VALENZIA CANDIANO
RACCONTO
DI
GIUSEPPE ROVANI
AUTORE DEL LAMBERTO MALATESTA
MILANO
PRESSO LA TIPOGRAFIA DI VINCENZO GUGLIELMINI E LA LIBRERIA FEBRARIO
1844
Or l'opre mie non son che esperïenze,
Non son che bozze, e un far di fantasia
Göthe.
Con pochi timori e senza pretese, io presento al publico questo lavoro
più presto adombrato che compiuto. Il fatto storico, a mio credere,
assai curioso sul quale è tessuto, e qualche utile idea che domina in
esso, mi consigliarono a darlo fuori così come sta e senza farne
altro, dal momento che non mi poteva bastare il tempo a condurlo a
quell'ultimo termine che pure avrei desiderato.
Un altro lavoro di simil genere che, per molte cagioni, tutta attrasse
la mia attenzione e il mio amore, volle che di presente io servissi a
lui solo il più perfettamente che fosse possibile, piuttosto che con
meno di accuratezza a due in una volta.
I
LA GOLA DEL LEONE.
In una sala del palazzo ducale di Venezia, le cui pareti, tutte
coperte di rasce nere, venivano debolmente rischiarate da una sola
lampada a sei becchi pendente per tre catene dalla volta; una notte
d'agosto del 13... stavano sedute intorno ad una gran tavola
diciassette persone; dieci senatori, il doge e sei consiglieri. Era
l'eccelso consiglio così detto dei Dieci, raccolto in sessione. Colà
dentro facevasi un perfetto silenzio, non interrotto che dal fruscio
de' fogli d'alcuni codici che venivano di quando in quando svoltati,
da qualche sommessa parola che alcuno dei senatori diceva al suo
vicino, e lontano lontano dal romore indistinto, ma incessante di
grida e di suoni. Dopo qualche po' d'ora che si continuò in una
profonda quiete, uno de' senatori entrò finalmente a parlare:
«Centomila ducati d'oro ci costò la vittoria riportata contro i
Genovesi. Ecco qui: i bilanci dei commessari sono di una straordinaria
esattezza.»
«Centomila ducati d'oro? è una bella somma.»
«Ma il ricavo del cotone quest'anno ci renderà altrettanto e più: una
mano lava l'altra.»
«Sì davvero, possiamo lodar la sorte che ci ha fatti cadere in piedi.»
«Voi dite benissimo, ma se quest'ultima guerra non si fosse protratta
tanto tempo, sarebbe stato assai meglio.»
«L'ammiraglio non poteva far diversamente.»
«Lo poteva.»
«Il senator Barbarigo ha ragione, si è temporeggiato inutilmente.»
«Le tre navi grosse che furono incendiate nel golfo della Spezia,
hanno stremenzita oltremodo la cassa dell'arsenale.»
«In verità che Candiano fu imprudente.»
«Ottenne la vittoria però.»
«Con troppo scapito della Serenissima.»
«Considerate che Genova è ridotta a mal termine; che la sua flottiglia
è dispersa, e che per anni parecchi non ci resta più a temerla.»
«Questo lo credo anch'io, ma Candiano....»
Qui l'interlocutore veniva improvvisamente interrotto da una
esclamazione di maraviglia; l'aveva mandata un senatore che stava
ripassando alcune carte.
«Che cosa avete letto?»
«È assai strano,» rispondeva quel senatore, «sentite: è uno dei fogli
trovati stasera nella gola del leone.»
«Un'accusa?»
«Un'accusa.»
«Contro chi?»
«Sentite.--Se l'eccelso consiglio dei Dieci avesse a suo tempo tenuto
d'occhio a ciascun passo del glorioso ammiraglio, a quest'ora ne
saprebbe di belle.»
«Oh!... questa è curiosa!»
«Non c'è altro?»
«No.»
«Il caso è molto strano.»
«Ora io domando, chi mai può aver scritte queste parole.»
«È ciò appunto che non si può sapere.»
«Ma che cosa può essere?»
«Forse una vendetta d'un nemico di Candiano.»
«Chi sa?»
«Ad ogni modo ci convien stare all'erta.»
«Faremo chiamare qualcuno de' nostri: come chiamarli?»
«Non importa: stasera parlerò all'Apostolo Malumbra; egli mi saprà
scovar fuori alcun che di più chiaro.»
«Va bene, Barbarigo: a dar spaccio a questa faccenda ci penserete
voi.»
«Candiano, il fiore de' prodi, il patrizio di cui la Serenissima ebbe
sempre a lodarsi; che sotto la corazza d'acciaio ha il valore il più
indomito, e sotto la casacca il cuore il più benefico; l'ammiraglio
Candiano, che oramai è presso ai settant'anni, mi sembra,
illustrissimi senatori, troppo superiore a queste accuse.»
«Il glorioso Candiano è ben fortunato d'avere un sì nobile difensore.»
Attendolo Barbarigo non aveva pronunciate che queste parole, ma il
modo con che le avea pôrte, era cosparso di una così fina e gelida
ironia che l'ottuagenario doge dovette comprenderlo troppo bene.
«Io ho sessantasette anni,» continuava il Barbarigo, «nacqui il 2
gennaio del 13... il dì in cui nacque Candiano. Abbiamo percorsa una
strada medesima sino al punto ch'egli prese il largo in mare, ed io mi
chiusi in queste quattro mura. Io lo udiva quando la bollente anima
sua si versava quale e quant'era nelle sue parole. Nessuno può
conoscere Candiano meglio di me.»
«E così?»
«E così ricordo le parole dell'illustre avo mio:--La Serenissima
Republica ha da guardarsi specialmente dagli uomini che portano troppo
alta la fronte e troppo confidano di sè stessi.»--
L'ottuagenario doge anche a questo punto fu per pronunciare alcuna
parola in difesa di Candiano, ma non osò; qualunque atroce accusa
poteva essere pronunciata impunemente in quel luogo. Una parola di
scusa era sospetta, e il vecchio tacque.
Dopo qualche tempo uno de' senatori spiegando un foglio sulla tavola:
«L'arsenalotto Tritto,» disse, «continua a tempestarci colle sue
suppliche: qui ce n'è una.»
«Questo vecchio è veramente importuno.»
«Bisognerebbe mandarlo allo spedale di San Lazzaro.»
«Benissimo.»
«Ma che cosa domanda?»
«Che si costringa il giovane patrizio Attilio Gritti a passargli
un'annua pensione.»
«E perchè?»
«Sapete bene che il Gritti in un momento di mal umore gettò da Rialto
in canale il giovane figlio di Tritto che per caso rimase ucciso.»
