a quella stanza
generata dall'oscillazione della campana, fu l'unica risposta alle sue
parole; s'accorge finalmente che in quella stanza non c'è nessuno, e
va oltre, e così d'una in altra, ma, come è inutile a dire, senza mai
trovare chi cercava; non gli prese però alcun fastidio di questo tanto
era lontano dal benchè minimo sospetto, e ridiscese e domandò ai
servo:
«Dov'è Valenzia? dove se n'è andata?»
Quel buon servo a tutta prima non comprese bene, poi sentendosi
replicare la medesima domanda alzò in volto al Fossano due occhi pieni
di maraviglia senza però rispondere ancora. Il volto sicuro e lieto
del servo non potè nemmeno in questo momento fargli nascere neppur
ombra di timore, soltanto gli aggiunse un po' d'impazienza che gli fe'
ripetere per la terza volta;
«Ma in somma dov'è Valenzia?»
«Ma non l'avete mandata a prender voi, messere?»
«Cosa dici?»
«L'uomo che venne a levarla di qui, non fu mandato da voi
espressamente per questo?»
«Ma che uomo! per la croce di Dio, parla più chiaro!»
«Io non so chi fosse, ma bisogna pure che fosse un vostro conoscente,
giacchè madonna non esitò a riconoscerlo.»
«Ma, e tu non l'hai veduto mai altra volta?» gli domandò il Fossano
con una voce così alterata, e facendo un viso così stravolto che anche
il servo cominciò a pensar male e a temere fosse accaduta qualche
grave sventura.... però, come a trovare qualche filo per venire a capo
di qualche cosa,
«Io non so bene,» continuò a dire, «ma quel messere che venne qui con
voi l'altro dì, ha qualche cosa di somigliante all'uomo che venne qui
ieri.»
«E quando venne qui?»
«Intorno a quest'ora.»
«Parlò a lungo con te?»
«No.»
«L'hai tu ben guardato in volto tanto da ricordartene precisamente
com'era fatto?»
«No, a dir vero.»
«Che fosse quel medesimo che venne con me qui?»
«In questo caso non saprei che dire, ma voi dovete conoscere colui,
e....»
Qui un'idea terribile balzò alla mente del Fossano, e con voce nella
quale sentivasi un ira furibonda mista a paura e a spavento:
«Ch'ei fosse uno spione dei Dieci.» E si percosse la fronte col pugno,
e si scontorse per tutta la persona, e fece mille gesti in un
momento.... poi si lasciò cader le braccia, e stette ritto su due
piedi immobile colla pupilla tesa e pallido come un morto.
Quando si scosse non disse nulla, uscì delle stanze, discese le scale,
sì recò sugli scaglioni del palazzo. Il servo che lo aveva sempre
seguito,
«E così,» gli disse «cosa avete in animo di fare?»
«Andarmene,» rispose Fossano così sopra pensiero e con una voce bassa
e languida un cotal poco.
«L'ora è troppo tarda, io vi consiglio a fermarvi qui, per questa
notte.»
«Per questa notte!» replicava Fossano così macchinalmente e stato un
pezzo irresoluto: «oh, notte d'inferno!...» proruppe alla fine, e
disceso sull'ultimo gradino saltò nella barca.
«Ma pensate d'andarvene così solo? a quest'ora? Aspettate che venga
anch'io.»
«No, tu hai da star qui... piuttosto chiamami qualchedun'altro.»
Venne un altro servo, saltò esso pure nella barca, e si partirono. La
condizione dell'animo e della mente di Fossano, era quella che è più
prossima alla pazzia.
La sventura inaspettata che lo colpì allora, appunto che l'animo suo
era inclinato alle più belle speranze ed alla gioia; l'incertezza
insopportabile in cui si trovava a tal che non sapeva nemmeno che
partito prendere in quella sua dolorosa situazione; l'amore per la sua
Valenzia che gli sboccò nel cuore con un impeto procelloso che non gli
lasciava requie, ed a rendere più insopportabili tutte codeste punte,
uno sgomento ineffabile di una sventura inaudita: Candiano e Valenzia
accusati al tribunale dei Dieci, tutto valse a produrre in lui una
così violenta confusione d'idee da non saper più dove ei si trovasse
veramente, e sulla prora della barchetta seduto, colla pupilla aperta
e come intenta al gioco che faceva l'acqua nel frangersi, mostrava
quell'attonita tranquillità che tanto muove a compassione.
VIII
IL DOGE
Quindici giorni dopo, la campana grossa di San Marco in Venezia
batteva tocchi gravi e frequenti, che spandevano un suon lugubre per
gran tratto all'intorno. Innanzi al palazzo ducale se ne stava stivata
un'immensa moltitudine di popolo. Era un parlare sommesso, un
bisbiglio, un susurro incessante, un domandare, un rispondere
continuo. Il doge, vecchio novantenne, aveva il dì innanzi resa
l'anima a Dio, e di questo avvenimento era piena in quel dì tutta
Venezia.
