«A lui no, bensì m'affiatai con un suo servo, e siccome fin da quando

morì la figlia dell'ammiraglio, o almeno fu creduta morta, essendo

nati in me certi strani sospetti, fin d'allora mi posi a frugare in

tutti que' luoghi ove mi pareva potessi far buona raccolta, e ne

spiluccai tanto che poteva bastare per poter dire, che in quel torbido

c'era tuttavia da pescar chiaro; arrivato a Milano, e saputo che il

Fossano era alla corte del Conte di Virtù, tanto feci finchè ho potuto

accostarmi a quel suo servo che sopra v'ho detto, e messolo così in

sul raccontare, senza dargli sospetto che io fossi di questi paesi, lo

condussi a dirmi qualche cosa del suo padrone, e d'una in altra, mi

raccontò gran parte de' fatti che già vi ho narrati.»

«E la Valenzia.... l'hai tu veduta?»

«È ciò appunto che mi rimarrà a fare appena che tornerò a Milano. Ma

io mi scordavo dirvi ciò che assai importa di sapere.»

«Ed è?»

«Saprete che i Francesi, per far la guerra al Conte di Virtù,

minacciano calare in Italia condotti dal conte d'Armagnac.»

«So tutto: prosegui.»

«Questo conte d'Armagnac è parente strettissimo di quel Carlo Visconti

figlio del Bernabò che dovea sposare la Valenzia.»

«Ebbene?»

«Carlo Visconti ha voluto precedere il conte, e dicesi che siasi messo

a far delle scorrerie sul lago Maggiore, non ad altro che per vessare

la gente del suo cugino, il Conte di Virtù, che vi ha terre e

castella.»

«Questo non ci deve importare più che tanto.»

«Io la penso diversamente, perchè so che in una di quelle terre vive

celata al mondo la figlia dell'ammiraglio Candiano.»

Il senator Barbarigo balzò in piedi a questa notizia.

«Se il Visconti,» continuava Apostolo, «avesse mai a rivedere la

Valenzia; egli che si era fieramente invaghito di lei, ed ora la crede

morta da un anno.... Quel che potrebbe nascere dalla combinazione di

tante cose, lo lascio pensare a voi, illustrissimo.»

«Tutto va bene, Apostolo, ma converrebbe che queste combinazioni

venissero accresciute dall'arte; e la Valenzia, l'Alberigo, il

Visconti, potessero ancora tornare a queste lagune....»

Il Malumbra stette un momento pensando, poi soggiunse:

«Si potrebbe anche tentare, e allora....»

«Allora tu dovresti andar subito a Milano...»

«Anche in questa notte, ma....»

«Ti ho compreso.»

Il senatore uscì di quella camera, e ritornò di lì a poco. Diede

quattro rotoli al Malumbra, dicendo: «Qui ci sono quattrocento ducati

d'oro, e tu partirai domani.»

«Benissimo. Ora io posso andare.»

«Senti: prima di partire verrai ancora da me.»

«S'intende....»

«E dovresti andare anche dall'ammiraglio.»

«A far che?»

«Domani io stesso mi troverò presso all'ammiraglio a mezzodì. Tu ci

verrai verso quell'ora. Gli parlerai di Alberigo Fossano, e condurrai

il discorso in modo da fargli cangiare il colore del volto.»

«Io sarò là.»

«Ora puoi andare.»

Il Malumbra uscì, e il senatore si ritrasse nelle sue stanze interne a

pensare a quegli avvenimenti straordinari, pieno di una compiacenza

così perfida e così completa quale non aveva ancora provata in tutta

la sua vita.

III

APOSTOLO MALUMBRA.

Un'ora dopo, quando già cominciava ad albeggiare, dalla finestra d'una

delle case che danno in sulla saliciata di San Lio, sporgeva il capo

una donna.

«Ehi.... Marta! Marta!»

Trascorso qualche momento, «Chi mi comanda?» si sentiva rispondere...

e dalla finestra vicina vedevasi sporgere un'altra testa di donna.

