«Ho bisogno che tu gli parli, cioè... aspetta, prima di partire fa di

venire da me stasera.»

«Ci verrò senz'altro.»

«Ti darò una lettera che tu consegnerai ad Alberigo.»

«Farò quel che volete.»

«Prendi, Malumbra, io ti sarò eternamente obbligato,» e gli donava la

borsa: «questa sera avrai altrettanto: ma ricordati di venire, che

guai se tu manchi.»

«Non dubitate.»

«A vespro.»

«Benissimo, a vespro,» e senza aggiunger più nulla si licenziò

dall'ammiraglio Candiano il quale, manifestamente sconcertato dalle

parole del Malumbra, si gettò di bel nuovo nel suo seggiolone fisso in

mille e terribili pensieri.

Il Malumbra nell'uscire di quel palazzo pensava alla virtù e bontà

straordinaria dell'ammiraglio Candiano, pensava all'oro che ne aveva

ricevuto in compenso, pensava che la vita di quel prode vegliardo era

preziosa più di quella di ciascun altro Veneziano, e fu un momento, un

fuggitivo momento, in cui pensò di non farne altro, e ingannare il

senator Barbarigo e la Serenissima Republica; ma i secondi pensieri

l'avvisarono che ciò non gli poteva convenire per nulla, e che per

fare il vantaggio di un uomo dabbene, forse avrebbe corso pericolo di

far male a sè; crollò il capo e disse: «A chi tocca tocca; quand'io

non trovava nemmeno un grosso a comprar pane, nessuno mi ebbe

riguardo, e più d'una volta ebbi a dormire alla fresca e a stomaco

vuoto. Ch'io fossi o no un galantuomo, nessuno mostrò nemmeno

pensarci. I gondolieri non cessarono il loro canto; i patrizi

continuarono nella loro vita scioperata; le fanciulle non si rimasero

dai pensieri d'amore; la zecchinetta continuò ad ingoiare fiorini. A

chi tocca tocca, anch'io continuerò la mia strada.»

A vespro si recò al palazzo di Candiano, ed ebbe la lettera; e di

quella lettera, prima che il Malumbra si partisse di Venezia, il

senator Barbarigo sapeva benissimo il contenuto.

IV

LA ROCCA D'ANGERA.

Mentre il Malumbra viaggia verso Milano, noi, lasciandolo addietro

qualche buon tratto, vi entreremo addirittura per tosto mettere il

piede nel palazzo dove risiedeva il Conte di Virtù.

Se lo storico, incontratosi in questo personaggio che occupa sì

luminosa parte negli annali della patria nostra, dovesse pronunciare

un giudizio, non avuto riguardo nè alla condizione dei tempi in cui

uscì a primeggiare fra i potenti, nè a' personaggi che lo precedettero

e lo susseguirono nel governo della Lombardia, certo che dovrebbe

lasciar correre assai libera la parola al vituperare, e tanto più se,

svestitolo della sua clamide ducale, si facesse a considerare in lui

non altri che l'uomo. Ma quando in vece si voglia considerare questo

personaggio, in mezzo a quella mostruosa corona di principi atroci

Galeazzo II, Matteo, Bernabò, Giovanni e Filippo Maria Visconti,

giovato dal vicino confronto, tanta luce viene a posare su di lui, e

le scarse sue virtù spiccano di tanta forza che lo storico potrebbe

quasi venir tentato a metterlo nel novero di quelli a cui la patria e

gli uomini sono debitori di alcuna gratitudine; tanto più poi se si

voglia esaminare le vita publica del duca disgiunta affatto da quella

dell'uomo privato.

La dissimulazione e la perfidia sono le qualità che gli storici han

raccontato costituire principalmente il carattere del Conte di Virtù,

e certo che son esse assolutamente così abbominevoli che ci vuol una

certa audacia, per trovar modo a scusarle. Al mondo per altro sembrano

assai meno vili e basse nelle cose di stato che non nei rapporti

ordinari della vita privata, e nella parola politica pare che, sebben

tacitamente, siano sottintese queste arti delle quali il Conte di

Virtù era mirabilmente fornito. Tutti gli storici, e con ragione se si

guardi da una parte, gli hanno rimproverato il tradimento fatto allo

zio Bernabò, e l'avere arbitrariamente invase le città che

appartenevano al suo dominio. Ma chi troppo bestemmia la simulata

perfidia del Conte di Virtù, e troppo compiange la sventura dello zio

di lui, pare non si senta gran fatto commosso pensando alla condizione

dei sudditi del feroce Bernabò che, angariati, tormentati, sotto il

dominio di lui, si sentirono improvvisamente sollevati alla sua

caduta.

