venire da me stasera.»
«Ci verrò senz'altro.»
«Ti darò una lettera che tu consegnerai ad Alberigo.»
«Farò quel che volete.»
«Prendi, Malumbra, io ti sarò eternamente obbligato,» e gli donava la
borsa: «questa sera avrai altrettanto: ma ricordati di venire, che
guai se tu manchi.»
«Non dubitate.»
«A vespro.»
«Benissimo, a vespro,» e senza aggiunger più nulla si licenziò
dall'ammiraglio Candiano il quale, manifestamente sconcertato dalle
parole del Malumbra, si gettò di bel nuovo nel suo seggiolone fisso in
mille e terribili pensieri.
Il Malumbra nell'uscire di quel palazzo pensava alla virtù e bontà
straordinaria dell'ammiraglio Candiano, pensava all'oro che ne aveva
ricevuto in compenso, pensava che la vita di quel prode vegliardo era
preziosa più di quella di ciascun altro Veneziano, e fu un momento, un
fuggitivo momento, in cui pensò di non farne altro, e ingannare il
senator Barbarigo e la Serenissima Republica; ma i secondi pensieri
l'avvisarono che ciò non gli poteva convenire per nulla, e che per
fare il vantaggio di un uomo dabbene, forse avrebbe corso pericolo di
far male a sè; crollò il capo e disse: «A chi tocca tocca; quand'io
non trovava nemmeno un grosso a comprar pane, nessuno mi ebbe
riguardo, e più d'una volta ebbi a dormire alla fresca e a stomaco
vuoto. Ch'io fossi o no un galantuomo, nessuno mostrò nemmeno
pensarci. I gondolieri non cessarono il loro canto; i patrizi
continuarono nella loro vita scioperata; le fanciulle non si rimasero
dai pensieri d'amore; la zecchinetta continuò ad ingoiare fiorini. A
chi tocca tocca, anch'io continuerò la mia strada.»
A vespro si recò al palazzo di Candiano, ed ebbe la lettera; e di
quella lettera, prima che il Malumbra si partisse di Venezia, il
senator Barbarigo sapeva benissimo il contenuto.
IV
LA ROCCA D'ANGERA.
Mentre il Malumbra viaggia verso Milano, noi, lasciandolo addietro
qualche buon tratto, vi entreremo addirittura per tosto mettere il
piede nel palazzo dove risiedeva il Conte di Virtù.
Se lo storico, incontratosi in questo personaggio che occupa sì
luminosa parte negli annali della patria nostra, dovesse pronunciare
un giudizio, non avuto riguardo nè alla condizione dei tempi in cui
uscì a primeggiare fra i potenti, nè a' personaggi che lo precedettero
e lo susseguirono nel governo della Lombardia, certo che dovrebbe
lasciar correre assai libera la parola al vituperare, e tanto più se,
svestitolo della sua clamide ducale, si facesse a considerare in lui
non altri che l'uomo. Ma quando in vece si voglia considerare questo
personaggio, in mezzo a quella mostruosa corona di principi atroci
Galeazzo II, Matteo, Bernabò, Giovanni e Filippo Maria Visconti,
giovato dal vicino confronto, tanta luce viene a posare su di lui, e
le scarse sue virtù spiccano di tanta forza che lo storico potrebbe
quasi venir tentato a metterlo nel novero di quelli a cui la patria e
gli uomini sono debitori di alcuna gratitudine; tanto più poi se si
voglia esaminare le vita publica del duca disgiunta affatto da quella
dell'uomo privato.
La dissimulazione e la perfidia sono le qualità che gli storici han
raccontato costituire principalmente il carattere del Conte di Virtù,
e certo che son esse assolutamente così abbominevoli che ci vuol una
certa audacia, per trovar modo a scusarle. Al mondo per altro sembrano
assai meno vili e basse nelle cose di stato che non nei rapporti
ordinari della vita privata, e nella parola politica pare che, sebben
tacitamente, siano sottintese queste arti delle quali il Conte di
Virtù era mirabilmente fornito. Tutti gli storici, e con ragione se si
guardi da una parte, gli hanno rimproverato il tradimento fatto allo
zio Bernabò, e l'avere arbitrariamente invase le città che
appartenevano al suo dominio. Ma chi troppo bestemmia la simulata
perfidia del Conte di Virtù, e troppo compiange la sventura dello zio
di lui, pare non si senta gran fatto commosso pensando alla condizione
dei sudditi del feroce Bernabò che, angariati, tormentati, sotto il
dominio di lui, si sentirono improvvisamente sollevati alla sua
caduta.
