«Come vi piace, amico mio; ma se la cosa non è effetto del caso, è

senza dubbio effetto del destino.»

«Del resto io non trovo che noi abbiamo a fare alcuna cosa insieme.»

«Chi lo può dire? a buoni conti siamo in sull'osteria, e se non c'è

altro ci rimane a pranzare ad una tavola medesima.»

Qui il Malumbra, chiamato l'oste, che gli si fece innanzi con mille

inchini,

«Si vorrebbe mangiare un boccone,» gli disse.

E domandandogli l'oste se aveva a preparare per ambedue, allora il

Malumbra, facendo le viste che molto non gl'importasse della compagnia

dell'altro, soggiunse:

«Per questo messere, col quale ci siamo incontrati, non so.»

Ma il Bronzino avendo presto detto all'oste: «Prepara pure anche per

me, chè pranzo coll'amico;» senza più altro, l'uno rimpetto

dell'altro, si posero a desco.

Preso un pane, spezzatolo, e ingollatine alcuni bocconi, come per

passatempo, intanto che si aspettava si mettesse in tavola, il

Malumbra con quel suo fare sbadato e freddo che gli era abituale,

cominciò a mettere innanzi alcune parole.

«Il tempo continua innanzi ch'è una maraviglia; ma in quest'anno non

c'è qui molta affluenza dei signori del piano, ed alle mie merci non

c'è modo di far prendere il volo.»

«È la prima volta che capitate in queste parti?»

«Qui la prima volta; ma in Milano ci venni assai spesso, e quest'anno

essendovi capitato quando la corte se n'era già andata, e avendo

sentito che il duca era venuto quassù a villeggiare, ho detto tra

me:--Andiamo, che di ragione verranno colà tulli i gentiluomini della

città, ed io troverò di far bene.--Ma, pur troppo, amico caro, mi sono

ingannato. Sono però assai contento d'aver visto il duca; e in vero,

ha un viso che mi va per la fantasia.»

«Siete di buon gusto, amico caro,» rispose il Bronzino con un sorriso

che appena gli si vedeva tra labbro e labbro. «Quella sua barba che

finisce in punta, è tal cosa che certamente può dare nel genio a

chicchessia.»

«In quanto alla barba, avete ragione, non è la miglior cosa. Ma quel

che mi piacque tanto in lui è quell'apparenza di bonarietà.»

«Di che cose vi dilettate a far mercato, se è lecito?»

«Come c'entra questa domanda?»

«Volevo dire che se mai aveste l'occhio tanto acuto nel giudicare gli

oggetti e le merci che togliete a comperare per rivendere, come nel

giudicare gli uomini, vi consiglio a stare in guardia, che i

fallimenti vengono via di fretta, e tra le cose meno difficili, c'è

quella di sculacciar la pietra che sta sulla piazza del mercato.»

«Capisco che mi siete amico, dal momento che mi date dei pareri; in

quanto poi all'eccellentissimo duca....»

«Cosa volete dire?»

«Questo bel paesello è suo; e le picche che fanno la guardia alla

porta del castello, servono a lui, e l'oste che ci dà a pranzare, paga

i balzelli a lui....»

«Certamente....»

«Dunque, credete a me, che il duca è l'uomo più buono di questo

mondo.»

«Adesso capisco,» e sorridendo vuotava un altro bicchiere di vino. «Ma

voi non siete già di Lombardia?»

«No, son della terra di San Marco.»

«Vi si capiva infatti al parlare.»

«E voi?»

«Io, a dir la verità, credo di esser nato a Chambery, che è un

paesello della Savoja. Ma a dirvi tutto, ho viaggiato tanto, che ci

vuole una bella memoria a ricordarsi della patria.»

«Avete moglie?»

«Credo bene d'averne, con cinque o sei figli salv'errore; ma è così

gran tempo ch'io vo errando pel mondo, che oramai non saprei più

riconoscerli se mi capitassero innanzi.»

«Ma....»

«A voi non par giusto, non è vero? eppure la cosa è appunto come vi

dico.»

«Ed io se avessi a disertar moglie e figliuoli, non saprei più trovare

il che ed il perchè di questo nostro vivere.»

«E a me in vece venne una gran voglia di gettarmi da un burrato, come

mi vidi intorno quella nidiata di figli, tanto che un bel dì, avendo

fatto molto cammino, nè piacendomi ritornare, tirai innanzi, e l'un

passo dopo l'altro mi trovai a Milano.» E vuotava un altro bicchiere

di vino che certo non sarà l'ultimo.