Innanzi alle atroci insidie di cui un potente ha voluto far uso per

sottometterne un altro, il quale è stato per troppo lungo tempo lo

spavento degli uomini, lo storico chiuda un occhio, e respiri

anch'esso colla povera umanità che fu confortata un istante.

All'epoca a cui siamo con questo racconto, il Conte di Virtù già da

qualche anno era assoluto signore di Milano, ed estendeva il suo

dominio su altre ventuna città. Già da qualche anno i poveri milanesi

avevano potuto riaversi dalle lunghe e feroci oppressioni; non già che

il Conte di Virtù potesse vantare le virtù di Tito e di Antonino; non

già che a Milano fossero del tutto rallentati i ceppi; ma egli, se non

altro, aveva _retto criterio_ ed ingegno, e le pene che s'infliggevano

a' cittadini non erano più dettate nè dal caso, nè dalla pazzia, nè

dalla ferocia.

Tra un tristo d'ingegno e un tristo di ottusa intelligenza e di

stupidi sensi, è grandissima la differenza. Chi serve al primo potrà

sempre in certo qual modo regolare le proprie azioni e dirigerle ad

uno scopo certo, mentre a chi serve il secondo non rimane che tremare

e affidarsi in tutto al caso. Si dirà forse da taluno che la

colpabilità è assai più del primo, ma quando gli effetti che produce

sono i meno cattivi, noi lasciamo che della sua coscienza si prenda il

pensiero lui e tiriamo innanzi.

Fin da quando nel castello di Pavia fingendosi uom fiacco e inferiore

alla sua condizione stava spiando ogni mossa del terribile Bernabò, e

aspettava l'occasione, a fuggir la noia di una vita senz'azione ed il

tormento del desiderio combattuto dall'incertezza e dalla speranza

s'era dato a studiare le cose che costituivano la sapienza di quei

tempi. Da questi studi s'era venuto ingenerando in lui l'amore per le

lettere e per le arti, e la stima per quelli che decorosamente le

professano, a tal che godeva intrattenersi con essi, e manifestamente

li proteggeva. Fra i molti che il Conte di Virtù guardava con occhio

di stima e d'amore, eravi anche il cavaliere Alberigo Fossano.

In una stanza su in alto del palazzo ducale di Milano, tutto intento

ad osservare la prim'alba d'un giorno d'agosto, stavasi il nostro

Alberigo seduto vicino ad un finestrone. Aveva presso una tavola, su

cui stavano molti fogli scritti, appesa alla parete la sua spada, su

di un tavoliere il suo liuto. Chi avesse posto il piede nella sua

stanza, senza saperne altro, avrebbe al certo potuto indovinare chi

egli fosse e che facesse. La sera prima, nella gran sala ducale dove

erano intervenuti tutti i cortigiani del Conte di Virtù, il fiore de'

cavalieri e delle gentildonne milanesi, egli s'era fatto applaudire

col suo liuto e col suo canto. Aveva ottenuto ciò che in que' tempi

era difficile, per non dire impossibile, ad ottenere: ammirazione

all'ingegno ed all'arte.

Avendo intraveduto i pensieri del Conte che mirava ad estendere il

proprio dominio, il Fossano ne lusingava di solito col canto

l'ambizione, non per il fine esclusivo di farselo amico sempre più, ma

perchè, amantissimo com'era della propria patria, vedeva che

coll'estendersi il dominio del Conte, veniva ad accrescersi anche

l'importanza politica di lei. Per queste particolari sue doti, a voler

tacere delle altre, il Visconti l'avea carissimo, e fattolo alloggiare

presso di sè, non era cortesia che non gli usasse. Il Fossano adunque,

dotato com'era di tante virtù, ammirato e festeggiato da tutta la sua

patria, osservato con compiacenza dalle più belle lombarde, distinto

da quel potente Visconti, doveva sentire le vere gioie dell'esistenza.

