_Turbolenze dopo la rinunzia di Diocleziano: morte di Costanzo.
Innalzamento di Costantino e di Massenzio. Sei Imperatori ad un
tempo. Morte di Massimiano e di Galerio. Vittoria di Costantino
contro Massenzio e Licinio. Riunione dell'Impero sotto
l'autorità di Costantino._
[A. D. 305-323]
La bilancia della potenza, da Diocleziano stabilita, si mantenne finchè
fu sostenuta dalla ferma ed esperta mano del suo fondatore. Esigeva
quella una tal fortunata combinazione di caratteri e di talenti diversi,
che si poteva difficilmente trovare od anche sperare una seconda volta,
due Imperatori senza gelosia, due Cesari senza ambizione, ed il medesimo
generale interesse invariabilmente seguitato da quattro Principi
indipendenti. Alla rinunzia di Diocleziano e di Massimiano succedettero
diciotto anni di discordia e di confusione. Fu l'Impero afflitto da
cinque guerre civili; ed il rimanente del tempo, anzi che uno stato di
tranquillità, fu una sospensione di armi tra diversi nemici monarchi,
che riguardandosi l'un l'altro con occhio di timore e di avversione,
procacciavano di aumentare le loro rispettive forze a spese dei loro
sudditi.
Appena che Diocleziano e Massimiano ebber rinunziato alla porpora, fu il
lor posto (secondo le regole della nuova costituzione) occupato dai due
Cesari Costanzo e Galerio, i quali presero immediatamente il titolo di
Augusto[329]. Furono gli onori dell'anzianità e della precedenza
accordati al primo di questi Principi, ed egli sotto un nuovo titolo
continuò ad amministrare il suo antico dipartimento della Gallia, della
Spagna e della Britannia. Il governo di quelle ampie Province era
sufficiente ad occupare i talenti, ed a soddisfare l'ambizione di lui.
La clemenza, la temperanza e la moderazione distinguevano il dolce
carattere di Costanzo, ed i felici suoi sudditi ebber sovente occasione
di paragonare le virtù del loro Sovrano coi trasporti di Massimiano, e
fino cogli artifizi di Diocleziano[330]. In luogo d'imitare il lor fasto
e la loro magnificenza orientale, conservò Costanzo la modestia di un
Principe Romano. Egli dichiarava con non affettata sincerità, che il suo
più stimato tesoro era nei cuori del suo popolo, e che qualunque volta
la dignità del trono o il pericolo dello Stato esigesse qualche
straordinario sussidio, egli poteva sicuramente contare sulla loro
gratitudine e liberalità[331]. I provinciali della Gallia, e della
Spagna e della Britannia, conoscendo il merito di lui e la propria loro
felicità, riflettevano con inquietudine alla decadente salute
dell'Imperatore Costanzo, ed alla tenera età della numerosa famiglia,
che nata era dal secondo matrimonio di lui colla figlia di Massimiano.
Il crudo carattere di Galerio era di una tempra affatto diversa; e
mentre costringeva i suoi sudditi a stimarlo, rare volte ebbe la
compiacenza di procurarsene l'affetto. La sua fama nelle armi, e
soprattutto il buon successo della guerra Persiana, aveano fatto
insuperbire il suo animo altiero, incapace naturalmente di soffrire un
superiore e per fino un uguale. Se dar potessimo fede alla parziale
testimonianza di uno scrittore non giudizioso, potremmo attribuire la
rinuncia di Diocleziano alle minacce di Galerio, e riferire le
particolarità di un _privato_ colloquio tra questi due Principi, nel
quale il primo mostrò tanta pusillanimità, quanta ingratitudine ed
arroganza dimostrò l'altro[332]. Ma questi oscuri aneddoti vengono
bastantemente confutati da un imparziale esame del carattere e della
condotta di Diocleziano. Per diverse che esser potessero le sue
intenzioni, se egli temuto avesse qualche pericolo dalla violenza di
Galerio, il suo discernimento lo avrebbe indotto a prevenire il
vergognoso contrasto, ed avendo tenuto lo scettro con gloria, lo avrebbe
ceduto senza disonore.
Dopo l'innalzamento di Costanzo e di Galerio al posto di _Augusti_,
erano necessari due _Cesari_ per occupare il lor luogo, e compire il
sistema del governo Imperiale. Diocleziano desiderava sinceramente di
ritirarsi dal Mondo; egli considerava Galerio, che avea sposata la sua
figliuola, come il più saldo sostegno della sua famiglia e dell'Impero;
ed egli consentì senza ripugnanza che il suo successore si assumesse il
merito e l'odiosità di quella nomina importante. Stabilita fu questa
senza consultar l'interesse o l'inclinazione dei Principi d'Occidente.
Ciaschedun di loro avea un figliuolo già pervenuto all'età virile, e
ognun di questi poteva sembrare il più legittimo candidato per la
vacante dignità. Ma più non era da paventarsi l'impotente risentimento
di Massimiano; ed il moderato Costanzo, benchè disprezzasse i pericoli
di una guerra civile, ne temeva giustamente le calamità. I due soggetti,
da Galerio innalzati al posto di Cesare, erano molto più convenienti a
servire alle ambiziose mire di lui; e sembra che la mancanza di merito o
di personale importanza fosse la principal loro raccomandazione. Il
primo di essi fu Daza, o come fu di poi chiamato, Massimino, la cui
madre era sorella di Galerio. L'inesperto giovane manifestava tuttavia
coi modi e col linguaggio la rustica sua educazione, quando con suo ed
universale stupore, fu da Diocleziano rivestito della porpora, innalzato
alla dignità di Cesare ed incaricato del supremo comando dell'Egitto e
della Siria[333]. Nel tempo istesso Severo, ministro fedele, addetto ai
piaceri, ma non incapace degli affari, fu mandato a Milano, per ricevere
dalle ripugnanti mani di Massimiano gli ornamenti Cesarei, ed il
possesso dell'Italia e dell'Affrica[334]. Secondo la forma della
costituzione, Severo riconosceva il primato dell'occidentale Imperatore;
ma era assolutamente addetto ai comandi del suo benefattore Galerio, che
riservandosi i paesi intermedj tra i confini dell'Italia e quelli della
Siria, stabilì saldamente la sua potenza sopra tre quarti della
Monarchia. Nella piena fiducia, che la vicina morte di Costanzo lo
lascerebbe solo padrone del Mondo Romano, siamo assicurati ch'egli si
era formata nella sua mente una lunga serie di futuri Principi, e che
meditava di ritirarsi dalla pubblica vita, dopo di aver compito un
glorioso regno di quasi vent'anni[335].
Ma in meno di diciotto mesi due inaspettate rivoluzioni rovesciarono gli
ambiziosi disegni di Galerio. Le speranze di unire al suo impero le
occidentali Province rimasero deluse per l'innalzamento di Costantino,
mentre l'Italia e l'Affrica si eran perdute per la fortunata ribellione
di Massenzio.
[A. D. 274]
I. La fama di Costantino ha richiamato l'attenzione della posterità alle
più minute circostanze della vita, e dell'azioni di lui. Il luogo della
sua nascita, e la condizione della sua madre Elena, furono il soggetto
non solo di letterarie, ma ancora di nazionali dispute. Malgrado la
recente tradizione che le assegna per genitore un Re Britanno, siamo
obbligati a confessare che Elena era figlia di un locandiere[336]. Ma
possiamo nel tempo stesso difendere la legittimità del suo matrimonio,
contro coloro che l'hanno rappresentata come concubina di Costanzo[337].
È molto probabile che Costantino il Grande nascesse in Naisso città
della Dacia;[338] e non è da maravigliarsi, che in una famiglia, e in
una Provincia illustre soltanto per la professione dell'armi, il giovane
mostrasse così poca inclinazione a coltivare il suo spirito
coll'acquisto delle scienze[339]. Egli avea quasi 18 anni quando il
padre di lui fu promosso al posto di Cesare: ma questo fortunato evento
fu seguitato dal divorzio della madre: e lo splendore di una imperiale
parentela ridusse il figliuolo di Elena ad uno stato di disonore o di
umiliazione. Invece di seguitare Costanzo in Occidente, egli rimase al
servizio di Diocleziano; si segnalò col valore nelle guerre dell'Egitto
e della Persia, e s'innalzò a poco a poco all'onorevol grado di tribuno
del prim'ordine. Era Costantino di alta e maestosa statura, destro in
tutti i suoi esercizi, intrepido in guerra, ed affabile in pace. In
tutta la sua condotta l'ardente spirito della gioventù veniva moderato
da un'abitual prudenza, ed avendo l'animo gonfio d'ambizione, sembrava
freddo ed insensibile agli allettamenti del piacere. Il favore del
popolo e dei soldati, che lo avevano nominato come un meritevole
candidato per la dignità di Cesare, servì soltanto ad inasprire la
gelosia di Galerio; e benchè la prudenza lo trattenesse dall'usare
alcuna violenza aperta, tuttavia ad un assoluto Monarca rade volta
mancano i mezzi di eseguire una sicura e segreta vendetta[340].
Crescevano ad ogni momento il pericolo di Costantino, ed il timor di suo
padre, che con replicate lettere esprimeva il più ardente desiderio
d'abbracciare il figliuolo. La politica di Galerio lo tenne a bada per
qualche tempo con dilazioni o con iscuse, ma era impossibile il resister
per lungo tempo ad una natural dimanda del suo collega senza sostenere
coll'armi il rifiuto. Fu con ripugnanza accordata la permissione del
viaggio, e tutte quelle precauzioni che prender potè l'Imperatore per
impedire un ritorno, di cui egli temeva con tanta ragione le
conseguenze, vennero felicemente deluse dall'incredibile diligenza di
Costantino[341]. Lasciando di notte il palazzo di Nicomedia, egli corse
la posta per la Bitinia, per la Tracia, per la Dacia, per la Pannonia,
per l'Italia, e per la Gallia, e in mezzo alle giulive acclamazioni del
popolo arrivò al porto di Bologna nel momento stesso che il padre si
preparava l'imbarco per la Britannia[342].
[A. D. 306]
La Britannica spedizione, ed una facil vittoria sopra i Barbari della
Caledonia furono l'ultime imprese del Regno di Costanzo. Egli cessò di
vivere nell'Imperial palazzo di Jorck 15 mesi dopo aver assunto il
titolo di Augusto, e quasi quattordici anni e mezzo dopo essere stato
promosso al posto di Cesare. La morte di lui fu seguitata immediatamente
dall'innalzamento di Costantino. Le idee di eredità e di successione
sono sì famigliari, che la maggior parte del genere umano le considera
come fondate non solamente sulla ragione, ma fino sulla stessa natura.
La nostra immaginazione trasferisce con facilità i medesimi principi dal
privato patrimonio al pubblico dominio; e qualunque volta un virtuoso
padre lascia dopo di se un figliuolo, il cui merito sembra giustificare
la stima, anzi le speranze del popolo, la doppia influenza del
pregiudizio e dell'affetto opera con una forza invincibile. Il fiore
degli eserciti occidentali avea seguito Costanzo nella Britannia, e le
truppe nazionali erano rinforzate da un numeroso corpo di Alemanni, i
quali obbedivano agli ordini di Croco, uno de' loro ereditarj
condottieri[343]. Gli aderenti di Costantino con gran diligenza
inculcavano alle legioni l'idea della loro importanza, e la sicurezza
che la Britannia, la Gallia e la Spagna acconsentirebbero alla loro
elevazione. Fu domandato ai soldati, se potevano esitare un momento tra
l'onore di mettere alla lor testa il degno figliuolo del loro diletto
Imperatore, e l'ignominia di vilmente aspettare l'arrivo di qualche
oscuro straniero, al quale si fosse il Sovrano dell'Asia compiaciuto di
donare le armate e le province dell'Occidente. Fu ad essi insinuato che
la gratitudine e la liberalità erano le distinte virtù di Costantino: e
questo Principe artificioso non si presentò alle truppe finchè non
furono disposte a salutarlo coi nomi di Augusto e d'Imperatore. Il trono
era l'oggetto delle sue brame: e quando ancora fosse stato meno animato
dall'ambizione, era il trono per lui l'unico mezzo di salvezza. Egli ben
conosceva il carattere ed i sentimenti di Galerio, e sapeva
bastantemente che se desiderava di vivere, doveva determinarsi a
regnare. La decente, anzi ostinata resistenza che egli volle
affettare[344], era destinata a giustificare la sua usurpazione; nè egli
cedè alle acclamazioni dell'esercito finchè preparati non ebbe i
materiali propri per una lettera, che immediatamente spedì
all'Imperatore d'Oriente. Costantino gli faceva noto il tristo evento
della morte del padre; modestamente sosteneva il suo natural diritto
alla successione, e rispettosamente si lagnava che l'affettuosa violenza
delle sue truppe non gli avesse permesso di procurarsi l'Imperial
porpora coi metodi regolari e legali. I primi moti di Galerio furono di
sorpresa, di sconcerto, e di rabbia; e siccome egli poteva rare volte
frenare le sue passioni, altamente minacciò di dare alle fiamme e la
lettera ed il messaggero. Ma il suo risentimento si calmò a poco a poco;
e quando egli riflettè ai dubbi eventi della guerra, quando ebbe
bilanciato il carattere e la forza del suo avversario, consentì ad
abbracciare l'onorevole accomodamento, che la prudenza di Costantino gli
avea lasciato aperto. Senza condannare o ratificare la scelta
dell'esercito Britannico, Galerio riconobbe il figliuolo del suo defunto
collega, come sovrano delle Transalpine Province; ma solamente gli dette
il titolo di Cesare, ed il quarto posto tra i Principi Romani, mentre
conferiva il posto vacante di Augusto al suo favorito Severo. Fu
conservata l'apparente armonia dell'Impero, e Costantino, che già
possedeva la sostanza del supremo potere, aspettò senza impazienza
l'opportunità di conseguirne gli onori[345].