«Lo sappiamo, ma se fu il caso, il Gritti non ci ha a pensare;
d'altronde è voce che sia stato a buona difesa.»
«Dite benissimo, Barbarigo.»
«Se mai si venisse a dare questa soddisfazione al vecchio Tritto, il
popolaccio entrerebbe in troppa baldoria.»
«Io so che ieri sera il vecchio si presentò all'ammiraglio.»
«Che lo accolse assai benignamente e gli diede molte speranze.»
«Ciò vuol dire che la sua borsa ci provvederà.»
A questo punto tutti si tacquero.
La sessione essendo presso al suo sciogliersi, si dovevano leggere i
processi stesi in quella sera; la qual cosa venne fatta da uno dei
consiglieri del doge. Dopo si passò alla lettura delle sentenze di
prigionia e di morte; in ultimo alle sottoscrizioni.
Quando ad un orologio a campana suonarono due ore di notte, tutti si
alzarono e uscirono l'un dopo l'altro. Accompagnato il doge ne' suoi
appartamenti, i sedici personaggi, passando in mezzo agli alabardieri
della Republica, discesero per quella scala così nota, sulla quale
rotolò la testa di Maria Faliero, chiamata la scala de' Giganti, e
attraversato il cortile usciron fuori sulla piazza. Le sedici gondole
che li stavano aspettando presso la riva, si videro presto prendere il
largo nella laguna e sbandarsi chi per l'una chi per l'altra parte.
Verso mezzanotte, quasi in fondo al canale della Zueca, le finestre e
i balconi di un palazzo riboccavano di luce. Era quello il palazzo del
senator Barbarigo. A chi guardava stando ad una delle finestre di
quell'edificio si presentava una delle più pittoresche scene di
Venezia. Presso alla riva erano raffermi alcuni grossi navili che
colle vele spiegate ed erette al cielo proiettavano ombre giganti
sulle muraglie delle case e de' palazzi; a diverse distanze molte
barche pescherecce che riflettevano nelle acque la fiamma alimentata
sulla tolda;--come lucciole vaganti che or brillano del lor fuoco
fatuo, ora si perdono per ricomparire poi tosto allo sguardo, le
gondole illuminate di fanaletti correnti e ricorrenti a miriadi sulla
vasta superficie dell'onda inargentata sparsamente e chiazzata dai
raggi lunari. E intanto che la vista si deliziava della fantastica
scena, canti popolari che, a seconda dei soffi più o men forti del
vento, or giungevano distinti all'orecchio, ora in tuoni decrescenti
andavano smorendo lontano, e suoni di sistri, di chiarine, di cimbali,
che insieme confusi facevano echeggiar l'aria di un romore indistinto,
ma continuo.
Agli scaglioni di quel palazzo ingombri di gran moltitudine di
maschere, e d'altre persone che salivano incessantemente, eran volte
le prore di quasi tutte le gondole che solcavano il canale. Giunte
vicino agli scaglioni vi rigurgitavano ad onde gentiluomini e
gentildonne che entravano nel palazzo.
Alcuni della folla se ne stavano oziando intenti a quel gran concorso.
«Stanotte pare che Venezia voglia insaccarsi intera nel palazzo del
signor Barbarigo.»
«È dalle tre ore di notte che le gondole han cominciato a gettar gente
su questi scaglioni, nè pare che si vogliano rimanere.»
«Guarda un tratto.»
«Chi è?»
«Chi arriva?»
«Dà il passo presto; è l'illustrissimo signor Attilio Gritti. Dà il
passo, che se mai lo toccassi col mio corpo, mi appoggerebbe tal
nespola sulla testa che non mi rialzerei così presto.»
«Lascia, ch'egli è già passato.»
«Io non ho mai conosciuto giovane al mondo più superbo e presuntuoso
di costui.»
«Nè si comprende come lo sopporti la Serenissima Republica.»
«Taci che ho veduto gironzare qui presso il Malumbra.»
«Chi è il Malumbra?»
«Giacchè non lo conosci fa di non averlo a conoscere mai.»
«Il Malumbra è un onesto mercante. Io lo conosco benissimo.»
«Ti consiglio però a condurre le cose in maniera ch'egli non t'abbia
mai nè a comperare nè a vendere.»
«Ciò mi riesce nuovissimo.»
In questo mentre molte grida e voci d'acclamazione e d'applauso
partirono dal punto più lontano della Zueca, là dove l'onda si svolge
nel canal Somenzera; dieci o dodici fanaletti che luccicavano in quel
fondo, avvisarono che molte gondole si venivano avanzando di conserva,
e mano mano che venivano innanzi, si facevano più forti le grida e i
battimani. A breve distanza si poterono chiaramente comprendere le
parole: _Viva Candiano_! _Viva Candiano_! e di lì a poco la gondola
nella quale trovavasi l'ammiraglio delle galere, fu presso alla riva.
La folla che stava in sulle scalee si divise allora in due per dare il
passo all'ammiraglio, rispondendo essa pure con acclamazioni e
battimani alle grida che partivano dalle gondole.
Un vecchio di alta e complessa corporatura con tôcco in testa di
sciámito riccio, vestito di una zimarra di velluto pavonazzo, dalle
cui aperture traspariva la sottoveste di seta color fuoco, mise il
piede a terra, volgendo intorno un occhio ancor pieno di fuoco e di
sicurezza. L'incedere ritto e speditissimo della persona con certe
mosse repentine e piene di energia, mostravano che in quel vecchio era
una forza di temperamento che sarebbe stata straordinaria anche in un
giovane.
Salutata a dritta e a sinistra la popolaglia che non rifiniva
dall'applaudirgli, entrò esso pure nel palazzo Barbarigo.
Messo il piede nelle sale dove ferveano le danze, anche colà venne
accolto da un subbisso d'applausi: _Viva Candiano, il vincitor de'
Genovesi_! V'era però un uomo in quel palazzo, al quale quelle voci
d'applauso giungevano tutt'altro che gradite. Quest'uomo era il
senator Barbarigo che se ne stava tutto solo su di un terrazzo, e
avvolto nella sua cappa, porgeva orecchio a quelle grida, accusando di
stupido entusiasmo la moltitudine che faceva tanta festa
all'ammiraglio. Nel punto che stava agitando codesti pensieri, gli
comparve innanzi un uomo.
«Oh sei tu, Apostolo?»
«Son io. Mi avete mandato a chiamare, e non ho tardato a venire.»
«Hai fatto bene.»
«E tanto più che mi sembrò d'aver indovinata la causa per cui mi avete
fatto chiamare.»
«La causa? e come puoi tu saperla?»
«Questa sera nella bocca del leone furono trovate due righe che
parlavano dell'ammiraglio Candiano.»
«Come sai tu questo?»
