[206] Eutropio IX. 19. Vittore in Epitom. Sembra che la città fosse
propriamente detta Daclia da una piccola tribù d'Illirici. (Vedi
Cellario, Geograf. antic. tom. I. p. 393). Probabilmente il primo nome
del felice schiavo fu _Docles_, che allungò dopo per servire alla greca
armonia in quel di _Diocles_, e che finalmente convertì in quello di
_Diocletianus_, come più proprio della maestà Romana. Prese parimente il
nome patrizio di Valerio, che gli viene ordinariamente dato da Aurelio
Vittore.
[207] Vedi Dacier sulla sesta satira del secondo libro di Orazio,
Cornel. Nip. nella vita di Eumene. c. I.
[208] Lattanzio (o chiunque fu l'autore del piccol trattato _de mortibus
persecutorum_) accusa in due luoghi Diocleziano di _timidità_ c. 7, 8.
Nel cap. 9, dice di lui «erat in omni tumultu meticulosus et animi
disiectus».
[209] In questo elogio sembra che Aurelio Vittore insinui una giusta,
benchè indiretta censura, della crudeltà di Costanzo. Apparisce dai
fasti, che Aristobolo rimase Prefetto della città, e che terminò con
Diocleziano il Consolato ch'egli avea cominciato con Carino.
[210] Aurel. Vittore nomina Diocleziano «Parentem potius quam Dominum».
Vedi Stor. Aug. p. 30.
[211] La questione del tempo, in cui Massimiano ricevesse la dignità di
Cesare e di Augusto, avea divisi i critici moderni, e data occasione ad
un gran numero di dotte dispute. Io ho seguitato il Tillemont, (Stor.
degl'Imperat. t. IV. p. 500-505) che ha bilanciato le diverse difficoltà
e ragioni colla solita sua scrupolosa esattezza.
[212] In una orazione recitata dinanzi a lui (Panegir. vet. II. 8.)
Mamertino dubita se il suo Eroe, imitando la condotta di Annibale e di
Scipione, ne avesse mai udito i nomi. Possiamo quindi benissimo
inferire, che Massimiano ambiva più di essere stimato come soldato che
come uomo di lettere: ed in tal guisa si può spesso saper la verità dal
linguaggio medesimo dell'adulazione.
[213] Lattanzio _de M. P._ c. 8 Aurel. Vittore. Siccome tra i Panegirici
si trovano orazioni recitate in lode di Massimiano, ed altre che adulano
i di lui avversarj a sue spese, si ricava qualche verità da questo
contrasto.
[214] Vedi i Panegir. 2 e 3, e particolarmente III. 3, 10, 14, ma
sarebbe cosa tediosa il copiare le prolisse ed affettate espressioni
della falsa loro eloquenza. Riguardo ai titoli si consulti Aurel.
Vittore, Lattanzio _de M. P._ c. 52. Spanhemio _de usu Numism._ etc.
Dissert. XII. 8.
[215] Aurel. Vittore, _in Epitom._ Eutrop. IX. 22. Lattanzio _de M. P._
c. 8. _Hieronym. in Chron._
[216] Il Tillemont non ha potuto rinvenire che tra i Greci moderni il
soprannome di Chlore. Verun notabile grado di pallidezza non sembra
potersi combinare col _rubor_ menzionato nel Panegir. V. 19.
[217] Giuliano, nipote di Costanzo, vanta la discendenza della sua
famiglia dai bellicosi Mesj (_Misopogon_, p. 348.) I Dardani abitavano
all'estremità della Mesia.
[218] Galerio sposò Valeria, figlia di Diocleziano. Se si parla con
precisione, Teodora, moglie di Costanzo, era soltanto figlia della
moglie di Massimiano. Spanhem. Dissertat. XI. 2.
[219] Questa divisione combina con quella delle quattro Prefetture: vi è
però qualche ragione di dubitare che fosse la Spagna Provincia di
Massimiano. Vedi Tillemont, tom. IV. p. 517.