Eppure a vedere con che trista gravità, in quella sua cella solitaria,

volgeva gli occhi come passando di pensiero in pensiero, e li fermava

poscia, quasi fissandosi di preferenza in uno di essi, non pareva che

di quella felicità egli gustasse punto.

Già era alcun anno ch'egli era fuggito di Padova con Valenzia. Siccome

allora viveva ancora Bernabò, e d'aggiunta a' cinque suoi figli aveva

già assegnato il governo dei distretti che tra loro aveva divisi,

senza toccar Milano s'era ritirato in una sua terricciuola che aveva

sul lago d'Orta, perchè appartenendo que' luoghi al Conte di Virtù,

non poteva temere che Valenzia venisse per nessun modo ad essere

riconosciuta nè molestata dal figlio di Bernabò. La lunga dimora

ch'egli dovette fare colà, l'assoluta solitudine nella quale aveva

dovuto vivere, quantunque insieme alla sua Valenzia non dovesse avere

altri desiderii, la profonda malinconia di che essa fu assalita appena

che passarono i primi giorni dell'effervescenza della passione, gli

avevano per tal guisa fatta noiosa quella dimora che appena gli giunse

a notizia la cattura di Bernabò, risolse insieme a Valenzia venirsene

a Milano, Qui giunto, s'accorse che non era per essi luogo migliore,

dachè per la continua affluenza de' gentiluomini che seguitavano

l'ambasceria veneziana, Valenzia correva troppo pericolo di essere

alla fine riconosciuta, a meno che non si fosse risoluta a chiudersi

nelle sue stanze per non uscirne mai più. Veduto che assolutamente non

potevano acconciarsi a quel nuovo tenore di vita, mosso dalle

preghiere di Valenzia, che temeva per la vita del padre suo, e però

desiderava star celata agli occhi di tutti, pensò ritornarsene ancora

a quelle sue terre.

Per caso, essendo di quel tempo capitato a Milano un gran principe, al

quale volle il Conte di Virtù mostrare tutta la magnificenza della

propria corte; il nostro Alberigo ebbe espresso ordine d'intervenire

ad una delle feste che all'ospite suo offeriva il Visconti, il quale,

maravigliato dell'ingegno di Alberigo, volle ad ogni conto che il

giovane venisse ad alloggiare nel palazzo ducale; di qui non era via

d'uscire, e quando ogni cosa era già disposta per la partenza, il

Fossano dovette a mal suo grado accogliere quel partito e rimanersi.

Si oppose bensì Valenzia per un pezzo a questa determinazione,

pregando Alberigo che, senza più, mettesse innanzi dei validi pretesti

ad ottenere licenza; ma il Fossano non seppe farla contenta, e

soltanto la provvide di un alloggio fuori del palazzo ducale, per

tenerla, più che fosse possibile, celata altrui. Parecchi mesi

passarono senza che avvenisse cosa che meritasse venir notata; ma una

sera mentre il Fossano e Valenzia passeggiavano per una delle contrade

di Milano, due gentiluomini fermatisi a guardare Valenzia, che era di

una bellezza straordinaria, pronunciarono queste formate

parole:--L'hai tu veduta?--Sì l'ho veduta;--parole che in fondo non

volevano dir nulla, e che soltanto potevano significare la meraviglia

di che que' due gentiluomini erano stati presi alla vista di quella

non comune bellezza. Ma tanto bastò perchè Valenzia, che benissimo udì

quelle parole, s'intestasse di essere stata riconosciuta, e però detto

ad Alberigo che a lei non conveniva per nessun modo il rimanere ancora

in Milano, tanto fece che quella notte medesima si partirono per la

riviera d'Orta. Colà fermatosi per qualche giorno anche il Fossano,

alla fine gli convenne tornare a Milano dove era aspettato dal Conte

di Virtù, e Valenzia tutta sola, se tu ne tolga la compagnia di una

fante e di due servi, a cui Alberigo raccomandolla caldamente, si

rimase a vivere i suoi dì, recandosi spesso nella chiesa di San Giulio

a pregar Dio per Alberigo, per Candiano e per sè.

Se quando fuggirono di Padova alcuno avesse loro profetato i dì

venturi, certo che, senza aspettar altro, que' due giovani si

sarebbero divisi per sempre, e Valenzia, qualora le fosse stato

possibile, sarebbe ritornata con suo padre a Venezia. Il lettore che

forse si aspettava di assistere alla più intensa felicità di que' due

giovani, così miracolosamente uniti, non si rimanga troppo sorpreso

all'udire che, dopo un anno d'intervallo, una tristezza noiosa e senza

pari fu il frutto ch'ebbero raccolto da quella loro passione.