Innanzi alle atroci insidie di cui un potente ha voluto far uso per
sottometterne un altro, il quale è stato per troppo lungo tempo lo
spavento degli uomini, lo storico chiuda un occhio, e respiri
anch'esso colla povera umanità che fu confortata un istante.
All'epoca a cui siamo con questo racconto, il Conte di Virtù già da
qualche anno era assoluto signore di Milano, ed estendeva il suo
dominio su altre ventuna città. Già da qualche anno i poveri milanesi
avevano potuto riaversi dalle lunghe e feroci oppressioni; non già che
il Conte di Virtù potesse vantare le virtù di Tito e di Antonino; non
già che a Milano fossero del tutto rallentati i ceppi; ma egli, se non
altro, aveva _retto criterio_ ed ingegno, e le pene che s'infliggevano
a' cittadini non erano più dettate nè dal caso, nè dalla pazzia, nè
dalla ferocia.
Tra un tristo d'ingegno e un tristo di ottusa intelligenza e di
stupidi sensi, è grandissima la differenza. Chi serve al primo potrà
sempre in certo qual modo regolare le proprie azioni e dirigerle ad
uno scopo certo, mentre a chi serve il secondo non rimane che tremare
e affidarsi in tutto al caso. Si dirà forse da taluno che la
colpabilità è assai più del primo, ma quando gli effetti che produce
sono i meno cattivi, noi lasciamo che della sua coscienza si prenda il
pensiero lui e tiriamo innanzi.
Fin da quando nel castello di Pavia fingendosi uom fiacco e inferiore
alla sua condizione stava spiando ogni mossa del terribile Bernabò, e
aspettava l'occasione, a fuggir la noia di una vita senz'azione ed il
tormento del desiderio combattuto dall'incertezza e dalla speranza
s'era dato a studiare le cose che costituivano la sapienza di quei
tempi. Da questi studi s'era venuto ingenerando in lui l'amore per le
lettere e per le arti, e la stima per quelli che decorosamente le
professano, a tal che godeva intrattenersi con essi, e manifestamente
li proteggeva. Fra i molti che il Conte di Virtù guardava con occhio
di stima e d'amore, eravi anche il cavaliere Alberigo Fossano.
In una stanza su in alto del palazzo ducale di Milano, tutto intento
ad osservare la prim'alba d'un giorno d'agosto, stavasi il nostro
Alberigo seduto vicino ad un finestrone. Aveva presso una tavola, su
cui stavano molti fogli scritti, appesa alla parete la sua spada, su
di un tavoliere il suo liuto. Chi avesse posto il piede nella sua
stanza, senza saperne altro, avrebbe al certo potuto indovinare chi
egli fosse e che facesse. La sera prima, nella gran sala ducale dove
erano intervenuti tutti i cortigiani del Conte di Virtù, il fiore de'
cavalieri e delle gentildonne milanesi, egli s'era fatto applaudire
col suo liuto e col suo canto. Aveva ottenuto ciò che in que' tempi
era difficile, per non dire impossibile, ad ottenere: ammirazione
all'ingegno ed all'arte.
Avendo intraveduto i pensieri del Conte che mirava ad estendere il
proprio dominio, il Fossano ne lusingava di solito col canto
l'ambizione, non per il fine esclusivo di farselo amico sempre più, ma
perchè, amantissimo com'era della propria patria, vedeva che
coll'estendersi il dominio del Conte, veniva ad accrescersi anche
l'importanza politica di lei. Per queste particolari sue doti, a voler
tacere delle altre, il Visconti l'avea carissimo, e fattolo alloggiare
presso di sè, non era cortesia che non gli usasse. Il Fossano adunque,
dotato com'era di tante virtù, ammirato e festeggiato da tutta la sua
patria, osservato con compiacenza dalle più belle lombarde, distinto
da quel potente Visconti, doveva sentire le vere gioie dell'esistenza.
