nell'animo, senza punto domandare a' servi se gli era permesso
l'accesso, entrò, come lo sospingeva la passione, nelle sale dove di
solito soleva ridursi il Candiano. Era la prim'ora di notte,
attraversa due o tre sale oscure, passa in un'altra; ode un singhiozzo
continuato e straziante, si ferma ad ascoltar meglio. Nella stanza
vicina la lampada ch'era accesa, mandava un po' di lume anche in
quella dove trovavasi Alberigo. I singhiozzi continuano, poi ode a
parlare. Conosce che è Valenzia, e dal contesto delle parole piene di
un dolore e di una disperazione indicibile, viene a comprendere che
trovavasi con suo padre. La pietà che gli si gettò improvvisamente nel
cuore, a quel pianto, a quelle parole, fece sì che anch'egli non potè
dominarsi tanto da trattenere le lagrime.
In un momento che nella sala contigua si fece un profondo silenzio, il
suono del suo pianto si udì troppo bene, ed al Candiano che se ne
stava ritto e immobile, confuso esso pure dall'enormità della
disgrazia e dall'angoscia straziante della povera sua figlia, che,
gettatasi a' piedi di lui e strettegli le ginocchia, non aveva mai
voluto rilevarsi, parve di sentir qualche cosa, ed entrato in sospetto
e svincolatosi dalla fanciulla che facea forza a tenerselo stretto,
entrò dove trovavasi Alberigo. «Chi è qui?» disse Candiano, e nel fare
questa domanda ravvisò tuttavia in quel barlume di luce la figura del
Fossano. Un momento prima la figlia aveagli confessato com'ella fosse
presa d'amore per quel giovane, e il buon Candiano che amava l'unica
sua figlia di una tenerezza straordinaria, e che non seppe trovare
alcun delitto in quella innocente passione, non seppe neppure adirarsi
trovandosi d'aver presso colui, pel quale vedeva pur troppo che
dovevasi andare incontro a dolorosissime vicende. Nel frattempo
Valenzia, a seguire il padre suo cui voleva costringere a prometterle
non l'avrebbe giammai sagrificata concedendola al Visconti, entrò essa
pure nella stanza dove trovavasi Alberigo. Mandò un grido represso
alla vista di lui, e dovette appoggiarsi alla parete per reggersi
sulle gambe che male la sostenevano. Tutti e tre stettero per molto
tempo in un perfetto silenzio. Il vecchio Candiano, ritto nel mezzo
della camera colle braccia incrocicchiate sul petto, la testa china e
gli occhi fissi quasichè osservasse un oggetto con attenzione; la
povera Valenzia che guardava di sottocchio il padre suo come per
ispiare quel che venivasi svolgendo nell'animo di lui, e di quando in
quando guardava Alberigo, il quale, fuori di sè, teneva costantemente
gli occhi su di lei. E quantunque stessero muti, pure ciascheduno di
loro comprendeva troppo bene quel che passava nell'animo dell'altro.
Al tristo silenzio di que' tre personaggi, al cupo dolore che
variamente li atteggiava, alla smorta luce che li vestiva, faceva poi
un troppo sentito e doloroso contrasto il romore festante che udivasi
al piede del palazzo sulla laguna, e le grida e i canti dei
gondolieri. Non v'è cosa che più accresca il dolore di che uno può
essere compreso dell'istantaneo confronto che ei fa coll'altrui gioia.
Il considerare che di quella spensieratezza giuliva che ne circonda,
noi pure potremmo godere se non fosse venuto a sturbarci un ordine
inaspettato di cose, e ciò che accresce a più doppi il peso della
sventura che ci ha assalito.
Dopo esser durato gran tempo in quella posizione Candiano a un tratto
si scosse, e accostatosi a Valenzia presala per la mano seco la
condusse fuori di quella stanza, lasciando solo il Fossano. Ma dopo
pochi momenti rientrò. «Tu l'hai veduta,» disse, accostandosi al
Fossano che gli alzò in volto gli occhi con tale atto che pareva si
destasse allora da un sonno profondo. «Tu l'hai veduta, e chi la rese
così infelice, tu lo sai;» e tacque per un poco.
«Se al consiglio de' Dieci potesse mai trapelare ciò che è passato nel
tuo cuore e nel cuore di quella povera sventurata, credilo a me che
c'è da inorridire pensando a quel che avverrebbe di noi tutti. Io non
ho con te rancore di sorta però... tu non ci hai colpa. Ma vattene con
Dio; e non mettere mai più il piede in questa mia casa. A quella
povera fanciulla intanto provvederà Iddio, che in quanto a me non
posso più nulla per lei.»