«Questo ed altro e, senza dubbio, più di quello che fu detto in quello
scritto....»
In questa la moltitudine che soverchiava nelle sale, venne ad occupare
anche il terrazzo dove trovavansi i due interlocutori: allora il
Barbarigo visto che quello non era il tempo di venire a stretti
colloqui, quantunque la curiosità il tormentasse forte, pensò
togliersi di là, e detto al Malumbra si fermasse in palazzo fino al
termine della festa, recossi nelle sale.
Le poche parole del Malumbra aggiunsero tuttavia un'allegria insolita
al senator Barbarigo, il quale era un uomo molto singolare.
Entrato nelle sale, e girato l'occhio per vedere dove fosse
l'ammiraglio, gli si recò da presso, e dettegli molte cortesi e
gentili parole, mostrò desiderio di far secolui una partita agli
scacchi. L'ammiraglio accettò, i due vecchi uscirono.
Intanto alcuni giovani gentiluomini che attendevano, riuniti in un
crocchio, a discorrere le varie avventure del dì, come è costume farsi
in simili circostanze e in simili luoghi, continuavano un discorso
incominciato da qualche tempo intorno all'ammiraglio Candiano.
«Oggi abbiamo applaudito al suo valore. Ma una volta si applaudiva al
suo valore e alla bella sua figlia.»
«E la sua comparsa destava due grate sensazioni in una volta.»
«È vero, Steno, io la penso come tu, e la povera Valenzia quando
veniva accompagnata da suo padre, a riflettere la bellissima sua
figura in uno di questi specchi.... mi ricordo che ciascheduno di noi
si contendeva questa leggiadra conquista.»
«Povera Valenzia!»
«Quand'io ci penso, non mi par vero.»
«Se quando venne in Venezia quel nemico di Dio, si fosse affondata la
barca che lo portava, forse anche adesso quella bellissima tra le
fanciulle ci rallegrerebbe la vista.»
«E in vece....»
«Non ne parliamo più.»
«E in vece colla morte di Valenzia la Serenissima Republica comprò
l'alleanza dei Visconti.»
«Chi mai poteva sospettare che il figlio del Visconti dovesse chiedere
in isposa la figlia dell'ammiraglio?»
«Oh parliamo di Candia; ma taciamo di questo fatto.»
«E fu strano in vero.»
«Più doloroso che strano.»
«Chi avrebbe mai creduto che la notte in cui tanto sfolgoreggiò la sua
bellezza nelle sale dei Mocenigo, quella sarebbe stata l'ultima volta
che noi l'avremmo veduta?»
«E fu proprio l'ultima.»
«Tre dì dopo, mi pare ancora di sentire la voce del mio
gondoliere:--Questa sera a ventiquattr'ore, la signora Valenzia
Candiano è passata all'altra vita.»
«E all'alba del dì prossimo doveva recarsi in San Marco dove il
Visconti l'avrebbe impalmata.»
«Pur troppo, e v'andò di fatto, ma in vece dell'alba fu a vespro, e la
bara tenne luogo alla lettiga.»
«Dio sa qual effetto le produsse nell'animo il pensiero di quelle
nozze.»
«L'effetto è chiaro. Ella morì.»
«E tutta Venezia ne fu sconsolata.»
«Soltanto il vecchio Candiano mostrossi impassibile a tanta sventura,
e mi pare ancora vederlo fermo e ritto colla sua gigantesca figura
sulle scalee di palazzo colle braccia incrocicchiate sul petto, starsi
ad osservare il convoglio delle gondole mortuarie che gli passavano
innanzi.»
«E Alberigo Fossano?»
«Ti ricordi di Alberigo Fossano?»
«Me ne ricordo assai bene; perchè è difficile a dimenticare il valore
del suo braccio e la virtù del suo canto. D'altra parte praticava
assai spesso nella casa dell'ammiraglio, e il dì che il bel corpo
della Valenzia fu trasportato sulla bara, io lo vidi piangere come
piange un ragazzo.»
«E dopo ch'ella fu seppellita a San Cristoforo della Pace, dove sono
le tombe dei Candiano, quel giovane cavaliere non fu mai più visto in
Venezia.»
Ad ascoltare questi discorsi s'era avvicinato al crocchio
quell'Attilio Gritti che già abbiamo conosciuto quando metteva il
piede in palazzo; e sentito parlare di Alberigo Fossano,
«Amici,» entrò a dire, «se mai vi piacesse saper la cagione del gran
pianto di quel povero Lombardo, ch'io pure mi ricordo benissimo, vi
dirò ch'egli ebbe la sciocchezza d'innamorarsi di Valenzia. Sì,
signori, quel povero cavalieruzzo che altro non possedeva al mondo che
la spada e il suo liuto, ebbe l'ardire di guardare in volto ad una
figlia di San Marco. Ditemi voi se si può dare di peggio. Ma se questo
mistero mi si fosse palesato prima che quel buon giovane si partisse
da Venezia, io gli avrei fatto uscire del capo tanta pazzia.»
«Un duello m'imagino, com'è uso tuo.»
«E presto l'avrei mandato a ritrovare la bella Valenzia. Ma chi sa?
dice il proverbio--che chi non muore si rivede,--e s'egli m'avesse a
capitare tra' piedi un'altra volta vi faccio sicuri che allora farò
quello che non ho ancor fatto.»
«Era voce però che la lama della sua spada fosse di durissima tempra,
e che il braccio d'Alberigo non cedesse alla sua lama.»
«Spezzerò la lama e romperò il braccio. State tranquilli, amici cari,
e fate soltanto ch'io possa rivederlo.»
«Ai cinque del mese passato io lo vidi a Milano.» Tutti si volsero a
queste parole.
«Oh! ecco il nostro Apostolo Malumbra.»
«Quando sei ritornato?»
«Ieri, illustrissimi, sono stato a Milano; ho veduto a far prigione il
Barnabò, ho guardato ben bene la faccia di quel galantuomo di suo
nipote; ho sentito i lamenti de' poveri Milanesi. Del resto feci assai
bene le mie faccende, ed ho portato con me alcuni bellissimi
pugnaletti delle migliori fabbriche di quella città. L'illustrissimo
senator Barbarigo, che si degna darmi accesso alle sue camere, ne ha
comperato uno che è una vera maraviglia.»
«Domani saremo tutti da te, e cambieremo i nostri ducati co' tuoi
pugnali.»
«Amici carissimi, vi faccio osservare che nell'altra sala si beve il
vin di Cipro, intanto che noi ci perdiamo in queste inutili parole.»
«Bravissimo, andiamo; faremo nel frattempo una partita alla
zecchinetta.»
«Viva la zecchinetta!»