Eppure a vedere con che trista gravità, in quella sua cella solitaria,
volgeva gli occhi come passando di pensiero in pensiero, e li fermava
poscia, quasi fissandosi di preferenza in uno di essi, non pareva che
di quella felicità egli gustasse punto.
Già era alcun anno ch'egli era fuggito di Padova con Valenzia. Siccome
allora viveva ancora Bernabò, e d'aggiunta a' cinque suoi figli aveva
già assegnato il governo dei distretti che tra loro aveva divisi,
senza toccar Milano s'era ritirato in una sua terricciuola che aveva
sul lago d'Orta, perchè appartenendo que' luoghi al Conte di Virtù,
non poteva temere che Valenzia venisse per nessun modo ad essere
riconosciuta nè molestata dal figlio di Bernabò. La lunga dimora
ch'egli dovette fare colà, l'assoluta solitudine nella quale aveva
dovuto vivere, quantunque insieme alla sua Valenzia non dovesse avere
altri desiderii, la profonda malinconia di che essa fu assalita appena
che passarono i primi giorni dell'effervescenza della passione, gli
avevano per tal guisa fatta noiosa quella dimora che appena gli giunse
a notizia la cattura di Bernabò, risolse insieme a Valenzia venirsene
a Milano, Qui giunto, s'accorse che non era per essi luogo migliore,
dachè per la continua affluenza de' gentiluomini che seguitavano
l'ambasceria veneziana, Valenzia correva troppo pericolo di essere
alla fine riconosciuta, a meno che non si fosse risoluta a chiudersi
nelle sue stanze per non uscirne mai più. Veduto che assolutamente non
potevano acconciarsi a quel nuovo tenore di vita, mosso dalle
preghiere di Valenzia, che temeva per la vita del padre suo, e però
desiderava star celata agli occhi di tutti, pensò ritornarsene ancora
a quelle sue terre.
Per caso, essendo di quel tempo capitato a Milano un gran principe, al
quale volle il Conte di Virtù mostrare tutta la magnificenza della
propria corte; il nostro Alberigo ebbe espresso ordine d'intervenire
ad una delle feste che all'ospite suo offeriva il Visconti, il quale,
maravigliato dell'ingegno di Alberigo, volle ad ogni conto che il
giovane venisse ad alloggiare nel palazzo ducale; di qui non era via
d'uscire, e quando ogni cosa era già disposta per la partenza, il
Fossano dovette a mal suo grado accogliere quel partito e rimanersi.
Si oppose bensì Valenzia per un pezzo a questa determinazione,
pregando Alberigo che, senza più, mettesse innanzi dei validi pretesti
ad ottenere licenza; ma il Fossano non seppe farla contenta, e
soltanto la provvide di un alloggio fuori del palazzo ducale, per
tenerla, più che fosse possibile, celata altrui. Parecchi mesi
passarono senza che avvenisse cosa che meritasse venir notata; ma una
sera mentre il Fossano e Valenzia passeggiavano per una delle contrade
di Milano, due gentiluomini fermatisi a guardare Valenzia, che era di
una bellezza straordinaria, pronunciarono queste formate
parole:--L'hai tu veduta?--Sì l'ho veduta;--parole che in fondo non
volevano dir nulla, e che soltanto potevano significare la meraviglia
di che que' due gentiluomini erano stati presi alla vista di quella
non comune bellezza. Ma tanto bastò perchè Valenzia, che benissimo udì
quelle parole, s'intestasse di essere stata riconosciuta, e però detto
ad Alberigo che a lei non conveniva per nessun modo il rimanere ancora
in Milano, tanto fece che quella notte medesima si partirono per la
riviera d'Orta. Colà fermatosi per qualche giorno anche il Fossano,
alla fine gli convenne tornare a Milano dove era aspettato dal Conte
di Virtù, e Valenzia tutta sola, se tu ne tolga la compagnia di una
fante e di due servi, a cui Alberigo raccomandolla caldamente, si
rimase a vivere i suoi dì, recandosi spesso nella chiesa di San Giulio
a pregar Dio per Alberigo, per Candiano e per sè.
Se quando fuggirono di Padova alcuno avesse loro profetato i dì
venturi, certo che, senza aspettar altro, que' due giovani si
sarebbero divisi per sempre, e Valenzia, qualora le fosse stato
possibile, sarebbe ritornata con suo padre a Venezia. Il lettore che
forse si aspettava di assistere alla più intensa felicità di que' due
giovani, così miracolosamente uniti, non si rimanga troppo sorpreso
all'udire che, dopo un anno d'intervallo, una tristezza noiosa e senza
pari fu il frutto ch'ebbero raccolto da quella loro passione.