«Buon dì Marta, avete sentito a batter l'ore a San Marco?»

«Ho sentito: suonarono undici ore. Ma cosa è che stamattina vi siete

alzata così per tempo.»

«Sto aspettando il marito mio che se n'è andato alle feste

dell'illustrissimo signor Barbarigo, e può badar pochissimo a

tornare.»

«Oh! Il signor Apostolo Malumbra s'è posto anch'egli a filare del gran

signore, Ghita mia.»

«Che cosa volete: dopo ch'egli s'è messo a commerciare di proprio, la

fortuna s'è cangiata un pochino nella nostra povera casa. Voi ben

sapete quanto un tempo ci stringeva il bisogno, e a cinque figliuoli,

che tanti ne aveva, non c'era propriamente da dar pane la mattina. Ma

ora, sia lode a Dio, possiamo far più che altri, e si vivono giorni

dal più al meno tranquilli.»

«Ne ho gran piacere, Ghita mia, che tanto mi seppe male quando ho

sentito dire ch'egli così ingiustamente era stato cacciato dal banco

del signor Morosini.»

«E si dovette penare un anno intero, che nessuno non gli volse più

dare avviamento, e non si pensava alla moglie e ai cinque figliuoletti

che morivano di fame.»

«Ah, pur troppo il mondo è assai tristo.»

«Lode a Dio per altro che non l'ha avuto il piacere di vederci languir

sempre d'inedia, e venne il nostro buon tempo anche per noi.»

«Torno a dirvi ch'io ne godo nel fondo dell'animo, e per verità io non

ho mai conosciuto altr'uomo al mondo che più meritasse fortuna, del

signor Apostolo Malumbra, e mi sento movere a sdegno quando sento

alcuno a dir male del marito vostro.»

«In Venezia, sapete bene, che non ci fu mai penuria di chi si

dilettasse a dir male d'altrui.»

«Davvero ch'ella è così, e ieri l'altro ebbi una lunga contesa colla

Spadaccini che sta in Merceria, la quale osava nientemeno di

sostenere.... dite un po'... Ghituccia..?»

«Dio mio, chi può mai indovinare che cosa possa mai aver detto quella

donna?»

«Cose di fuoco! Ma io ho ben saputo mandarle in gola tutto il veleno

che versò fuori da quella sua bocca maligna. La è così, cara Ghituccia

mia; osava di sostenere niente di manco che il signor Apostolo

Malumbra ora può scialarla e stare in sul grande, perchè serve

l'eccelso consiglio dei Dieci in qualità di spione; figuratevi,

Ghituccia mia, se ciò può stare.»

«O Santa Maria! che cosa mi tocca mai di sentire! S'egli lo sapesse,

vi so dir io che morirebbe di crepacuore al solo pensarvi. Egli che ha

sempre avuto in orrore quell'abbominevole mestiere. Ma non gli dirò

nulla, nulla di certo, perchè m'avvedo che nascerebbero di brutti

guai. In quanto poi alla signora Spadaccini, sapete bene, dovrebbe

tacere colei.... che non porterebbe nè il guarnello di broccato, nè

gli orecchini a perle, nè quelle ricche trine, se non fossero i begli

occhi della sua figlia. Già saprete anche voi che l'illustrissimo

signor Attilio Gritti ha la pratica di quella casa.»

«E chi non lo sa, Ghituccia. Ma, se non sbaglio, mi pare di vedere

laggiù il marito vostro che se ne venga verso casa.»

«È lui; è lui. Ecco, egli è qui presso: corro ad aprirgli. Addio,

Marta.» E se ne andava.

Poco di poi l'Apostolo Malumbra metteva il piede nelle sue stanze.

«È un pezzo che ti stava aspettando, Apostolo.»

«Hai fatto male; te l'ho pur detto che io sarei ritornato a mattina;

ma io mi sento addosso un tedio mortale, e muoio di sonno.»

«Ebbene va a dormire.»

«Alla campana di mezzodì verrai a svegliarmi.»

«Va benissimo.»

«Ora hai da sapere....»