Il Fossano fece per rispondergli qualche parola, ma il Candiano lo
pressò ad uscire, onde all'infelice giovane senza più altro convenne
partirsi.
Quando il Candiano si trovò solo, ritrattosi nella sua stanza, si
gettò su di un ampio seggiolone, e colà stette vegliando gran parte
della notte.
Egli era scrupoloso osservatore delle leggi, ed anche a' suoi soggetti
le faceva osservare con estremo rigore. Essendo però tanto più ligio
alle leggi della sua patria, quanto più aderivano alle eterne della
natura, lo scrupolo dell'osservanza in lui veniva scemando qualora in
una legge creata da un bisogno fittizio della società, ci fossero gli
elementi dell'assurdità e dell'ingiustizia, e non seppe mai
acconciarsi ad ammettere che le leggi relative potessero per nessun
caso opporsi alle assolute.
E se gli accidenti della sua vita fossero sempre stati tali da non
metterlo nella condizione appunto di dover sottostare ad una di quelle
leggi, noi non avremmo a narrare la presente storia, e il nome di
Candiano forse sarebbe registrato ne' fasti dei dogi veneziani. Ma
l'aver egli avuta troppo spregiudicata la mente, l'animo troppo
generoso, e il cuore troppo buono, fu causa d'ogni sua rovina. Ma non
preveniamo gli eventi.
In quella notte egli stette pensando e ripensando ai mezzi di poter
liberare la diletta sua figliuola dalle mani del Visconti, ma per
quanto colla sua mente sagace si sforzasse rintracciarne alcuno, non
gli venne però mai trovato. Anzi quanto più durava in questa idea,
tanto più vedeva che il caso era assolutamente disperato, e che in
vece di provvedere al modo di liberarsene conveniva pensare a darsi
pace ed a confortare più che si poteva Valenzia ad accettare quel che
voleva la Republica. Ma il dolore, le lagrime, le preghiere della sua
figliuola, troppo le stavano nella memoria e nel cuore. E in quanto a
lui non reggeva all'idea che la sua figlia fra poco dovesse andar
nuora di quel Bernabò, le cui atrocità, magnificate d'aggiunta anche
dalla fama, lo aveano sempre fatto inorridire. Amante com'egli fu
sempre della patria sua, a tale da mettere la propria vita in
qualunque occasione per la difesa di lei, egli aveva sempre ascritto a
sua fortuna e gloria l'essere cittadino e patrizio di Venezia; pure in
quella notte, per la prima volta, sentì con vera molestia il peso di
essere veneziano, e maledisse a chi aveva sancita quella legge assurda
e spietata.
Alberigo intanto, veduto come assolutamente si fosse chiuso
l'orizzonte ad ogni sua speranza, che in quanto a lui non avrebbe mai
più riveduta la povera sua Valenzia, che l'abborrito Visconti
l'avrebbe trascinata con sè, si sentì oppresso da un'angoscia così
intensa che desiderò di morire. Si ridusse ad una sua casetta che
aveva verso il lido, si chiuse nelle sue camere, e gettato l'occhio ad
una daghetta acuta che teneva appesa al capezzale, dispose con quella
aprirsi le vene e così lasciarsi morire oncia ad oncia. Ma d'uno in
altro pensiero, nel fervore della sua aberrazione, pensò che,
giacch'egli aveva stabilito uccidersi, gli conveniva dapprima prendere
un partito risoluto e impedire, coll'ammazzare il Visconti, che la
povera Valenzia avesse ad essere sua sposa. Così fermato, giacchè fra
due settimane dovevano compiersi quegli sponsali in San Marco, stabilì
mandare a compimento il suo disegno prima di quel termine, e fisso in
questo passò la notte mezzo vegliando tra sogni sinistri. Ma un'altra
notte lo attendeva assai più funesta di quella. Alcuni dì dopo, in
sulle ventiquattro, uscito della sua casa, e recatosi in piazza San
Giovanni e Paolo, incontrasi in un servo dell'ammiraglio Candiano:
ambedue si fermano.
«Dove vai così di fretta?» gli disse il Fossano.
«Corro pel prete, messere: lasciatemi andare, che non è alcun tempo da
perdere.»
«Pel prete, hai tu detto?»