Ebbe Costanzo dal secondo suo matrimonio sei figliuoli, tre maschi, e
tre femmine; e la loro Imperial discendenza avrebbe potuto procurar ai
medesimi la preferenza sopra la più bassa estrazione del figliuolo di
Elena. Ma Costantino era in età di trentadue anni, nel pieno vigore di
spirito e di corpo, quando il maggiore dei suoi fratelli non potea
oltrepassar tredici anni. Il diritto del superiore suo merito era stato
riconosciuto e ratificato dal moribondo Imperatore[346]. Negli ultimi
suoi momenti, Costanzo raccomandò alla cura del suo maggior figliuolo la
salvezza e la grandezza della famiglia, scongiurandolo a prendere
l'autorità ed i sentimenti di padre verso i figliuoli di Teodora. La
liberale loro educazione, i vantaggiosi matrimonj, la sicurezza e lo
splendore della lor vita, e le prime cariche dello Stato, delle quali
furono rivestiti, attestano il fraterno amore di Costantino; ed essendo
quei Principi di animo dolce e grato, cederono senza ripugnanza alla
superiorità del genio, e della fortuna[347].
II. L'ambizioso animo di Galerio si era appena acquietato per le deluse
sue mire sulle Galliche Province, che l'inaspettata perdita dell'Italia
ne ferì l'orgoglio e l'autorità in una parte ancor più sensibile. Avea
la lunga assenza degl'Imperatori ripiena Roma di disgusto e di rancore;
ed il popolo a poco a poco s'avvide, che la preferenza data a Nicomedia
ed a Milano non dovea attribuirsi alla inclinazione di Diocleziano, ma
al permanente sistema del Governo da lui stabilito. In vano, pochi mesi
dopo la rinunzia di lui, i successori fecero (in nome del medesimo) la
dedica di quei magnifici bagni, le cui rovine forniscono tutt'ora e
suolo e materiali per tante Chiese, e Conventi[348]. La tranquillità di
quegli eleganti recessi di comodo e di lusso fu disturbata dalle
impazienti mormorazioni dei Romani; e a poco a poco si sparse un rumore,
che le somme spese in erigere quegli edifizi si trarrebbero ben tosto
dalle lor mani. Verso quel tempo l'avarizia di Galerio, o forse i
bisogni dello Stato lo avevano indotto a fare un esatto, e rigoroso
esame delle possessioni dei sudditi per l'oggetto di una tassa generale
su i terreni, e sulle persone. Sembra che si prendesse un minutissimo
registro dei loro beni effettivi; e dovunque era il minimo sospetto di
nascondiglio, si adoperava francamente la tortura per ottenere una
sincera dichiarazione delle loro personali ricchezze[349]. Più non si
aveva riguardo a quei privilegi, che avevano innalzata l'Italia sopra la
condizione delle Province; e già i ministri delle pubbliche entrate
cominciavano a numerare il popolo Romano, ed a determinare la
proporzione delle nuove tasse. Anche dopo la totale estinzione dello
spirito di libertà, hanno talvolta i sudditi più avviliti osato di
resistere ad una inaspettata invasione del lor patrimonio; ma in questa
occasione fu l'ingiuria aggravata dall'insulto, ed il sentimento del
privato interesse fu ravvivato da quello dell'onor nazionale. La
conquista della Macedonia (come già abbiamo osservato) aveva liberato i
Romani dal peso delle tasse personali. Benchè avessero provato ogni
forma di dispotismo, avevano ornai goduto di quella esenzione per quasi
500 anni; nè potevano essi pazientemente soffrire l'insolenza di un
Illirico contadino che dalla sua lontana residenza nell'Asia, pretendeva
di annoverar Roma tra le tributarie città del suo Impero. Il nascente
furor del popolo fu incoraggiato dall'autorità, o almeno dalla
connivenza del Senato, e i deboli avanzi dei Pretoriani, che aveano
ragione di temere la propria abolizione, abbracciarono un sì onorevole
pretesto, e si dichiararono pronti a trar fuori le spade in servizio
dell'oppressa lor patria. Era desiderio, e presto divenne speranza
d'ogni cittadino, che dopo avere scacciato dall'Italia i loro stranieri
tiranni, si eleggesse un principe, il quale, e pel luogo della sua
residenza e per le sue massime di governo, meritasse un'altra volta il
titolo d'Imperatore di Roma. Il nome non meno che la situazione di
Massenzio determinarono in suo favore il popolare entusiasmo.
[A. D. 306]
Massenzio era figliuolo dell'Imperatore Massimiano, ad avea sposata la
figliuola di Galerio. La sua nascita, ed il suo matrimonio sembravano
offrirgli la più bella speranza di succedergli nell'Impero. Ma i suoi
vizi e la sua incapacità lo esclusero dalla dignità di Cesare, che
Costantino aveva meritato per una pericolosa superiorità di merito. La
politica di Galerio preferiva quei colleghi, che non potessero nè
disonorare la scelta, nè disubbidire ai comandi del loro benefattore. Fu
perciò un oscuro straniero innalzato al trono d'Italia, ed al figliuolo
dell'ultimo Imperatore d'Occidente fu lasciato godere il lusso di una
privata fortuna in una villa poche miglia lontana dalla capitale. Le
nere passioni dell'anima di Massenzio, la sua vergogna, l'agitazione, e
la rabbia vennero infiammate dall'invidia alle nuove della fortuna di
Costantino, ma le speranze di lui furono ravvivate dal pubblico
disgusto, ed egli facilmente fu persuaso ad unire le sue personali
ingiurie e pretensioni alla causa del popolo Romano. Due Tribuni
Pretoriani, ed un Commissario delle provvisioni si addossarono il
regolamento della congiura, ed essendo ogni ordine dei cittadini animato
dal medesimo spirito, l'immediato successo non era nè dubbioso, nè
difficile. Il Prefetto della città, e pochi magistrati, che si
mantennero fedeli a Severo, furono trucidati dalle guardie; e Massenzio,
rivestito degl'Imperiali ornamenti, fu con applausi riconosciuto dal
Senato, e dal Popolo come protettore della libertà e dell'onore di Roma.
È incerto se fosse Massimiano precedentemente informato della
cospirazione; ma tosto che lo stendardo della ribellione fu alzato in
Roma, il vecchio Imperatore uscì dal ritiro, dove l'autorità di
Diocleziano lo aveva condannato a passare la vita in una malinconica
solitudine, e coprì la sua nuova ambizione col velo di tenerezza
paterna. A richiesta del figliuolo e del Senato egli condiscese a
riprender la porpora. Il suo antico splendore, la sua esperienza ed il
suo nome nelle armi aggiunsero forza e riputazione al partito di
Massenzio[350].
Secondo l'avviso, o piuttosto gli ordini del suo collega, l'Imperator
Severo si affrettò immediatamente verso Roma, nella piena lusinga di
sopprimer facilmente coll'inaspettata sua celerità il tumulto di una
imbelle plebaglia, comandata da un giovane licenzioso. Ma trovò al suo
arrivo chiuse le porte della città, ripiene le mura di armi e di armati,
un Generale sperimentato alla testa dei ribelli, e scoraggiate e
malcontente le sue proprie truppe. Un numeroso corpo di Mori disertò,
passando al nemico, allettati dalla promessa d'un largo donativo, e (se
vero è che fossero stati arrolati da Massimiano per la sua guerra
affricana) anteponendo i naturali sentimenti della gratitudine agli
artificiali legami della fedeltà. Anulino, Prefetto dei Pretoriani, si
dichiarò in favore di Massenzio, seco traendo la più considerabil parte
delle truppe, avvezze ad obbedire al suo comando. Roma, secondo
l'espressione di un oratore, richiamò le sue armate, e l'infelice
Severo, privo di forza e di consiglio, si ritirò, anzi fuggì
precipitosamente a Ravenna. Ivi egli avrebbe potuto esser sicuro per
qualche tempo. Le fortificazioni di Ravenna eran capaci di resistere
agli sforzi dell'esercito Italiano, e le paludi, che circondavano la
città, erano sufficienti ad impedirne l'accesso. Il mare, che Severo
dominava con una possente flotta, lo assicurava di un incessato soccorso
di provvisioni, e dava un libero ingresso alle legioni, che al ritorno
della primavera s'avanzassero dall'Illirico e dall'Oriente in suo
soccorso, Massimiano, che dirigeva in persona l'assedio, fu ben tosto
convinto, che potrebbe perdere inutilmente il tempo e l'esercito in
quella infruttuosa impresa, e che niente sperar poteva dalla forza o
dalla fame. Con arte più conveniente al carattere di Diocleziano, che al
suo proprio, egli diresse l'attacco più contro lo spirito di Severo, che
contro le mura di Ravenna. I tradimenti, già provati, avean disposto
quel Principe sventurato a diffidare degli amici, e degli aderenti più
sinceri. Gli emissari di Massimiano facilmente persuasero alla sua
credulità, che si era formata una congiura per tradir la città; e
profittando dei suoi timori, lo indussero a non esporsi alla discrezione
di un vincitore irritato, ma ad accettare la sicurezza d'una onorevole
capitolazione. Egli fu da prima ricevuto con umanità e trattato con
rispetto. Massimiano condusse a Roma il prigioniero Imperatore, e lo
accertò colle più solenni proteste, che egli cedendo la porpora si
sarebbe assicurata la vita. Ma Severo altro non potè ottenere che una
piacevol morte e le esequie Imperiali.
[A. D. 307]
Fu ad esso significata la sua sentenza, e lasciato alla sua scelta il
modo di eseguirla. Egli preferì il metodo favorito degli antichi, quello
cioè di aprirsi le vene; ed appena spirato, fu il suo corpo riposto nel
sepolcro, già costruito per la famiglia di Gallieno[351].
Benchè il carattere di Costantino pochissima somiglianza avesse con
quello di Massenzio, uguali erano la loro situazione ed il loro
interesse; e sembrava che la prudenza esigesse l'unione delle loro forze
contro il comune nemico. Nonostante la superiorità dell'età e del grado,
l'infaticabil Massimiano passò le Alpi, e sollecitando una personal
conferenza col Sovrano della Gallia, seco condusse la sua figliuola
Fausta come pegno della nuova alleanza. Fu il matrimonio celebrato in
Arles con ogni magnifico apparato, e l'antico collega di Diocleziano,
che sosteneva di nuovo la sua pretensione all'Impero Occidentale,
conferì al suo genero ed alleato il titolo d'Augusto. Piegandosi
Costantino a ricevere quella dignità dalle mani di Massimiano, sembrava
che abbracciasse la causa di Roma e del Senato; ma ambigue furono le sue
proteste, lenta ed infruttuosa la sua assistenza. Egli considerava con
attenzione l'imminente contesa tra i Sovrani dell'Italia e l'Imperatore
dell'Oriente, ed era preparato a consultare o la propria sicurezza o la
propria ambizione, secondo l'evento della guerra[352].
L'importanza della occasione richiedeva la presenza ed i talenti di
Galerio. Alla testa di un possente esercito, raccolto dall'Illirico e
dall'Oriente, egli entrò nell'Italia, risoluto di vendicare la morte di
Severo, e di punire i ribelli Romani, o secondo che egli esprimeva le
sue intenzioni nel furioso linguaggio di un Barbaro, di estirpare col
ferro il Senato, e distruggere il popolo. Ma la perizia di Massimiano
avea concertato un prudente sistema di difesa. L'invasore trovò i nemici
fortificati, ed inaccessibili tutti i posti, e benchè si avanzasse sino
a Narni, a sessanta miglia da Roma, il suo dominio nell'Italia era
ristretto negli angusti confini del suo campo. Avvedutosi che si rendeva
la sua impresa ognor più difficile, il superbo Galerio fece i suoi primi
passi per una riconciliazione, e spedì due dei suoi più ragguardevoli
Uffiziali a tentare i Principi Romani coll'offerta di una conferenza, e
colla dichiarazione del suo paterno riguardo per Massenzio, il quale
potrebbe ottenere assai più dalla sua generosità, che sperar potesse dal
dubbio evento della guerra[353]. Furono costantemente rigettate le
offerte di Galerio, ricusata con disprezzo la sua perfida amicizia; ed
egli poco dopo scoprì che se, opportunamente ritirandosi, non provvedeva
alla sua salvezza, avea qualche ragion di temere la sorte di Severo. I
Romani liberamente contribuirono alla distruzione di lui con quelle
ricchezze, che difendevano dalla rapace tirannia del medesimo. Il nome
di Massimiano, le popolari maniere del figliuolo di lui, la segreta
distribuzione di larghe somme, e la promessa di ricompense ancor più
liberali arrestarono l'ardore, e corruppero la fedeltà delle Illiriche
legioni; e quando Galerio dette finalmente il segno della ritirata, non
potè senza qualche difficoltà indurre i suoi veterani a non abbandonare
quell'insegna che gli avea al sovente guidati alla vittoria ed
all'onore. Uno scrittore contemporaneo assegna due altre cagioni al
cattivo successo della spedizione; ma sono ambedue di tal natura, che
difficilmente un cauto Storico s'indurrebbe ad adottarle. Ci vien detto
che Galerio, il quale si era formato una idea molto imperfetta della
grandezza di Roma dalle città dell'Oriente a lui note, trovò le proprie
forze inadeguate all'assedio di quella immensa capitale. Ma l'estensione
di una città serve solamente a renderla più accessibile al nemico. Roma
era da lungo tempo avvezza a sottomettersi all'avvicinarsi d'un
conquistatore, nè avrebbe potuto il passeggiero entusiasmo del popolo
lungamente contendere contro la disciplina ed il valore delle legioni.