Valenzia era pur sempre piena del pensiero del suo Alberigo ma quella

sua vita claustrale, il silenzio non mai interrotto delle eterne ore

del giorno, quel non so quale sgomento di un avvenire incerto e

sventurato che l'assaliva di tratto in tratto, la lontananza del padre

suo, che le si era più e più fatto caro appunto per la disperazione di

poterlo rivedere; in una parola una ragione di vita così opposta a

quella che aveva vissuto nella brillante e romorosa Venezia, dove non

era stanza per quanto segreta e interna, nella quale non pervenisse

un'onda di frastuono ad indicare l'esistenza e l'operosità di tante

migliaia d'uomini, aveva per tal modo cambiata la direzione delle sue

idee, per tal modo sconcertata la sua sensibilità, che il più delle

volte senza sapere il perchè, piangeva per delle ore parecchie, e

pregava, ed errava di pensiero in pensiero, ma pur troppo senza mai

trovar pace.

Ad Alberigo poi in tutto quel tempo che visse lontano da Valenzia, si

era assai freddato quel primo amore. Quella malinconia assidua della

quale aveva visto esser presa Valenzia, quel suo facile acconciarsi a

vivere lontana da lui, gli parve fossero indizi ch'ei le fosse venuto

a noia. Pensava tuttavia che la colpa era più propria che di lei, in

quanto egli avrebbe dovuto rifiutarsi a vivere in corte, ed essere

compagno indivisibile di chi lo aveva con tanto ardore amato una

volta, allora fermava di presentarsi al duca, e prendere da lui

licenza, e volare presso alla Valenzia per non spiccarsene mai più; e

in quei lucidi intervalli lo prendeva una tenerezza spasimata di lei,

se la figurava innanzi bella di tutte le più care doti che

l'adornavano; si richiamava in mente il primo istante in cui l'avea

veduta, le prime parole ch'eran corse tra loro, e provava un cotal

rimorso considerando che il suo cuore oramai batteva troppo lentamente

per lei. Ma tosto che dalla sua stanza usciva in publico, che nelle

splendide feste del duca sentivasi fatto segno d'interminati applausi,

e il suo occhio veniva abbagliato dalla lusinghiera e incomparabile

beltà delle fanciulle lombarde, l'imagine della sua Valenzia gli si

ritraeva in fondo in fondo della memoria, vicinissima a solversi in

nulla, e allora perfino un pentimento lo assaliva..........

Chi mi legge, se male non mi appongo, è già dispettoso della delusa

sua aspettazione, e in vece di questo Alberigo avrebbe voluto un tipo

di eterna immarcescibile costanza, uno di quegli uomini che per mutar

di vicende giammai non si mutano, e tanto più che pareva promettere di

dover riuscire uno di costoro appunto. Ma pur troppo laddove è più

d'ingegno e più di passione, dove l'anima è più procellosa, dove la

fibra è più sensibile alle esterne sensazioni, queste colpevoli

incostanze si verificano il più delle volte; e i lettori forse avvezzi

a vedere ne' libri quegli invariabili ideali, non sapranno acconciarsi

a tener dietro ai passi di un uomo di sì diversa natura. Ma appena si

considera che il cuore umano è un labirinto in cui troppo facilmente

smarrisce chi ne vuol tentare i recessi, che i caratteri degli uomini

non possono essere sempre immutabili come le teste dei re sui nummi e

sulle monete, che più c'è da imparare dove è più il vario, che la

penosa lotta tra i desiderii e i doveri, che i tardi ma generosi

pentimenti meritano pure di essere considerati d'appresso, se non

altro per raccogliere larga messe di lezioni d'esperienza, è a sperare

si vorrà tener dietro a ciascun passo del nostro Alberigo.

A raffreddare ancora più l'affetto ch'egli aveva per la sua Valenzia,

a dare il crollo alla bilancia, un mese prima del momento in cui

abbiam trovato il Fossano nella sua stanza solitaria, eragli

intervenuto un caso inaspettato.