«Dunque non sapete nulla, messere?»
«Nulla io so.»
«Alla signora Valenzia venne stanotte un malore di sì fiera natura che
in questo breve spazio di tempo me l'ha ridotta in termine di morte.»
E visto che il Fossano rimaneva impietrito a quelle parole, ma
pensando più in là e stretto dal tempo, lo lasciò in mezzo della via e
corse dritto in San Marco.
Per molto tempo stette là il Fossano più stordito che altro a questo
nuovo colpo. Ma poi, più non pensando alle parole di Candiano che gli
avevano proibito di metter piede nel suo palazzo, senza saper bene
quel che si volesse fare, volle recarsi colà. Vi giunse nel momento
che il prete, accompagnato dal servo, saliva sulle scalee del palazzo.
«Messere, siete arrivato troppo tardi,» dissero alcune voci a quel
sacerdote. «Ella è passata in questo punto medesimo. Altro non vi
rimane che pregare per quell'anima benedetta.»
Il Fossano giunse in punto da potere udire con chiarezza queste
parole, e il gondoliere che, scarico di pensieri, batteva il suo remo
sulla placida laguna, sentì afferrarsi dalla mano tremante del Fossano
che proferì, battendo i denti, queste precise parole: «Hai tu udito,
ho io compreso bene?» E il suo volto si venne sfigurando di maniera
che il gondoliere, maravigliato a quelle parole e a quell'atto, si
ristette pensoso a riguardarlo per qualche tempo, e congetturò il
vero: accompagnato di poi il giovane sino alla soglia della casa ove
alloggiava, e visto che l'apparenza di lui continuava ad essere peggio
sparuta che mai, lo accompagnò coll'occhio, mentre colui saliva la
scala, e crollava il capo dicendo:--Dio gliela mandi buona, ma questo
giovane è a malissimo partito. --E come uomo assai bonario e pietoso,
visto uscire di quella casa un fante che sapeva essere al servigio del
cavaliere lombardo, lo chiamò a sè raccomandandogli vegliasse bene
attorno al suo padrone, il quale aveva bisogno di soccorso, e
soprattutto si guardasse bene dall'abbandonarlo. E assai gli giovò
quell'avviso, che il Fossano, pensando che per lui non era più a far
nulla in questo mondo, aveva determinato mandare ad effetto in quella
notte medesima ciò che non aveva voluto fare alcuni giorni prima.
Nell'ora infatti che tutto è quieto in Venezia, uscito il Fossano
della sua stanza, e visto che il servo dormiva, pensò ch'era venuto il
momento opportuno, e pian piano ritornò nella sua camera. Al fante,
che vegliava ad occhi chiusi, diede sospetto quella visita di
Alberigo, e visto che non era tempo di starsene a giacere, pensò
recarsi all'uscio della camera ove stava il padrone, e origliarvi
attento. Dopo qualche momento gli parve udire a parlare. Accresce
l'attenzione, ode una fervorosa preghiera, poi alcune parole senza
costrutto, in fine un silenzio profondo quasi non vi fosse anima nata.
Allora, come gli venne in fantasia, e fu gran ventura, bussa
all'uscio, e l'uscio cede, chè, per caso, il Fossano non l'avea
chiuso. Il lume era stato spento; chiama il Fossano.--Chi è qui?--Son
io, non abbiate alcun timore,--gli risponde il fante.--Esci presto di
qui, e va a dormire,--gli ingiunge il Fossano, ma con tanta insistenza
che era facile comprendere che ci dovea esser sotto qualche cosa. E il
fante uscì di fatti, ma ritornò col lume. Rientrato vide ciò che per
quanti sospetti avesse, non si aspettava tuttavia di vedere. I
lenzuoli del letto dove il Fossano s'era gettato a giacere, erano in
una parte inzuppati di sangue.--Che cosa avete fatto!--gli grida il
servo. Il Fossano si era proprio, come aveva meditato alcuni dì prima,
con quell'acutissima sua daga, aperta una vena e lasciatone uscire il
sangue liberamente. Vedendosi scoperto in quel modo il Fossano si
rimase come avvilito, e alle domande del servo non volle rispondere
mai nulla. Vergognava d'essersi lasciato cogliere; ma a toglierlo di
quella vergogna fu soprappreso, pel molto sangue ch'era già uscito, da
un deliquio che lo fece ricadere sul letto. Il servo non tardò a
fasciargli strettamente la ferita, e sedutosi presso al capezzale e
spruzzata la fronte con dell'acqua all'amato suo padrone, stette a
spiarne continuamente i moti, e ad aspettare che si risentisse.