Siamo parimente informati, che le legioni medesime furono colpite
dall'orrore e dal rimorso, e che quei pietosi figliuoli della Repubblica
ricusarono di violare la santità della lor venerabile madre[354]. Ma
rammentandoci quanto facilmente nelle più antiche guerre civili, lo zelo
di partito, e l'uso della militare ubbidienza avea trasformati i nativi
cittadini di Roma nei più implacabili suoi nemici, saremo disposti a
diffidarci di questa estrema delicatezza dei Barbari e stranieri, i
quali non aveano mai veduta l'Italia finchè non vi entrarono in una
ostile maniera. Se non fossero stati ritenuti da motivi d'interessante
natura, avrebbero forse risposto a Galerio colle stesse parole dei
veterani di Cesare: «Se desidera il nostro Generale di condurci alle
rive del Tevere, siamo disposti a seguitare il suo campo. Qualunque muro
egli sia risoluto di atterrare, sono le nostre mani pronte a mettere in
opra le macchine; nè punto esiteremo, ancorchè la città destinata alla
strage fosse Roma medesima.» Sono queste per vero dire le espressioni di
un poeta, ma di un poeta che è stato distinto ed ancor censurato pel suo
rigoroso aderimento alla verità della Storia[355].
Le legioni di Galerio mostrarono una funestissima prova della loro
disposizione, colle devastazioni che commisero nella loro ritirata.
Uccisero, rapirono, saccheggiarono, menarono via gli armenti e le gregge
degli Italiani, incendiarono i villaggi pe' quali passarono, e
procurarono di distruggere quel paese, che non aveano potuto soggiogare.
Per tutta la marcia Massenzio inquietò la loro retroguardia, ma molto
saggiamente evitò una general battaglia con quei valorosi e disperati
veterani. Il padre di lui avea intrapreso un secondo viaggio nella
Gallia colla speranza d'indurre Costantino, che adunato aveva un
esercito sulla frontiera, ad unirsi a perseguitare Galerio, e a compir
la vittoria. Ma le azioni di Costantino erano guidate dalla ragione e
non dal risentimento. Egli persistè nella saggia risoluzione di
mantenere la bilancia della potenza nel diviso Impero, e più non odiava
Galerio, quando quest'ambizioso Principe più non era un oggetto di
terrore[356].
[A. D. 307]
L'animo di Galerio era al tutto suscettivo delle più feroci passioni, ma
non era però incapace di una sincera e durevole amicizia. Licinio, non
dissimile da lui per carattere e per costumi, sembra che ne ottenesse
l'affetto e la stima. La lor familiarità era cominciata nel periodo
forse più felice della loro gioventù ed oscurità; ed assodata l'aveano
la libertà ed i pericoli di una vita militare. Si erano essi avanzati
quasi con passi uguali per le successive cariche della guerra, e sembra
che Galerio, appena rivestito della porpora, concepisse il disegno
d'innalzare il compagno ad un posto uguale al suo proprio. Nel breve
corso della sua prosperità egli considerò il grado di Cesare come
inferiore all'età ed al merito di Licinio, e volle piuttosto riserbargli
il posto di Costanzo e l'Impero dell'Occidente. Mentre era l'Imperatore
occupato nella guerra dell'Italia, affidò al suo amico la difesa del
Danubio; ed immediatamente dopo il suo ritorno da quella infelice
spedizione, rivestì Licinio della vacante porpora di Severo, cedendo
all'immediato comando di lui le Province dell'Illirico[357]. Portata che
fu nell'Oriente la nuova della sua promozione, Massimino governatore,
anzi oppressore dell'Egitto e della Siria, svelando la sua invidia ed il
suo disgusto, sdegnò l'inferiore nome di Cesare, e malgrado i preghi non
meno che gli argomenti di Galerio, esigè quasi a forza il titolo uguale
di Augusto[358]. Per la prima ed anche ultima volta fu il mondo Romano
governato da sei Imperatori. Nell'Occidente Costantino e Massenzio
affettavano di venerare il loro padre Massimiano. Nell'Oriente Licinio e
Massimino onoravano con più reale considerazione il loro benefattore
Galerio. La diversità di interessi e la memoria di una guerra recente
divideva l'Impero in due grandi e nemiche potenze; ma i loro timori
scambievoli produssero un'apparente tranquillità, anzi una finta
riconciliazione, finchè la morte dei principi più vecchi di Massimiano,
e particolarmente di Galerio, diede una nuova direzione alle mire ed
alle passioni dei loro sopravviventi colleghi.
Quando Massimiano ebbe con ripugnanza ceduto l'Impero, i venali
contemporanei oratori applaudirono alla filosofica sua moderazione.
Quando la sua ambizione eccitò o almeno animò una guerra civile, essi
rendettero grazie al generoso suo patriottismo, e delicatamente
criticarono quell'amore dell'ozio o della solitudine, che lo avea
allontanato dal pubblico servizio[359]. Ma era impossibile che animi
simili a quelli di Massimiano e del suo figliuolo, possedessero
lungamente d'accordo una indivisa potenza. Massenzio si considerava come
il legittimo Sovrano dell'Italia eletto dal Senato e dal popolo Romano;
nè soffrir voleva il freno del suo genitore, il quale arrogantemente si
dichiarava, che pel suo nome e pe' suoi talenti era stato quel temerario
giovine stabilito sul trono. Fu la causa solennemente agitata dinanzi ai
Pretoriani e quelle truppe che temevano la severità del vecchio
Imperatore, sposarono il partito di Massenzio[360]. Fu però rispettata
la vita e la libertà di Massimiano, ed egli si ritirò dall'Italia
nell'Illirico, affettando di pentirsi della sua passata condotta, e
secretamente macchinando nuovi mali. Ma Galerio, che ben conosceva il
carattere di lui, l'obbligò bentosto ad allontanarsi dai suoi dominj, e
l'ultimo refugio del deluso Massimiano fu la Corte del suo genero
Costantino[361] Egli fu ricevuto con rispetto da quel Principe
artificioso, e coll'apparenza di figlial tenerezza dalla Imperatrice
Fausta. Esso, per allontanare ogni sospetto, depose una seconda volta la
porpora Imperiale[362], dichiarandosi finalmente convinto della vanità
delle grandezze e dell'ambizione. Se perseverato egli avesse in questa
risoluzione, avrebbe potuto terminare la sua vita con quiete e
riputazione, benchè meno decorosamente che nel suo primo ritiro. Ma il
vicino aspetto di un trono gli rammemorò il grado dal quale egli era
caduto, e deliberò di fare un disperato sforzo per regnare o perire. Una
incursione dei Franchi avea richiamato Costantino con una parte del suo
esercito alle rive del Reno. Il resto delle truppe era accampato nelle
meridionali province della Gallia, che giacevano esposte alle imprese
dell'Imperatore Italiano, ed era depositato nella città di Arles un
considerabil tesoro. Massimiano o artificiosamente inventò, o
frettolosamente accreditò un vano rumore della morte di Costantino.
Senza esitazione egli montò sul trono, s'impadronì del tesoro, e
spargendolo coll'usata sua profusione tra i sudditi, procurò di
risvegliare nelle loro menti la memoria del suo antico splendore e delle
antiche sue imprese. Prima ch'egli potesse assodar la sua autorità, o
terminare il trattato, cui sembra ch'egli avesse cominciato col suo
figliuolo Massenzio, la celerità di Costantino abbattè tutte le sue
speranze. Al primo avviso della perfidia e dell'ingratitudine di lui,
ritornò quel Principe con rapida marcia dal Reno alle rive della Saona,
s'imbarcò su questo ultimo fiume a Chalons; ed a Lione affidandosi alla
rapidità del Rodano, arrivò alle porte di Arles con una forza militare,
a cui era impossibile per Massimiano il resistere, e che appena gli
permise di ripararsi nella vicina città di Marsiglia. L'angusta lingua
di terra, che univa quella piazza al continente, era fortificata contro
gli assedianti, mentre il mare era aperto o alla fuga di Massimiano, o
ai soccorsi di Massenzio, se voleva quest'ultimo coprire una sua
invasione nella Gallia col decoroso pretesto di difendere un angustiato,
o come avrebbe potuto allegare, un offeso genitore. Temendo le funeste
conseguenze di un indugio, Costantino dette ordini per un immediato
assalto, ma si trovarono le scale troppo corte per l'altezza delle mura,
e Marsiglia avrebbe potuto sostenere un lungo assedio, come anticamente
fece contro le armi di Cesare, se la guarnigione, conoscendo il suo
fallo o il suo pericolo, non avesse comprato il perdono colla consegna
della città e della persona di Massimiano. Fu contro l'usurpatore
pronunziata una secreta ma irrevocabil sentenza di morte; egli ottenne
solamente lo stesso favore, che fu accordato a Severo, e fu sparsa la
voce, che oppresso dal rimorso dei suoi replicati delitti, si era
strangolato colle proprie sue mani. Dopo ch'egli ebbe perduta
l'assistenza, e disprezzati i moderati consigli di Diocleziano, il
secondo periodo dell'attiva sua vita fu una serie di pubbliche calamità
e di personali mortificazioni, che terminarono quasi in tre anni con una
morte ignominiosa. Egli meritò il suo fato; ma si sarebbe con più
ragione applaudita l'umanità di Costantino, se egli avesse avuto
riguardo per un vecchio uomo, benefattore di suo padre, e padre della
sua moglie. In tutto questo funesto affare, sembra che Fausta
sacrificasse i sentimenti della natura ai suoi conjugali doveri[363].
[A. D. 311]
Gli ultimi anni di Galerio furono meno vergognosi e meno infelici; e
benchè avesse occupato il subordinato grado di Cesare più gloriosamente
che la superior dignità di Augusto, egli conservò fino al punto della
sua morte il primo posto tra i Principi del Mondo Romano. Egli
sopravvisse alla sua ritirata dall'Italia quasi quattr'anni, e
saggiamente abbandonando le sue mire di monarchia universale, consacrò
il resto della sua vita al godimento dei piaceri, ed alla esecuzione di
alcune opere di pubblica utilità, tra le quali è da distinguersi quella
di avere scaricate nel Danubio le acque superflue del lago Pelso, e di
aver tagliate le immense foreste che lo circondavano; operazione degna
di un Monarca, giacchè donò un esteso paese all'agricoltura de' suoi
sudditi della Pannonia[364]. Fu la sua morte cagionata da un lungo e
penosissimo male. Il suo corpo, per un intemperato sistema di vita,
crebbe ad un estremo grado di gonfiezza, fu coperto di ulceri, e
divorato da innumerabili sciami di quegli insetti, che han dato il nome
ad una schifosissima malattia[365]: ma siccome avea Galerio oltraggiato
un zelantissimo e possente partito tra i suoi sudditi, i patimenti di
lui, in vece di eccitare la lor compassione, sono stati celebrati come
visibili effetti della divina giustizia[366]. Appena che egli fu spirato
nel suo palazzo di Nicomedia, i due Imperatori che al suo favore dovevan
la porpora, cominciarono a radunar le loro forze, con intenzione o di
disputare, o di dividere fra loro i dominj da lui lasciati senza
padrone. S'indussero per altro a desistere dal primo disegno, e ad
accordarsi nel secondo. Massimino ebbe in sorte le province dell'Asia; e
quelle dell'Europa aumentarono la parte di Licinio. L'Ellesponto ed il
Bosforo Tracio formarono i loro scambievoli confini; ed i lidi di quegli
angusti mari, che scorrevano nel mezzo del Mondo Romano, furono coperti
di soldati, d'armi e di fortificazioni. Le morti di Massimiano e di
Galerio ridussero a quattro il numero degl'Imperatori. Il sentimento del
vero loro interesse unì ben tosto Licinio e Costantino; fu tra Massimino
e Massenzio conclusa una secreta alleanza, ed i loro infelici sudditi
attesero con terrore le sanguinose conseguenze delle inevitabili loro
dissensioni, le quali più non eran frenate dal timore o dal rispetto,
che essi avevano conservato per Galerio[367].
Fra tanti delitti ed infortunj, cagionati dalle passioni dei principi
Romani, si scopre con qualche piacere una sola azione, che può
attribuirsi alla loro virtù. Nel sesto anno del suo regno, Costantino
visitò la città di Autun, e generosamente condonò i tributi arretrati,
riducendo nel tempo stesso la proporzione della tassa, da venticinque a
diciottomila teste, soggette alla reale e personale capitazione[368].
