Mentre viaggiava però, tenendosi un po' discosto dagli altri, perchè

non desiderava, triste com'era, di venire importunato da inutili

parole, venne così per caso ad incontrarsi in quel pensiero, e tra per

aver l'animo già troppo inclinato a credere il peggio, tra che in

quella mattina, senza che sapesse comprenderne il perchè, Valenzia non

le poteva uscire di mente, il timore che alcuni dì prima aveva

scacciato come una pazzia, lo invase di tal maniera che tenne per

certo il figlio di Bernabò fosse appositamente venuto in Italia per

Valenzia. L'affetto antico che un'ora prima inutilmente erasi sforzato

a risuscitarsi in cuore per lei; al pensiero di quella terribile

sventura gli risorse improvviso, e di tanta forza che già traevasi a

maledire il suo signore, per accompagnare il quale egli doveva

viaggiare con tanta lentezza, egli che in quel momento avrebbe voluto

trovarsi già nella sua casa ad Orta, ed assicurarsi del vero. Ma

quegli impeti sbollirono presto, e appena una più fredda

considerazione tornò a mostrargli che il suo timore era pazzia, appena

che il sole erompendo improvviso da quella zona di nubi che avea resa

un po' fosca la mattina, rallegrò la faccia della terra, e per un

fenomeno quanto vero altrettanto incomprensibile, rallegrò anche i

pensieri dell'uomo; appena che la contessa Giulia, che faceva parte

del corteo del duca, gli si avvicinò dicendogli parole piene d'amore e

di lusinghe, e abbagliandolo colla sua bellezza, che in quella mattina

sfolgoreggiava più dell'usato, tutti i tristi pensieri svanirono, e

con loro pur troppo si dileguò la pallida figura di Valenzia.

Giunti che furono a Legnano, tutti alloggiarono nel palazzo

dell'arcivescovo Ottone Visconti.

È inutile che noi descriviamo a minuto tutto il viaggio fatto

dall'eccellentissimo Conte di Virtù col suo corteggio. Ci basterà il

dire che v'impiegarono tre giorni interi fermandosi lungo il cammino

in tutte le castella presso cui passavano.

All'alba del terzo dì arrivarono a Sesto; da quel paesello ad Angera

avrebbero potuto avviarsi per terra, ma per essere le strade incolte,

deserte, disagiate, tali insomma da rendere a più doppi lungo e noioso

il viaggio, vollero in vece prender la via del lago. A quest'uopo in

un seno entro terra, stavano colà rafferme dieci barche fatte

allestire il dì prima dal maggiordomo ducale. Come tutta la gente del

duca si fu in esse raccolta, si volsero le prore alla volta d'Angera.