«E avete potuto far bene colà?»

«Benissimo.»

«Intorno a che anno vi siete trovato a Milano?»

«Nell'ottant'uno, quando....»

«Quando il Bernabò fu preso....»

«A tradimento.»

«Zitto....»

«Capisco che voi parlate per paura che qualcheduno ci possa udire, ma

state pur certo che nessuno ci ascolta. Fatemi dunque piacere a

confessare che quello fu un tradimento, e dei negri se ve n'ha.»

«Come volete, alla buon'ora; ma voi siete molto amico del Bernabò.»

«Io?... Non state a crederlo; non gli sono nè gli fui mai amico. Bensì

vi dirò una cosa, già qui non è alcuno che ci ascolti, e di voi mi

posso fidare. Mi fanno compassione i figli di lui.»

«Viaggiando da Milano a questa parte, m'incontrai in un crocchio di

persone che mi raccontarono una strana cosa.»

«Ed è?»

«Che Carlo Visconti trovasi celato in uno di questi paesi.»

«Oh diavolo!»

«Vi dico il vero, ch'ei mi piacerebbe a rivederlo quello sventurato

giovane; a rivederlo, mi capite, perchè quand'egli capitò a Venezia,

io lo vidi più d'una volta, E se avessi ad incontrarmi in lui, avrei a

dirgli qualche cosa che gli farebbe inarcare le ciglia per lo

stupore.»

Bronzino facevasi attento, il Malumbra aguzzava gli occhi.

«Egli doveva sposare una patrizia veneta.»

«Lo so; ma la patrizia veneta morì, ed egli si sposò in vece alla

sorella del conte d'Armagnac che morì anch'essa,»

«Voi la sapete lunga; ma io la so lunga più. di voi.»

«Come sarebbe a dire?»

«Che la patrizia che morì, per un vero miracolo di Dio è risuscitata,

e di presente è fresca e sana meglio di me e di voi.»

Bronzino scrollò la testa, poi disse:

«Fantasie, amico caro, fantasie. Queste cose io le posso sapere meglio

di voi certo.»

«Lo credete?»

«Pensate un tratto se la Republica di Venezia, alla quale premeva

assai di quel tempo l'amicizia di Bernabò Visconti, avrebbe voluto

ingannarlo di tal maniera.»

«E la Republica infatti non ingannò, ma fu ingannata: e se ora il

figlio di Bernabò potesse mai per caso rifugiarsi alla laguna, la

Republica lo accoglierebbe a braccia aperte, e lo rifarebbe

dell'inganno e.... io sono veneziano, e queste cose le so molto bene.»

Il Bronzino quando sentì dire che la Republica accoglierebbe il

Visconti a braccia aperte, per quanta poca fede avesse nell'altro,

pensò tuttavia che non era cosa da tacersi al suo padrone, e si rimase

un pezzo senza parlare come consultando i propri pensieri. Il Malumbra

al quale non isfuggivano queste mezze tinte, e sempre gli era ronzato

in capo un certo sospetto intorno a quel galantuomo, e tanto più dopo

aver sentito come gli stessero a cuore i figli di Bernabò, e come ne

sapesse ogni loro vicenda, quantunque non potesse così di volo

indovinare la verità interamente, pure le si accostò tanto da porla

per ipotesi, e da costruire su di essa la tela del discorso che volle

continuare.

«Ora che abbiam mangiato questo boccone, dovremmo uscire di qui e

passeggiare un buon tratto per una di queste stradicciuole che

lambiscono la falda del monte.»

«Benissimo, andiamo.»

E dopo pochi momenti uscirono, continuarono un pezzo il loro cammino

senza parlare, finalmente il Malumbra cominciò a dire:

«Scusate la libertà, amico, ma voi non dovreste essere gran fatto

ricco.»

«Pur troppo non ho quest'onore, caro mio, e vi siete apposto.»

«Voi, a quanto ho potuto sentire, siete assai pratico di questo lago.»

«Anche in questo avete indovinato, ma non capisco come l'una delle

vostre domande possa stare coll'altra.»

«Lo capirete.»

«Fin qui mi siete sembrato un uomo assai misterioso.»

«Vedrete che vi siete ingannato.»

«Allora parlate più chiaro.»