La contessa Giulia M..... di Milano che, appena uscita del monastero

senza che punto venisse interrogato il cuor suo, era stata sposata al

marchese T..., uomo sessagenario, non avendo essa tocchi neppure i

diciott'anni, introdotta a corte, messa nel numero delle dame che

facevano il corteggio di Caterina Visconti, aveva veduto e udito il

nostro Alberigo. Il confronto tra lui ed il sessagenario marito, è

troppo ragionevole che sia stato a danno dell'ultimo. Ma la giovinetta

appassionata, inesperta e un cotal po' leggiera, di tanta forza si

sentì presa del giovine cavaliere, che non potendo tenere in sè il

segreto di quella sua passione, si lasciò condurre a palesarla ad

un'amica sua, la quale non essendo donna che peccasse per soverchia

rigidezza di pensamenti e di costumi, risolse far contenta la povera

contessa Giulia, e vendicarsi del marchese T.... che certamente doveva

averla offesa in qualche duro modo. Una sera, prima che cominciassero

le feste, un paggetto di palazzo si reca alle stanze del cavaliere

Alberigo, e le dà una lettera. Quella lettera non era sottoscritta da

nessuno, ma diceva queste precise parole: «Stanotte alle due, nel

gabinetto verde, siete aspettato.» L'Alberigo quantunque non sapesse

che si pensare a quelle parole, tuttavia fu puntualissimo, e all'ora

indicata si trovò nel gabinetto indicato. Egli vi si trovò solo, e

stette aspettando per qualche tempo; alla fine ode lo stropiccio de'

piedi e di una gonna: entra la bellissima contessa Giulia.

Ella non sapeva nulla della lettera, ma in quel gabinetto l'avea

mandata l'amica sua dicendole esservi taluno che le voleva parlare.

L'Alberigo alla di lei comparsa se ne sta fermo e tacito; ella

s'arresta, e non osa dire una parola. Quella confusione però e il vivo

rossore della bella contessa, misero in sospetto il giovane Fossano,

che parlò il primo, e fatto animoso della lettera che interpretò alla

vera foggia, le volse parole a cui l'appassionata e inesperta sposa

rispose assai bene. Da quella notte cominciò la novella tresca che lo

fece troppo alieno della povera sua Valenzia. Col continuare di quella

pratica però s'accrebbe sempre più l'amaro della sua vita, perch'egli

è certissimo che gli uomini non possono nè potranno mai gustare con

pace sincera i frutti vietati.

Di quando in quando gli arrivavano lettere di Valenzia piene di una

dolce ed amorosa mestizia, ma se pure lo facevano per un istante

pentito del suo trascorso, non valevano a riaccendergli in cuore colla

primitiva forza, il suo affetto per lei. La bontà poi, la generosità

incomparabile di Candiano, che a lui aveva affidata con tanta

sicurezza la propria figlia, lo colpivano di sì gran forza che non

trovava modo a scusare la propria condotta.

Quella mattina, mentre se ne stava guardando il sorgere dell'alba,

pensava appunto a queste cose, ed aveva l'anima così arrovesciata che

mai non aveva provato un momento più pesante, più noioso, più molesto

di quello in tutta la vita, e per quanto procurasse, dirò quasi,

artificiosamente accrescere i meriti di Valenzia col figurarsela

innanzi nella forma la più lusinghiera, non gli veniva già fatto il

suo desiderio; si era come ottuso in lui, quasi per morbo, l'impeto

de' suoi più generosi affetti.... e soltanto quando la sventura,

l'ultima sventura lo incalzerà dappresso, quando gli eventi gli

contenderanno di più avvicinarsi a Valenzia, allora, proprio allora

che non sarà più in tempo, torneranno a sboccargli nel cuore con un

impeto improvviso e senza pari; ma saranno tormentosi, ma saranno

esacerbati dal rimorso. Di tal guisa troppo spesso i crudi destini

raggirano l'uomo fra le ambagi di questa vita mortale.

A toglierlo da quella sua attonitaggine, gli entrò nella stanza un

paggetto di corte ad avvisarlo che la cavalcatura era pronta, e che

già tutto il corteggio era abbasso per accompagnare l'eccellentissimo

Conte di Virtù in villeggiatura. Il Fossano, che più non si ricordava

di questo, s'alzò di volo, si gettò il mantello sulle spalle, e

copertosi il capo con una berretta di velluto riccio, discese lesto le

scale in compagnia di quel paggio. Discese in quella, che anche il

Conte di Virtù usciva del vestibolo, e da due scudieri gli veniva

condotto innanzi il giannetto, sul quale tosto salì aiutato da due

bellissimi paggi che gli tenevano la staffa.