Veleggiando quasi terra terra avveniva che quando passavano innanzi ad

alcun paesello sparso per la riviera, i villeggiani accorrevano a

vedere il magnifico corteggio, e battevano palma a palma accorgendosi

ch'era quello del Conte di Virtù. La barca ove questi trovavasi

insieme a Caterina Visconti sua moglie, portava un baldacchino di

velluto rosso e frange d'oro; i sedili erano coperti di cuscini di

seta d'oro e d'argento, e alcuni drappi di peregrina stoffa e stupendo

lavoro, gettati intorno intorno sull'orlo della barca a coprire la

rozzezza del legno, lasciavano cadere i lembi dorati che s'immergevano

nelle acque. Nelle altre barche messe con minor magnificenza

risplendevano le ricchissime vesti, gli ornamenti d'ogni sorta delle

dame e dei cavalieri. Il sole, sorto da qualche ora, mandava già

alcuni fasci di raggi su quel tratto di lago che le barche

percorrevano, e rifranto in mille modi brillava tremolando sulle

gemme, sugli ori, sulle corazzine, sull'else; tutti quelli oggetti poi

che al guardo apparivano l'uno dall'altro così distinti, riprodotti

capovolti nel lago, si venivano a confondere insieme rendendo

stranissime forme, e sempre varie per l'agitarsi continuo delle acque,

ed a produrre una tal mistione di colori che nessuna tavolozza di

pittore saprebbe rendere degnamente. La bella apparenza del tempo, la

calma serena dell'ora, la ridente prospettiva della fertilissima

riviera, aveva messa tanta alacrità e vivezza negli animi, che di

barca in barca volavano lepide parole, e frizzi, e risa, e gentilezze

d'ogni sorta, e un romorio, un cicaleccio incessante rompeva la quiete

del lago. Soltanto nella barca ove trovavasi Galeazzo e Caterina

Visconti, la calma era inalterabile.

Appoggiato così a sdraio su d'un cuscino, il Conte di Virtù pensava, e

ripensava a' propri dominii, al modo d'estenderli sempre più, agli

ostacoli che si frapponevano, alle vittime che avrebbe dovuto

sagrificare, e, conseguenza finale di tutto, alla corona di re,

desiderio e tormento assiduo di quell'ambizioso principe. E allora

mentre pensava che Bernabò era morto, che il durissirno degli ostacoli

era tolto, volgevasi a guardar di sott'occhio Caterina, che forse

incontratasi essa pure in quel momento nella ricordanza orribile della

morte paterna, posava gli sguardi su lui con un fremito ascoso. Così,

senza mai volgersi una parola, in poche ore giunsero ad Angera.

Nella parte più alta di questo contado, ergesi ancora la rocca dove

allora entrò il duca Galeazzo. In una grandissima sala abbandonata,

ancora si vedono pregevoli dipinti che rappresentano le gesta

dell'arcivescovo Ottone Visconti, e che allora erano di poco tempo

stati eseguiti per ordine del medesimo Conte di Virtù. In un brolo di

quella rocca, le molti iscrizioni che vi si vedono, tra le quali

segnatamente quella di C. Metilio Marcellino, ci attestano l'antichità

di quel paese, intorno al quale alcuni dottissimi uomini, forniti di

una imaginazione veramente prodigiosa, raccontano cose che forse

saranno vere, ma che per noi sono incredibili, basti il dire che un

certo Anglo, nipote del pio Enea, la edificò e la volle dedicata ad

Angerona, la quale è nientemeno che la dea del silenzio.

E se in quel dì le campane della chiesa di San Pietro e Paolo, non

avessero suonato a festeggiare l'arrivo del duca, e a loro non

avessero risposto con pari lena le campane degli altri innumerevoli

paeselli sparsi su pel lago; la dea Angerona non avrebbe avuto a

muovere un lamento.

Ma per tutto quel giorno in vece fu uno scampanare così continuo e

così disteso, che a molte miglia di lontananza si venne a sapere che

l'eccellentissimo duca era arrivato.

E si accorse anche colui che più di tutti aveva interesse a

quell'arrivo.

V

CARLO VISCONTI.

Il sole era già scomparso dalle cime de' monti che circondano

Vall'Intrasca. I valleggiani s'erano già ritirati ne' loro abitacoli,

e al tacere di una campana che suonava a brevi intervalli, e si faceva

ripetere dall'eco delle montagne, era un silenzio profondo,

universale. Sulla riva del fiume San Giovanni, solitaria e pressochè

interamente nascosa da tre grossi castagni, sorgeva una capannaccia

piuttosto ampia; nessun segno dava indizio che vi abitasse persona; e

infatti quando la notte fu del tutto buia, due uomini si fermarono

innanzi ad essa, e data una forte spinta ad una portaccia che subito

cesse, misero il piede in quel luogo deserto. Entrati, un di loro

accese l'esca, diè fuoco a delle stoppie che stavano accatastate su

d'una pietra nel mezzo della stanza, e in breve crepitò la fiamma a

rischiarare le faccie dei due, che il lettore non ancora conosce.