«Ebbene, vi dirò: la Republica di Venezia vorrebbe che il Visconti

avesse a rifugiarsi presso di lei. Ma questo suo desiderio non l'ha da

saper nessuno, e molto meno questo Conte di Virtù. Se il Bernabò

Visconti potesse però sapere questa volontà de' Veneziani, sto certo

che vorrebbe approfittarne.»

«E così?»

«E così, voi che siete così pratico di questi siti, dovreste andare

guardandovi attorno continuamente per vedere se mai vi venisse fatto

scovarlo fuori.»

Il Bronzino, quantunque per il molto vino bevuto fosse diventato più

fidente di prima, pure, a quelle parole del Malumbra, gli alzò in

volto due occhi penetrativi e pieni di sospetto.

«Sì, scovarlo fuori, e fargli sapere il desiderio della Republica di

Venezia; tutto sta che voi abbiate il coraggio di accostarvi a

quell'uomo che, senza dubbio, vivrà in sospetto di tutto e di tutti, e

però chi tenta avvicinarsegli non sarà certo il meglio arrivato. Ma

perchè mi guardate con tanto stupore? Siete voi suddito del Conte? No,

dunque le mie parole non vi devono riuscir strane per niente. D'altra

parte si tratterebbe di guadagnare....»

«Quanto?»

«Non meno di cinquanta ducati, e forse di più.»

«Ma quando si potrebbero contare?»

«Quand'io potessi sapere di certo ch'egli, il Visconti. se n'è andato

a Venezia.»

Il Bronzino cominciava ed esser capace, perchè dalle ultime parole del

Malumbra si vedeva non esservi nè tradimento nè inganno sotto,

tuttavia rispose girando sempre largo:

«Io son ben pratico di queste terre e di questo lago, però non mi

costa gran che l'andarmene vagando per esso. Io ci andrò e subito,

giacchè s'ha da fare, e se mai potessi scoprir qualche cosa (ma già,

veggo che sarà tutto tempo gettato), volevo dire che vi saprò riportar

alcuna notizia. Ditemi intanto: dove abbiamo a ritrovarci?»

Qui il Malumbra alla sua volta diventava sospettoso e pauroso per sè,

che in fine non sapeva bene chi fosse quell'altro, e l'apparenza

inganna; tuttavia rispose:

«Tutti i giorni verso quest'ora fate di trovarvi qui, solo, io vi

vedrò e ci parleremo.»

Cosi rimasti, il Bronzino pensò bene di affrettarsi, e visto che a

riva era un battello con due rematori, fatta l'intesa, vi saltò dentro

e via pel lago.

E il Malumbra quel dì medesimo se ne tornò ad Angera, poichè, come

aveva stabilito col Fossano, sarebbero andati insieme all'isola

d'Orta.

VI

VALENZIA.

Quasi nel mezzo dei lago d'Orta il più tranquillo, il più silenzioso,

il più malinconico lago di Lombardia, è l'isoletta di San Giulio,

assai rinomata per la vigorosa difesa che Uilla, moglie di Berengario,

vi fece nel secolo X. Al lembo estremo di quell'isola, quasi

dirimpetto al monte detto la Colma, sorgeva un palazzotto costruito a

mo' di castello. In un'altra parte dell'isola eravi la chiesa di San

Giulio con bei pavimenti a musaico, e due colonne di serpentino che

sostengono la tribuna. Dalla sponda del lago vi si saliva su

grandissimi gradini formati di sasso indigeno. Presso alla chiesa era

allora un monastero che fu demolito, ed ora non se ne serba traccia.

In fuori di questi edifici e delle casupole de' pochi isolani che vi

abitavano, non era altro a vedersi in quell'isola; bensì poteva

occupare gli sguardi la prospettiva delle acque, dei paeselli, che, a

non molta distanza, sorgevano sulla riviera, e de' monti, che vietando

alla vista di estendersi molto, rendevano cupe e malinconiche le acque

in cui riflettevansi, appena che il cielo si adombrasse di qualche

nubi, o calasse la sera senza addio di sole.

Ad una finestra su in alto del palazzotto posto rimpetto al monte

della Colma, intenta ai fenomeni che presenta il tramonto del dì,

giacchè non era altra cosa della vita esterna che la potesse occupare,

se ne stava Valenzia una sera del mese di settembre di quell'anno

13.... Volgeva lo sguardo ora alle nuvole dorate che man mano

ricevevano una tinta più oscura, ora alla montagna cosparsa in vetta

di mille tinte tutte varie, e che non portan nome, ora al lago che

faceva specchio a tutto quanto si vedeva. L'attenzione però che

Valenzia prestava a quegli oggetti, non era tale che potesse fermare

nella sua mente il corso di mille altri pensieri.