«Viva il vin di Cipro!»
«Viva il senator Barbarigo che ci è largo di tante delizie!»
In una delle camere contigue, seduti ad uno scacchiere, senza
pronunciare parola, attendevano al giuoco il senator Barbarigo e
l'ammiraglio Candiano.
Chi avesse voluto dall'aspetto d'ambedue quei vecchi dedurre il
carattere di ciascheduno, avrebbe detto non potersi dare al mondo due
così manifesti contrari. I lineamenti grandiosi ed aperti del volto di
Candiano davano a divedere franchezza e lealtà; là dove gli occhi
piccoli e fondi del senator Barbarigo, i labbri stretti, la tinta
cinericcia del volto, e in tutto il corpo un non so che di tremolo e
d'irrequieto, davano a conoscere pur troppo che in quell'animo vi
doveva essere qualche cosa di cupo e di tenebroso.
Per certe vecchie ruggini che erano state tra l'una e l'altra
famiglia, per certe gare insorte quando cominciarono ad entrare ai
servigi della Republica, sapevasi da tutta Venezia che quei due
patrizi non erano gran fatto amici tra loro, e tanto più quando corse
la voce avere il Barbarigo avversato a Candiano, allorchè in pieno
consiglio fu preso il partito di eleggerlo ammiraglio della
Serenissima. Dopo le molte vittorie però che Candiano aveva riportate
a pro della Republica, e contro le quali non si poteva parlare, il
Barbarigo aveva pensato bene infingersi, ed al Candiano offerse
amicizia che fu accettata colla buona fede propria a tutti coloro che,
essendo di rette intenzioni, non possono sospettar male d'altrui.
Però mentre l'ammiraglio se ne stava seduto rimpetto al suo coetaneo,
non aveva neppure un dato per sospettare di che sorta fossero i
pensieri che in quel momento ronzavano nella testa del Barbarigo, il
quale, co' labbri sempre aperti ad un mezzo sorriso e con una
tranquillità e pacatezza veramente senatoriale, metteva le pedine
sullo scacchiere.
A sturbare l'attenzione dei due illustri giuocatori, entrarono per
caso in quella camera una frotta di giovani che facevano corona
all'Attilio Gritti alterato dal bere, e mandavano grandissime risa ad
ogni sua parola.
«La Serenissima, mi capite, non mi lascia uscir facilmente de' suoi
confini, e qualche cosa bisogna pur fare. Siamo giovani, non ho più
che trent'anni. Per Dio... i vini del senator Barbarigo zampillano
largamente, e le fanciulle guizzano ch'è una vera maraviglia.»
«A proposito di fanciulle, come sei riuscito a spuntarla colla figlia
del Bertuccio che sta in piazza San Giovanni e Paolo.»
«Oh così e così. La ragazza mi piaceva, il padre non voleva e faceva
uno scalpore di casa del diavolo. Voi sapete che questi uomini non
vanno alla mia natura, e però bisognava che me lo togliessi dinanzi.»
«E come hai fatto?»
«Non mi ricordo bene. Ma so che adesso il buon uomo è allo spedal di
San Lazzaro. Alla fanciulla poi ho fatte grandissime promesse, ed ella
mi martella dì e notte per sapere quando la sposerò.»
«E quando la sposerai?»
«Appena che avrò pagato i tremila ducati all'ebreo che sta qui in sul
canto.»
«E la figlia dell'arsenalotto Tritto?»
«Sappiamo che quel povero vecchio guaisce appena che ti sente a
nominare.»
Intanto che si facevano questi ribaldi discorsi, il senator Barbarigo
continuava a giuocare colla sua imperturbabile freddezza, poco o nulla
badando alle parole d'Attilio Gritti. Non così Candiano, che ad ogni
parola di lui si agitava manifestamente, e vi fu un punto che il suo
pugno battè con gran forza sullo scacchiere a collocarvi la pedina.
«Ammiraglio, non v'alterate,» dicevagli il senatore, non sapendo
indovinare la vera cagione di quel subito sdegno, «il giuoco non va
sempre a seconda. Perchè vi alzate, ammiraglio?»
All'udire alcune parole di scherno che il Gritti aveva pronunciate
contro il povero arsenalotto a cui aveva ucciso il figlio e tentato
disonorare la figlia, l'ammiraglio era di fatto balzato in piedi e
fattosi in mezzo a que' giovani che con tanta lena ridevano a quelle
ribalderie del Gritti, e movendo intorno la severa pupilla che
brillava sotto al folto suo sopracciglio,
«I giovani d'oggidì,» prese a dire, «si danno al bello spirito, a
quanto ho potuto sentire. Ma se la memoria non mi tradisce, v'è una
legge che ci obbliga, quanti siam figli della Serenissima, a
indennizzare coloro a' quali s'è fatto alcun danno.. È una legge del
secolo XI, sancita da que' nostri buoni antenati ch'erano specchio di
probità e di valore.»
«Le corazze e i morioni di quel secolo,» rispose Attilio, volgendosi a
guardar Candiano con un fare tra lo sbadato e beffardo, «sono appese
alle muraglie dell'arsenale, e tanto sono irrugginite che non v'è chi
più vi badi. Pensate, ammiraglio, che quella legge del secolo XI, è un
ferro vecchio da appendersi insieme a quelle corazze e a que'
morioni.»
«Torno a ripeterlo. I giovani d'oggidì si son dati al bello spirito.
Ma se la Serenissima non vi permette d'uscire, quando il volete, da'
suoi confini, v'è anche taluno che avrà forza da farvi stare entro i
confini della giustizia. Per Dio, non c'è da ridere, cari miei. Questi
giovinotti d'oggidì ridono per un nonnulla, è una vera sciocchezza.»
«Questa parola, se non l'avesse pronunciata l'ammiraglio, avrebbe
fatto uscire questa spada dal suo fodero.»
«Sta quieto, mio prode, a miei tempi il milanese Battista Mandello
dava lezioni di scherma in arsenale, e fece ottimi scolari. Vorrei
sapere se i giovani d'oggidì valgono i giovani d'una volta.»
A queste parole l'Attilio Gritti, che per costume non aveva rispetto
di chicchefosse uomo del mondo, e per soprappiù era alterato dal vin
di Cipro, voltosi a suoi compagni, e dando in uno scoppio di riso,
«A colui, disse, che ricorda così bene i provvedimenti della
Serenissima Republica, è uscito di mente che in riva al canal San
Secondo, fu eretto uno spedale pei vecchi cadenti. A colui
bisognerebbe rammentarlo.»
Candiano, a quest'ingiuria, non potè durare nella dignitosa sua calma.