Pure questa clemenza istessa è una indubitata prova della pubblica
miseria. Questa tassa era tanto gravosa, o per se stessa o per la
maniera di esigerla, che mentre l'estorsione aumentava l'entrata, la
disperazione la diminuiva: una parte considerabile del territorio di
Autun fu lasciata inculta; ed un gran numero di provinciali scelsero di
viver come esuli e proscritti, piuttosto che sostenere il peso della
civil società. È ancora molto probabile che il clemente Imperatore
sollevasse con un atto particolare di generosità uno di quei tanti mali,
che egli avea cagionati con le sue generali massime di governo. Ma
quelle massime ancora erano piuttosto effetti della necessità che della
scelta. Ed ove si eccettui la morte di Massimiano, sembra che il regno
di Costantino nella Gallia fosse l'epoca più innocente e più virtuosa
ancora della sua vita. Furono le province dalla sua presenza difese
contro le irruzioni dei Barbari, i quali o ne temerono o ne provarono
l'attivo valore. Dopo una segnalata vittoria riportata contro i Franchi
e gli Alemanni, furono molti dei loro Principi per suo ordine esposti
alle fiere nell'anfiteatro di Treveri; e pare che il popolo godesse
dello spettacolo, senza trovare in quel trattamento dei prigionieri
reali cosa alcuna che ripugnasse alle leggi delle nazioni o
dell'umanità[369].
I vizi di Massenzio rendevano più illustri le virtù di Costantino.
Mentre le Galliche Province godevano tutta quella felicità che
permettevano le circostanze di quei tempi, l'Italia e l'Affrica gemevano
sotto il dominio di un dispregevole non men che odioso Tiranno. L'amor
dell'adulazione e del partito ha per dir vero troppo sovente sacrificata
la riputazione dei vinti alla gloria dei loro fortunati rivali; ma
quegli scrittori ancora, i quali hanno svelato colla maggior libertà e
col maggior piacere i difetti di Costantino, unanimemente confessano,
che Massenzio era crudele, rapace, e scellerato[370]. Egli ebbe la buona
sorte di sedare una leggiera ribellione nell'Affrica. Il Governatore e
pochi suoi aderenti erano stati i colpevoli; la Provincia fu punita del
loro delitto. Le floride città di Cirta e di Cartagine, e tutta
l'estensione di quella fertil campagna furon devastate dal ferro e dal
fuoco. All'abuso della vittoria succedè l'abuso delle leggi e della
giustizia. Una formidabile armata di Sicofanti, e di delatori invase
l'Affrica: i ricchi ed i nobili furono facilmente convinti
d'intelligenza co' ribelli; e quelli tra loro, che provarono la clemenza
dell'Imperatore, furono solamente puniti colla confiscazione dei loro
beni[371] . Una così segnalata vittoria venne celebrata con trionfo
magnifico, e Massenzio espose agli occhi del popolo le spoglie ed i
prigionieri di una Provincia Romana. Lo stato della Capitale non era
meno compassionevole di quello dell'Affrica. L'opulenza di Roma forniva
un impensato fondo per le vane e prodighe spese di Massenzio, ed i
ministri delle sue entrate erano eccellenti nell'arte della rapina.
Sotto il regno di lui fu per la prima volta inventato il metodo di
esigere dai Senatori un _libero donativo_; e siccome ne fu
insensibilmente aumentata la somma, così i pretesti di esigerlo, vale a
dire una vittoria, una nascita, un matrimonio, un consolato imperiale,
furono a proporzione moltiplicati[372]. Era Massenzio imbevuto di quella
stessa implacabile avversione verso il Senato, che avea contraddistinto
la maggior parte dei primi tiranni di Roma: nè era possibile, che il suo
ingrato carattere perdonasse alla generosa fedeltà, che lo aveva
innalzato al trono, e sostenuto contro tutti i suoi nemici. Erano le
vite dei Senatori esposte ai suoi gelosi sospetti, e il disonore delle
loro consorti e delle figlie loro aumentava la soddisfazione dei suoi
sensuali piaceri. È presumibile che un amante imperiale rare volte fosse
ridotto a sospirare invano; ma qualunque volta era inutile la
persuasione, egli ricorreva alla violenza; ed è rimasto un memorabile
esempio di una nobil Matrona, che conservò la sua castità con una
volontaria morte[373]. I soldati erano il solo ordine di persone, per
cui sembrasse avere qualche rispetto, od a cui cercasse di piacere.
Riempì Roma e l'Italia di truppe armate; dissimulò i loro tumulti:
lasciò che impunemente saccheggiassero e trucidassero ancora l'inerme
popolo[374]; e permettendo ad esse la stessa licenza, della quale godeva
il loro Imperatore, Massenzio concesse sovente a' suoi militari favoriti
la superba villa o la bella moglie di un Senatore. Un Principe di tal
indole, ugualmente incapace di governare o in pace o in guerra, potea
ben comprare l'appoggio dell'esercito, ma non mai ottenerne la stima.
Pure era la sua superbia uguale agli altri suoi vizi. Mentre egli
passava l'indolente sua vita o dentro le mura del suo palazzo, o nei
vicini giardini di Sallustio, si udiva ripetutamente vantarsi, che _egli
solo_ era Imperatore, e che gli altri Principi non erano che suoi
luogotenenti, ai quali affidata avea la difesa delle province di
frontiera, per poter godere senza interrompimento l'elegante lusso della
Capitale. Roma, che sì lungamente avea pianta l'assenza del suo Sovrano,
ne deplorò la presenza ne' sei anni del regno di lui[375].
[A. D. 312]
Benchè Costantino vedesse con abborrimento la condotta di Massenzio, e
con pietà la situazione dei Romani, non vi è ragion di presumere che
volesse prender l'armi per punir l'uno e per sollevar gli altri. Ma il
tiranno dell'Italia osò temerariamente di provocare un formidabil
nemico, la cui ambizione era fino allora stata raffrenata da
considerazioni di prudenza, piuttosto che da massime di giustizia[376].
Dopo la morte di Massimiano ne furono con ignominia, secondo lo
stabilito costume, cancellati i titoli, ed atterrate le statue. Il
figliuolo di lui, che lo aveva perseguitato e abbandonato in vita, fece
affettata mostra del più religioso rispetto per la sua memoria, ed
ordinò che un simil trattamento fosse fatto a tutte le statue, che si
erano erette nell'Italia e nell'Affrica in onore di Costantino. Questo
savio Principe, il quale desiderava sinceramente di evitare una guerra,
della quale egli bastantemente vedeva la difficoltà e l'importanza,
dissimulò a principio l'insulto, e cercò i rimedi per la via più mite
dei trattati, finchè non fu convinto, che gli ostili ed ambiziosi
disegni dell'Imperatore italiano lo ponevano nella necessità di armarsi
per la propria difesa. Massenzio, che apertamente dichiarava le sue
pretensioni a tutta la monarchia dell'Occidente, aveva di già preparate
forze considerabili per invader le Galliche province dalla parte della
Rezia, e benchè non potesse promettersi alcun aiuto da Licinio, si
lusingò colla speranza, che le legioni Illiriche, allettate dai suoi
doni e dalle sue promesse, abbandonerebbero l'insegna di quel Principe,
e si dichiarerebbero unanimemente suoi soldati e suoi sudditi[377].
Costantino non esitò più lungamente. Avea deliberato con cautela, ed
operò con vigore. Diede privata udienza agli Ambasciatori, che a nome
del Senato e del Popolo lo supplicavano a liberar Roma da un detestato
tiranno; e senza curare le timide rimostranze del suo Consiglio,
risolvette di prevenire il nemico, e portar la guerra nel cuor
dell'Italia[378].
Piena ugualmente di pericolo e di gloria era l'impresa; e l'infelice
successo delle due antecedenti invasioni bastavano ad inspirare i più
serj timori. Le truppe dei veterani, che veneravano tuttavia il nome di
Massimiano, avevano in ambidue quelle guerre abbracciato il partito del
suo figliuolo, ed erano allora ritenute per un sentimento di onore non
meno che d'interesse dal nutrire un'idea di una seconda diserzione.
Massenzio, che riguardava i Pretoriani siccome il più saldo sostegno del
suo trono, gli aveva accresciuti fino all'antico lor numero: ed essi
componevano, col resto degl'Italiani arrolati al servizio di lui, un
formidabil corpo di ottantamila uomini. Quarantamila Mori e Cartaginesi
erano stati reclutati dopo la riduzione dell'Affrica. La Sicilia ancora
diede la sua porzione di truppe e l'esercito di Massenzio non ascendeva
a meno di centosettantamila pedoni e diciottomila cavalli. Le ricchezze
dell'Italia servirono alle spese della guerra; e le adiacenti province
vennero esauste, per formare immensi magazzini di grano e di ogni altra
sorta di provvisioni. Tutte le forze di Costantino consistevano in
novantamila pedoni ed ottomila cavalli[379]; e siccome la difesa del
Reno esigeva una straordinaria attenzione nell'assenza dell'Imperatore,
non poteva impiegare più della metà delle sue truppe per la guerra
d'Italia, senza sacrificare la pubblica salvezza alla sua privata
contesa[380]. Egli marciò alla testa di quarantamila uomini, ad
incontrar un nemico, le cui truppe erano per lo meno quattro volte più
numerose delle sue. Ma gli eserciti Italiani, posti a una sicura
distanza dal pericolo, erano snervati dalla licenza e dal lusso. Avvezzi
ai bagni ed ai teatri di Roma, vennero in campo con ripugnanza, ed erano
composti principalmente di veterani, quasi dimentichi dell'armi e della
guerra, o di nuove ed inesperte reclute. Le robuste legioni della Gallia
aveano lungamente difese le frontiere dell'Impero contro i Barbari del
Settentrione; e nell'adempimento di quel faticoso servizio si era
esercitato il loro valore, ed assodata la lor disciplina. Erano i
condottieri ugualmente diversi che gli eserciti. Il capriccio o
l'adulazione aveano tentato Massenzio colle speranze della vittoria; ma
queste ambiziose speranze cederono presto agli abiti del piacere ed alla
cognizione della propria inesperienza. L'intrepido spirito di Costantino
era stato dalla prima sua gioventù educato per la guerra, per l'azione,
e pel militare comando.
Quando Annibale passò dalla Gallia nell'Italia, fu obbligato prima a
scoprire, e dopo ad aprirsi una strada sopra monti, e tra selvagge
nazioni che non avean mai dato il passo ad un esercito regolare[381].
Erano allora le Alpi difese dalla natura, e sono adesso fortificate
dall'arte. Varie cittadelle costruite con uguale abilità, fatica e
spesa, dominano ogni ingresso nella pianura, e rendono da quella parte
l'Italia quasi inaccessibile ai nemici del Re di Sardegna[382]. Ma nel
corso dell'età di mezzo i Generali, che hanno tentato il passo, han
raramente trovata alcuna difficoltà o resistenza. Nel secolo di
Costantino, gli abitatori di quei monti erano sudditi inciviliti ed
ubbidienti; il paese era abbondantemente fornito di provvisioni, e le
superbe strade, che i Romani avevano condotte sopra le Alpi, aprivano
diverse comunicazioni tra la Gallia e l'Italia[383]. Costantino preferì
quella delle Alpi Cozie, o come si dice presentemente, del monte
_Cenisio_, e condusse le sue truppe con tal diligenza, che discese nella
pianura del Piemonte avanti che la Corte di Massenzio avesse ricevuto
alcun certo avviso della partenza di lui dalle rive del Reno. La città
di Susa però, che giace a piè del monte Cenisio, era circondata di mura,
e provveduta di una guarnigione sufficiente ad arrestare i progressi di
un invasore; ma l'impazienza delle truppe di Costantino sdegnava le
noiose operazioni di un assedio regolare. Il giorno stesso, in cui si
presentarono avanti a Susa, applicarono il fuoco alle porte, e le scale
alle mura della città; quindi salendo, in mezzo ad una pioggia di pietre
e di dardi, all'assalto, colla spada in mano entrarono nella piazza, e
tagliarono a pezzi la maggior parte della guarnigione. Costantino ebbe
cura di far estinguere le fiamme, e di preservare dalla total
distruzione gli avanzi di Susa. Alla distanza per altro di circa
quaranta miglia da questo luogo lo aspettava un incontro più arduo. I
Generali di Massenzio avevano adunato nello pianure di Torino un
numeroso campo d'Italiani, di cui la principal forza consisteva in una
specie di grave cavalleria, che i Romani, dopo la decadenza della lor
disciplina, avevan preso dalle nazioni dell'Oriente. I cavalli, non meno
che gli uomini, erano interamente coperti di un'armatura fatta di vari
pezzi, con tal arte congiunti fra loro, che corrispondevano a' moti de'
loro corpi. N'era formidabil l'aspetto, e poco meno che irresistibil la
forza; e siccome in quest'occasione i condottieri l'avevan disposta in
forma di stretta colonna con aguzza punta e con larghi fianchi, si
lusingavano, che avrebbero facilmente rotto ed oppresso l'esercito di
Costantino. Avrebbero forse potuto riuscire in questo disegno, se il
loro sperimentato nemico non avesse fatt'uso dell'istesso metodo di
difesa, che Aureliano avea praticato in simili circostanze. Le
giudizioso evoluzioni di Costantino divisero e rendettero inutile questa
solida colonna di cavalleria. Le truppe di Massenzio disordinate
fuggirono verso Torino; e siccome furono loro chiuse in faccia le porte
della città, così ben pochi poterono evitare la spada de' vittoriosi,
che gl'inseguivano. Torino, per quest'importante servigio, meritò di
sperimentar la clemenza, ed anche il favore del vincitore. Egli fece il
suo ingresso nell'Imperial palazzo di Milano, e quasi tutte le città
d'Italia, fra le Alpi ed il Po, non solamente riconobbero la potenza, ma
con fervore ancora abbracciarono il partito di Costantino[384].