Entrava già la prima luce del giorno per le finestre della stanza,
quando il giovane aprì gli occhi scuotendosi dal lungo letargo; fu
bisogno di molto tempo prima che potesse acquistare la chiara
intelligenza delle cose. Ma finalmente con un sospiro amarissimo
avvisò il servo ch'egli s'era risovvenito della lagrimevole sua
situazione. Dopo una mezz'ora che il sole era sorto, trasportati dal
vento sino a quel luogo, si cominciarono ad udire i lenti rintocchi
della campana di San Marco. Era la campana de' morti.
Dopo il lungo deliquio che Alberigo aveva sofferto, per la natura
indebolita, le impressioni che riceveva non potevano essere di
quell'impeto subitaneo che sospinge a partiti disperati, bensì di
quella tristezza profonda e inesplicabile che solleva ed aiuta
talvolta le angosce colle lagrime. E i rintocchi di quella campana
inondandogli l'anima di una tristezza senza pari, gli fecero pensare
che in quel giorno sarebbesi data la sepoltura alla povera sua
Valenzia. Uno scoppio di pianto successe infatti a quel pensiero, e
senza mai dire una parola, durò di questa maniera quasi tutta la
giornata con gran maraviglia e compassione del servo che mai non volle
abbandonarlo. Verso sera volle uscire e promesso al servo sul proprio
onore, il quale rifiutavasi a lasciarlo andar fuori, che non avrebbe
mai più attentato alla propria vita, e però vivesse sicuro, si recò al
palazzo Grimani dove alloggiavano i legati del Conte di Virtù per
avere da loro licenza di ritornarsene a Milano, ciò che facilmente
potè ottenere. Appena messo il piede fuori di quel palazzo, nel punto
che stava per saltare nella gondola, vide ciò che non avrebbe mai
voluto vedere. A un tiro di balestra del palazzo Grimani, era il
palazzo dell'ammiraglio Candiano: dinanzi agli scaglioni di quello, si
vedevano quattro gondole in fila, sulle quali risplendevano molti
cerei che si riflettevano nell'onda. Nelle due prime erano i frati
della regola che cantavano il _Miserere;_ nelle altre uomini e donne
che pregavano. Le gondole si avviarono un momento dopo giù per il
canal verso San Marco. Ma ciò che fece maravigliare il Fossano, a mal
grado della passione insopportabile che lo faceva tremar verga a verga
e piangere, con grandissimo stupore degli astanti, fu il vedere la
persona dell'ammiraglio ritta e immobile sulle scalee del suo palazzo
a vedere la processione mortuaria. La folla delle gondole e delle
persone che erano sul canale traendo dietro a quella, in breve tempo
il canale fu deserto al tutto. Il Fossano, per ritornare al suo
alloggio, doveva passare innanzi al palazzo Candiano, e confuso e
addolorato com'era, lasciò che il gondoliere vogasse per là. Quando fu
vicino al palazzo, l'ammiraglio che se ne stava ancora immobile sulle
scalee, appena lo vide lo chiamò per nome, e accennò al gondoliere di
fermarsi.
«Esci un momento della gondola.» Queste furono le prime parole che
Candiano volse ad Alberigo.
«Che cosa volete?» gli domandò questi con voce tremante, e saltò a
terra.
Trascinato dalla mano dell'ammiraglio, entrò con lui nel palazzo.
«Se la fortuna non t'avesse portato qui, io t'avrei cerco egualmente;»
gli disse Candiano.
«Che cosa avete a dirmi, ammiraglio?»
«È bisogno che tu esca di Venezia per non tornarvi mai più.»
«È ciò che ho pensato di fare. Un momento fa ho preso licenza dagli
illustrissimi legati.»
«Sia dunque lodato Iddio che tu abbia prevenuto il mio consiglio.»
«Ma perchè mi dite questo?»
«Il perchè un'altra volta; ora mi dî per quando hai stabilito di
partire?»
«Stanotte o domani.»
«È meglio stanotte.»
«Ma io son muto di maraviglia, ammiraglio! Perchè desiderate ch'io mi
parta sì presto?»
«Avrei bisogno che per domani tu fossi a Padova; ne avrei grandissimo
bisogno.»
«Io sarò a Padova.»