«Che cosa?»

«Che stasera... o tutt'al più domani mattina ho a tornare a Milano.»

«A Milano?»

«Sì, Ghita: del resto ho qui quattrocento ducati d'oro; vedi; son

quattro rotoli che danno piacere alla vista.»

«Mi ricordo... quando i figli avevan fame... e non si aveva neppure un

grosso da comperare del pane. Ora è ben altra cosa.»

«Certo... è ben altra cosa.»

«Ti ricordi del povero Anselmuccio?»

«Mi ricordo, Ghita.»

«È morto in tre dì...»

«Pur troppo... per aver patita la fame,»

«Questo io ti dico perchè tu debba ringraziar mille volte la tua sorte

che s'è voluta mutare. Ed ora... guarda come son floridi i nostri

quattro figli che ci rimasero; guarda con che pace sfiorano l'ultimo

sonno.»

Il Malumbra gettava un'occhiata sui letticini dove dormivano i piccoli

suoi figli, e mentre li guardava, la sua faccia subiva un'espressione

particolare.

«Ora dormirò anch'io,» soggiunse poi; «lasciami solo.» E recavasi in

una stanza vicina.

Solo che fu, si spogliò la zimarra e il giustacuore, e accostatosi al

letto stette un pezzo fermo su' due piedi colle braccia incrocicchiate

al petto, e cogli occhi rivolti su que' quattro rotoli di ducatoni

d'oro che aveva deposti su d'una tavola vicina; stato così qualche po'

d'ora... «Oh sono pazzo io,» uscì a dire, «poniamoci a dormire; alla

fin fine ebbero essi alcuna pietà per me?.... Buttiamoci a dormire, i

miei figli non avranno più a morir di fame.» Dette queste parole così

fra labbro e labbro si pose a giacere, e un momento dopo dormiva

profondamente.

Come il lettore si sarà bene accorto, l'Apostolo Malumbra era proprio

uno spione al servigio del consiglio dei Dieci. Sotto colore di

viaggiare per commercio nelle varie città soggette al dominio Veneto e

più lontano ancora, andava raccogliendo tutte le notizie che meglio

potevano importare alla Serenissima Republica, per poi rigurgitarle

innanzi al consiglio dei Dieci o a qualche individuo che

v'appartenesse. Scopriva trame, frugava nel pensiero altrui, teneva

dietro a certe fila lunghissime e tortuose, fino a tanto che riusciva

a sapere dove andavano a metter capo, per poi renderne perfettamente

istrutti coloro a cui spettava. Era alla società come l'insetto

impercettibile che rode e guasta, come il mal sottile in un corpo

apparentemente rigoglioso e sano. Se si avesse a raccontare la storia

delle centinaia di vittime ch'egli col suo sordo e lento, ma continuo

lavoro, aveva condotto all'ultima rovina, sarebbe una vera pietà.

Del resto il lettore non voglia già credere che codesto Malumbra fosse

dotato di quelle misteriose e quasi magiche virtù, onde piacque sin

qui comporre l'esistenza di tutti gli spioni che servirono la

Republica veneziana; imperocchè intorno a codesta razza d'uomini, vi

sono tuttavia molte false idee a rettificare.