Le vie, Flaminia ed Emilia, presentavano un facil cammino di circa
quattrocento miglia per passar da Milano a Roma; ma sebbene Costantino
fosse impaziente di andare incontro al tiranno, pure volle piuttosto
diriger prudentemente le sue operazioni contro un altro esercito
d'Italiani, che mediante la forza e situazione che aveva, o poteva
opporsi a' progressi di lui, o in caso di una disgrazia poteva
impedirgli la ritirata. Ruricio Pompeiano, Generale distinto pel suo
valore e per la sua abilità, aveva il comando della città di Verona e di
tutte le truppe, che si trovavano nella Provincia di Venezia. Appena fu
egli informato, che si avanzava Costantino verso di lui, distaccò un
grosso corpo di cavalleria, che fu disfatto in un incontro vicino a
Brescia, ed inseguito dalle legioni della Gallia fino alle porte di
Verona. Si presentaron subito alla sagace mente di Costantino la
necessità, l'importanza, e le difficoltà dell'assedio di questa
piazza[385]. La città era solamente accessibile per mezzo di una stretta
penisola verso ponente; gli altri tre lati eran circondati dall'Adige,
fiume rapido, che copriva la Provincia di Venezia, da cui potevan gli
assediati ricevere una copia inesauribile d'uomini e di provvisioni. Non
senza gran difficoltà, e dopo molti inutili tentativi, Costantino trovò
la maniera di passare il fiume a qualche distanza dalla città, in un
luogo dove la corrente era meno violenta. Circondò allora Verona con
forti trinciere, continuò con prudente vigore i suoi attacchi, e
rispinse una disperata sortita di Pompeiano. Quest'intrepido Generale
dopo di avere usato ogni mezzo di difesa, che potea somministrargli la
forza della piazza e della guarnigione, segretamente fuggì da Verona,
desideroso non già della propria, ma della pubblica sicurezza. Con
instancabile diligenza esso prestamente raccolse un esercito sufficiente
o ad incontrare in campo aperto Costantino, o ad attaccarlo, qualora si
fosse ostinato a restare dentro le sue trinciere. L'Imperatore, attento
a' movimenti, ed informato dell'avvicinarsi di sì formidabil nemico,
lasciò una parte delle sue legioni per continuare le operazioni
dell'assedio, nel tempo che alla testa di quelle truppe, nel valore e
nella fedeltà delle quali più specialmente confidava, si avanzò a
combattere in persona il General di Massenzio. L'esercito della Gallia
era disposto in due linee secondo l'uso ordinario di guerra; ma lo
sperimentato condottiero, vedendo che il numero degl'Italiani era molto
maggiore del suo, in un istante cangiò tal disposizione, e diminuendo la
seconda, estese la fronte della sua prima linea, finchè fosse in una
giusta proporzione con quella dell'avversario. Tali evoluzioni, che in
un momento di pericolo si possono eseguir senza confusione, solamente da
truppe veterane, comunemente riescono decisive: ma poichè questa
battaglia incominciò verso il finire del giorno, e si combattè con
grande ostinazione per tutta la notte, meno vi ebbe luogo la condotta
de' Generali, che il coraggio dei soldati. Il nuovo giorno scoprì la
vittoria di Costantino, e si vide il campo della strage coperto di molte
migliaia di vinti Italiani. Fra gli uccisi fu trovato anche il lor
General Pompeiano; e Verona immediatamente rendettesi a discrezione,
essendo la guarnigione restata prigioniera di guerra[386]. Gli Uffiziali
dell'esercito vittorioso, nell'atto di congratularsi col lor Principe a
motivo di quest'importante successo, si avventurarono a fargli qualche
rispettoso lamento, di tal natura però da non dispiacere anche ai più
gelosi Monarchi. Rappresentarono essi a Costantino, che non contento di
eseguir tutti i doveri di un Comandante, egli aveva esposta la propria
persona con un eccesso di valore, che quasi degenerava in temerità; e lo
scongiurarono ad aver più riguardo in avvenire alla conservazione di una
vita, da cui dipendeva la salute di Roma e dell'Impero[387].
Mentre Costantino segnalava la sua condotta e il suo valore nel campo,
il Sovrano d'Italia pareva insensibile alle calamità ed ai pericoli di
una guerra civile, che infuriava nel cuore de' suoi dominj. L'unica
occupazione di Massenzio era sempre il piacere. Celando, e tentando
almeno di celare alla cognizione del pubblico le disgrazie delle sue
armi[388], si lusingava con una vana fiducia, la quale differiva i
rimedi del male che si avvicinava, senza differire il male
medesimo[389]. Appena i rapidi progressi di Costantino giugnevano a
risvegliarlo da questa fatal sicurezza[390]; egli si dava a credere, che
la sua ben nota liberalità, e la maestà del nome Romano, che l'aveva già
liberato da due altre invasioni, coll'istessa facilità dissiperebbe
anche la ribelle armata della Gallia. Gli Uffiziali di esperienza e di
abilità, che avevan servito sotto il comando di Massimiano, furon
finalmente costretti di far sapere all'effeminato figliuolo di lui
l'imminente pericolo, a cui si era egli ridotto, e di mostrargli con una
libertà, che lo sorprese nel tempo stesso e lo convinse, la necessità di
prevenire la sua rovina, usando con vigoroso sforzo il potere che gli
restava. Massenzio avea tuttora molti considerabili compensi tanto in
uomini che in danaro. Le guardie Pretoriane sentivan bene quanto era
fortemente connessa la causa di lui col loro interesse e colla lor
sicurezza; e fu presto raccolto un terzo esercito più numeroso di
quelli, ch'erano stati vinti nelle battaglie di Torino e di Verona.
L'Imperatore era ben lontano dal pensar di condurre in persona le
proprie truppe: non esercitato nell'arte della guerra, tremava per
l'apprensione di un azzuffamento tanto pericoloso; e come il timore trae
comunemente alla superstizione, con malinconica attenzione prestava
orecchio ai rumori degli augurj e dei presagi, che sembravano minacciare
la sua vita e il suo Impero. La vergogna supplì finalmente al coraggio,
e lo forzò a scendere in campo, non potendo soffrire il disprezzo del
popolo Romano. Faceva questo nel Circo risuonare con isdegno i suoi
clamori, e tumultuariamente assediava le porte del palazzo,
rimproverando la pusillanimità del suo indolente Sovrano, e celebrando
lo spirito eroico di Costantino[391]. Prima di partir di Roma, consultò
Massenzio i libri Sibillini. I custodi di questi antichi oracoli, quanto
erano ignoranti de' segreti del fato, altrettanto eran bene informati
negli artifizi del mondo; e gli diedero una risposta molto prudente, che
poteva acconciarsi a qualunque evento, ed assicurar la loro riputazione,
comunque avesse deciso la sorte delle armi[392].
[A. D. 312]
Sì è paragonata la celerità della marcia di Costantino a quella della
conquista, che fece dell'Italia il primo de' Cesari; nè per quanto sia
lusinghevole tal paralello, ripugna alla verità dell'Istoria, mentre non
passarono più di cinquant'otto giorni dalla resa di Verona alla final
decisione della guerra. Costantino avea sempre sospettato, che il
tiranno avrebbe eseguito ciò che gl'inspirava il timore, e forse anche
la prudenza, e che invece di arrischiar le ultime sue speranze in un
general combattimento si sarebbe piuttosto rinchiuso dentro le mura di
Roma. I gran magazzini lo assicuravano dal pericolo della fame; e
siccome la situazione di Costantino non soffriva dilazione alcuna, egli
avrebbe potuto esser ridotto alla dura necessità di distruggere col
ferro e col fuoco la città Imperiale, che doveva essere il premio più
nobile della sua vittoria, e la cui liberazione era stato il motivo, o
piuttosto realmente il pretesto della guerra civile[393]. Con sorpresa
pertanto non meno che con piacere, arrivato che fu ad un luogo detto
_Saxa Rubra_ circa nove miglia distante da Roma[394], scoprì l'armata di
Massenzio pronta a dargli la battaglia[395]. La lunga fronte della
medesima occupava una pianura molto spaziosa, e la profondità arrivava
fino alle rive del Tevere, che ne copriva la retroguardia, ed impediva
la ritirata. Si narra, e vi è tutto il motivo di crederlo, che
Costantino disponesse le sue truppe con somma perizia, e scegliesse per
se il posto più pericoloso ed onorevole. Distinto per lo splendore delle
sue armi, attaccò in persona la cavalleria del suo rivale: e l'urto
irresistibile, ch'ei le diede, determinò la fortuna della giornata. La
cavalleria di Massenzio era principalmente composta di corazze di grave
armatura, o di leggieri Mori e Numidi. Essi cederono al vigore della
cavalleria Gallicana, che aveva maggiore attività de' primi, e più
fermezza degli altri. La disfatta delle due ali lasciò scoperti i
fianchi dell'infanteria, e gl'indisciplinati Italiani fuggirono senza
ritegno dalle bandiere di un tiranno, ch'essi avevano sempre odiato, e
che più non temevano. I Pretoriani, sapendo che per le loro mancanze non
potevano sperar perdono, erano animati dalla vendetta e dalla
disperazione. Non ostanti i replicati loro sforzi non furon capaci que'
bravi veterani di acquistar la vittoria: ottennero per altro una morte
onorevole; e fu osservato, che i loro corpi coprivano il terreno
medesimo, ch'era già stato occupato dalle lor file[396]. Divenne allora
generale la confusione, e le truppe di Massenzio, disordinate ed
inseguite da un implacabil nemico, traboccarono a migliaia ne' profondi
e rapidi gorghi del Tevere. L'Imperatore stesso tentò di rientrare
fuggendo nella città per mezzo del ponte Milvio; ma la folla che si
trovò insieme a quello stretto passo, lo fece balzare nel fiume,
dov'egli fu immediatamente sommerso dal peso delle sue armi[397]. Il
corpo di lui, essendosi affondato molto nel fango, fu ritrovato con
qualche difficoltà il giorno seguente. Restò il popolo convinto della
propria liberazione quando vide il capo di lui esposto avanti a' propri
occhi; e allora fu, che non dubitò di ricevere con acclamazioni di
fedeltà e di gratitudine il fortunato Costantino, che in tal modo
condusse a termine col suo valore e colla sua abilità la più splendida
impresa della sua vita[398]. Nel far uso della vittoria non meritò
Costantino la lode di clemente, nè incorse le censura di smoderato
rigore[399]. Tenne verso il tiranno quel medesimo contegno, che poteva
aspettarsi nella propria persona e famiglia, se fosse stato ei medesimo
disfatto: fece morire i due figli di Massenzio, ed ebbe tutta la cura
d'intieramente estirparne la razza. I più riguardevoli aderenti di
Massenzio era da presumersi, che avrebbero avuto parte nella disgrazia
di lui, come l'avevano avuta nella prosperità e ne' delitti, ma nel
tempo che il popolo Romano ad alta voce chiedeva un maggior numero di
vittime, il vincitore con fermezza ed umanità resistè a que' servili
clamori, dettati dall'adulazione egualmente che dallo sdegno. Furon
puniti ed avviliti i delatori; e gl'innocenti, che a torto avevan
sofferto nella passata tirannia, richiamati furono dall'esilio, e
rimessi al possesso dei loro beni. Un atto di generale obblivione del
passato servì a quietare gli spiriti, ed a stabilire la proprietà di
ciascheduno tanto nell'Italia quanto nell'Affrica[400]. La prima volta
che Costantino colla sua presenza onorò il Senato, egli ricapitolò in un
modesto discorso i servigi, che gli aveva prestati, e le proprie
imprese; assicurò quell'illustre Ordine della sincera sua stima; e
promise di ristabilirne l'antica dignità, e gli antichi privilegi. Il
Senato, per gratitudine a queste non sincere proteste, corrispose co'
vani titoli d'onore, ch'era tuttavia in suo potere di conferire; e senza
presumere di ratificare l'autorità di Costantino, decretò di assegnare
ad esso il primo posto fra i tre Augusti, che governavano in quel tempo
il mondo Romano[401]. S'instituirono feste e giuochi per conservar la
fama della sua vittoria, e vari edifizi, eretti a spese di Massenzio,
furon dedicati all'onore del fortunato rivale. Rimane tuttavia in piedi
l'arco trionfale di Costantino, come una trista prova dalla decadenza
delle arti, ed un singolar testimonio della più vil vanità. Siccome non
potea trovarsi uno scultore nella Capitale dell'Impero, che fosse capace
di adornar quel pubblico monumento, venne spogliato delle sue più
eleganti figure l'arco di Traiano, senz'alcun riguardo nè per la memoria
di lui, nè per le regole della decenza. Fu totalmente posta in
dimenticanza la diversità de' tempi, e delle persone, ugualmente che
quella delle azioni, e de' caratteri. Si vedono i Parti come schiavi
prostrati a' piedi di un Principe, che non portò mai le sue armi di là
dall'Eufrate; ed i curiosi antiquari possono ravvisare fra i trofei di
Costantino il capo ancor di Traiano. Son eseguiti poi nella maniera più
rozza e grossolana i nuovi ornamenti, che bisognò frapporre ne' vuoti,
che restavano fra le antiche sculture[402].