[220] Giuliano _in Caesarib._ p. 315 note di Spanhem. alla traduzione
Francese, p. 122.
[221] Il nome generico di _Bagaudae_ (nel significato di ribelli)
continuò fino al quinto secolo nella Gallia. Alcuni critici lo fanno
venire dalla parola Celtica _Bagad_, assemblea tumultuosa. Scaliger. _ad
Euseb._ Du Cange _Glossar._
[222] Cronica di Froissart vol. I. p. 182. II. 73-79. La semplicità di
questa Storia non è stata imitata dai nostri moderni scrittori.
[223] Caesar. _De Bell. Gallic._ VI. 13. Orgetorige, di nazione
Svizzero, potè armare in sua difesa un corpo di diecimila schiavi.
[224] L'oppressione e miseria loro vien confermata da Eumenio, (Panegir.
VI. 8.) _Gallias efferatas iniuriis_.
[225] Panegyr. Vet. II. 4. Aurel. Vitt.
[226] Eliano ed Amando. Noi abbiamo delle medaglie da loro coniate.
Goltzio in Thes. R. A. p. 117-121.
[227] _Levibus proeliis domuit_, Eutrop. IX. 20.
[228] Questo fatto per vero dire si fonda sopra un'autorità ben
leggiera, ch'è la vita di S. Babolino scritta probabilmente nel VII
secolo. Vedi Duchesne _Scriptores rerum Francicar._ tom. I. p. 662.
[229] Aurelio Vittore li nomina Germani, Eutropio (IX. 21) li nomina
Sassoni. Ma Eutropio viveva nel secolo seguente, e sembra far uso del
linguaggio del suo tempo.
[230] Le tre espressioni di Eutropio, di Aurelio Vittore, e di Eumenio
_vilissime natus, Bataviae alumnus, et Menapiae civis_ ci danno una
incerta notizia della nascita di Carausio. Il Dott. Stukely però (Stor.
di Carausio, p. 62) lo fa nativo di S. David, e Principe del sangue
Reale della Britannia. Egli ne trovò la prima idea in Riccardo di
_Cirencester_, pag. 44.
[231] Panegyr. V. 12. Era in quel tempo la Britannia sicura e poco
difesa.
[232] Panegyr, Vet. V. 11. VII. 9. L'oratore Eumenio desiderava esaltar
la gloria del suo Eroe (Costanzo), vantando l'importanza di quella
conquista. Nonostante la nostra lodevol parzialità per la patria, è
difficile di concepire, che al principio del quarto secolo meritasse
l'Inghilterra tutte queste lodi. Un secolo e mezzo avanti somministrava
appena il necessario per pagar le truppe, che vi stavano di guarnigione.
Vedi Appiano nel proemio.
[233] Siccome si conserva tuttavia un gran numero di medaglie di
Carausio, egli è divenuto un oggetto favorito della curiosità degli
antiquarj; e sono state con sagace accuratezza investigate tutte le
particolarità della sua vita e delle sue azioni. Il Dottore Stukely
specialmente ha consacrato un grosso volume all'Imperatore Britannico.
Io ho fatto uso dei suoi materiali, ed ho rigettate molte delle
immaginarie sue congetture.
[234] Quando Mamertino recitò il suo primo panegirico, erano terminati i
preparativi navali di Massimiano, e l'oratore presagiva una sicura
vittoria. Il solo suo silenzio nel secondo panegirico servirebbe a
mostrarci che la spedizione non ebbe un felice successo.
[235] Aurel. Vittore, Eutropio, e le medaglie (Pax Augg.) c'informano di
questa temporanea riconciliazione: ma io non presumerò (come ha fatto il
Dott. Stukely, Storia metallica di Carausio, p. 86. etc.) di riferire
gli articoli medesimi del trattato.