Erano essi Carlo Visconti, figlio di Bernabò, e un avventuriero

savoiardo. Nessuno però avrebbe potuto conoscere l'esser loro,

travestiti come erano, e se il medesimo Galeazzo fosse stato

introdotto a vedere il suo cugino, forse non l'avrebbe ravvisato,

tanto era diverso da quel d'una volta. Dopo due anni di sventure, di

patimenti, di speranze, di continua incertezza, d'odii a stento

repressi, d'ingiurie invendicate, di livore e d'invidia per tutti

coloro ch'erano più felici di lui, e tutto il mondo poteva esserlo

(che l'altezza della sua caduta nessuno l'aveva misurata); colle sue

idee che avevano al tutto cambiato direzione, anche il suo volto aveva

cangiata espressione; ferocia e fermezza non erano però ancora venute

meno in quelle sue robustissime membra. Vestito anch'esso come il suo

compagno da montanaro savoiardo, aveva brache di pelle strette alla

carne con scarpe grosse, indossava un gabbano pure di pelle con

cappuccio che gli copriva la testa. Veduto alla luce di quella fiamma

che gli riverberava con molta forza sul viso ad accrescere il

terribile della sua pupilla e ad indorare la tinta della sua pelle con

certe ombre che gli alteravano notabilmente le linee della faccia,

mostrava avere quarant'anni e più, quando non ne contava che trenta.

Stati per qualche tempo senza proferir parola nè l'uno nè l'altro,

alla fine entrò a dire il Savoiardo:

«E così cosa pensate di fare?»

Il Visconti si scosse a quelle parole, e squadrato il compagno d'alto

in basso, come solea fare con tutti,

«Per ora non so,» rispose.

«Il vostro cugino è qui presso.»

«La sua venuta mi è di buon augurio, io volevo andare a trovar lui,

egli è venuto a trovar me; questo è destino, e mi pare ci sia da

sperar bene.»

«E a me pare in vece ci sia da temer tutto.»

«Vadano all'inferno i vigliacchi,» disse il Visconti saettando l'altro

colla feroce sua pupilla. «Va! va nell'altra stanza a dormire che

sarai stracco; ho bisogno di star solo, va.»

Solo che fu, gettossi a sedere in un canto della stanza dov'era uno

stramazzo di foglie fradicie, e colà si mise ad agitare migliaia di

partiti senza che neppur uno gli si offrisse che potesse fargli

raggiungere i suoi disegni; ma quei disegni erano immaturi, erano

difficili, per non dire impossibili, e a nessun altro che ad uomo

disperato potevano venire in mente. Quand'egli s'era trovato fuggiasco

in Francia, ogni tentativo per quanto audace ed arrischiato, gli era

sembrato molto agevole a mandarsi ad effetto, ma di presente, che era

vicinissimo al momento dell'azione, che vedeva con chiarezza, con

troppa chiarezza, qual fosse veramente la propria condizione, quale in

vece quella del cugino Galeazzo, quantunque volesse tacerlo a sè

stesso, capiva che altro non gli rimaneva che ritirarsi, se non fosse

per altro, per far salva la vita propria. Il coraggio e la virtù

ferrea di Carlo Visconti, tanto somigliante in ciò al padre suo, era

ben diverso dal coraggio e dalla virtù di un Romano antico.

Questi, a fare una vendetta, sarebbe andato incontro a morte sicura, e

sarebbe morto contento perchè vendicato, senza che avesse altre mire.

Il Visconti in vece avrebbe esposto la propria vita sì, ma la vendetta

non gli bastava, voleva raccogliere anche l'utile per sè, e gli

volevano molti gradi di probabilità ad ottenerlo. anzi che volesse

esporre la vita ad un pericolo; alle decisioni del fortunoso evento

poteva sottoporsi, la certa rovina lo atterriva e lo faceva desistere

da qualunque impresa. In quanto poi al desiderio di vendicare l'ombra

paterna, questo era un pretesto che certamente avrebbe messo fuori ad

onestare il suo colpo in faccia al mondo, ma non era mai stato il più

forte motivo della intrapresa, il cui pensiero da qualche tempo

aveagli potuto in parte confortargli l'esiglio, ma che ora già

minacciava abbandonarlo al disinganno.