Valenzia era pur sempre piena del pensiero del suo Alberigo ma quella
sua vita claustrale, il silenzio non mai interrotto delle eterne ore
del giorno, quel non so quale sgomento di un avvenire incerto e
sventurato che l'assaliva di tratto in tratto, la lontananza del padre
suo, che le si era più e più fatto caro appunto per la disperazione di
poterlo rivedere; in una parola una ragione di vita così opposta a
quella che aveva vissuto nella brillante e romorosa Venezia, dove non
era stanza per quanto segreta e interna, nella quale non pervenisse
un'onda di frastuono ad indicare l'esistenza e l'operosità di tante
migliaia d'uomini, aveva per tal modo cambiata la direzione delle sue
idee, per tal modo sconcertata la sua sensibilità, che il più delle
volte senza sapere il perchè, piangeva per delle ore parecchie, e
pregava, ed errava di pensiero in pensiero, ma pur troppo senza mai
trovar pace.
Ad Alberigo poi in tutto quel tempo che visse lontano da Valenzia, si
era assai freddato quel primo amore. Quella malinconia assidua della
quale aveva visto esser presa Valenzia, quel suo facile acconciarsi a
vivere lontana da lui, gli parve fossero indizi ch'ei le fosse venuto
a noia. Pensava tuttavia che la colpa era più propria che di lei, in
quanto egli avrebbe dovuto rifiutarsi a vivere in corte, ed essere
compagno indivisibile di chi lo aveva con tanto ardore amato una
volta, allora fermava di presentarsi al duca, e prendere da lui
licenza, e volare presso alla Valenzia per non spiccarsene mai più; e
in quei lucidi intervalli lo prendeva una tenerezza spasimata di lei,
se la figurava innanzi bella di tutte le più care doti che
l'adornavano; si richiamava in mente il primo istante in cui l'avea
veduta, le prime parole ch'eran corse tra loro, e provava un cotal
rimorso considerando che il suo cuore oramai batteva troppo lentamente
per lei. Ma tosto che dalla sua stanza usciva in publico, che nelle
splendide feste del duca sentivasi fatto segno d'interminati applausi,
e il suo occhio veniva abbagliato dalla lusinghiera e incomparabile
beltà delle fanciulle lombarde, l'imagine della sua Valenzia gli si
ritraeva in fondo in fondo della memoria, vicinissima a solversi in
nulla, e allora perfino un pentimento lo assaliva..........
Chi mi legge, se male non mi appongo, è già dispettoso della delusa
sua aspettazione, e in vece di questo Alberigo avrebbe voluto un tipo
di eterna immarcescibile costanza, uno di quegli uomini che per mutar
di vicende giammai non si mutano, e tanto più che pareva promettere di
dover riuscire uno di costoro appunto. Ma pur troppo laddove è più
d'ingegno e più di passione, dove l'anima è più procellosa, dove la
fibra è più sensibile alle esterne sensazioni, queste colpevoli
incostanze si verificano il più delle volte; e i lettori forse avvezzi
a vedere ne' libri quegli invariabili ideali, non sapranno acconciarsi
a tener dietro ai passi di un uomo di sì diversa natura. Ma appena si
considera che il cuore umano è un labirinto in cui troppo facilmente
smarrisce chi ne vuol tentare i recessi, che i caratteri degli uomini
non possono essere sempre immutabili come le teste dei re sui nummi e
sulle monete, che più c'è da imparare dove è più il vario, che la
penosa lotta tra i desiderii e i doveri, che i tardi ma generosi
pentimenti meritano pure di essere considerati d'appresso, se non
altro per raccogliere larga messe di lezioni d'esperienza, è a sperare
si vorrà tener dietro a ciascun passo del nostro Alberigo.
A raffreddare ancora più l'affetto ch'egli aveva per la sua Valenzia,
a dare il crollo alla bilancia, un mese prima del momento in cui
abbiam trovato il Fossano nella sua stanza solitaria, eragli
intervenuto un caso inaspettato.