Gli sgherri, i delatori al soldo della Republica veneta, erano

certamente esseri un po' misteriosi; ma il mistero che li copriva, non

era già nel senso col quale e fu descritto e fu inteso da tanti

scrittori e lettori che parlarono e s'occuparono di quella terribile

oligarchia. L'essere uno spione spettatore di tutto col privilegio di

rimanere poi sempre invisibile altrui, l'entrare nelle case, il

conoscerne i più intimi penetrali, eziandio assai più di chi ne era

l'abitatore; il sapere per filo tutte le azioni di un uomo del quale

siasi messo sulle tracce, e talmente da conoscerne anche i pensieri i

più interni; sono cose che la sciocca credulità popolare ha ammesse,

che la storia destituita di criterio ha perpetuato, che la fantasia

de' poeti ha afferrata per surrogare nelle creazioni dell'ingegno una

nuova macchina, un nuovo maraviglioso all'antico col fine di

abbagliare le povere menti pronte tanto più ad applaudire, quanto più

sembra che un fatto si dilunghi dal procedimento comune della vita

pratica. Il Malumbra adunque era un tristo che aveva a sangue freddo

sagrificato un numero grandissimo de' suoi concittadini, ma era un

tristo umanamente, nè mai aveva fatto cosa che avesse richiesto poco

più di un'astuzia e simulazione volgare. Bensì, prima d'essersi dato a

quell'infame mestiere, il Malumbra era stato un uomo che non aveva

avuto bisogno di tormentare altrui per sostentare sè stesso, nè le

circostanze della sua vita non erano mai state così potenti da far

sviluppare in lui quel germe di perfidia che la natura aveagli dato;

però ch'egli è da credere che, siccome le occasioni fanno emergere gli

ingegni e le virtù straordinarie, le quali, abbandonate a sè,

sarebbero forse state mute eternamente, così le prave tendenze

sviluppano improvvise appena che l'occasione dia loro quel tanto che

si vuole a farle crescere.

Fino all'età di trent'anni egli era stato a' servigi di un negoziante

veneziano, il quale trovandosi a un tratto mancare una grossa somma di

denaro, nè sapendo al primo congetturarne il colpevole, pensò essere

buon partito quello di licenziare tutti i suoi agenti. Fra costoro si

trovò il Malumbra che senza avere una colpa al mondo si trovò solo,

abbandonato a sè, privo di speranza di trovare un pane, che nessuno

avrebbe voluto averlo a' suoi servigi con quel poco di sospetto che si

aveva di lui. Egli era innocente, eppure non è da biasimare chi lo

aveva scacciato da sè, e tutti coloro che si erano rifiutati a dargli

pane non erano per verun modo degni di riprensione. Ma un'ingiustizia

tuttavia erasi commessa, e il Malumbra ne era stato la vittima. Che un

uomo soffra il disprezzo, sopporti la miseria, patisca la fame, e si

disperi, è un fatto così minuto, così impercettibile, che la società

nella continua e vorticosa sua faccenda o non può, o non sa, o non

vuole accorgersene. Ma l'_individuo_, per quanto sia misero, ha pur

fatto un mondo in sè, e così prepotente è in lui il bisogno della

conservazione che, a lungo andare, tenta di sostenersi a spese di

quella società medesima, e cogli ingegnosi sofismi chiamando le male

arti necessità della vita, si dispone lentamente a vendicarsi della

crudele noncuranza che lo circonda. Non è sventura al mondo, non è

patimento che valga a sradicare la virtù da chi veramente l'ha in sè

inviscerata. Questa è sentenza comune, è sentenza secolare, è sentenza

che la società fa suonar alto a propria discolpa. Ma posto ancora

ch'ella sia vera, non è egli del più grave momento il preservare i

corruttibili dal veleno della tentazione?

E in quanto al Malumbra non si sarebbe certo indotto a recar tanto

danno altrui, s'egli nel mondo avesse potuto percorrere la sua strada

senza ostacoli e senza patimenti. Certo che anche in una prospera

condizione la sua mano non si sarebbe aperta così facilmente a

beneficare il suo simile; e la sua patria, nei pericolosi momenti, non

avrebbe trovato in lui il più valido puntello: ma dall'essere inutile

all'esser dannoso è immensurabile distanza, e pare che la società non

consideri che il numero degli eroi è di una pochezza desolante su

questa terra.