Ad ora tarda, alzandosi di quel giaciglio, s'era accostato alla pietra

che stava nel mezzo stanza per rinfuocare la bragia e ridestarvi la

fiamma che sola poteva rischiarare la camera. Annoiato di star seduto,

si diede a passeggiare a rapidi passi, fermandosi di tratto in tratto

quasi ad ascoltare il rumore che faceva l'onda impetuosa del fiume San

Giovanni: finalmente, fermato un mezzo disegno, si recò nella stanza

vicina, e chiamò:

«Bronzino!»

Colui russava della grossa, ed era assai maldisposto a rispondere.

«Bronzino!» tornò a replicare il Visconti avvicinandosegli e

scuotendolo con atti di molta impazienza.

E colui si destò, scrollatosi un poco come per cacciarsi di dosso il

sonno;

«Che cosa c'è, messere?»

«Alzati, presto.»

Il figlio di Bernabò era di que' caratteri impazienti che non sanno

sopportare indugio di sorta, e siccome gli era venuto in mente un

pensiero, non pativa d'averlo a tener chiuso in sè fino alla

prim'alba.

Il Bronzino, alzato che si fu:

«Che cosa avete a comandarmi a quest'ora?»

«A quest'ora, nulla ho a comandarti, ma ho pensato che per domani tu

debba recarti presso al luogo dove ora se ne sta il carissimo mio

cugino, e colà, introducendoti tra gli uomini della sua famiglia,

scovar fuori ciò che potrebbe far luce a' nostri tentativi, hai tu

capito?»

«Ho capito.»

«Tu non sei conosciuto, e in nessuno di loro potrà nascere alcun

sospetto di te.»

«Questo va bene, ma la mia andata non gioverà a nulla, e non potrò

sapere un iota di più di quanto io so ora. Se voi avrete la pazienza

di aspettare la calata dei dodicimila francesi e d'unione col conte

d'Armagnac, il vostro cognato, mettervi alla testa di quelle truppe e

combattere da pari vostro, allora forse vi verrà fatto provvedere

assai bene ai vostri interessi. Ma in quanto al tentar voi solo

l'impresa coll'accostarvi al Conte dovreste persuadervi una volta che

ciò è al tutto impossibile; in prima il Conte ha sempre intorno a sè

una siepe di labarde, che nè a voi nè al diavolo può bastar la vista

di sorpassare.... e poi.... se mai aveste a riuscire ad ammazzare il

Conte.... gli alabardieri ammazzeranno voi.»

Il Visconti si rannuvolava, e stato un pezzo colle braccia

incrocicchiate sul petto senza parlare: «Oh,» disse finalmente con un

sospiro che pareva un mugghio, «che mi sia chiusa ogni via? che la

provvidenza....»

«La provvidenza non c'entra qui per niente. Volete voi tornare ad

esser duca, od esser amico di Dio?»

«L'una e l'altra cosa insieme.»

«Volete troppo, illustrissimo, l'una delle due vi rimane a scegliere;

diversamente temo non vi verrà fatto alcun che di buono.»

«Bene, come vorrà il destino. Ma io ho fermo che tu abbia ad uscire

domani mattina di questa valle, e recarti dove ti ho detto. Qualche

cosa potrai sempre raccogliere.»

«Ed ogni fuscello è un puntello, come dice il proverbio.» soggiunse

Bronzino ridendo.

«Io andrò aggirandomi per questa valle finchè tu ritorni, o finchè mi

avrà morto la noia che oramai non posso più sopportare. Alla sera

verrò a raccogliermi ancora qui in questa capanna; a meno che non

fossi invitato ad uscire, se mai ritornasse qui chi n'è il vero

possessore.»