L'abolimento totale delle guardie Pretoriane fu un atto di prudenza non
meno che di vendetta. Quelle truppe superbe, delle quali aveva Massenzio
restituito, ed anche aumentato il numero ed i privilegi, furon soppresse
per sempre da Costantino. Il loro fortificato campo restò distrutto, ed
i pochi Pretoriani, avanzati alla furia della strage, vennero dispersi
fra le legioni, e confinati alle frontiere dell'Impero, dove potevano
esser utili senza divenir nuovamente pericolosi[403]. Col sopprimer le
truppe, che ordinariamente stavano alla difesa di Roma, Costantino diede
il colpo fatale alla dignità del Senato e del Popolo; e la Capitale
disarmata restò senza difesa, esposta agl'insulti e al disprezzo del suo
lontano padrone. Noi possiamo osservare che i Romani in quest'ultimo
sforzo che fecero, per conservare la spirante lor libertà, avevano
innalzato al Trono Massenzio pel timore di un tributo. Egli però non
lasciò di esigerlo dal Senato sotto nome di libero donativo. Implorarono
quindi l'aiuto di Costantino, che vinse il tiranno, e converti il libero
donativo in una tassa perpetua. I Senatori furon distribuiti, secondo la
dichiarazione, che doveron fare di lor sostanze, in varie classi. I più
ricchi pagavano otto libbre d'oro l'anno; quattro quelli della seconda
classe, quelli della terza due; e quelli che per la lor povertà potevano
aver diritto ad un'esenzione, furon ciò nonostante tassati a sette
monete d'oro per ciascheduno. Oltre i membri regolari del Senato,
godevano ancora i vani privilegi dell'Ordine senatorio e ne sostenevano
i gravi pesi, i loro figliuoli, i discendenti, e fin anche i congiunti;
nè ci sorprenderà più da ora in poi, che Costantino fosse tanto
premuroso di accrescere il numero delle persone comprese in una sì utile
descrizione[404]. Dopo la disfatta di Massenzio l'Imperator vittorioso
non passò più di due o tre mesi in Roma, che due altre volte fu da lui
visitata in tutto il resto della sua vita per celebrare la solennità del
decimo e del ventesimo anno del suo regno. Costantino era quasi sempre
in moto per esercitar le legioni, o per esaminar lo stato delle
province. I luoghi occidentali di sua residenza furono Treveri, Milano,
Aquileia, Sirmio, Naisso e Tessalonica, finchè fondò nei confini
dell'Europa o dell'Asia una nuova Roma[405].
[A. D. 313]
Costantino, avanti di passare in Italia, s'era assicurato dell'amicizia,
o almeno della neutralità di Licinio, Imperatore dell'Illirico. Aveva
egli promesso in matrimonio a quel Principe la sua sorella Costanza; ma
era stata differita la celebrazione delle nozze, finchè fosse finita la
guerra; e l'incontro, de' due Imperatori a Milano, stabilito a tal uopo,
parve che stringesse l'unione delle lor famiglie e de' loro
interessi[406]. In mezzo alle pubbliche feste furono ad un tratto
costretti a separarsi; perchè l'invasione dei Franchi richiamò
Costantino verso il Reno, e l'avvicinarsi che faceva in aria di nemico
il Sovrano dell'Asia, richiedeva l'immediata presenza di Licinio.
Massimino era stato in segreta confederazione con Massenzio, e senza
scoraggiarsi per la disgrazia di lui, risolvè di tentar la fortuna di
una guerra civile. Nel colmo dell'inverno si mosse dalla Siria verso le
frontiere della Bitinia. La stagione era rigida e tempestosa; perì gran
numero d'uomini e di cavalli nella neve, e siccome dalle piogge continue
si eran rotte le strade, fu costretto a lasciarsi dietro una parte
considerabile del pesante bagaglio, che non poteva seguire la rapidità
delle sue marcie forzate. Mediante questo sforzo straordinario di
diligenza, egli arrivò con una stanca ma formidabil armata alle rive del
Bosforo Tracio, avanti che i capitani di Licinio fossero neppure
informati della sua ostile intenzione. Bisanzio, dopo un assedio di
undici giorni, si rendè alla forza di Massimino; esso fu trattenuto
qualche giorno sotto le mura di Eraclea, ma ebbe appena preso possesso
di quella città, che fu sorpreso dalla notizia, che Licinio erasi
accampato alla distanza di sole diciotto miglia. Dopo inutili pratiche,
nelle quali i due Principi tentarono di sedurre scambievolmente la
fedeltà de' loro aderenti, ricorsero alla decisione delle armi.
L'Imperatore d'Oriente comandava una truppa disciplinata e veterana di
sopra settantamila uomini, e Licinio, che aveva raccolto circa
trentamila Illirici, a principio fu oppresso dalla superiorità del
numero; ma la sua militar perizia e la fermezza de' suoi soldati
rinnovarono la battaglia, ed ottennero una decisiva vittoria.
L'incredibil prestezza che usò Massimino in fuggire, è molto più celebre
della sua bravura in combattere. Fu egli veduto, ventiquattr'ore dopo,
tremante, pallido, e senza gli ornamenti Imperiali a Nicomedia, distante
centosessanta miglia dal luogo della sua rotta. Non erano ancora esauste
le ricchezze dell'Asia; e sebbene avesse perduto il fiore de' suoi
veterani nell'ultim'azione, pure, se avesse avuto tempo, poteva trarre
un gran numero di soldati dalla Siria e dall'Egitto. Ma egli sopravvisse
solamente tre o quattro mesi alla sua disgrazia. La morte di lui, che
seguì a Tarso, fu da varie persone attribuita alla disperazione, al
veleno, ed alla Divina Giustizia. Siccome però Massimino era egualmente
privo di abilità e di virtù, esso non fu compianto nè dal popolo nè da'
soldati, e le Province orientali, libere dal terrore di una guerra
civile, riconobbero ben volentieri l'autorità di Licinio[407].
Restaron due figli del vinto Imperatore; un maschio di circa otto anni,
ed una femmina di circa sette. Avrebbe l'innocente loro età potuto
eccitar compassione; ma la compassione di Licinio era un molto debole
appoggio, nè lo ritenne dall'estinguere il nome e la memoria del suo
avversario. Meno ancora può scusarsi la morte di Severiano, che non fu
dettata nè dalla vendetta, nè dalla politica. Il vincitore non avea mai
ricevuto alcuna ingiuria dal padre di quel disgraziato giovane, ed era
già dimenticato il breve ed oscuro regno, che Severo ebbe in una parte
lontana dell'Impero. Ma l'esecuzione di Candidiano fu un atto della più
nera crudeltà ed ingratitudine; egli era figlio naturale di Galerio,
amico e benefattor di Licinio. Il padre prudentemente l'avea creduto
troppo giovane per sostenere il peso di una corona; ma sperava, che
sotto la protezione di Principi, che al favore di lui dovevan la
porpora, Candidiano avrebbe potuto passare una vita sicura ed onorevole.
Esso era giunto all'età di circa venti anni, e la regale sua nascita,
quantunque non sostenuta nè dal merito nè dall'ambizione, era
sufficiente ad inasprire lo spirito geloso di Licinio[408]. A queste
innocenti ed illustri vittime della sua tirannia conviene aggiunger la
moglie e la figlia dell'Imperator Diocleziano. Allorchè questo Principe
conferì a Galerio il titolo di Cesare, gli diede per moglie la propria
figlia Valeria, le cui triste avventure potrebber somministrare un
soggetto molto singolare di tragedia. Aveva essa adempito, ed anche
superato i doveri di una moglie; e poichè non avea figli, si contentò di
adottare il figlio illegittimo del suo marito, ed ebbe costantemente per
l'infelice Candidiano la tenerezza e la cura di vera madre. Dopo la
morte di Galerio le vaste possessioni di lei eccitarono l'avarizia, e le
personali attrattive i desiderj del successor Massimino[409]. Egli aveva
una moglie vivente, ma dalle leggi Romane si permetteva il divorzio; e
la fiera passion del Tiranno lo spingeva ad una immediata soddisfazione.
La risposta di Valeria fu quale si conveniva ad una figlia e vedova
d'Imperatori: ma fu temperata dalla prudenza, di cui la sua situazione
senza difesa l'obbligava a far uso. Rappresentò alle persone, da
Massimino impiegate in tal affare, che «quando ancora l'onore potesse
permettere ad una donna del suo carattere e della sua dignità di pensare
alle seconde nozze, la decenza almeno doveva impedirle di prestar
orecchio alle proposte di lui in un tempo, in cui erano tuttor calde le
ceneri del marito di lei e benefattore di Massimino, ed in cui gli abiti
di lutto esprimevano ancora la mestizia del proprio animo. Si avventurò
a dichiarare in oltre ch'essa poteva dare ben poco peso alle proteste di
un uomo, la crudele incostanza del quale era capace di repudiare una
fedele ed affezionata consorte». A questo rifiuto l'amore di Massimino
si mutò in furore, e come poteva disporre a suo piacimento di testimoni
e di giudici, gli riuscì facilmente di coprir la sua rabbia con un
apparenza di processura legale, e di perseguitare nel tempo stesso la
riputazione e la felicità di Valeria. Furono confiscati i beni di lei; i
suoi eunuchi e domestici sottoposti ai più crudeli tormenti; e diverse
innocenti rispettabili matrone, onorate dell'amicizia di lei, falsamente
accusate d'adulterio, soffriron la morte. L'Imperatrice medesima,
insieme con Prisca sua madre, fu condannata all'esilio: e poichè avanti
di esser confinate in un remoto villaggio ne' deserti della Siria,
furono ignominiosamente balzate di luogo in luogo, si mostrò manifesta
la loro vergogna e miseria alle province dell'Oriente, che per
trent'anni aveano rispettato l'augusta lor dignità. Diocleziano fece
molti inutili sforzi per sollevar le disgrazie della sua figliuola, e
chiedeva per ultima ricompensa della porpora imperiale, ch'egli avea
dato a Massimino, che fosse permesso a Valeria di seco ritirarsi a
Salona per chiuder gli occhi all'afflitto suo padre[410]. Egli non
cessava di chiedere, ma siccome non poteva più minacciare, le sue
preghiere furono ricevute con freddezza e disprezzo, ed era una
soddisfazione per l'orgoglio di Massimino il trattar Diocleziano da
supplicante, e la figliuola di lui da delinquente. Sembrava, che la
morte di Massimino assicurasse una favorevole mutazione alla fortuna
delle Imperatrici. Il pubblico disordine assopì la vigilanza delle lor
guardie, ed esse trovaron facilmente la maniera di fuggire dal luogo del
loro esilio, e di condursi, quantunque con cautela e travestite, alla
Corte di Licinio. La condotta di lui ne' primi giorni del suo regno, e
l'onorevole accoglienza che fece al giovane Candidiano, posero in cuore
a Valeria una segreta speranza, tanto relativamente a se stessa, che al
suo figliuolo adottivo. Ma succederon ben presto lo spavento e l'orrore
a queste grate apparenze, e le sanguinose esecuzioni, che macchiarono il
palazzo di Nicomedia, la convinsero a sufficienza, che il trono di
Massimino era occupato da un tiranno più inumano di lui. Valeria
provvide alla propria sicurezza, mediante una precipitosa fuga, e sempre
accompagnata da Prisca sua madre, andò vagando più di quindici mesi[411]
per varie province, sconosciuta, sotto povere vesti. Furono finalmente
scoperte a Tessalonica, e siccome era già stata pronunziata contro di
loro la sentenza di morte, vennero immediatamente decapitate, ed i loro
corpi gettati nel mare. Il popolo stupì a questo funesto spettacolo; ma
ne fu soppresso il cordoglio e lo sdegno dal timor de' soldati. Tal fu
l'indegno destino della moglie e della figliuola di Diocleziano. Noi
deploriamo le loro disgrazie, noi non possiamo scoprirne i delitti, e
per quanto possiam giustamente credere che grande fosse la crudeltà di
Licinio, fa sempre maraviglia, che egli non si contentasse di una più
segreta e decente maniera di vendicarsi[412].
Il Mondo Romano restava diviso fra Costantino e Licinio, il primo de'
quali dominava nell'Occidente, e l'altro nell'Oriente. Si avrebbe avuto
forse motivo di presumere, che i vincitori, stanchi di tante guerre
civili, e legati fra loro con vincoli sì pubblici che privati, dovessero
abbandonare o almeno sospendere ogni ulteriore disegno di ambizione;
eppure non fu appena passato un anno dopo la morte di Massimino, che i
vittoriosi Imperatori voltarono le armi l'uno contro dell'altro. Il
genio, la fortuna, e l'indole ambiziosa di Costantino potrebbero farlo
risguardare come aggressore; ma il perfido carattere di Licinio
giustifica qualunque strano sospetto contro di lui, e colla debole luce,
che somministra l'istoria su questo fatto[413] possiamo scoprire ch'egli
fomentò co' proprj artifizi una conspirazione contro l'autorità del suo
collega. Costantino aveva ultimamente unito in matrimonio la sua sorella
Anastasia con Bassiano, persona di famiglia e di fortuna considerabile,
innalzando il suo nuovo congiunto al grado di Cesare. Secondo il sistema
di governo istituito da Diocleziano, ad esso toccavano per sua parte
nell'Impero l'Italia, e forse l'Affrica. Ma l'esecuzione della promessa
fu, o differita tant'oltre, o accompagnata da condizioni così
svantaggiose, che l'onorevole distinzione, ottenuta da Bassiano, servì
ad alienare piuttosto che ad assicurar la sua fedeltà a Costantino.