Un secolo prima dell'anno in cui ci troviamo con questa storia, la
salma mortale del doge sarebbe già stata trasferita nella chiesetta di
San Giovanni e Paolo senza apparato di sorta, e il popolo veneziano in
vece di starsene colà innanzi al palazzo e sparso sulla gran piazza di
San Marco a discorrere dell'evento, a raccontare i fasti dell'illustre
trapassato, a pensare chi mai sarebbe stato il suo successore, sarebbe
in vece entrato tumultuante nel palazzo ducale, ed avrebbe messo a
sacco ed a ruba tutte le suppellettili del doge defunto, facendo
schiamazzi e gettando altissime grida quasi si fosse trattato di una
publica baldoria. Così aveva voluto la barbara rozzezza dei tempi; ma
forse alla morte di qualche doge che assai avesse meritato della
patria col mettere la propria vita alla sua difesa, la moltitudine
percossa dalla sventura, intenerita per la gratitudine, rispettosa
alla virtù del trapassato, di sua spontanea volontà avrà derogato a
quel barbaro costume. Così il doge fu da quell'ora considerato alla
sua morte pari almeno a tutti gli altri uomini, e si pensarono a
rendere anche a lui quegli onori dovuti a chi non è più. Man mano poi
si pensò a rendergli tributi pari alla sua dignità, e in ragione che
questa, col volgere del tempo, venne sempre più acquistando di
splendore, anche la funzione dei funerali del doge aggiunse una
magnificenza grado grado sempre più sfarzosa.
A' tempi a cui si riferiscono queste pagine, allorchè si annunzìava la
morte del doge, venivano chiusi i tribunali e le giudicature, e
temporariamente il governo della città passava nelle mani della
quarantia criminale, e così erasi fatto in quel dì. Innanzi alla porta
del palazzo ducale stavano a far guardia quattro arsenalotti, i quali
di quando in quando lasciavano libero l'accesso ad un gruppo di
persone a cui era permesso d'entrare negli appartamenti ducali a
vedere la salma del doge, che vestito con tutti gli abiti della sua
dignità, e col corno ducale in capo, stava esposto nella sala detta
dello scudo, sopra un letto di parata. Poco mancando all'ora di
vespro, entrarono in quella sala molti arsenalotti con torcie accese,
e quando scoccarono le ventiquattro trasportarono il doge nella sala
del publico, detta volgarmente del _piovego_; e lo deposero sovra di
un gran catafalco. Per lo spazio di tre giorni doveva restare esposto
colà, e due nobili in veste rossa e i canonici di San Marco, vi
dovevano assistere fino al quarto dì nel quale si ordinava la
sepoltura.
Se la sovranità del doge di Venezia non fosse stata elettiva, ma di
successione, la morte di lui non avrebbe causato ne! popolo quella
specie di tumultuosa incertezza che doveva nascere fra i cittadini,
pensando a chi mai sarebbe stato il successore del doge. Ma appena in
vece che si propalò la morte di lui, per non essere possibile
verun'altra scossa essendo stato colui null'altro che un buon vecchio,
dal quale Venezia non aveva raccolto nè troppo bene, nè troppo male,
la prima parola che corse fra tutti i ceti fu:--Chi sarà ora il
doge?....--e fra i senatori, e fra i membri del gran consiglio
specialmente.
L'opinione del popolo però, che veniva mosso da una molla medesima,
presto fu concorde. Come i selvaggi che associano l'idea della
divinità al sole, pel solo motivo che s'accorgono di ricevere da lui i
vantaggi più immediati e più necessari, così il popolo per lo più
nella bisogna di un'elezione, volge di preferenza lo sguardo a colui
che più nel corso della vita gli ha dato nell'occhio, a colui del
quale ebbe a riconoscere i più segnalati servigi, e appena fu
pronunciata quella parola:--Chi sarà ora il doge?....--molte voci
risposero ad una: «Che gran ventura sarebbe s'ei fosse Candiano. Senza
di lui forse i Genovesi e i Pisani sarebbero ora qui in Venezia; senza
di lui chi sa quante volte il Turco ci avrebbe messi a mal partito.»
«Viva Candiano! se lui sarà il doge, bene sarà per Venezia, bene per
tutti.»
«Viva Candiano, tanto buono, quanto prode, e che tratta il più povero
di Venezia come se fosse un suo pari, e che è liberale del suo con
tutti!»
«Se i destini volgono propizi per Venezia, il doge sarà Candiano.»
Queste opinioni, queste voci metteva fuori il popolo minuto; ma ben
diversamente avveniva tra i senatori e i membri del gran Consiglio e i
procuratori. Il popolo non aveva avuto riguardo che al publico
interesse senz'altra mira, poichè sapeva che nessuno tra' plebei
avrebbe potuto essere il doge. Ma i senatori e gli altri patrizi
rivestiti di alcuna carica, erano mossi da passioni diverse, e da qui
la diversità delle loro opinioni e de' loro giudizi.
Il senator Barbarigo, il quale, per essere uno de' più anziani de'
senatori, era quello per lo più a cui si rivolgeva l'attenzione de'
suoi colleghi allorchè trattavasi determinare alcuna cosa, quando fu
in segreto interpellato intorno all'opinione sua, non fece altro che
alzar le spalle, e far quell'atto di chi non ha ancora fermo il suo
partito, e quando sentì com'era concorde l'opinione publica per
Candiano, ed anche fra gli stessi suoi colleghi, e che dopo una lunga
discussione i due terzi de' voti furono per l'ammiraglio, non disse
mai parola nè favorevole nè contraria, e da cui potessero trapelare i
suoi pensieri; essendo però assai conosciuta la cattiva disposizione
dell'animo suo rispetto a Candiano, ognuno dovette credere
ragionevolmente ch'egli anche in quest'occasione, come sempre, avrebbe
dato il voto contrario.