La contessa Giulia M..... di Milano che, appena uscita del monastero
senza che punto venisse interrogato il cuor suo, era stata sposata al
marchese T..., uomo sessagenario, non avendo essa tocchi neppure i
diciott'anni, introdotta a corte, messa nel numero delle dame che
facevano il corteggio di Caterina Visconti, aveva veduto e udito il
nostro Alberigo. Il confronto tra lui ed il sessagenario marito, è
troppo ragionevole che sia stato a danno dell'ultimo. Ma la giovinetta
appassionata, inesperta e un cotal po' leggiera, di tanta forza si
sentì presa del giovine cavaliere, che non potendo tenere in sè il
segreto di quella sua passione, si lasciò condurre a palesarla ad
un'amica sua, la quale non essendo donna che peccasse per soverchia
rigidezza di pensamenti e di costumi, risolse far contenta la povera
contessa Giulia, e vendicarsi del marchese T.... che certamente doveva
averla offesa in qualche duro modo. Una sera, prima che cominciassero
le feste, un paggetto di palazzo si reca alle stanze del cavaliere
Alberigo, e le dà una lettera. Quella lettera non era sottoscritta da
nessuno, ma diceva queste precise parole: «Stanotte alle due, nel
gabinetto verde, siete aspettato.» L'Alberigo quantunque non sapesse
che si pensare a quelle parole, tuttavia fu puntualissimo, e all'ora
indicata si trovò nel gabinetto indicato. Egli vi si trovò solo, e
stette aspettando per qualche tempo; alla fine ode lo stropiccio de'
piedi e di una gonna: entra la bellissima contessa Giulia.
Ella non sapeva nulla della lettera, ma in quel gabinetto l'avea
mandata l'amica sua dicendole esservi taluno che le voleva parlare.
L'Alberigo alla di lei comparsa se ne sta fermo e tacito; ella
s'arresta, e non osa dire una parola. Quella confusione però e il vivo
rossore della bella contessa, misero in sospetto il giovane Fossano,
che parlò il primo, e fatto animoso della lettera che interpretò alla
vera foggia, le volse parole a cui l'appassionata e inesperta sposa
rispose assai bene. Da quella notte cominciò la novella tresca che lo
fece troppo alieno della povera sua Valenzia. Col continuare di quella
pratica però s'accrebbe sempre più l'amaro della sua vita, perch'egli
è certissimo che gli uomini non possono nè potranno mai gustare con
pace sincera i frutti vietati.
Di quando in quando gli arrivavano lettere di Valenzia piene di una
dolce ed amorosa mestizia, ma se pure lo facevano per un istante
pentito del suo trascorso, non valevano a riaccendergli in cuore colla
primitiva forza, il suo affetto per lei. La bontà poi, la generosità
incomparabile di Candiano, che a lui aveva affidata con tanta
sicurezza la propria figlia, lo colpivano di sì gran forza che non
trovava modo a scusare la propria condotta.
Quella mattina, mentre se ne stava guardando il sorgere dell'alba,
pensava appunto a queste cose, ed aveva l'anima così arrovesciata che
mai non aveva provato un momento più pesante, più noioso, più molesto
di quello in tutta la vita, e per quanto procurasse, dirò quasi,
artificiosamente accrescere i meriti di Valenzia col figurarsela
innanzi nella forma la più lusinghiera, non gli veniva già fatto il
suo desiderio; si era come ottuso in lui, quasi per morbo, l'impeto
de' suoi più generosi affetti.... e soltanto quando la sventura,
l'ultima sventura lo incalzerà dappresso, quando gli eventi gli
contenderanno di più avvicinarsi a Valenzia, allora, proprio allora
che non sarà più in tempo, torneranno a sboccargli nel cuore con un
impeto improvviso e senza pari; ma saranno tormentosi, ma saranno
esacerbati dal rimorso. Di tal guisa troppo spesso i crudi destini
raggirano l'uomo fra le ambagi di questa vita mortale.
A toglierlo da quella sua attonitaggine, gli entrò nella stanza un
paggetto di corte ad avvisarlo che la cavalcatura era pronta, e che
già tutto il corteggio era abbasso per accompagnare l'eccellentissimo
Conte di Virtù in villeggiatura. Il Fossano, che più non si ricordava
di questo, s'alzò di volo, si gettò il mantello sulle spalle, e
copertosi il capo con una berretta di velluto riccio, discese lesto le
scale in compagnia di quel paggio. Discese in quella, che anche il
Conte di Virtù usciva del vestibolo, e da due scudieri gli veniva
condotto innanzi il giannetto, sul quale tosto salì aiutato da due
bellissimi paggi che gli tenevano la staffa.