L'elezione di lui era stata ratificata dal consenso di Licinio; e
quest'artifizioso Principe per mezzo de' suoi emissarj ben presto
procurò di entrare in una segreta e pericolosa corrispondenza col nuovo
Cesare, per irritarne il disgusto, e stimolarlo alla temeraria impresa
di estorcere per forza quello, che non poteva ottenere dalla giustizia
di Costantino. Ma il vigilante Imperatore scoprì la cospirazione avanti
che fosse giunta alla sua maturità, e dopo di aver solennemente
rinunziata l'alleanza di Bassiano, lo spogliò della porpora, e gli diede
la pena che meritava il tradimento e l'ingratitudine di un tal uomo. Il
superbo rifiuto di Licinio, allorchè fu ricercato di rendere i
delinquenti, che si eran rifuggiti ne' suoi dominj, confermò il sospetto
che già si aveva della sua perfidia; e gl'indegni trattamenti fatti in
Emona, sulle frontiere dell'Italia, alle statue di Costantino, furono il
segno della discordia fra questi due Principi[414].
[A. D. 314]
Seguì la prima battaglia presso Cibali, città della Pannonia sul fiume
Savo intorno a cinquanta miglia sopra Sirmio[415]. Dalle piccole forze
che in tale importante incontro due sì potenti Monarchi posero in campo,
si può dedurre, che l'uno fu irritato subitaneamente, e l'altro sorpreso
all'improvviso. L'Imperator d'Occidente aveva solo ventimila, e quello d
Oriente non più di trentacinquemila uomini; era però il minor numero
compensato dal vantaggio del luogo. Costantino avea preso posto in un
passo largo circa mezzo miglio, fra una scoscesa rupe ed una profonda
palude; in tal situazione aspettò con fermezza, e rispinse il primo
attacco dell'avversario. Quindi seguitò la sua fortuna, e si avanzò nel
piano; ma le legioni veterane dell'Illirico si riunirono sotto il
comando di un Capitano, che aveva imparata la milizia nella scuola di
Probo e di Diocleziano. I dardi finirono presto da ambe le parti; i due
eserciti attaccarono con ugual valore una pugna più stretta di lance e
spade, ed il contrasto era durato dubbioso dal far del giorno fino
all'ultim'ora della sera, quando l'ala destra, che Costantino comandava
in persona, diede un assalto vigoroso e decisivo. La giudiziosa ritirata
di Licinio salvò il resto delle sue truppe da una totale disfatta; ma
quando egli vide la sua perdita, che ascendeva a più di ventimila
uomini, non credè sicuro di passar la notte a fronte di un attivo e
vittorioso nemico. Abbandonato il campo ed i magazzini, marciò con
diligenza e segretamente alla testa della maggior parte della sua
cavalleria, e fu presto liberato dal pericolo di essere inseguito. La
sua diligenza salvò la sua moglie, il suo figliuolo, ed i tesori che
aveva depositati A Sirmio. Licinio passò per quella città, e, rotto il
ponto sul Savo, si affrettò a raccogliere un nuovo esercito nella Dacia
e nella Tracia. Nell'atto della sua fuga, diede il titolo precario di
Cesare a Valente, suo Generale nella frontiera dell'Illirico[416].
Il piano di Mardia nella Tracia fu il teatro di una seconda battaglia,
non meno ostinata e sanguinosa della prima. Le truppe mostrarono da ambe
le parti l'istesso valore e la stessa disciplina; ed anche questa volta
fu decisa la vittoria dalla superiore abilità di Costantino, che diresse
un corpo di cinquemila uomini ad occupare un'altezza vantaggiosa, da cui
mentre più ardeva l'azione attaccarono la retroguardia del nemico, e ne
fecero considerabile strage. Ciò nonostante le truppe di Licinio,
presentando la fronte in due luoghi, mantennero sempre il lor posto,
finchè l'approssimarsi della notte pose fine al combattimento, ed
assicurò la lor ritirata verso i monti della Macedonia[417]. La perdita
di due battaglie e de' suoi più valorosi veterani ridusse il fiero
spirito di Licinio a domandar la pace. Fu ammesso all'udienza di
Costantino l'Ambasciatore Mistriano, che spaziò ne' comuni argomenti di
moderazione e di umanità, sì famigliari all'eloquenza de' vinti;
rappresentò nella maniera la più insinuante, ch'era sempre dubbioso
l'esito della guerra, mentre le inevitabili calamità della medesima
erano dannose del pari ad ambe le parti che contendevano; e dichiarò di
essere autorizzato a proporre in nome de' _due_ Imperatori suoi Signori
una stabile ed onorevole pace. Il nome di Valente non incontrò appresso
Costantino che sdegno e disprezzo. «Non per questo fine (replicò egli
burberamente) ci siamo avanzati dai lidi dell'Oceano occidentale con un
corso non interrotto di battaglie e di vittorie, ad oggetto cioè di
accettar per nostro collega un miserabile schiavo dopo d'aver rigettato
un ingrato congiunto. Il primo articolo del trattato dev'essere
l'abdicazione di Valente[418].» Bisognò adattarsi a questa condizione
umiliante, e l'infelice Valente, dopo un regno di pochi giorni, fu
spogliato della porpora e della vita. Tosto che quest'ostacolo fu tolto
di mezzo, si restituì facilmente la tranquillità al Mondo Romano. Le
successive disfatte di Licinio avevan rovinate le forze di lui, ma nel
tempo stesso ne avevan dimostrato il coraggio ed i talenti. La sua
situazione era quasi senza speranza, ma qualche volta gli sforzi della
disperazione riescono formidabili; ed il buon senso di Costantino
preferì un vantaggio grande e sicuro ad un terzo esperimento della sorte
dell'armi. Consentì egli di lasciar al suo rivale, o com'esso chiamava
nuovamente Licinio, al suo amico e fratello, il possesso della Tracia,
dell'Asia minore, della Siria, e dell'Egitto; ma le Province della
Pannonia, della Dalmazia, della Dacia, della Macedonia, e della Grecia
furon cedute all'Impero d'Occidente, ed il dominio di Costantino si
estese in quest'occasione da' confini della Caledonia fino all'estremità
del Peloponneso. Nel medesimo trattato si convenne che i tre giovani
reali, figli degl'Imperatori, fosser chiamati alla speranza della
successione. Crispo e Costantino il Giovane furono poco dopo dichiarati
Cesari nell'Occidente, mentre nell'Oriente Licinio il Giovane fu
decorato della medesima dignità. In questa doppia proporzione di onori
dimostrò il vincitore la superiorità delle sue armi e della sua
potenza[419].
Quantunque la riconciliazione fra Costantino e Licinio amareggiata fosse
dal risentimento e dalla gelosia, dalla rimembranza delle recenti
ingiurie e dal timore de' futuri pericoli, pure si mantenne per più di
ott'anni la pace del Mondo Romano. Siccome incomincia intorno a questo
tempo una serie molto regolare di leggi Imperiali, non sarà difficile di
enunciare i regolamenti civili, che occuparono la vita tranquilla di
Costantino. Ma le più importanti fra le sue costituzioni sono
intimamente connesse col nuovo sistema di politica e di religione, che
non fu stabilito perfettamente che negli ultimi pacifici anni del regno
di lui. Vi sono molte delle sue leggi, che interessando i diritti ed i
beni degl'individui non meno che la pratica del foro, posson riferirsi
più propriamente alla privata che alla pubblica Giurisprudenza
dell'impero; ed egli pubblicò molti editti così locali e temporarj, che
non meritano che se ne faccia parola in un Istoria generale. Due però ne
vogliamo scegliere fra gli altri; l'uno per l'importanza, l'altro per la
singolarità. La prima legge dimostra la notabile umanità di Costantino,
la seconda poi l'eccessiva severità del medesimo. I. L'orribil costume,
sì frequente fra gli antichi, di esporre o di uccidere i figli nati di
fresco, si era sempre più esteso nelle Province, e specialmente
nell'Italia. Questo era l'effetto della miseria, la quale principalmente
proveniva dal peso intollerabile de' tributi, e dalle moleste e crudeli
persecuzioni degli Uffiziali del Fisco contro i debitori insolventi. La
parte più povera o meno industriosa dell'uman genere invece di gradire
l'aumento della famiglia, giudicava un atto di tenerezza paterna quello
di liberare i propri figli dalle imminenti miserie di una vita, che non
potevano sostenere. L'umanità di Costantino, forse mossa da alcuni
recenti e straordinari esempi di disperazione, lo indusse a pubblicare
un editto in tutte le città dell'Italia, e dopo dell'Affrica, diretto a
somministrare immediati, e sufficienti soccorsi a que' padri, che
avesser presentato ai Magistrati i figliuoli, che la povertà non
permetteva lor di educare. Ma la promessa era troppo liberale, e la
provvisione troppo incerta per produrre un benefizio generale e
durevole[420]. Sebbene la legge meriti lode, pure servì piuttosto a
scoprire che a sollevar la pubblica calamità. Questo è un autentico
documento, che sempre sussiste, per contraddire e confonder quegli
oratori venali, che troppo eran soddisfatti della lor situazione per
manifestare il vizio e la miseria sotto il governo d'un generoso
Sovrano[421].
II. Le leggi di Costantino contro i ratti dimostrano ben poca indulgenza
per le più lusinghevoli debolezze della natura umana; giacchè si applicò
la denominazione di quel delitto non solamente alla violenza brutale che
sforza, ma anche all'insinuante seduzione, che può persuadere una donna
non maritata, minore di venticinque anni, a lasciar la casa dei suoi
genitori. «Chi aveva eseguito il ratto era punito colla morte; e come se
la semplice morte non fosse corrispondente all'enormità del misfatto,
egli doveva o esser bruciato vivo, o fatto in pezzi dalle fiere
nell'anfiteatro. La dichiarazione che potea far la rapita, che ciò era
seguito col consenso di lei, invece di salvare l'amante, esponeva lei
medesima ad esser partecipe della pena. Ai genitori della colpevole, o
disgraziata fanciulla era ingiunto il dovere di pubblicamente accusarla;
e se mai prevaleva in essi il sentimento naturale in maniera da far loro
dissimulare l'ingiuria, e riparare, mediante il successivo matrimonio,
l'onore della famiglia, eran puniti colla confiscazione e coll'esilio.
Gli schiavi dell'uno e dell'altro sesso, convinti di aver dato mano al
ratto o alla seduzione, erano bruciati vivi, o posti a morte
coll'ingegnoso tormento di versare loro in gola una quantità di piombo
liquefatto. Poichè il delitto era pubblico, n'era permessa l'accusa
eziandio agli stranieri. La facoltà di agire non si limitava ad alcun
termine di anni e si estendevano le conseguenze della sentenza anche
alla prole innocente che nasceva da tale irregolar congiunzione[422].»
Ma quando il castigo eccita più orrore, che il delitto, il rigor della
legge penale dee cedere ai comuni sentimenti dell'umanità. Furono dunque
mitigate ne' regni seguenti, o revocate le parti più odiose di tal
editto[423]; e Costantino medesimo con atti speciali di clemenza bene
spesso ammollì la durezza delle sue generali costituzioni. Così era
infatti singolarmente disposto quell'Imperatore, che tanto si dimostrava
indulgente, ed anche trascurato nell'esecuzione delle sue leggi, quanto
era severo anzi crudele nel farle. Difficilmente però può vedersi un
segno di debolezza più decisivo di questo o nel carattere del Principe,
o nella costituzione del Governo[424].
L'amministrazione civile fu qualche volta interrotta dalla militar
difesa dell'Impero. Crispo, giovane di amabilissima indole, che insieme
col titolo di Cesare avea ricevuto il comando del Reno, segnalò la sua
condotta ed il suo valore in diverse vittorie riportate sopra i Franchi
e gli Alemanni: ed insegnò a' Barbari di quella frontiera a temere il
primogenito di Costantino ed il nipote di Costanzo[425]. L'Imperatore
avea preso per se la provincia più difficile ed importante del Danubio.
I Goti, che al tempo di Claudio o di Aurelio, avevan sentito il peso
delle armi Romane, rispettarono il poter dell'Impero anche in mezzo alle
interne divisioni del medesimo. Ma in una pace di quasi cinquant'anni
erasi ristabilita la forza di quella guerriera nazione; si era formata
una nuova generazione, che non rammentava più le passate disgrazie: i
Sarmati della palude Meotide seguitarono le bandiere dei Goti, o come
sudditi o come alleati, o le lor forze unite invasero le regioni
dell'Illirico. Sembra che Campona, Margo e Bologna fossero le scene di
vari memorabili assedj e combattimenti[426]; e quantunque Costantino
incontrasse una resistenza molto ostinata, finalmente prevalse nella
guerra, ed i Goti furono costretti a procurarsi una vergognosa ritirata
con restituire la preda ed i prigionieri che avevan fatto. Nè tal
vantaggio servì a soddisfare lo sdegno dell'Imperatore. Egli risolvè di
castigare non men che rispingere l'insolenza dei Barbari, che avevano
ardito d'invadere il paese Romano. Alla testa delle sue legioni passò il
Danubio sopra un ponte, ch'era stato costrutto da Traiano, e ch'egli fè
ristorare, penetrò ne' più forti nascondigli della Dacia[427], e quando
gli ebbe severamente puniti, condiscese a conceder la pace ai Goti
supplichevoli, a condizione, che ogni volta che fosser richiesti, gli
somministrassero un corpo di quarantamila soldati[428]. Imprese di
questa sorta facevano senza dubbio grand'onore a Costantino, e vantaggio
allo Stato, ma si ha giusto motivo di dubitare, se provar si possa
l'esagerata asserzione di Eusebio, che tutta la Scizia fino
all'estremità del Settentrione, divisa com'era in tanti Popoli di
costumi i più selvaggi ed i più differenti fra loro, per mezzo delle
vittoriose sue armi erasi aggiunta all'Imperio Romano[429].