Il volto gli si accese, e le parole gli borbogliarono sulle labbra
senza che potesse pronunciarle intere. Stato così per qualche tempo,
«I vecchi,» rispose, «che hanno ricordata la legge del secolo XI, i
vecchi la faranno osservare ai giovani che son privi di memoria. Ho
sentito dire di un tale che in cinque anni ha ucciso un gran numero di
cavalieri in duello.»
«E quel tale sarei forse io.»
«Benissimo,» continuava Candiano, «occhio acuto e braccio forte fanno
il miglior schermidore. A miei tempi lo fui anch'io; però anche di
presente, che conto sessantasette anni, il mio occhio sa fissare il
sole, e il mio braccio può ancora rattenere la fuga di una corvetta
nemica. Questo ve lo dico perchè tutti lo sanno, e anche tu lo
dovresti sapere.» E in così dire venne squassando con sì gran forza il
braccio d'Attilio, che il giovane se lo sentì intormentire; però,
volto al vecchio pieno di livore e d'odio,
«Ringraziate Dio e san Marco,» disse, «che abbiate trentasette anni
più di me; che altrimenti i vostri eredi avrebbero riso domani.»
Il parlar alto del giovane Gritti fece che in quella camera
s'affollasse gran parte delle persone che trovavansi a quella festa
per vedere e sentire di che cosa mai si trattasse. Il Candiano non
pensò già di tacere in faccia a coloro. Anzi con voce più alta e con
modi più severi e solenni, così prese a dire:
«Giacchè mi costringi a parlarti più chiaro, o meschino beffardo,
sappi che le mie parole non saranno senza effetto. Tu hai offeso la
povera famiglia di Tritto, e dopo avere attentato all'onore
dell'innocente sua figlia, hai ucciso il prode fratello di lei, unico
sostegno della miserabile famiglia. Quel vecchio è venuto a
supplicarmi perchè io m'interponessi al suo vantaggio, e un momento fa
chi aveva commessa tanta ingiustizia, se ne gloriava irridendo le
lagrime del vecchio desolato. Per Dio, mi penso che codeste tristizie
facciano orrore agli stessi Barbari, a cui facciamo la guerra, e de'
quali parlasi fra noi con tanto disprezzo. Però in faccia a tutta
questa buona gente ti chiamo vile e infame, e così sempre ti chiamerò
infino a tanto che non avrai obbedito a quel che vuole la legge.»
«Senator Barbarigo,» disse Attilio per risposta a quelle parole,
sforzandosi a celare lo sdegno sotto l'apparenza dell'ironia, «sarete
persuaso che questa sera il vostro vin di Cipro ha fatto male a
qualcheduno.»
«Stolto beffardo,» proruppe allora Candiano, «in faccia a queste
illustri persone non mi degno ora più di risponderti con parole. In
faccia a queste persone io ti do quel solo che meriti. Prendi, e va
sfregiato per tutta la vita.» E così dicendo d'un manrovescio percosse
la guancia al giovane Gritti.
La mano di Attilio, in men che non si può dire, brandì lo stiletto, e
fece per gettarsi sul corpo di Candiano. Per buona ventura si era esso
ritratto a quella furia del giovane, e di traverso afferratolo per la
mano, lo sforzò colle potenti sue strette ad abbandonare quell'arme,
intanto che molti fra gli astanti s'erano fatti intorno al Gritti per
rattenerne la furia. Nè si può con parole dipingere al vero come colui
si venisse contorcendo vedendosi chiuso il campo ad una subita
vendetta, basti il dire che a versar fuori quello spasimo di rabbia
che lo aveva invaso, s'era per tal modo stretto co' denti il labbro
inferiore che ne fece spricciar vivo sangue.
«Per ora è bene che tu sappia,» continuava Candiano, «che il mio
palazzo è in canal grande, che in Venezia vi son molti luoghi remoti
per ribattere un'ingiuria, se mai tu ti credessi offeso, e che a me
non pesano ancora i miei sessantasette anni. In quanto alla famiglia
del povero Tritto ci provvederò io medesimo.....» E senza più altro si
tolse di là.
Dopo que' primi soprassalti d'ira, il Gritti aveva subito una specie
d'atonia, che lo fece durare immobile nel mezzo della camera per molto
tempo. Non parea vero al borioso e spavaldo giovane d'aver potuto
sopportare una sì grave offesa; intorno a lui frattanto ogni cosa
erasi rimessa in calma, chè tutti gli astanti, ad uno ad uno, l'aveano
abbandonato, non osando più rivolgergli una parola; e il senator
Barbarigo, fin dal punto ch'era cominciata la contesa, avea pensato
uscire di quella stanza.
Vi ritornò per altro di lì a qualche tempo. Fermatosi in prima a
riguardare il Gritti ed accostatosi a lui,
«La campana di Sant'Elmo,» disse, «suonò dieci ore. Quasi tutta la
gente è dileguata dal mio palazzo, i doppieri più non brillano, ed è
un'ora buonamente che tu stai qui solo ritto, immobile e cogli occhi a
terra. Che cosa pensi?
«Se nel vostro vin di Cipro,» rispose Attilio scuotendosi
d'improvviso, «aveste gettato polvere d'arsenico, penso che io avrei
dovuto ringraziare mille volte la mia fortuna.»
«I morti non seppero mai vendicare le offese ricevute.»
«Chi mi parla qui di offesa, chi ardisce ricordarmela? Senator
Barbarigo, non mi traete in furore, e se vi fu taluno che in faccia a
tutta Venezia osò svillaneggiarmi, svillaneggiar me che non ho mai
patito sopruso da chicchefosse uomo del mondo, è tal cosa che ciascuno
dovrebbe fingere di non sapere in faccia me.»
«Un'ingiuria che dev'essere vendicata, deve essere ricordata,
Attilio.»
«Questo lo credo anch'io.»
«Dunque?»
«Dunque, io sono sì sprofondato che non vorrei mai più veder luce, nè
uscire mai più fuori all'aperto: pure se mi venisse in pensiero
qualche atroce modo a vendicarmi, qualche cosa di straordinario,
d'inaudito, di orribile, penso che tosto lo manderei ad effetto.»
«Lascia fare al tempo, Attilio, e a rivederci domani.»
Queste parole di congedo furono pronunciate dal Barbarigo, quando
sentì bussare alla porta della camera.
Attilio si tolse di là, mentre entrava Apostolo Malumbra.
Il suono de' sistri era cessato, il romore dalle sale era passato ai
piedi del palazzo, e sulle gondole partivano le persone ch'erano
intervenute alla festa.
Il senator Barbarigo, chiusa allora la porta della camera a
chiavistello,
«Siamo soli,» disse al Malumbra, «ora tu puoi parlare liberamente.