[236] Si trovano in Aurelio Vittore ed in Eutropio pochi squarci
concernenti la conquista della Britannia.
[237] Giovanni Malela, nella Cron. Antiochen. tom. I p. 408, 409.
[238] Zosim. l. I. p. 3. Questo Storico parziale sembra che celebri la
vigilanza di Diocleziano colla mira di far vedere la negligenza di
Costantino. Sentiamo l'espressioni d'un oratore: «nam quid ego alarum et
cohortium castra percenseam, toto Rheni et Istri et Euphratis limite
restituta» _Panegyr. vet._ IV. 18.
[239] _Ruunt omnes in sanguinem suum populi, quibus non contigit esse
Romanis, obstinataeque feritatis poenas nunc sponte persolvunt. Panegyr.
Vet._ III. 16. Mamertino illustra il fatto coll'esempio di quasi tutte
le nazioni del mondo.
[240] Egli si lamentava, benchè non con esatta verità. «Jam fluxisse
annos quindecim, in quibus in Illyrico, ad ripam Danubii relegatus, cum
gentibus barbaris luctaret». Lattanzio _de M. P._ c. 18.
[241] Nel testo Greco di Eusebio, si legge seimila, numero che io ho
preferito al sessantamila di Girolamo, di Orosio, di Eutropio, e del suo
Greco traduttore Peanio.
[242] _Panegyr. vet._ VII. 21.
[243] Eravi uno stabilimento di Sarmati nelle vicinanze di Treveri, che
sembra essere stato abbandonato da quei neghittosi Barbari. Auson. ne
parla _in Mosel._
_Unde iter ingredieus nemorosa per avia solum,_
_Et nulla humani spectans vestigia, cultus_
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Arvaque Sauromatum nuper metata colonis_
Vi era una città dei Carpi nella Mesia inferiore.
[244] Vedi le congratulazioni di Eumenio, scritte in istile di Retore.
Panegyr. VII. 9.
[245] Scaligero (_Animadvers. ad Euseb._ p. 243.) decide al suo solito,
che i _Quinquegenziani_, o sia le cinque nazioni Affricane, erano le
cinque grandi città, la Pentapoli della pacifica Provincia di Cirene.
[246] Dopo la sua disfatta, Giuliano si trapassò il petto con una spada,
e si lanciò immediatamente nelle fiamme, Vittor. _in Epitom._
[247] «Tu ferocissimos Mauritaniae populos, inaccessis montium jugis et
naturali munitione fidentes, expugnasti, recepisti, transtulisti.»
_Panegyr. Vet._ VI. 8.
[248] Vedi la descrizione di Alessandria in _Hirtius de Bello
Alexandria_. c. 5.
[249] Eutrop. IX. 24. Orosio, VII. 25. Giovanni Malela nella Cron.
Antioch. p. 409, 410. Eumenio, però ci assicura, che fu l'Egitto
pacificato dalla clemenza di Diocleziano.
[250] Eusebio (_in Chron._) fissa la loro distruzione alcuni anni
avanti, ed in un tempo in cui l'Egitto istesso erasi ribellato dai
Romani.
[251] Strabone, l. XVII. p. 1. 172. Pomponio Mela l. I. c. 4: sono
curiose le parole: «Intra si credere libet, vix homines magisque
semiferi; Ægipanes, et _Blemmyes_ et Satyri.»
[252] «Ausus sese inserere fortunae et provocare arma Romana.»
[253] Ved. Procopio _De Bell. Persic._ l. I. c. 19.
[254] Egli fissò il pubblico mantenimento di grano pel popolo di
Alessandria a due milioni di _medimni_, quattrocentomila sacca in circa,
_Chron._ Paschal. p. 176. Procop. _Hist. Arcan._ c. 26.
[255] Giovanni di Antiochia _in Excerpt. Valerian._ p. 834. Suida in
Diocleziano.