Del resto nella persona del Malumbra si potevano ravvisare quasi due

uomini diversi: l'uomo del mondo, l'uomo della famiglia; nel primo era

pessimo; nel secondo, come forse abbiamo potuto accorgerci, era

ottimo; che anzi tutte le buone qualità di che manifestamente era

dotato nel seno della propria casa, erano quelle appunto che lo

intristivano appena che il padre ed il marito trasmutavansi in uomo

della società. Strana contraddizione, ma più apparente che reale,

imperocchè, che cosa mai sarebbe stato della moglie e de' figli, se

colui, nella desolata condizione in che la fortuna avealo gettato,

fosse stato l'amico universale! Così la società, in mezzo a cui

viveva, e che meritamente lo avrebbe caricato d'obbrobrio e peggio, se

appena avesse in lui scoperto il proprio nemico, non s'accorgeva

ch'ella medesima era colpevole della di lui colpa, e che a guisa

dell'insetto, il quale s'introduce tra pelo e pelo, e vessa e martoria

impunemente il corpo immane della belva che prima aveva minacciato

schiacciarlo, egli celatamente s'era introdotto tra uomo ed uomo per

vendicarsi di chi prima lo aveva con indifferenza crudele e ributtato

e calpesto.

Qui potrà forse domandare taluno, se a raggiungere il detestabile suo

fine, non avrebbe potuto avviarsi per altro sentiero, scegliere altri

mezzi più atroci forse, ma meno vili assai. E certo che, se fosse

stato solo al mondo, se non fosse nato in Venezia, e, più che tutto,

se la natura avessegli dato più coraggio che acutezza, in vece di

suggere i segreti agli uomini che avvicinava, li avrebbe aspettati al

varco ascoso dietro la siepe. In quei giorni che, scacciato e

svergognato, provò la miseria senza la speranza d'umano soccorso, e

tosto lo arse il desiderio di operare alcuna cosa al danno della

società, pensò al modo di aggiungere a questo fine rimanendo ciò non

pertanto al sicuro d'ogni pena legale, che diversamente la famiglia

avrebbe dovuto soccombere con lui. Allora, dopo essersi guardato ben

d'attorno, un dì che nel palazzo ducale osservava così a caso quella

bocca terribile del leone, che pareva dicesse: _Denunziate!

denunziate!_ gli balzò un pensiero alla mente, e conobbe che pur v'era

un mezzo di gettarsi a man salva sugli uomini, non lasciando loro

possibilità di difesa senza che perciò dovesse vivere in timore delle

leggi; e coi sofismi giunse a persuadersi che egli, buttandosi al

mestiero dello sgherro, veniva anzi a servirle più che altri, e in

certo modo a ben meritare della patria, svelando le trame che erano in

onta alle sue istituzioni, e a dividere la gloria del difenderla col

prode che metteva la vita a rintuzzare i suoi nemici. Così accorciando

d'un tratto l'immensurabile distanza che è tra la gloria e l'infamia,

raccostando queste due cose sì opposte in modo da fonderle in una,

potè indursi a credere che l'obbrobrio di cui caricavasi uno sgherro

dei Dieci, altro non era che un pregiudizio, e appena gli si presentò

occasione, gettò innanzi al consiglio una denunzia, e n'ebbe il

prezzo. La prima sua vittima fu quel medesimo Morosini che avealo

scacciato dal suo banco, poi altri che, povero, lo avevano ributtato;

per un pezzo continuò a dar la caccia a tutti coloro che direttamente

lo avevano offeso; per un pezzo la vendetta fu la spinta e la susta

d'ogni sua opera, e all'oro che gli fruttava, univa la voluttà

dell'ira saziata. A poco a poco però, cessati gli odi, gli rimase il

nudo mestiero; cessate le gioie della vendetta non gli restò che

l'oro. Non ebbe più nemici diretti; tutto il mondo fu suo nemico. Ciò

non pertanto, anche dopo aver fatto il callo a tanta perfidia, di

quando in quando, e specialmente se fosse il caso di recar danno a

qualche dabben uomo, sentiva in sè qualche cosa che somigliava ad un

rimorso, e di fatto, allorchè nella gola del leone mise l'accusa

contro il Candiano, e ne raccontò la misteriosa istoria al Barbarigo,

sentì in fondo del cuore una simile puntura, ma che tosto dileguò come

dileguarono, coi sogni di quel mattino, le triste imagini che glieli

aveano conturbati.