Raccontami tutto;» e si gettò a sedere su di un ampio seggiolone.
«Prima vorrei pregare la signoria vostra illustrissima a farmi degno
di dirle due parole con libertà.»
Il senatore gli accennò che parlasse.
«Io so che la Serenissima Republica dà trecento ducati di premio a chi
sa svelarle alcuna cosa di grave importanza.»
«E tu avrai i trecento ducati dalla Serenissima, e qualche cosa di più
ti verrà dato dalla mia borsa particolare. Ti dirò poi quando tu debba
presentarti innanzi al consiglio dei Dieci.»
«Va bene, ora udrete da me tali cose che in mille anni mai non avreste
imaginate le simili.»
Erano le ultime ore della notte, le sole ore di profonda quiete in
Venezia. Il vecchio Barbarigo, colla testa china e colle mani
incrocicchiate sul petto, si pose ad ascoltare le parole del Malumbra.
Siccome questi nel fare il suo racconto dovette di ragione tacere
assai cose che il Barbarigo già sapeva, ma che per la chiara
intelligenza del tutto, al nostro lettore deve importar di conoscere,
così noi medesimi ci faremo a narrare la storia del fatto, al quale
non ci sovviene d'aver trovato mai caso che rassomigli in alcuna
parte; che se dessa parrà un po' strana e maravigliosa, preghiamo il
lettore a non volerla poi tacciare d'inverosimile, ed a considerare in
vece che ci fu tramandata da un cronista contemporaneo agli
avvenimenti che imprendiamo a narrare; che appunto perchè alquanto
maravigliosa, fu scelta ad argomento di queste pagine, non mettendo
conto di raccontare ciò che siam usi a vedere in ogni incontro della
vita comune; che l'essere il fatto straordinario, e l'esservi
implicati uomini d'una tempra per certo qual modo straordinaria ci
aprirà forse il campo a scoprire alcun nuovo rapporto tra le cose di
questo mondo ed a svolgere qualche piega intentata dei cuore umano.
II
IL PADRE E LA FIGLIA.
Il lettore si ricorderà delle poche parole che già sopra si sono dette
intorno all'ammiraglio Candiano e ad una sua figlia chiamata Valenzia,
che, incontrata una sventura per lei insopportabile, ne dovette poi
morire.
Quattro anni prima della notte a cui siamo con questo racconto, nel
palazzo ducale, la metà di Venezia era intervenuta per udire un
cavaliere lombardo che diceva maravigliosamente all'improvviso, e che
aveva inoltre assai buon nome nell'arme. Erasi esso recato a Venezia
nella sua qualità di cavaliere aureato, per accompagnare l'ambasceria
del Conte di Virtù. Appena il giovane comparve nella sala, l'avvenenza
della persona e il decoro de' suoi modi, come suole intervenire,
cominciò a disporre così bene gli animi di tutti coloro che già
avevano sentito a dire di lui tante meraviglie, che uno scoppio
d'applausi, alzatisi spontaneamente da tutte le parti, fu il primo
saluto che gli fu reso. Come adesso, anche allora era costume che gli
uditori dessero i temi del canto, ed egli per guisa li venne
svolgendo, accompagnandosi col liuto che toccava mirabilmente e
spiegando una voce soave con tanta virtù e tant'arte, che
l'aspettazione di tutti non solo fu appagata, ma superata di lunga
mano. La maraviglia del dire all'improvviso, se tu l'accompagni
coll'incanto delle noti vocali, ha tale un fascino che può facilmente
mettere impressioni profonde in un cuore sensitivo. Una fanciulla che
di poco aveva passato i diciassette anni, che fino a quel dì tra le
cure tranquille dell'età sua s'era sempre mostrata d'una gaia e
festosa natura, quando uscì di quel palazzo, e saltata nella gondola,
venne ricondotta tra le donne e i servi nella sua casa, si sentì
oppressa improvvisamente, e quasi che ella medesima non ne sapesse
indovinare la causa, di un'arcana molestia che la faceva tutta
pensosa, e non le lasciava più bene. La bella e florida giovinetta era
la figlia dell'ammiraglio Candiano, che in quel tempo trovavasi colle
galere sul Mediterraneo. Il volto del giovane cavaliere, il muovere
degli occhi di lui, quella sua voce piena d'una mesta ed ineffabile
dolcezza, per tal guisa le si erano fitte nell'animo, che per il resto
della notte non potè mai liberarsi affatto affatto di quel pensiero, e
provava un'agitazione, un'inquietezza, una specie di desolazione, ma
di un genere particolare, e pur mista ad una fantastica ebbrezza che
di quando in quando le faceva provare certi repentini soprassalti che
mai non le permisero di chiuder occhio interamente. La mattina un
forte pensiero, assalendola d'improvviso, le fece provare un così
acuto dolore che quasi era prossimo a disperazione. Come mai la
passione, in così breve giro di tempo, aveva potuto invadere il cuore
di Valenzia, con tanta forza da farle venire in mente la legge
inesorabile che vietava le nozze tra una figlia di San Marco ed uno
che non fosse patrizio se veneto, o non fosse re o figlio di re, se
straniero? Come mai codesta legge aveva potuto recarle già tanta
molestia da farle maledire la sorte che l'avea fatta nascere in
Venezia? Il fatto è così appunto, e all'ingenua fanciulla potè venire
in mente un simile pensiero. Passarono così alcuni giorni, nè alla
giovane intervenne mai cosa che potesse confortarla di qualche
speranza, giacchè con accanto di continuo la severa sua governante,
alla quale per nessun conto avrebbe voluto che fosse trapelato nulla
di quel suo affetto, e chiusa per lo più nelle stanze del proprio
appartamento, vedeva bene che era troppo difficile ch'ella venisse mai
ad incontrarsi un'altra volta in quel giovane cavaliere. Per buona, o
meglio per mala fortuna il caso volle secondarla troppo bene. Il suo
padre Candiano, col grosso delle galere, era tornato nel porto di
Venezia. L'arrivo di quell'uomo, che tanta parte aveva nelle publiche
vicende, fece che per tutta Venezia si parlasse di lui, e, d'uno in
altro discorso, anche dell'unica e bellissima sua figlia. In un
crocchio di giovani dove soleva praticare Alberigo Fossano, che tale
era il nome del cavaliere lombardo, si venne appunto a parlare della
Valenzia, e tanto bene si disse rispetto alla maravigliosa avvenenza e
virtù di lei, e aggiungi il prestigio dell'esser figlia a quel
glorioso uomo, che ad Alberigo, così come suol prendere vaghezza ad un
giovane, venne voglia di vederla. L'arrivo dell'ammiraglio Candiano a
Venezia, illustre per una recente vittoria riportata contro la
flottiglia pisana, fece che in que' dì ad altro non si pensasse che a
feste e luminarie. Venne la volta sua anche al Candiano, che volle
invitare tutta Venezia ed una gran festa nel proprio palazzo. Come è
facile a credere, Alberigo vi fu invitato per dare una prova dell'arte
sua, e di buon grado egli v'intervenne. Così l'avesse potuto impedire
qualche caso impreveduto, che si sarebbe spezzato il filo di tante
sventure che la sorte allora cominciava ad ordire a que' due poveri
giovani. Lasciamo pensare al lettore che effetto producesse nell'animo
di Valenzia la notizia che quel cavaliere, che tanto l'avea fatta
maravigliare nelle sale del doge, sarebbe venuto la sera nel suo
medesimo palazzo. Basti il dire che il medesimo suo padre Candiano,
lontano com'era le mille miglia dal congetturare ciò che passava nella
mente della sua figliuola, dovette tuttavia accorgersi di qualche cosa
di nuovo che erale entrato nell'animo. Non ne fu nulla però, che,
pieno com'era egli di cure assai più gravi, ben presto fu divagato ad
altro. Venne la sera. Alberigo mise il piede nelle sale
dell'ammiraglio. Vide la figlia di lui.... le parlò. Ch'egli siasi
accorto di aver destato nell'animo della fanciulla alcuna simpatia di
sè, è troppo facile il crederlo; e tra per questa circostanza che in
lui destò quel senso indefinito di gratitudine che uom prova quando sa
che una donna si prende alcun pensiero di lui, tra che la bellezza
veramente straordinaria della fanciulla fortemente lo colpì, egli
sentissi pure trascinato, forse suo malgrado, ad amare quella
giovinetta.