[256] Vedi una breve storia e confutazione dell'alchimia nelle opere di
un filosofo compilatore, la Mothe le Vayer, tom. 1, p. 327-353.
[257] Vedi l'educazione e la forza di Tiridate nella storia Armena di
Mosè di Corene, l. II. c. 76. Egli potea prendere due tori selvaggi per
le corna e romperle colle sue mani.
[258] Se prestiamo fede al più giovine Vittore, il quale suppone che
nell'anno 323 Licinio avesse solamente sessant'anni, egli appena
potrebbe esser la stessa persona del protettor di Tiridate; ma noi
sappiamo da molto miglior autorità (Eusebio Stor. Ecclesiast. l. X. cap.
8.) che Licinio era allora nell'ultimo periodo della vecchiezza: sedici
anni avanti, vien rappresentato con capelli canuti, e come contemporaneo
di Galerio. Vedi Lattanz. c. 31. Licinio era nato probabilmente verso
l'anno 250.
[259] Vedi i libri 62 e 63 di Dione Cassio.
[260] Mosè di Corene, Stor. Armen. l. II. c. 74. Le statue erano state
erette da Valarsace, che regnava nell'Armenia circa 130 anni avanti
Cristo, e fu il primo Re della famiglia di Arsace (Vedi Mosè, Stor.
Armen. l. II. 2, 3). La deificazione degli Arsaci vien menzionata da
Giustino (XLI. 5.) e da Ammiano Marcellino. (XXIII. 6.)
[261] La nobiltà Armena era numerosa e potente. Mosè fa menzione di
molte famiglie, le quali erano illustri sotto il regno di Valarsace (l.
II. 7.) e le quali sussistevano ancora al suo tempo verso la metà del
quinto secolo. Vedi la Prefaz. dei suoi editori.
[262] Si chiamava Chosroi-duchta, e non avea l'_or patulum_ come le
altre donne. (Stor. Armen. l. II. c. 79.) Io non intendo tal frase.
[263] Nella Storia Armena (l. II. 78) come ancora nella Geografia, (p.
367) la China trovasi nominata Zenia, o Zenastan. Vien distinta dalla
seta, dalla opulenza degli abitanti, e dal loro amore per la pace sopra
tutte le altre nazioni del mondo.
[264] Vou-ti, il primo Imperatore della settima Dinastia, che allora
regnava nella China, ebbe dei trattati politici colla Fergana, provincia
della Sogdiana, e si dice che ricevesse un'ambasceria Romana. (Stor.
degli Unni, tom. I. pag. 38.) In quei secoli i Chinesi teneano una
guarnigione in Kashgar, ed uno dei lor Generali, verso i tempi di
Traiano, si avanzò fino al mar Caspio. Riguardo al commercio tra la
China ed i paesi occidentali, si può consultare una interessante memoria
del sig. de Guignes nell'Accademia delle Iscriz. tom. XXXII. pag. 355.
[265] Vedi Stor. Armen. l. II. c. 81.
[266] _Ipsos Persas ipsumque Regem, ascitis Saccis et Ruffis et Gellis,
petit frater Ormies._ Panegyr. Vet. III. I Saci erano una nazione di
Sciti erranti, accampati verso la sorgente dell'Oxo e del Jaxarte. I
Gelli erano gli abitatori del Ghilan lungo il mar Caspio, che sotto nome
di Dilemiti, infestarono per tanto tempo la Monarchia Persiana. Vedi
D'Herbelot, Bibliot. Orient.
[267] Mosè di Corene tralascia affatto questa seconda rivoluzione che io
sono stato costretto a ricavare da un passo di Ammiano Marcellino (l.
XXIII. 5). Lattanzio parla dell'ambizione di Narsete «Concitatus
domesticis exemplis avi sui Saporis ad occupandum Orientem magnis copiis
inhiabat». _De Mort. Persecut._ c. 9.