«Va bene così: posso dunque confidare nella tua parola?»
«Ma che volete?»
«Aspetta; calato il sole farai di trovarti presso il convento de'
Francescani,»
«Io sarò là.»
«Ora mi bisogna un'altra cosa.»
«Ed è?»
«Che anima nata non sappia, nè giunga a saper mai ciò che ora ti ho
detto. Addio.» E senza più altro Candiano sparì lasciando il solo
Fossano in un mar d'incertezze.
Per quanto le parole di Candiano fossero state oscure, non doveva però
il Fossano stare in forse nel prendere una risoluzione; e di fatto,
ridottosi alla sua casa, stabilì partire in quella notte medesima.
Verso le quattr'ore, senza aver detto addio nè ai suoi colleghi; nè a'
suoi amici, entrato nella gondola che aveva noleggiato, oltrepassava
la laguna, e giù per la Brenta si dirigeva alla volta di Padova,
fermando il proposito di non mettere più il piede in Venezia. Ma così
potesse l'uomo mantenere i propositi a sua posta che a molte sventure
potrebbe anche sfuggire.
In quella medesima notte, ad ora tarda, a ciel chiuso, un'altra
gondola con rapidissimo remo usciva di Venezia. All'imboccatura della
Brenta dovette passare nel mezzo di molte barche che pure andavan su
pel fiume. Al luccicare delle torcie che splendevano su quelle, si
potè conoscere che appartenevano al figlio di Bernabò, il quale,
finite le sue pratiche colla Serenissima Republica, se ne tornava
verso Milano. Sulla barca che correva in testa alle altre, seduto
sulla tolda si potè vedere lo stesso Visconti, rischiarato com'era
dalla fiamma del fanale che lo illuminava di sotto in su. Intorno a
lui erano alcuni senatori e il procuratore di San Marco, che lo
accompagnavano un tratto per onore. Nella gondola che come un luccio
guizzò rapida nel passare vicina a quella barca, erano due persone
che, vedendo la cupa figura del Visconti e le facce severe dei
senatori, si sentirono a gelare il sangue nelle vene, temendo d'aver
dato in un trabocchetto. Ma la gondola rapidissima passò innanzi, e
l'avanzò di tanto che coloro che seco portava, non ebbero più a temere
di poter essere raggiunti.
Fuggite, fuggite, che non sempre così, pur troppo, vi sarà favorevole
la sorte! Godete i momenti che il destino vi concede, mentre sta
meditando l'estremo vostro danno. L'aura propizia dell'istante sia
compenso alle future angosce che egli vi ha preparato, e a cui,
infelici, non vi sarà dato sfuggire, che il filo stretto a cui vi
lascia svolazzare, è lungo ma infrangibile.
Il dì dopo, sulla piazzetta del convento dei Francescani in Padova,
quando a tutte le chiese della città suonavano i tocchi
dell'avemmaria, trovavasi il Fossano. L'impazienza e l'incertezza lo
travagliavano per modo ch'egli, senza accorgersi, correva a rapidi
passi innanzi e indietro per la piazza. Guardava di tratto in tratto
una striscia di sole che indorava un cumignolo di torre, perchè, a
mitigare la propria impazienza, aveva prefisso, come a termine del suo
tanto aspettare, il momento che quella striscia sarebbe scomparsa del
tutto. Ma il sole tramontò affatto, sopraggiunse la notte, e nessuno
ancora compariva. Allora tornava col pensiero alle parole di Candiano,
le ricordava ad una ad una per vedere se mai avesse dato loro la
giusta interpretazione, e assicuratosi che in quanto a sè stesso non
aveva fatto errore di sorta, gli veniva il dubbio non avesse il
Candiano parlato a sproposito alterato come doveva essere dalla
desolazione del momento. Per buona ventura nel punto che stava facendo
simili pensieri, e crollava il capo quasi disperando di tutto, sentì
chiamarsi per nome. Si volse e vide l'alta figura di Candiano a due
passi da lui. Aveva il vecchio nascosta la testa in un capuccio che
gli scendeva fino agli occhi, a tale che il Fossano, se non fosse
stato in aspettazione di lui, non l'avrebbe altrimenti conosciuto.
«Iddio ti benedica,» disse Candiano all'Alberigo. «Il tutto andò a
buon segno, ed io ne ho felice augurio. Or io ti dirò il che e il
perchè d'ogni cosa.»
Il Fossano se gli strinse vicino per ascoltare.