I pericoli che incontrava un gentiluomo straniero se mai osasse
mettere gli occhi su di una figlia di San Marco, la legge che vietava
ad una veneziana il maritarsi fuorchè ad un patrizio veneto o ad un re
o principe straniero, tutto era ben noto anche al giovane Alberigo. Ma
troppo spesso l'ingegno dell'uomo si irrita delle difficoltà e le vuol
vincere, e quando il segno è reputato impossibile a raggiungere, è
allora appunto ch'egli s'intesta di rivolgervi le proprie mire. Così è
appunto. Vedeva inoltre che tra i giovani patrizi veneziani era una
gara per rapirsi uno sguardo di quella fanciulla; vedeva che
ciascheduno avrebbe ascritto a propria gloria il poterne vincere gli
affetti; ed egli già era certo d'aver ottenuto quello che gli altri
non potevano che desiderare, Venuto in quella sera a stretti colloqui
col Candiano medesimo, egli seppe comportarsi così bene parlando con
quell'uomo pieno d'onore e di virtù, e per sua parte fu tanto
maravigliato dai modi affabili e sinceri dell'illustre ammiraglio, che
presto nacque tra loro una stretta amicizia. Quando poi Alberigo fu al
punto di dovere dar prova dell'arte sua, tra per i vari affetti da cui
l'animo suo era agitato, tra per quell'esaltazione di spirito che ne è
la naturale conseguenza, seppe dare tanta forza e tanta verità e tanta
magia al suo canto che tutta l'adunanza ne fu scossa al punto che
anch'essa pareva invasata dell'esaltazione di lui. La figlia di
Candiano, che assai teneva della sincera indole del padre, e che
oramai non poteva più rattenere in sè l'impeto dell'amore, per quella
medesima ingenuità che non sa trovar una colpa nelle impetuose
passioni del cuore, disse ad Alberigo parole di tanta dolcezza e tanta
bontà che egli se ne sentì fin nel più intimo dell'animo suo. In quel
momento nè l'una nè l'altro pensarono più alla legge inesorabile della
Republica. Essa non era già la figlia di San Marco, ned egli uno
straniero. In faccia l'uno dell'altro non erano più che due esseri
liberi di sè e non dipendenti che dalla legge dell'amore. Non
pensarono i due giovani ai mali che avrebbe partorito l'inconsiderata
loro passione, sorta improvvisa nei loro cuori quasi per virtù di
magia. Nè poteva pensare il prode Candiano che in quel momento i
destini preparavano la rovina della sua casa e di lui.
I due giovani però, quantunque abbastanza sapessero ciò che passasse a
vicenda negli animi loro, non ne tennero mai chiare parole in
proposito; ma come Alberigo, avendo stretta amicizia col Candiano,
trovò modo a frequentare, più spesso che non avrebbe potuto, la casa
di lui; colla continua pratica, tanto si vennero riscaldando l'uno
dell'altro che più non potevano oramai senza pena vivere un solo
momento distanti. Nè di nulla se n'era addato il Candiano, nè altri
che praticavano con lui, perchè il pensare che la Republica aveva
sancita quella legge, e che gravissimo delitto ei fosse il
contravvenire ad essa in una minima parte, rintuzzava tosto i sospetti
quando mai avessero potuto sorgere nella mente di taluno. E i giovani
d'altra parte si comportavano sì decorosamente che, se non
impossibile, era difficile certo l'intravederne qualche cosa. Di
questo tenore passò buonamente un mese senza che mai caso intervenisse
nè a scemare nè ad accrescere la felice loro condizione.
Di quel tempo Bernabò Visconti, messo continuamente alle strette dalle
armi temporali del Santo Padre, per tacere delle spirituali, aveva
pensato accostarsi all'amicizia de' Veneziani, ed a ciò spedì a
Venezia il suo secondogenito Carlo insieme a due oratori della sua
corte.
L'arrivo a Venezia di un figlio di quel potente e terribile signore,
la cui fama, o infamia che si voglia dire, era sparsa per tutta
Italia, fu senza dubbio un avvenimento che fermò l'attenzione di tutta
la città. Del resto alla Republica, quando udì le proposizioni del
Visconti, parve avere buonissimi patti, onde non fu lenta a venire
all'accordo, tanto più che già da gran tempo ella desiderava
confederarsi a quel potente signore.
E in quanto al popolo veneziano, che sapeva troppo bene le atrocità di
quella casa, s'affollava intorno al figlio del Visconti ogni qual
volta ei compariva in publico. E l'aspetto di lui era tale che se non
accresceva l'idea terribile che ognuno s'era fatto di quella famiglia,
certo non l'attenuava. Giovane di ventott'anni e poco più, era assai
vantaggioso della persona, ma nel suo incedere, ne' suoi moti, in ogni
suo gesto era un tal misto di selvaggio, di crudele e di beffardo che
metteva in ciascuno che lo vedesse, un senso di paura e di disgusto
indicibile. Tenente assai del padre, aveva barba folta e rossiccia che
gli copriva tutto il mento, e non gli lasciava scoperti che i labbri;
di belle linee nel resto della faccia, di una tinta assai forte e
rubizza. Ma non è parola che possa ritrarre al vero quella scintilla
d'astuzia e di ferocia che gli brillava tra ciglio e ciglio, quasi che
in lui si fossero congiunte le due nature della volpe e del leopardo.