Già la sua floridezza giovanile aveva subita un notabile cambiamento,

e il suo bel volto s'era venuto affilando, di maniera che non era

difficile il comprendere che un assiduo patimento morale l'avea presa.

Sola tutte le ore del dì, e lontana da chi più le stava sul cuore, e

senza speranza che quell'ordine di vita si potesse cambiar così

presto; una profonda malinconia mista ad un tedio mortale, e talora a

certi impeti d'impazienza che non le facevano aver bene un istante,

era stata per gran tempo la sua compagna indivisibile. Ma da tre

giorni una cosa più prepotente, più procellosa, meno monotona della

malinconia, le si era introdotta nel cuore, la gelosia.

L'arrivo del Conte di Virtù ad Angera subito si seppe anche all'isola

di San Giulio, e chi aveva portata quella notizia aveva recata anche

l'altra dell'arrivo di Fossano, e ciò non solo, ma la tresca di lui

con la bella contessa Giulia. La povera Valenzia potè, per sua vera

sciagura, ascoltare un dialogo tra un barcaiolo ed un suo servo, che

le mise nell'animo il veleno mortale del sospetto; e a questo dava

peso il considerar che ella faceva essersi le visite del suo Fossano

all'isola man mano sempre più diradate: in quella sera poi mentre

guardava le scene circostanti, pensava che da tre giorni egli era

giunto sì presso, e non ancora lasciavasi vedere, ch'ella di fresco

aveagli scritto una lettera alla quale non era stato risposto.

E non è a dire se queste idee la colpissero di forza nel più intimo

del cuore, e più di tutto il pensiero della crudele ingratitudine di

Alberigo, la quale le pareva così impossibile che quasi s'induceva a

ricredersi de' propri sospetti.

Ma nel mentre stava considerando queste cose un punto nero, che

apparve a molta distanza sul lago, e che s'avanzava con velocità,

attrasse lo sguardo di lei; non poteva essere che un battello, ed ella

sforzavasi quasi a render più acuta la pupilla per veder meglio,

intanto che un moto indefinito di speranza cangiava d'improvviso la

direzione a tutte lo sue idee. Chiamò la fante, il servo: entrarono

ambidue, ed il servo precorse le domande di Valenzia dicendo:

«Madonna, è qui l'illustrissimo cavalier Fossano.»

«Egli è qui! dunque non mi sono ingannata.»

E uscita in fretta di quella stanza, discese lesta per la scala, si

fece agli scaglioni del palazzo, su cui sbatteva l'onda del lago.

Dopo alcuni momenti la barca fu alla proda, Alberigo saltò a terra e

con lui il Malumbra.

Le prime parole di Valenzia furono un rimprovero.

«È da tre dì che t'aspetto, Alberigo: da qui ad Angera è così breve

tragitto, perchè hai tardato?»

«Non fu mia colpa,» rispondeva freddo e riservato il Fossano, a cui la

coscienza del proprio cuore scemava forza alla parola: «ma appena

arrivati ad Angera dovetti accompagnare il duca nella sua gita ai

castelli del lago, ed ora che ho potuto.... sono venuto qui. Ma guarda

un tratto questo buon messere che ha voluto venire con me: egli mi ha

recato una lettera di tuo padre, e tien l'ordine da lui di venire a

vederti per potergli dire in che condizione t'ha trovata.»

E dicendo queste parole guardava a parte a parte la figura di

Valenzia, che gli sembrava impallidita e smagrita oltremisura; pure

era tanta la sua bellezza, accresciuta tanto più da quell'aria di

languore e di mollezza indefinibile, che facendo i rapidi confronti

tra lei e la contessa Giulia, si accorse come l'ultima fosse di lunga

mano inferiore alla sua Valenzia, e in quel momento la strinse a sè

con tanto affetto, che ella dovette pentirsi d'aver sospettato un

momento solo.

E forse all'ingenua anima sua non si sarebbe mai più appreso un simile

sentimento, se non fosse intervenuto un fatto che il Fossano,

percorrendo tutti i possibili, non avrebbe giammai saputo imaginare.