In una magnifica paravereda, messa a velluto e ad oro, trovavasi
l'eccellentissima Caterina sua moglie colla Violante Visconti, e in un
momento il tutto fu all'ordine, e il corteo si mosse. Lo formavano
ventiquattro cavalieri aurati fra' quali il Fossano, dodici dame al
servigio di Caterina e della Violante, e trenta labarde comandate da
un Dal Verme, fratello del gran capitano. Attraversata la città
uscirono dal portello del castel di porta Giovia.
Ogni anno soleva il Conte di Virtù recarsi a villeggiare verso il mese
di settembre, alla rocca d'Angera per indi recarsi a fare una visita a
tutte le terre ch'egli aveva sul lago Maggiore. Anche questa volta il
suo viaggio era diretto a quel paese, ed altre cause, assai più gravi
che quella non è del dilettarsi, lo avevano spinto a recarvisi allora
segnatamente.
Già da qualche tempo parlavasi d'una calata di Francesi in Italia, a
ciò sobillati dai Fiorentini, che vedevano malvolontieri l'ambizione
fortunata di Galeazzo, il quale, in pochi anni, aveva tanto disteso il
suo dominio da far temere che presto l'Italia non sarebbe bastata
intera alle sue mire. Il duca di Savoja, quantunque fosse strettissimo
suo parente, pure temendo per sè, ed avvisato dalla sventura di altri
piccoli sovrani, che furono sacrificati dal Visconti con un'astuzia e
freddezza senza pari, s'era segretamente unito ai Fiorentini, ed aveva
promesso lasciar libero il passaggio ai Francesi. A tener lontano il
pericolo di un'invasione, ed a scemare nei suoi nemici le troppo agili
speranze, Galeazzo aveva mandate sull'ultimo confine dei suoi
possedimenti in Piemonte, gran parte delle sue truppe comandate dal
celebre Dal Verme.
Ultimamente poi un uomo di Francia, che era stato al servigio del
conte d'Armagnac, venuto segretamente a Milano, aveva fatto noto al
Visconti, colla speranza di un grande compenso, che Carlo, il
secondogenito di Bernabò, il quale dopo la morte paterna erasi
rifugiato in Francia, ed aveva dato l'anello alla sorella del conte
d'Armagnac che presto morì, partito di là aveva preceduto l'esercito
francese, ed erasi già introdotto ne' di lui stati; però se ne
guardasse, chè colui era pronto a tentare un partito disperato. Dopo
qualche tempo ebbe notizia dal suo castellano di Arona che una notte,
una barca di alabardieri, la quale scorreva pel lago alla visita dei
posti, inseguita per un pezzo una barchetta, che alla lor vista s'era
data a rapidissima fuga, non avevan potuto raggiungerla; ma però per
molti indizi avevan potuto capire trovarsi in quella persone
d'altissimo affare. Per tutte queste cose aveva il Conte di Virtù
fatti raddoppiare i presidii in tutte le rocche che aveva sul lago
Maggiore e aveva stabilito recarsi egli medesimo ad Angera, col fine
di allontanare coloro che per avventura si fossero rifugiati in que'
paesi; in quanto poi alla propria sicurezza, teneva sempre intorno a
sè dodici fidatissime labarde, che toglievano di speranza chiunque
avesse voluto tentar su di lui qualche violento disegno.
Quando il Fossano sentì parlare di Carlo Visconti che segretamente
erasi introdotto negli stati di Galeazzo, e da quella notizia del
castellano si venne a congetturare potesse mai essersi celato in una
di quelle terre del lago Maggiore, a tutta prima, come è ben naturale,
quantunque fosse tutt'altro che d'animo vile, temette per sè e per
Valenzia. Ma considerando poscia che egli non era conosciuto di
persona dal figlio di Bernabò, il quale d'altra parte non sapeva i
pericolosi suoi segreti, e risguardava Valenzia siccome morta, tosto
mise l'animo in pace, nè vi pensò altro.