[268] Possiamo fermamente credere, che Lattanzio ascrive a codardia la
condotta di Diocleziano. Giuliano nella sua orazione dice, che egli
rimase con tutte le forze dell'Impero; frase molto iperbolica.
[269] I nostri cinque compendiatori, Eutropio, Festo, i due Vittori, ed
Orosio, tutti riferiscono l'ultima e gran battaglia; ma Orosio è il solo
che parla delle due prime.
[270] La natura del paese è benissimo descritta da Plutarco nella vita
di Crasso, e da Senofonte nel primo libro dell'Anabasi.
[271] Vedi la Dissertazione di Foster nel secondo volume della
traduzione dell'Anabasi di Spelman, che ardisco raccomandare come una
delle migliori traduzioni che abbiamo.
[272] Stor. Armen. l. II. c. 76. Io ho trasferito questa impresa di
Tiridate da una disfatta immaginaria a quella reale di Galerio.
[273] Ammian. Marcell. l. XIV. Il miglio, nelle mani di Eutropio (IX.
24.) di Festo (c. 2.) e di Orosio (VIII. 25.) facilmente si estendeva a
diverse miglia.
[274] Aurel. Vittore. Giornandes _de rebus Geticis_ c. 21.
[275] Aurelio Vittore dice «Per Armeniam in hostes contendit, quae ferme
sola, seu facilior vincendi via est». Egli seguitò la condotta di
Traiano, e l'idea di Giulio Cesare.
[276] Senofonte, Anabasi, l. III. Per questa ragione la cavalleria
Persiana si accampava a sessanta stadi dal nemico.
[277] Il fatto vien riferito da Ammiano, l. XXII. Invece di _Saccum_,
alcuni leggono _Scutum_.
[278] I Persiani riconoscevano la superiorità dei Romani nel morale e
nella milizia. Eutrop. IX. 24. Ma questo rispetto e gratitudine per i
nemici raramente si trovava nelle proprie loro relazioni.
[279] Il ragguaglio del trattato è preso dai frammenti di Patrizio
nell'_Excerpta Legationum_ pubblicato nella collezione Bizantina.
Patrizio vivea sotto Giustiniano; ma è evidente dalla natura dei suoi
materiali, ch'ei gli avea ricavati da Scrittori più autentici e
rispettabili.
[280] «Adeo Victor» (dice Aurelio) «ut ni Valerius, cujas nudi omnia
gerebantur, abnuisset, Romani fasces in provinciam novam ferrentur.
Verum pars terrarum tamen nobis utilior quaesita».
[281] Egli era stato Governatore di Sumio. (Pietro Patrizio _in Excerpt.
Legat._ p. 30.) Pare che Mosè di Corene (_Geograph._ p. 360.) faccia
menzione di questa Provincia che giace all'Oriente del monte Ararat.
[282] Per un errore del geografo Tolomeo, la situazione di Singara è
trasferita dall'Abora al Tigri, il che può aver cagionato l'abbaglio di
Patrizio in fissar per limite l'ultimo fiume invece del primo. La linea
della frontiera Romana traversava il corso del Tigri senza mai
seguitarlo.
[283] Procopio _de Aedificiis_. I. II. c. 6.
[284] Si conviene da tutti di tre di quelle Province, Zadicene,
Arzanene, e Carduene. Ma invece delle altre due, Patrizio (_in Excerpt.
Leg._ p. 30.) inserisce Rehimene e Sofene. Io ho preferito Ammiano, (l.
XXV. 7.) perchè si potrebbe provare che la Sofene non fu mai nelle mani
dei Persiani nè avanti il Regno di Diocleziano, nè dopo quel di
Gioviano. Per mancanza di carte esatte, come quelle del Sig. Danville,
quasi tutti i moderni, dietro la scorta di Tillemont e di Valesio, hanno
immaginato che le cinque Province erano situate di là dal Tigri
relativamente alla Persia e non a Roma.