[A. D. 323]
Era impossibile che in questo sublime stato di gloria Costantino potesse
più lungamente soffrire un collega nell'Impero. Confidando nella
superiorità del suo genio, e della sua forza militare, si determinò,
senza alcuna precedente ingiuria, di farne uso per la distruzion di
Licinio, di cui l'età ormai avanzata, od i vizi odiosi al popolo pareva
che gli presentassero una ben facil conquista[430]. Ma il vecchio
Imperatore, eccitato dall'imminente pericolo, deluse l'aspettazione sia
degli amici, che de' nemici. Richiamando quello spirito, e que' talenti,
per mezzo di cui s'era meritata l'amicizia di Galerio, e la porpora
Imperiale, preparossi alla guerra, unì le forze dell'Oriente, e in poco
tempo coprì le pianure di Adrianopoli colle sue truppe, e lo stretto
dell'Ellesponto colla sua flotta. L'esercito era composto di
centocinquantamila fanti, e di quindicimila cavalli; e siccome la
cavalleria per la maggior parte era presa dalla Frigia e dalla
Cappadocia, possiamo formare un'idea più favorevole della bellezza de'
cavalli, che del coraggio e della destrezza de' cavalieri. La flotta
consisteva in trecentocinquanta galere di tre ordini di remi.
Centotrenta di queste furon somministrate dall'Egitto, e dalle adiacenti
coste dell'Affrica; centodieci da' porti della Fenicia e dell'Isola di
Cipro, e le altre centodieci dalle parti marittime della Bitinia, della
Jonia e della Caria. Le truppe di Costantino si dovevan riunire a
Tessalonica; ed ascendevano a sopra centoventimila fra cavalli e
fanti[431]. Esso fu soddisfatto del lor marziale aspetto, ed il suo
esercito realmente conteneva più soldati, quantunque minore nel numero
degli uomini, che quello del suo competitore orientale. Le legioni di
Costantino eran formate nelle più guerriere Province dell'Europa;
l'esercizio ne aveva invigorita la disciplina, la vittoria innalzate le
speranze, e trovavasi fra loro un gran numero di veterani, che dopo
diciassette gloriose campagne sotto il medesimo condottiero, si
preparavano a meritare un'onorevol dimissione coll'ultimo sforzo del lor
valore[432]. Ma i preparativi navali di Costantino erano per ogni capo
molto inferiori a quelli di Licinio. Le città marittime della Grecia
mandarono le rispettive lor quote d'uomini e di navi al porto famoso di
Pireo, e tutte le lor forze, prese insieme, non sorpassarono il numero
di dugento piccoli vascelli: assai debole armamento, se voglia
paragonarsi con quelle formidabili flotte messe in mare, e mantenute
dalla Repubblica d'Atene al tempo della guerra del Peloponneso[433]. Non
essendo l'Italia più da gran tempo la sede del Governo, gli stabilimenti
navali di Miseno e di Ravenna si erano o poco a poco trascurati; e
siccome la navigazione e la marineria dell'Impero venivano sostenute dal
commercio anzi che dalla guerra, era naturale che dovessero abbondare
più nelle industriose province dell'Egitto e dell'Asia. Solamente fa
meraviglia che l'Imperatore dell'Oriente, che aveva in mare una
superiorità così grande, trascurasse l'occasione di portare una guerra
offensiva nel contro de' dominj del suo rivale.
[A. D. 323]
Invece di prendere tale attiva risoluzione, che avrebbe potuto far mutar
faccia a tutta la guerra, il prudente Licinio aspettò l'avvicinamento
del suo rivale presso Adrianopoli in un campo da esso fortificato con sì
premurosa diligenza, che ben dimostrava il timor ch'egli aveva
dell'evento. Costantino diresse la sua marcia da Tessalonica verso
quella parte della Tracia, sinchè si trovò arrestato dall'ampio rapido
corso dell'Ebro, e scoprì il numeroso esercito di Licinio, che occupava
il ripido declive del monte, dal fiume alla città di Adrianopoli.
Passarono vari giorni in dubbiose e lontane scaramucce; ma furon tolti
finalmente gli ostacoli del passaggio e dell'attacco dall'intrepida
condotta di Costantino. Qui non possiamo a meno di riferire un fatto
maraviglioso di esso, a cui sebbene possa difficilmente trovarsi
l'uguale nella poesia o ne' romanzi, pure si trova celebrato non già da
un venale oratore addetto alla fortuna di lui, ma da un Istorico,
special nemico della famiglia del medesimo. Si assicura che il valoroso
Imperatore gettossi nell'Ebro accompagnato solo da dodici cavalieri, e
che per lo sforzo delle sue invincibili armi, ruppe, disordinò, e pose
in fuga un esercito di cinquantamila uomini. La credulità di Zosimo
prevalse in tal modo alla sua passione, che sembra che fra gli eventi
della memorabil battaglia di Adrianopoli scegliesse e adornasse non già
il più importante, ma il più maraviglioso. Conferma il valore ed il
pericolo di Costantino una leggiera ferita, ch'esso ricevè nella coscia,
ma può rilevarsi anche da un'imperfetta narrazione, e forse da un testo
corrotto, che fu cagione della vittoria non meno la condotta del
Generale, che il coraggio dell'Eroe: che un corpo di cinquemila arcieri
girò ad occupare un folto bosco nella retroguardia del nemico, la cui
attenzione era impegnata nella costruzione di un ponte; e che Licinio,
confuso per tante artificiose evoluzioni, fu contro sua voglia tirato
dal suo vantaggioso posto a combattere nella pianura. Il combattimento
allora non fu più uguale; la confusa moltitudine delle nuove reclute di
lui restò facilmente vinta dagli sperimentati veterani dell'Occidente.
Si dice che trentaquattromila uomini vi fossero uccisi. Il campo
fortificato di Licinio fu preso per assalto la sera della battaglia; la
maggior parte de' fuggitivi, che si erano ritirati alle montagne, si
renderono il giorno dopo alla discrezione del vincitore; ed il suo
rivale, che non potè più tenersi in campagna aperta, si chiuse dentro le
mura di Bisanzio[434].
L'assedio di questa città, che fu immediatamente intrapreso da
Costantino, era molto laborioso ed incerto. Le fortificazioni di quella
piazza, che si risguardava con tanta ragione, come la chiave dell'Europa
e dell'Asia, erano state riparate ed accresciute nelle ultime guerre
civili; e finchè Licinio fu padrone del mare, la guarnigione era molto
meno esposta al pericolo della fame, che l'armata degli assedianti.
Furon chiamati al campo da Costantino i comandanti di mare, ed ebbero
positivi ordini di forzare il passo dell'Ellesponto nel tempo che la
flotta di Licinio, invece di cercare, e di distruggere il debole nemico,
restava inoperosa in quell'angusto stretto, dove la superiorità nel
numero era di poco uso, o vantaggio. A Crispo, figliuol maggiore di
Costantino, fu affidata l'esecuzione di quest'ardita impresa, ch'egli
condusse con tal coraggio e buon successo, che meritò la stima, ed
eccitò probabilissimamente la gelosia di suo padre. L'attacco durò due
giorni, e nella sera del primo le flotte, dopo una considerabil perdita
da ambe le parti, si ritirarono ne' lor rispettivi porti dell'Europa e
dell'Asia. Il secondo giorno, verso il mezzodì, levossi un forte vento
meridionale, che trasportò i vascelli di Crispo incontro al nemico[435],
ed avendo egli con avveduta intrepidezza profittato di questo casual
vantaggio, ben presto conseguì una piena vittoria. Cento trenta vascelli
restaron distrutti, cinquemila uomini uccisi, ed Amando, Ammiraglio
della flotta asiatica, colla maggior difficoltà si rifuggì ai lidi di
Calcedonia. Tosto che fu aperto l'Ellesponto, entrò nel campo di
Costantino, che aveva già avanzate le operazioni dell'assedio, un
abbondante convoglio di provvisioni. Egli formò dei mucchi artificiali
di terra ugualmente elevati che le mura di Bisanzio. Le alte torri, che
furono alzate su que' fondamenti, infestavano gli assediati con grosse
pietre e con dardi scagliati dalle macchine militari; e gli arieti, che
percuotevan le mura, le avevano rotte in vari luoghi. Se Licinio
persisteva più lungamente nella difesa, si esponeva ad esser involto
egli stesso nella rovina della piazza; avanti però che gli fosse chiusa
l'uscita, esso prudentemente trasferì a Calcedonia nell'Asia la sua
persona, ed i suoi tesori; e siccome bramò sempre di associar compagni
alle speranze ed ai rischi della sua fortuna, diede in quell'occasione
il titolo di Cesare a Martiniano, ch'esercitava uno degli Uffizj più
importanti dell'Impero[436].
Tali erano i ripieghi e tale l'abilità di Licinio, che dopo tante
successive disfatte raccolse di nuovo nella Bitinia un esercito di
cinquanta o sessantamila uomini, mentre l'attività di Costantino era
impiegata nell'assedio di Bisanzio. Il vigilante Imperatore nondimeno
non trascurò gli ultimi sforzi del suo antagonista. Fu trasportata in
piccoli legni una parte considerabile del suo vittorioso esercito sul
Bosforo, e subito ch'ebbe posto i piedi a terra sulle altezze di
Crisopoli, o come si dice adesso, di Scutari, fu attaccata la decisiva
battaglia. Le truppe di Licinio, quantunque levate di fresco, male
armate, e peggio disciplinate, resisterono ai vincitori con infruttuoso
ma disperato valore, finchè una total disfatta, e la strage di
venticinquemila uomini determinò irrevocabilmente il destino del loro
Capo[437]. Ritirossi egli a Nicomedia col fine di guadagnar tempo, e
colla mira piuttosto di entrare in trattato, che colla speranza di
un'efficace difesa. Costanza, moglie di lui e sorella di Costantino,
intercedè appresso il fratello in favor del marito, ed ottenne dalla
politica piuttosto che dalla compassione di questo una solenne promessa,
confermata con giuramento, che dopo il sacrificio di Martiniano, e la
rinunzia della porpora, sarebbe stato permesso a Licinio di passare il
rimanente della sua vita in pace, e nell'abbondanza. La condotta di
Costanza, e la parentela, che aveva colle parti che combattevano,
richiama naturalmente allo spirito la memoria di quella virtuosa
matrona, ch'era sorella di Augusto, e moglie di Antonio. Ma la maniera
di pensare degli uomini era mutata, e non si stimava più un'infamia per
un Romano il sopravvivere al proprio onore ed alla propria indipendenza.
Licinio chiese, ed accettò il perdono delle sue mancanze; si prostrò
colla porpora ai piedi del suo Signore e Padrone; con insultante pietà
fu sollevato da terra; nel medesimo giorno ammesso alla mensa Imperiale,
e poco dopo mandato a Tessalonica, ch'era stata scelta per luogo del suo
confino[438]. Questo per altro fu terminato in breve dalla morte; ed è
posto in dubbio se un tumulto de' soldati o un decreto del Senato servì
di pretesto all'esecuzione. Secondo le regole della tirannia fu accusato
di tentare una cospirazione, e di mantenere una perfida corrispondenza
co' Barbari; ma poichè non ne fa mai convinto nè dalla sua condotta, nè
da alcuna legittima prova, è permesso per avventura di presumerne
l'innocenza dalla sua debolezza[439]. Fu disonorata la memoria di
Licinio coll'infamia; ne furono gettate a terra le statue, ed abolite
tutte in un tratto le leggi ed i processi giudiziali del regno di lui
con un editto fatto con tale precipitazione, e di conseguenze tanto
cattive, che fu quasi subito dopo corretto[440].
[A. D. 324]
Con questa vittoria di Costantino, il Mondo Romano trovossi di nuovo
unito sotto l'autorità di un solo Imperatore, trentasette anni dopo che
Diocleziano ne avea diviso la potenza e le province con Massimiano suo
collega.
I gradi successivi dell'innalzamento di Costantino, dal tempo in cui
prese la porpora a York fino alla rinunzia di Licinio a Nicomedia, si
son riferiti minutamente e con precisione, non solo perchè i fatti per
se stessi interessano, ma molto più anche perchè i medesimi
contribuirono alla decadenza dell'Impero per cagione della gran perdita
di sangue e di danaro, e pel continuo accrescimento de' tributi non meno
che del corpo militare. Le immediate memorabili conseguenze di questa
rivoluzione furono la fondazione di Costantinopoli, e lo stabilimento
della Religione Cristiana.