E davvero che quando parlasi di quel ceppo monstruoso dei tre
Visconti, Matteo, Galeazzo e Bernabò, a renderne meglio che si possa
il ritratto, è proprio forza istituire il confronto co' bruti e colle
belve, chè anche, a volerne rintracciare le somiglianze tra i selvaggi
dove la natura umana è più viziata e più eccezionale, se ne vien
sempre a dare una debole imagine.
Bernabò, a stringere l'alleanza con legami più sodi, aveva consigliato
al figlio Carlo chiedesse alla Serenissima Republica in isposa la
figlia di uno di que' patrizi; ma egli dopo essersi guardato attorno
ben bene, ned essendosi incontrato in nessuna che le piacesse, pensava
già partire di Venezia senza farne altro; quando in una delle ultime
notti ch'egli se ne doveva rimanere in Venezia, essendo stato invitato
ad una delle più splendide feste che mai potesse offrire il doge a
principe straniero, colà gli venne veduta la figlia dell'ammiraglio
Candiano. La sensazione ch'egli ne provò quando la vide, non fu già
quella che suole comunemente invadere chi sentesi trascinato ad amare
qualcheduno. Amore, nel senso più bello della parola, non era
certamente il suo, ma era tuttavia alcuna cosa che gli si accostava:
un desiderio di padroneggiarla, di possederla; una rabbia al solo
pensare che altri mai avesse a poterla chiamare sua donna. Quella
notte medesima pensò accostarsi a quella fanciulla, e la balda e
feroce sua natura parve si venisse mitigando un tratto quando si fece
a rivolgerle alcuna parola. E in quanto alla Valenzia che aveva
sentito a raccontare così atroci istorie del padre suo e di lui, che
sin dal primo momento che l'avea veduto in una gondola a passare sotto
le sue finestre, forse perchè era stata così malamente prevenuta,
sentì tutta invadersi di un senso indefinito di ribrezzo, pareva
trovarsi su carboni ardenti e peggio, finchè fu costretta a rispondere
alle domande di lui, e ad ogni tratto si rivolgeva a cercare cogli
occhi o il padre o la governante o le sue amiche perchè la togliessero
di quel tormento. Nè certo le parole che il Visconti le diceva
valevano a rassicurarla punto, che dopo quella prima sfioritura di
cortesia con che s'era sforzato a far velo al proprio selvaggio
talento, la baldanza delle sue espressioni con certe occhiate procaci
e penetrative, altro non fecero che mettere assai più di diffidenza
nell'animo della giovinetta. Un vago terrore, di cui non sapeva bene
rendersi ragione, fu a lei compagno in quella notte, e quando si fu
ridotta nella stanza segreta della sua casa, nel mentre lasciavasi
andare alle tenere e soavi illusioni dell'amore che troppo l'avea
legata ad Alberigo, e vedeva pur sempre coll'occhio della calda
fantasia la bella figura di quel giovane, d'improvviso le
s'intrometteva fra que' pensieri dorati la cupa e terribile figura del
Visconti. Davvero che nell'uomo è alcuna cosa talora che gli fa
presentire, quantunque in confuso, ciò che il suo destino gli vien
preparando, giacchè qual motivo poteva avere la Valenzia di
corruciarsi tanto pensando al figlio del Bernabò, se ella non aveva
neppure una ragione per temerlo?...
La mattina del giorno che susseguì a quella notte, l'ammiraglio
Candiano ebbe invito di recarsi dal doge. Colà v'era il figlio del
Visconti, v'erano i senatori, v'erano i procuratori di San Marco. Con
parole abbastanza dolci in apparenza, ma che racchiudevano in realtà
il più stretto comando, gli fu domandato se in quanto a lui non si
rifiutava a concedere la sua figlia in isposa al Visconti.
L'ammiraglio Candiano, come lo avrebbe dovuto ciascun altro
dell'indole sua e delle sue virtù, abborriva e detestava apertamente
il nome di Bernabò; però, come udì una simile proposta, si senti tutto
avvampare di sdegno, che non si versò per altro nelle sue parole, e
stette per qualche tempo perplesso e in grandissima agitazione prima
di rispondere. Ma gli occhi de' senatori erano fissi in lui, e
volevano dire che al partito ch'era stato preso, non era autorità
paterna che si potesse opporre. L'ammiraglio Candiano senza parlare
chinò la testa soltanto, e tutti mostrarono prendere quell'atto come
una decisa risposta.
La notizia di quegli sponsali non tardò a spargersi per tutta Venezia.
Alle mense del senator Grimani, dove Alberigo era stato invitato, si
parlò, com'era di ragione, di quell'avvenimento, e il giovane non
seppe dominarsi così che nulla trapelasse del repentino suo
turbamento. Quantunque fosse preso del più sviscerato e sincero amore
per Valenzia, non aveva tuttavia mai osato sperare potesse mai
giungere a congiungersi in nozze con lei, che ben sapeva come le leggi
della Republica fossero di ferro; ma senza pensare a nulla che non
fosse l'amore per Valenzia, illudevasi e lasciava andar le cose a
beneficio di fortuna Alcuna volta bensì, in uno di quei momenti che la
passione si lascia un tratto padroneggiare dalla ragione, aveva
pensato che un dì o l'altro quella che tanto amava, avrebbe pur dovuto
andar sposa a qualcheduno. Ma codesto fatto riferivasi allora ad un
tempo indeterminato, e il pensarvi non poteva essere gran che
doloroso. Or si consideri la condizione del povero Alberigo, quando
egli si trovò gravato di quella sventura che aveva temuta lontana.
Uscito il più presto che gli venne fatto dalle sale dei Grimani, che
colà dentro gli si era fatta insopportabile l'allegria baccante che lo
circondava, saltò in una gondola, e dalle ventitrè ore fino a notte
chiusa, seduto nel fondo e colla testa appoggiata alle palme, corse e
ricorse per quei canali facendo mille pensieri e maledicendo
continuamente la propria fortuna. Quando a tutti gli orologi suonò la
prim'ora di notte, per caso egli venne a trovarsi in canal grande, e
alzando un tratto la testa e veduta la nera massa del palazzo di
Candiano, tentato ancora da una vaga speranza che le nozze della
Valenzia col Visconti fossero al tutto una finzione, prese il partito
di salire negli appartamenti dell'ammiraglio.