[285] Senofon. Anabasis l. IV. I loro archi erano lunghi tre cubiti, ed
i loro dardi due; essi rotolavano pietre, ciascuna delle quali era il
carico solito d'un carro. Trovarono i Greci moltissimi villaggi in quel
rozzo paese.
[286] Al dir di Eutropio (VI. 9 come il testo è rappresentato dai
migliori Mss.) la città di Tigranocerta era nell'Arzanene. I nomi e la
situazione delle altre tre non possono con certezza indicarsi.
[287] Si confronti Erodoto, l. I. pag. 27 con Mosè di Corene. Stor. Arm.
l. II. p. 84, e la carta dell'Armenia pubblicata dai suoi Editori.
[288] _Hiberi, locorum potentes, Caspia via Sarmatam in Armenios raptim
effundunt_. (Tacit. Annal. VI. 34). Vedi Strabone Geograf. l. XI. p.
764.
[289] Pietro Patrizio (_in Excerpt. Legat_. p. 30.) è il solo scrittore
che faccia menzione dell'articolo dell'Iberia in quel trattato.
[290] Eusebio _in Chron_. Pagi _ad annum._ Fino al ritrovamento del
trattato de _Mortibus Persecutorum_, era incerto se il trionfo, ed i
Vicennali erano stati celebrati nel tempo stesso.
[291] Sembra che Galerio in tempo dei Vicennali rimanesse nel suo campo
sul Danubio. Vedi Lattanzio _de M. P._ c. 38.
[292] Eutropio (IX. 27.) ne fa menzione come di parte del trionfo,
siccome le _Persone_ erano state restituite a Narsete, non si potè far
vedere che le loro _Immagini_.
[293] Livio ci dà una parlata di Camillo su questo soggetto (V. 51-55.)
piena di eloquenza e di affetto in opposizione al disegno di trasferire
la sede del Governo da Roma alla vicina Città di Veji.
[294] Fu a Giulio Cesare rimproverata l'intenzione di trasportare
l'Impero in Ilio o in Alessandria. Vedi Svetonio nei Cesari, c. 79.
Secondo l'ingegnosa congettura di Lefevre e di Dacier, la terza ode del
terzo libro di Orazio fu destinata a distogliere Augusto dall'esecuzione
di un simil disegno.
[295] Vedi Aurelio Vittore, che fa parimente menzione degli edifizi da
Massimiano eretti in Cartagine, probabilmente in tempo della guerra
contro i Mori. Noi inseriremo alcuni versi di Ausonio de Clar. Urb. V.
«Et Mediolani mira omnia: copia rerum;
Innumerae cultaeque domus; facunda virorum
Ingenia, et mores laeti, tum duplice muro
Amplificata loci species; populique voluptas
Circus, et inclusi moles cuneata Theatri,
Templa, Palatinaque arces, opulensque Moneta,
Et regio _Herculei_ Celebris sub honore lavacri.
Cunctaque marmoreis ornata Perystyla signis;
Maeniaque in valli formam circumdata labro,
Omnia, quae magnis operum velut aemula formis
Excellunt: nec juncta premit vicinia Romae.»
[296] Lattanzio _de M. P._ c. 7. Libanio, Orazion. VIII. p. 203.
[297] Lattanzio _de M. P._ c. 17. In una simile congiuntura Ammiano
riferisce la _dicacità della plebe_, come non molto gradevole ad un
orecchio Imperiale. Ved. I. XVI. p. 10.
[298] Lattanzio accusa Massimiano di aver distrutto _fictis
criminationibus lumina Senatus_ (_de M. P._ c. 8.) Aurelio Vittore parla
molto dubbiosamente della fede di Diocleziano verso i suoi amici.
[299] «Truncatae vires urbis, imminuto Praetoriarum cohortium atque in
armis vulgi numero». Aurel. Vittore. Lattanzio attribuisce a Galerio la
continuazione del medesimo disegno. (c. 26.)