Quando suonò la campana del mezzodì, la moglie del Malumbra fu presta

a destarlo; ed egi, rivestitosi così di fretta e, uscito di casa, si

recò al palazzo Candiano.

Il senatore e l'ammiraglio stavano confabulando tra loro, quando il

Malumbra fu annunciato.

«Ditegli che aspetti un momento,» diceva Candiano al fante: «adesso,

come vedete, sto coll'illustrissimo senatore.»

«Oh! fatelo entrare, ammiraglio, è un uomo dabbene che non si vuol

rimandarlo.»

«Benissimo, senatore; fatelo dunque entrare.»

Il lettore sa che la notte prima il medesimo Barbarigo aveva ingiunto

all'Apostolo Malumbra, che intorno a quell'ora facesse di trovarsi

nelle stanze dell'ammiraglio.

«Buon dì, Malumbra,» disse il Candiano a colui, appena ebbe messo il

piede nella sala, e lo disse con quella franca e sincera bonomia, che

tanto gli era abituale; e continuava poi mezzo sorridendo: «io ho poi

a lamentarmi di te.»

«Di me?»

«Che non sii venuto a farmi vedere quelle belle fogge d'armi che tu

hai comprate a Milano.»

«Vi chiedo perdono, illustrissimo, ma stamattina per questo appunto io

son venuto da voi; così, dovendo io tornare questa notte medesima a

Milano, spero mi vorrete far degno de' vostri ordini.»

«Bene, bene.»

«Questo diavolo di Malumbra,» entrava a dire il senatore, «si gode il

mondo assai più che altri.»

«Lo so bene.»

«Egli viaggia e fa buon sangue coi ducatoni de' nostri patrizi. Ma a

proposito di Milano, tu ci dovresti ora far contenti di qualche

notizia intorno a quel paese.»

«Buone notizie, illustrissimo, e per verità che quei poveri Milanesi

possono ora rifarsi qualche poco, chè il Conte di Virtù concede loro

di respirare un po' più liberamente.»

«Quel Bernabò era un gran tristo; e dopo tante vicende, e tante

guerre, e tanti interdetti e scomuniche, non ha mai saputo imparare a

starsene tranquillo.»

«Dio lo avesse voluto, illustrissimo, ma d'aggiunta quand'egli era

tormentato dalla podagra, e non poteva pensare al resto, v'era il suo

secondogenito, Carlo, che, se non era peggiore di Bernabò, non gli

stava indietro di certo.»

«Non pronunciare un'altra volta il nome di Carlo, ed abbi rispetto al

dolore di un padre;» dicendo queste parole, il senatore accennava a

Candiano, il quale chinava la testa, ed aggrottava le ciglia.

«Io ci ho rispetto senza dubbio, e tacerò... ma mi resta sempre

tuttavia a confortarmi seco pensando che ogni sventura è nulla, se si

confronti a quella di aver per genero quel terribile Visconti.»

«E a te non intervenne mai nulla viaggiando per que' paesi quando

ancora dominava il Bernabò?» soggiungeva Candiano a dare una svolta al

discorso.

«A me no, sino a questo punto, ma ne portai però sempre con me la

paura, e vi so dire che n'aveva di mestieri, che sotto Bernabò dalla

vita alla morte, dal desco alla forca, il passo era assai breve colà,

e non si aveva rispetto a nessuno; nè ci poteva giovare l'esser figli

della Republica, che voi ben sapete quel che avvenne a Sua Santità.

Però, quando trovavami entro le mura di Milano, me ne stava quasi

sempre ne' quartieri dove allora aveva le ragioni il Conte di Virtù,

che, per verità, vi si vivea un po' più tranquillamente. Adesso poi

non c'è più ad avere un timore, e Gian Galeazzo, se non è tutt'oro di

zecca, è le mille volte più umano del Bernabò.»

«Questo furbo di Malumbra la sa lunga.»

«La vita preme a tutti, illustrissimo. Ed anche i signori gentiluomini

e i cavalieri aurati non istavano gran fatto meglio colà, che se non

s'acconciavano al volere de' principi, non potevano più contare

d'essere nè gentiluomini, nè cavalieri. In somma.... la caduta di

Bernabò, fu la buona ventura per tutti, e....»