La bella contessa Giulia s'era di tal modo venuta impigliando

nell'amore d'Alberigo, che oramai non poteva vivere un dito discosto

da lui con iscandalo di tutta la corte, e dispetto della

eccellentissima duchessa Caterina Visconti, che saggia com'era, mal si

poteva acconciare a permettere que' palesi amorazzi. Quando Alberigo

partì pel lago d'Orta, pensò bene non dir nulla alla contessa, e di

queto si tolse alla rocca d'Angera; ma tutto fu inutile, e la contessa

avendone chiesto a tutti, giunse a sapere ch'avea noleggiata una barca

per l'isola d'Orta, ove egli aveva un suo castello.

Appena venne in cognizione di ciò, eccitata da quell'astuta sua amica,

che per una mezzana non v'era la migliore, s'intestò recarsi anch'essa

a dispetto di mare e di vento, e più ancora del sessagenario marito,

sulle traccie dell'amante, e così di fatto, all'insaputa della

duchessa Caterina e del consorte, le sole persone che la mettevano in

qualche trepidazione, in compagnia di quella sua amica e di quattro

servi, si recò al lago d'Orta.

Giunta alla riviera verso la bass'ora del dì vicino, non volle perder

tempo, e quantunque il lago fosse un po' grosso, prese una barchetta e

volò all'isola. Approdato a non molta distanza del palazzo di

Alberigo, e chiesto di lui a chi primo incontrò, gli fu da que' buoni

isolani additato il palazzo che non le era lontano più d'un trar di

balestra.

La contessa Giulia, come tutti coloro che facevan parte della corte

del Conte di Virtù, ignorava al tutto che il Fossano fosse maritato. E

per questa circostanza verrebbe a scemarsi la colpa della bella

contessa, alla quale, se fosse mai trapelato com'era la cosa

veramente, sarebbesi sforzata a rintuzzare fin dal suo primo nascere

quella malaugurata passione che sentì per Fossano, e certo vi sarebbe

riuscita.

Ma credendo in vece che Fossano fosse assolutamente libero di sè, e

lontana le mille miglia dal sospettare che la più bella gentildonna

gli fosse consorte; assai lieta di potergli fare una sorpresa, entrò

di volo nel palazzo. Con quella balda sicurezza che è propria delle

indoli avventate, ella, senza domandar altro, sali le scale, e già

stava per metter piede nelle camere, quando le si fe' per caso

incontro una fante a domandarle di chi cercava.

«Cerco del cavalier Fossano,» rispose la contessa non badando più che

tanto alle parole della fante.

«Adesso.... per adesso, il cavaliere non c'è; ma non potrà badar molto

a tornare. Intanto potete entrare nelle stanze di madonna.»

Quella semplice parola _madonna_, fu bastante per scompigliare in un

momento tutti i pensieri della contessa, e

«Chi è questa madonna?» chiese subito alla fante.

«Ho voluto dire la moglie di messer Fossano,» quella rispose.

I primi movimenti che fa una persona quando d'improvviso è côlta da

ciò che non si aspettava, e che al tutto è in opposizione allo stato

dell'animo suo sono impossibili a rendersi con parole, d'altra parte

que' movimenti della persona, que' contorcimenti dei viso sono così

eterocliti, così strani, così opposti alle teorie del bello, che,

quand'anche si sapessero rendere con esattezza del _dagherrotipo_, non

meriterebbero poi la pena di essere conservati. E la povera contessa

Giulia fece appuntò uno di que' movimenti, talchè le bellissime

fattezze del suo florido volto si sconciarono un poco a

quell'inaspettata notizia; e stava dubbiosa la poveretta di quanto

dovesse fare, quando, chiamata dal suono delle voci che abbastanza

s'eran fatte udire, entrò Valenzia medesima in quella camera.

A lei subito si volse la fante dicendole:

«Questa gentildonna aspetta di parlare al signor cavaliere.»

La Valenzia si trovò alquanto sconcertata vedendosi innanzi quella

dama in così sfarzoso apparato, sconcertata tanto più per la paura di

venire scoperta; pure, come cortese, «Voi siete la benvenuta,» le

disse, «Alberigo non può star molto a ritornare, frattanto vogliate

riposarvi un poco.» E con modi assai gentili la invitava a metter

piede in un'altra camera.

La contessa Giulia, sopraffatta e attonita, entrava accompagnata da

quella sua amica, che guardava di sottocchio la bella e geniale figura

di Valenzia.

Questa, intanto che intrattenevasi in parole colla contessa, com'era

ben ragionevole, le domandò con chi aveva il bene di conversare, e

quando udì quel nome che tre dì prima così ingratamente le era suonato

all'orecchio, si sentì per tutto il corpo scorrere un gelo con certe

strette ai cuore che la resero più pallida la metà.