«Questi buoni villeggiani son tutti assai ospitali. State tranquillo,

che non vi verrà fatto insulto.»

«Dunque hai capito; per adesso continua a dormire.» E senz'altre

parole lo lasciava solo, ed egli tornava nell'altra stanza.

E gettavasi ancora su quel giaciglio di paglia mezzo fradicia, e si

adattava intorno il gabbano col fine di dormire infino a tanto che

spuntasse il dì. Ma sonnecchiato un poco, tosto si ridestava, che

quand'uno è martellato da un pensiero assiduo, e che tutta gli occupi

la vita, non è possibile che abbia a dormire a lungo. E allora colla

memoria tornando molt'anni addietro, pensava alla potenza della

propria famiglia, e alla terribile grandezza del proprio padre in

mezzo a quella corona di figli prodi e coraggiosi, che per anni ed

anni promettevano farla fiorire sempre più, e mano mano percorrendo i

fatti memorabili successi nella propria casa, e le lunghe guerre

sostenute dal padre contro il pontefice, e le vittorie, e le

sconfitte, e le paci, e le crudeltà di cui era stato assai spesso o

spettatore o esecutore si fermava colla memoria al momento in cui gli

giunse la notizia che Bernabò era stato condotto nelle prigioni di

Trezzo, e che a lui e a tutti i suoi fratelli era stato tolto il

dominio e la patria e tutto; il sangue gli tornava allora a ribollire,

come si trovasse tuttavia in quell'istante medesimo; quando

improvvisamente gli si generarono nella mente idee affatto opposte a

quelle che gli erano sempre state abituali; l'idea ch'egli era posto

al livello e più sotto ancora di tutti gli altri uomini;--che,

miserabile, sarebbe stato spettatore dell'altrui grandezza;--che,

avvezzo fino allora a farsi rispettare e temere da tutti, egli da quel

momento avrebbe dovuto vivere in continua paura di sè. Allora gli si

rinfuocava in petto d'una maniera terribile l'odio contro al cugino

Galeazzo, e non pensava più ai mezzani partiti, ma alla decisa

vendetta, alla morte dell'abborrito parente.... Così passò quasi tutta

quella notte, finchè spuntò l'alba ad alleggerirgli il peso della sua

condizione. Il Bronzino gli comparve innanzi, sentì rinnovarsi

l'ordine di andare a far da esploratore dove trovavasi il duca

Galeazzo, e senz'altro, detto addio al suo signore, si procurò una

barca, e recossi ad Angera, che, durante il viaggio, aveva sentito

dire che in quella rocca s'era ridotto il duca a villeggiare.

Ora, lasciando ir libero costui per qualche tempo, torneremo un tratto

a trovare Alberigo Fossano. In quella mattina medesima gli era stata

annunciata una visita di un certo tale che aveva a consegnargli alcun

che d'importanza; e quel tale era nientemeno che l'Apostolo Malumbra,

il quale, viaggiato il più frettolosamente che potè, giunto a Milano,

e sentito che la corte erasi recata alla rocca d'Angera, senza por

tempo in mezzo, vi si era tosto trasferito. Il Malumbra, intromesso

alla presenza del cavaliere, «Io sono,» gli disse, «un mercante di

Venezia, assai conosciuto dall'illustrissimo ammiraglio Candiano, che

mi degna della sua fede; ed è lui appunto che mi manda a voi per

consegnarvi questa lettera.»

Il Fossano, presa la lettera e rottine i suggelli, con segni di molta

ansietà si poneva a leggerla.

«Diletto figlio!

«Io vivo in una terribile incertezza; il portatore della presente,

che è un onesto mercante di Venezia, mi ha raccontate certe storie

che correvano in Milano, intorno a te e a tua moglie, e qualmente il

figlio di Bernabò, che s'è intruso negli stati del duca, sia venuta

a vessarla con ogni sorta d'astuzie ed atrocità. Io non comprendo

come ciò siasi potuto far publico per tutta Milano, e conducendomi

l'esperienza mia a dubitare che ciò sia al tutto una falsa diceria,

ti prego a confidare al portatore della presente ciò che ti parrà

meglio a scarico d'ogni mio timore.