Qui si fermava qualche poco come a richiamarsi in mente alcuna cosa,

poi continuava:

«Però, a quel Carlo Visconti non cadde l'animo affatto, ch'egli dopo

essersene stato in Francia per più d'un anno, tornò di nascosto nelle

terre del Conte, e in proposito; ho sentito a narrare colà una

terribile ventura... e non mi fuggì di memoria perchè n'era oggetto

nientemeno che quel povero Alberigo Fossano, il quale avrebbe fatto

pur meglio a starsene qui all'ombra della cupola di San Marco.»

Gli occhi penetrativi del senator Barbarigo si volsero di celato ad

esplorare il volto di Candiano, che, come tutti gli uomini sinceri ed

aperti, mal sapendosi dominare, aveva dato un crollo a quel nome del

Fossano.

Il Malumbra seguiva a dire:

«A quel giovane cavaliere venne in testa di fare ciò che buon per lui

se non avesse fatto; voglio dire che ha dato l'anello ad una bella

fanciulla, una bellezza straordinaria.»

«Chi era questa fanciulla?» domandava il Barbarigo.

«Il nome non me lo domandate, chè anche colà è un mistero per tutti;

ma per dirvi ciò che io so in breve, quantunque il Fossano si fosse

nascosto colla bella moglie in un suo castello fuori del milanese, la

fama della bellezza di lei giunse all'orecchio di quel demonio

dell'inferno, voglio dire di Carlo Visconti...»

«Chi te lo ha detto, Malumbra?»

Le parole che Candiano aveva pronunciate erano queste precisamente; ma

l'atto con che le aveva accompagnate, fu così repentino e furibondo

che chicchessia se ne sarebbe maravigliato. Non si maravigliarono per

altro nè il Malumbra, nè il senatore.

Quest'ultimo soltanto, con un sorriso che gli serpeggiava pelle pelle,

e gli faceva tremolare di compiacenza la pupilla che in quel punto

vibrava più luccicante del solito,

«All'ammiraglio,» disse, «fa male questo nome di Carlo. Te l'ho pur

detto, Malumbra, di tacerlo alla sua presenza.»

«Davvero, Barbarigo, che questi Visconti mi guastano il sangue,»

rispose Candiano sforzandosi a smorzare l'ira che di subito gli si era

accesa nell'animo; «tuttavia continua il tuo racconto, Malumbra.»

«È presto finito; colaggiù a Milano si parla di un fatto... d'una

sventura avvenuta non son molti mesi alla donna del Fossano, ma il

resto s'ignora.»

Il vecchio Candiano abbassò la testa senza più aggiunger parola.

Intanto il senator Barbarigo, alzatosi, e fatto d'occhio al Malumbra,

si dispose ad uscire.

«Ammiraglio,» disse, «io son costretto a lasciarvi, che prima di nona

si ha a votare nel gran consiglio: stasera ci rivedremo dai

Malipieri.»

«Va benissimo, ci rivedremo.»

Il Candiano e il Malumbra si trovarono soli, passò molto tempo senza

che nè per l'una, nè per l'altra parte si dicesse una sola parola: ma

il Malumbra, avendo parlato finalmente per licenziarsi, fece alzare un

momento il capo all'ammiraglio che gli disse d'aspettare.

«Malumbra, ascoltami,» e sì dicendo si alzava dalla sua seggiola, e

gli posava una mano sulla spalla; «ascoltami: tu l'hai veduto a Milano

quel giovane?»

«Chi?»

«Alberigo Fossano.»

«L'ho veduto, ma non gli ho parlato però.»

«Malumbra, tu m'hai detto che vai a Milano?»

«Parto questa medesima notte.»

«Io ho bisogno che tu riveda Alberigo Fossano.»

«Converrà ch'io ne vada in cerca.»

Valenzia Candiano: Racconto · 第 3 / 15 段