In una magnifica paravereda, messa a velluto e ad oro, trovavasi

l'eccellentissima Caterina sua moglie colla Violante Visconti, e in un

momento il tutto fu all'ordine, e il corteo si mosse. Lo formavano

ventiquattro cavalieri aurati fra' quali il Fossano, dodici dame al

servigio di Caterina e della Violante, e trenta labarde comandate da

un Dal Verme, fratello del gran capitano. Attraversata la città

uscirono dal portello del castel di porta Giovia.

Ogni anno soleva il Conte di Virtù recarsi a villeggiare verso il mese

di settembre, alla rocca d'Angera per indi recarsi a fare una visita a

tutte le terre ch'egli aveva sul lago Maggiore. Anche questa volta il

suo viaggio era diretto a quel paese, ed altre cause, assai più gravi

che quella non è del dilettarsi, lo avevano spinto a recarvisi allora

segnatamente.

Già da qualche tempo parlavasi d'una calata di Francesi in Italia, a

ciò sobillati dai Fiorentini, che vedevano malvolontieri l'ambizione

fortunata di Galeazzo, il quale, in pochi anni, aveva tanto disteso il

suo dominio da far temere che presto l'Italia non sarebbe bastata

intera alle sue mire. Il duca di Savoja, quantunque fosse strettissimo

suo parente, pure temendo per sè, ed avvisato dalla sventura di altri

piccoli sovrani, che furono sacrificati dal Visconti con un'astuzia e

freddezza senza pari, s'era segretamente unito ai Fiorentini, ed aveva

promesso lasciar libero il passaggio ai Francesi. A tener lontano il

pericolo di un'invasione, ed a scemare nei suoi nemici le troppo agili

speranze, Galeazzo aveva mandate sull'ultimo confine dei suoi

possedimenti in Piemonte, gran parte delle sue truppe comandate dal

celebre Dal Verme.

Ultimamente poi un uomo di Francia, che era stato al servigio del

conte d'Armagnac, venuto segretamente a Milano, aveva fatto noto al

Visconti, colla speranza di un grande compenso, che Carlo, il

secondogenito di Bernabò, il quale dopo la morte paterna erasi

rifugiato in Francia, ed aveva dato l'anello alla sorella del conte

d'Armagnac che presto morì, partito di là aveva preceduto l'esercito

francese, ed erasi già introdotto ne' di lui stati; però se ne

guardasse, chè colui era pronto a tentare un partito disperato. Dopo

qualche tempo ebbe notizia dal suo castellano di Arona che una notte,

una barca di alabardieri, la quale scorreva pel lago alla visita dei

posti, inseguita per un pezzo una barchetta, che alla lor vista s'era

data a rapidissima fuga, non avevan potuto raggiungerla; ma però per

molti indizi avevan potuto capire trovarsi in quella persone

d'altissimo affare. Per tutte queste cose aveva il Conte di Virtù

fatti raddoppiare i presidii in tutte le rocche che aveva sul lago

Maggiore e aveva stabilito recarsi egli medesimo ad Angera, col fine

di allontanare coloro che per avventura si fossero rifugiati in que'

paesi; in quanto poi alla propria sicurezza, teneva sempre intorno a

sè dodici fidatissime labarde, che toglievano di speranza chiunque

avesse voluto tentar su di lui qualche violento disegno.

Quando il Fossano sentì parlare di Carlo Visconti che segretamente

erasi introdotto negli stati di Galeazzo, e da quella notizia del

castellano si venne a congetturare potesse mai essersi celato in una

di quelle terre del lago Maggiore, a tutta prima, come è ben naturale,

quantunque fosse tutt'altro che d'animo vile, temette per sè e per

Valenzia. Ma considerando poscia che egli non era conosciuto di

persona dal figlio di Bernabò, il quale d'altra parte non sapeva i

pericolosi suoi segreti, e risguardava Valenzia siccome morta, tosto

mise l'animo in pace, nè vi pensò altro.

Valenzia Candiano: Racconto · 第 4 / 15 段