«Vedi là quell'edificio?»
«Lo vedo, è il monastero di Santa Francesca.»
«Vedi quella finestra là in fondo che risponde in sugli orti.»
«La vedo.»
«Ora ti consiglio a star bene in guardia con te stesso, che le mie
parole ti potrebbero far piegare le ginocchia.»
«Io son ben sicuro di me: parlate.»
«In quella stanza; non dare un respiro, o Fossano; in quella stanza è
la mia Valenzia viva e rigogliosa, più rigogliosa di prima.»
Il Fossano a quelle inattese parole fece un movimento che non si può
descrivere, e stette per qualche tempo muto e immobile.
«Sì, o giovinetto, ella è là; e se il tuo cuore non s'è cangiato in
questi ultimi giorni, io la tolsi al Visconti e a Venezia per serbarla
per te, giacchè non sarà ch'io disgiunga ciò che l'ingenua natura ha
voluto unire.»
Il Fossano cadde a terra fuor di sè per la gioia, abbracciando tutto
tremante le ginocchia al generoso vecchio.
«Alzati, che alcuno potrebbe vederci qui: alzati, e mi segui.»
Ambedue si mossero.
Giunti in vicinanza di quell'edificio, il Candiano, detto al Fossano
che aspettasse, v'entrò senza aspettar altro: dopo qualche tempo il
romore dei passi e lo stropiccío di una gonna fecero sperare al
giovane che fosse presso la sua Valenzia. Era essa di fatto. Uscita
che fu, quantunque il padre suo Candiano l'avesse preparata a
quell'incontro, pure non potè reggervi, e si lasciò cadere, prima di
poter proferire un saluto al suo Alberigo, nelle braccia paterne.
Disse allora Candiano al giovine: «Va tu in vece mia a quel convento
là dirimpetto. Suona la campana, e ti verrà aperto. Domanderai di
frate Lorenzo. Egli verrà qui.»
Frate Lorenzo era un vecchio ottuagenario che godeva meritamente
riputazione di santo. L'ammiraglio Candiano, avendo fatta con lui
stretta conoscenza fin dai primi anni giovanili, avea messo gli occhi
sopra di lui in quei pericolosi momenti; nè certo avrebbe osato
mettere in atto il difficile disegno, se non avesse confidato
specialmente nell'aiuto di quel buon religioso, che di fatto non si
rifiutò ad assecondarlo nell'urgente bisogno.
Essendo Candiano arrivato a Padova all'ora nona di quel dì medesimo,
aveva fatto chiamare il frate, il quale dapprima fece che Valenzia
alloggiasse per quel dì nella foresteria del monastero di San
Francesco, poi udito il resto da Candiano, e assicuratolo del più
stretto segreto, gli promise che avrebbe fatto il voler suo, giacchè
non era cosa che fosse nè contro la giustizia, nè contro il volere di
Dio. Quando udì poi ch'egli aveva potuto con tanta fortuna deludere la
vigilanza della Republica, e, dato un sonnifero a bere alla figlia,
far credere a tutti ch'ella fosse morta per poi trafugarla ad agio
suo,
«Qui c'è il dito di Dio,» disse più volte il frate. «Egli non volle
permettere che la fanciulla dovesse andar sposa al figlio dell'empio
Bernabò. Egli volle aiutare il tuo paterno disegno.»
Quando Valenzia si risentì, Alberigo Fossano era tornato con frate
Lorenzo. Un'ora dopo, in una cappelletta della chiesa di San
Francesco, Alberigo e Valenzia, inginocchiati sulla predella
dell'altare, vennero da lui congiunti coi nodi indissolubili del
matrimonio. La notte medesima Candiano ritornò a Venezia per non
ingenerare alcun sospetto di sè colla lunga assenza. I due sposi
volsero il loro cammino verso Lombardia.
La maggior parte di queste cose raccontò Apostolo Malumbra al senator
Barbarigo che stette il tutto ascoltando con muta e sempre più
crescente maraviglia. Egli, per quanto avesse percorso tutti i
possibili, non avrebbe giammai potuto nè tampoco imaginare un così
strano avvenimento, e quando il Malumbra ebbe finito di raccontare,
«Io sono così compreso di stupore,» disse, «che non so in vero, nè che
pensare, nè che risolvere.»
«Non fa molto tempo,» continuava il Malumbra, «io ho veduto in Milano
il cavaliere Alberigo Fossano.»
«Gli hai parlato?»