[300] Questi erano corpi veterani acquartierati nell'Illirico; e secondo
l'antico stabilimento, ciascuno era di seimila uomini. Essi aveano
acquistata molta riputazione per l'uso delle _plumbatae_ o dardi carichi
di piombo. Ogni soldato ne portava cinque, ch'egli lanciava a una
distanza considerabile con gran forza e destrezza. Vedi Vegezio, l. 17.
[301] Vedi il Codice Teodos. l. VI. Tit. II. col commentario del
Gotofredo.
[302] Vedi la XII. Dissertazione nell'eccellente opera dello Spanemio
_De usu Numismatum_. Dalle medaglie, dalle iscrizioni e dagli Storici
egli esamina ogni titolo separatamente, e lo rintraccia da Augusto fino
alla sua soppressione.
[303] Plinio (nel Panegir. c. 3-55. etc. ) parla del titolo di _Dominus_
con esecrazione, come sinonimo di _Tiranno_, ed opposto al _Principe_. E
lo stesso Plinio dà regolarmente quel titolo (nel decimo libro delle
lettere) al suo amico più che padrone, al virtuoso Traiano. Questa
strana contraddizione imbroglia i commentatori che pensano, ed i
traduttori che possono scrivere.
[304] Sinesio _de Regno_, Ediz. del Petav. p. 15. Io sono obbligato di
questa citazione all'Abate _de la Bleterie_.
[305] Vedi Vendale _De consecratione_, p. 354. etc. Era costume
degl'Imperatori di far menzione (nel preambolo delle leggi) della loro
_Divinità_, della _Sacra Maestà_, degli _Oracoli Divini_ etc... Secondo
Tillemont, Gregorio Nazianzeno si lamenta molto amaramente di una tale
profanazione, specialmente quando era usata da un Imperatore Ariano.
[306] Vedi Spanem. _de usu Numismat._ Dissert. XII.
[307] Aurel. Vittore. Eutropio, IX. 26. Apparisce dai Panegiristi, che i
Romani si riconciliarono ben tosto col nome e colla cerimonia
dell'adorazione.
[308] Le novità, introdotte Diocleziano, sono principalmente dedotte, I.
da alcuni passi molto forti di Lattanzio, e II. dai nuovi e vari
impieghi, che nel Codice Teodosiano compariscono già stabiliti nel
principio del regno di Costantino.
[309] Lattanzio _de M. P._ c. 7.
[310] «Indicta lex nova quae sane illorum temporum modestia tolerabilis,
in perniciem processit.» Aurelio Vittore, il quale ha delineato il
carattere di Diocleziano con buon senso, ma in cattivo latino. «Solus
omnium post conditum Romanum Imperium, qui ex tanto fastigio sponte ad
privatae vitae statum civitatemque remearet.» Eutrop. IX. 28.
[311] Le particolarità del viaggio, e della malattia sono prese da
Lattanzio (c. 17.) che può _talvolta_ fare autorità per i fatti
pubblici, benchè raramente per gli aneddoti particolari.
[312] Aurelio Vittore attribuisce la rinunzia, di cui si eran fatti
tanti vari giudizi, primo al disprezzo che avea Diocleziano per
l'ambizione; e secondariamente, al suo timore delle soprastanti
turbolenze. Uno dei Panegiristi (VI. 9.) assegna l'età e le infermità di
Diocleziano come naturale cagione del suo ritiro.
[313] Le difficoltà non meno che gli sbagli che accompagnano le date
dell'anno e del giorno della rinunzia di Diocleziano, sono perfettamente
schiarite da Tillemont, Stor. degli Imperatori, tom. IV. Pag. 525. Nota
19. e dal Pagi _ad annum_.
[314] Vedi Panegyr. Veter. VI. 9. L'orazione fu recitata dopo che
Massimiano ebbe ripresa la porpora.