In quel momento per mala ventura entrava il Fossano, il quale,

quantunque fosse stato avvisato dalla fante ch'egli era atteso da una

dama d'alto affare, pure, lontano com'era dall'aspettarsi quella

visita, entrò fidentissimo e desideroso soltanto di vedere chi fosse.

E a tutta prima durò fatica per credere ai propri occhi, e si rimase

sul sogliare dell'uscio perplesso ed esitante, ora guardando la Giulia

ora la Valenzia, che, leggendo in quel momento sul volto del Fossano

tutte le passioni che in gran contrasto allora gli tumultuavano in

cuore, fu ridotta alla misera condizione di chi sente d'aver perduta

ogni cosa al mondo.

Quella scena continuò così muta per qualche tempo. Alla fine si alzò

la contessa Giulia, che dei tre non era già quella che si trovasse a

miglior partito; tuttavia le bastò l'animo di dire queste parole al

Fossano: «Mi chiamo assai fortunata, cavaliere, d'aver fatta la

conoscenza della gentile vostra moglie, di cui non mi avete parlato

pur una volta.» Le parole furon queste precisamente, ma nel suono

della voce che tremava nel pronunciarle, era un misto di sdegno, di

sarcasmo e d'angoscia con un tal quale singhiozzo, che era presso a

mutarsi in pianto. Alberigo nulla rispose; passarono alcuni altri

momenti di silenzio. La contessa Giulia uscì coll'amica; il Fossano e

Valenzia rimasero soli.

La notte era sopraggiunta, e nella camera si era fatto buio del tutto;

il Fossano, sbalordito e confuso, stette pur molto ancora senza

parlare, poi scuotendosi un poco, e sentendo il respiro un po'

affannoso di Valenzia, pensò accostarsele, e così, come gli parve, la

toccò leggermente colla mano.... A quell'atto, come balestra che

scocca, rispose Valenzia con uno scoppio di pianto, che le sgorgò

improvvisamente, poscia singhiozzi a furia che minacciavano affogarla,

e che destavano una pietà indicibile.... Il Fossano la udì, la

tenerezza lo vinse, e di tal guisa che lo rese convulso per tutte le

membra; le lagrime intanto calde calde gli cadevano dagli occhi,

bagnandogli i labbri che aguzzandosi davano tremiti continuati.

Oh! era troppo duro ch'egli sviasse per sempre da quella dolce e

gentile creatura, troppo cara l'idea che dovesse riabbracciarla

pentito, e l'anima sua infatti si è d'improvviso sprigionata dalla

colpa in quel momento, e da quel momento la povera sua Valenzia non

doveva mai più uscirle dal cuore, mai più; ma sventurati tuttavia e

ancor peggio. Pianto così in segreto una mezz'ora buonamente, il

Fossano, lei che tuttavia piangeva chiamò per nome con una dolcezza

della quale forse non aveva mai fatto uso prima d'allora. A Valenzia

si rallentarono un momento i singhiozzi.... e lenta le uscì poi la

parola dai labbri, e interrotta e piagnolosa,--Ah! Fossano!--e

nessun'altra ne aggiunse, e tutto disse con quella.

Entrava allora la fante a recare i lumi nella camera, che di nulla

potè accorgersi, e se ne uscì tosto.

Rimasti soli per la seconda volta senza muover parola, si guardarono a

vicenda; il Fossano alla fine prese una mano alla sua Valenzia, che,

vinta dall'aspetto contrito di lui, gliela concesse. Ma strana cosa

ell'era che nè l'uno nè l'altro volesse affidare alle parole quel che

loro era passato e passava tuttavia nel cuore. Vergognava il Fossano

di confessare la propria colpa, quantunque vedesse che tutto era noto

alla sua donna; e questa per un istinto di femminile dignità e

superbia, vergognava sdegnarsi con lui perchè l'avesse posposta ad

un'altra.

Alla fine il Fossano le si aprì con questi detti:

«Egli è già un anno, Valenzia, che tu te ne vivi qui sola e senza un

sollievo al mondo, e a me bastò l'animo di vivere lontano da te....»

Valenzia, a queste parole, gli alzava in volto gli occhi, e li

riabbassava tremando in tutta la persona per un improvviso

soprassalto.

Valenzia Candiano: Racconto · 第 6 / 15 段