«Addio.»

Il Fossano, letta questa lettera, guardò per un pezzo in viso al

Malumbra non comprendendo bene quanto gli scriveva Candiano, chè a

nessuno di Milano egli aveva detto nè tampoco d'aver moglie, se non ad

un suo buon servo, di cui si valeva per le sue più segrete bisogne;

comprendeva molto meno quell'imbroglio del figlio di Bernabò, del

quale, per fortuna, il dì prima aveva potuto capacitarsi non esserci

nulla a temere, ed alla Valenzia non essere intervenuto danno di

sorta; però così disse al Malumbra:

«In questa lettera mi si parla di voi, e di certe istorie che avete

udite in Milano, e che io ignoro affatto. Ma in prima mi piacerebbe

udire da voi medesimo, come e quando avete sentite quelle strane

dicerie delle quali in questa lettera mi vien parlato.»

Il Malumbra non aveva pensato che il Candiano di ragione avrebbe

scritto ad Alberigo ciò che aveva sentito da lui medesimo, per cui si

rimase sconcertato un poco alle parole del Fossano, ricordandosi

tutt'a un tratto di quanto aveva narrato all'ammiraglio, col fine di

farlo tutto riscuotere alla presenza del senator Barbarigo; tuttavia,

come assai abituato a simili incontri, con quattro parole a modo suo

si cavò d'ogni imbroglio, e conchiuse dicendo: «Io dissi ciò che ho

sentito dire, senza forse comprender bene; del resto non so nulla.»

«Allora farete piacere a riportare all'illustre Candiano che riposi

tranquillo stante che nessun danno mi è intervenuto in questi anni.»

«E anch'io ne godo nell'animo, messere. Ma l'illustre ammiraglio mi

diede un'altra incombenza.... forse ne sarà scritto alcun che in

quella lettera medesima.»

«Qui non c'è altro,» rispondeva il Fossano dando un'altra scorsa alla

lettera.

Il Malumbra stette dubbioso un momento, se mai dovesse far credere al

Fossano di essere a parte d'ogni segreto, oppure fare infinta di

nulla, e procurare di vedere la Valenzia all'insaputa di lui. Ma pensò

prendere il primo partito.

«L'illustre ammiraglio,» allora disse, «mi ha raccomandato procurassi

io stesso di vedere la moglie vostra, perchè gli riporti con esattezza

la condizione in cui si trova, lo stato di sua salute e tutto.»

Il Fossano a queste parole seguitava a guardarlo con segni di gran

maraviglia, onde il Malumbra, che benissimo s'accorgeva di quanto

passava nell'interno dell'animo altrui, pensò tenere un discorso molto

ambiguo e scaltro, il quale potesse condurre al suo intento, e senza

dire egli stesso di saper tutto e di essere a parte di tutto, potesse

far parlare il Fossano senza alcun riguardo a lui, come ad uomo che

già fosse in cognizione d'ogni segreto.

«Davvero che il signor Candiano,» continuò, «vi ha preso ad amare come

non si potrebbe meglio un figlio, ma ciò è ben ragionevole.» E lo

guardava intanto con una finezza sua propria, e senza aggiunger altro

in proposito. «Una cosa poi mi raccomandò di dirvi, ed è che non

vogliate affidare alcuna vostra cosa a nessuna lettera, e piuttosto

vogliate incombenzar me di tutto.»

Il Fossano tornò a leggere la lettera di Candiano, per vedere

d'assicurarsi meglio, e quantunque in quella fosse detto assai poco

sul conto del Malumbra, pure, pensato e ripensato un pezzo, concluse

che alla fine la lettera era veramente di Candiano, e che a persona di

cui non si potesse fidare interamente, non l'avrebbe nè tampoco

consegnata, nè messolo nell'occasione di trovarsi a contatto di chi

poteva farlo venire in cognizione di tutto. La conclusione era

ragionevole, ned egli volle prendersi altre cautele.