[315] Eumenio gli fa un bellissimo elogio. «At enim divinum illum virum,
qui primus Imperium et participavit et posuit, consilii et facti sui non
paenitet; nec amisisse se putat quod sponte transcripsit. Felix
beatusque vere quem vestra tantorum Principum colunt obsequia privatum!»
Panegyr. Vet. VII, 15.
[316] Siamo debitori al più giovine Vittore di questo celebre motto.
Eutropio ne fa la relazione in un modo più generale.
[317] Stor. Aug. p. 123-124. Vopisco avea sentito questo discorso da suo
padre.
[318] Il più giovane Vittore accenna questa voce. Ma siccome Diocleziano
avea disgustato un potente e fortunato partito, la sua memoria è stata
caricata di ogni delitto e di ogni infortunio. Fu affermato che egli
morisse arrabbiato, che fosse condannato come reo dal Senato Romano, ec.
[319] Vedi gli Itinerarj, p. 269-272. Ediz. Wesseling.
[320] L'Abate Fortis nel suo Viaggio in Dalmazia, p. 43 (stampato a
Venezia nell'anno 1774 in due volumetti in quarto) cita una descrizione
MS. delle antichità di Salona, composta da Giambattista Giustiniani
verso la metà del XVI secolo.
[321] Adams, Antichità del palazzo di Diocleziano in Spalatro, p. 6.
Possiamo aggiungervi una circostanza o due, tratte dall'Abate Fortis. Il
piccolo fiume Hyader, menzionato da Lucano, produce le più eccellenti
trote, il che un sagace Scrittore, forse un monaco, suppone essere stato
uno dei principali motivi che determinarono Diocleziano nella scelta del
suo ritiro. Fortis. p. 45. Lo stesso autore (p. 38) osserva, che rinasce
in Spalatro il gusto per l'agricoltura; e che da una società di signori
è stato assegnato un campo vicino alla città per farvi sperienze intorno
alla medesima.
[322] Costantin. _Orat. ad caetum._ Sanct. c. 25. In questa orazione,
l'Imperatore, o il Vescovo che per lui la compose, affetta di riportare
il miserabil fine di tutti i persecutori della Chiesa.
[323] Constantin. Porphyr. _de Statu Imper._ p. 86.
[324] Danville, Geograf. Ant. tom. I. p. 162.
[325] I Sigg. Adams e Clerisseau, accompagnati da due Dragomanni,
visitarono Spalatro nel mese di Luglio 1757. La magnifica opera, frutto
del lor viaggio, fu pubblicata in Londra sette anni dopo.
[326] Io citerò le parole dell'Abate Fortis. «È bastevolmente nota agli
amatori dell'architettura, e dell'antichità l'opera del Sig. Adams, che
ha donato molto a quei superbi vestigi coll'abituale eleganza del suo
toccalapis, e del suo bulino. In generale la rozzezza dello scalpello, e
il cattivo gusto del secolo vi gareggiano colla magnificenza del
fabbricato.» Vedi Viaggio nella Dalmazia, p. 40.
[327] L'oratore Eumenio fu segretario degli Imperatori, Massimiano e
Costanzo, e Professore di Rettorica nel Collegio di Autun. Il suo
salario era di seicentomila sesterzi che, secondo il più basso computo
di quel secolo, doveano essere più di seimila zecchini. Egli chiese
generosamente la permissione d'impiegarli in riedificare il Collegio.
Vedi la sua orazione _de restaurandis scholis_; la quale, benchè non
esente di vanità, può fargli perdonare i suoi Panegirici.
[328] Porfirio morì verso il tempo della rinunzia di Diocleziano. La
vita del suo maestro Plotino, da lui composta, ci dà la più compiuta
idea del genio di quella Setta e dei costumi di quelli che la
professavano. Questo molto curioso opuscolo è inserito in Fabricio,
_Bibliotheca Graeca_, tom. IV. p. 88-148.