«Io me ne posso andare,» disse il Malumbra, «a fare una scorsa qui

d'intorno per oggetto della mia professione. Tornerò a Venezia per

doman dopo. Se non vi dispiace sarò qui stasera a ricevere i vostri

ordini.»

«Bene.... e adesso che ci penso, fate di venire un po' prima di vespro

che ci recheremo ad Orta.»

«Ad Orta?»

«Sì....Valenzia è là,» soggiunse Alberigo a bassa voce.

Il Malumbra non disse nulla, chinò la testa, e se ne usci.

Allora il Fossano, chiamato quel suo servo che era a parte d'ogni

segreto, lo prese ad interrogare con modi assai gravi, per sapere

s'egli avesse mai palesato a qualcheduno ciò che tanto premeva tener

nascosto. Ma quel buon servo che, molti mesi prima a Milano, era stato

indotto a raccontar tante cose sul conto del suo padrone, dal troppo

vino che gli aveva accresciuta la parlantina, e dalle astute domande

del Malumbra; parte non si ricordava bene dell'avvenuto, parte non

voleva farsi conoscere per da poco e peggio, e così con belle parole

rassicurò il proprio padrone al tutto.

Intanto il Malumbra, il quale non sapeva che fare in quel dì, erasi, a

fuggir tempo, recato sulla piazza d'Angera; per esser giorno di

mercato, v'era colà gran quantità di popolo, e così camminando tra

gente e gente, attese a baloccarsi per qualche ora. Tra tutte le

faccie però di que' montanari, dalle quali traspariva la sincerità, la

rettitudine e quella buona fede che divien tanto più preziosa, perchè

più rara tra le mura delle città, il Malumbra che, per le incombenze

dell'arte sua, aveva dovuto fare, come si suol dire, l'occhio esperto,

notò la faccia di un tale che faceva una decisa dissonanza con tutti

gli altri che gli stavano intorno. Anche la foggia del vestire di

colui si scostava qualche poco dalla comune, ma a questo non avrebbe

osservato gran che, se quegli occhi fondi piccoli e muoventisi di

continuo, e quella scialba pallidezza che non può accordarsi alla vita

serena del montanaro e all'aria pura de' monti, non lo avessero messo

in sull'avviso. E davvero che l'astuto Malumbra non erasi ingannato,

in quanto che l'uomo che lo aveva tanto colpito, era nulla meno che il

Bronzino, il compagno del Visconti. Il caso poi volle che in quel dì

s'incontrassero molte volte, e d'aggiunta si dessero a vicenda molte

occhiate, forse per quell'istinto medesimo che fa al gatto sentir

l'odore del gatto. Dando però a questi scontri fortuiti il valore che

si conveniva, il Malumbra verso le sedici ore si recò ad

un'osteriaccia che dava sul lago. Ma quando entrò nel cortile,

guardando ove si potesse collocare, vide che da un'altra parte era

entrato l'uomo nel quale erasi scontrato tante volte.

Dopo molte ore d'ozio e di noia voleva pure attendere a qualche cosa

che appartenesse all'arte sua, ed essendogli entrato il desiderio di

sapere chi fosse colui, gli si recò appresso per tentare di appiccar

seco alcun discorso; il Bronzino dal canto suo, come si vide alle

costole il Malumbra, lo guardò un tratto ridendo a mezzo, poi così gli

disse:

«Oggi, amico caro, ci siamo incontrati troppe volte, perche io possa

credere che sia al tutto effetto del caso.»

«È il mio pensiero questo che voi dite. E per la pura verità, è la

quarta volta per lo meno che voi venite su miei passi.»

«Avete voluto dire che voi vi trovate sui miei.»

Valenzia Candiano: Racconto · 第 5 / 15 段