CAPITOLO XIII.

_Regno di Diocleziano e dei suoi tre colleghi, Massimiano,

Galerio e Costanzo. Ristabilimento generale dell'ordine e della

tranquillità. Guerra Persiana; vittoria e trionfo. Nuova forma

di governo. Rinunzia e ritiro di Diocleziano e di Massimiano._

Come fu il regno di Diocleziano più illustre di quello di qualunque suo

predecessore, così fu la sua nascita più vile e più oscura. L'efficace

ragione del merito e della forza avea spesso superate le immaginarie

prerogative della nobiltà; ma si era tuttavia mantenuta una distinta

linea di separazione tra i liberi e tra gli schiavi. I genitori di

Diocleziano erano stati schiavi nella casa di Anulino Senatore Romano; e

Diocleziano medesimo non aveva altro nome che quello derivatogli da una

piccola città della Dalmazia, donde sua madre traeva l'origine[206]. È

per altro probabile che il padre di lui ottenesse la libertà della

famiglia, e che egli presto acquistasse l'uffizio di scrivano,

esercitato comunemente da quelli della sua condizione[207]. I favorevoli

oracoli, o piuttosto la consapevolezza di un eminente merito, spinsero

l'ambizioso suo figliuolo a seguitare la professione delle armi e le

speranze della fortuna; e sarebbe cosa estremamente curiosa l'osservare

la serie degli artifizi e degli accidenti, che lo condussero finalmente

all'adempimento di quegli oracoli, ed a mostrare al mondo il suo merito.

Fu Diocleziano successivamente promosso al governo della Mesia; alla

dignità di Console, ed all'importante comando delle guardie del palazzo.

Egli fece conoscere i suoi talenti nella guerra Persiana; e dopo la

morte di Numeriano, lo schiavo fu, per confessione e giudizio de' suoi

rivali, dichiarato il più degno del trono Imperiale. La malizia di un

religioso zelo, mentre taccia la selvaggia ferocia del suo collega

Massimiano, ha affettato di gettare sospetti sul personal coraggio

dell'Imperator Diocleziano[208]. Non è però facile il persuaderci della

codardia di un soldato di fortuna, che si conciliò e conservò la stima

delle legioni, ed il favore di tanti Principi bellicosi. Contuttociò la

calunnia è sagace abbastanza per iscoprire, ed attaccare la parte più

debole. Il valore di Diocleziano si trovò sempre proporzionato al suo

dovere o alle circostanze; ma non sembra che egli avesse il prode, e

generoso spirito di un Eroe, che avido di pericoli e di gloria sdegna

l'artifizio, e arditamente pretende di assoggettarsi gli uguali. Erano i

suoi talenti più utili che illustri; una mente vigorosa e perfezionata

dall'esperienza e dallo studio degli uomini; destrezza ed applicazione

negli affari; una giudiziosa mescolanza di liberalità e di economia, di

dolcezza e di rigore; una profonda dissimulazione sotto la maschera di

militar franchezza; costanza nel seguitare i suoi disegni; flessibilità

nel variarne i mezzi; e sopra tutto la grand'arte di sottomettere le sue

passioni, e quelle ancora degli altri, all'interesse della propria

ambizione, e di colorire l'ambizione istessa coi più speciosi pretesti

della giustizia e del pubblico bene. Può Diocleziano, al pari di

Augusto, considerarsi come il fondatore di un nuovo Impero. Simile al

figliuolo adottivo di Cesare, egli si distinse, più come politico che

come guerriero; nè mai questi due Principi impiegarono la forza,

dovunque poterono ottenere l'intento colla politica.

La vittoria di Diocleziano fu riguardevole per la sua singolare

dolcezza. Un popolo avvezzo ad applaudire alla clemenza del vincitore,

quando i soliti castighi di morte, di esilio, e di confiscazione

venivano inflitti con qualche grado di moderatezza e di equità, vide col

più gradito stupore una guerra civile, le cui fiamme rimasero estinte

nel campo della battaglia. Diocleziano ammise alla sua confidenza

Aristobolo, principal ministro della famiglia di Caro, rispettò le vite,

i beni, e le dignità dei suoi nemici, e conservò pur anche nei loro

respettivi posti la maggior parte delle creature di Carino[209]. Non è

improbabile che motivi di prudenza avvalorassero l'umanità

dell'artificioso Dalmatino; molte di quelle creature aveano comprato il

favore di lui con segreti tradimenti, e nell'altre egli pregiò la grata

lor fedeltà per un infelice Sovrano. Il giudizioso discernimento di

Aureliano, di Probo, e di Caro avea collocati nei vari dipartimenti

dello Stato e dell'esercito Uffiziali di un merito riconosciuto,

l'allontanamento dei quali avrebbe nociuto al pubblico servigio, senza

giovare all'interesse del successore. Tal condotta, per altro,

presentava al Mondo Romano la più bella apparenza del nuovo Regno e

l'Imperatore affettò di confermare questa favorevole prevenzione,

dichiarandosi che tra tutte le virtù dei suoi predecessori, l'umana

filosofia di Marco Antonino era quella che egli più ambiva

d'imitare[210].

La prima azione considerabile del suo Regno sembrò una prova evidente

della sua sincerità e moderazione. Ad esempio di Marco si scelse un

Collega nella persona di Massimiano, a cui conferì prima il titolo di

Cesare, e di poi quello di Augusto[211]. Ma i motivi della sua condotta,

egualmente che quelli della sua scelta, erano ben diversi da quelli del

suo ammirato predecessore. Accordando ad un giovane dissoluto gli onori

della porpora, avea Marco Antonino soddisfatto a un debito di privata

gratitudine, a spese veramente della pubblica felicità. Diocleziano,

associando in un tempo di pubblico pericolo alle fatiche del governo un

amico ed un compagno nell'armi, provvide alla difesa dell'Oriente e

dell'Occidente. Massimiano era nato agricoltore, e come Aureliano, nel

territorio di Sirmio. Incolto era nelle lettere[212], e sprezzatore

delle leggi; e la rozzezza del suo aspetto o dei suoi modi scopriva nel

più alto stato di fortuna la bassezza della sua estrazione. Era la

guerra la sola arte da lui professata. In un lungo corso di servigio

militare egli si era segnalato sopra ogni frontiera dell'Impero; e

benchè fossero i suoi talenti guerrieri più propri per l'ubbidienza che

pel comando; e benchè forse mai non acquistasse l'abilità di un Generale

sperimentato, fu però capace col valore, colla costanza, e

coll'esperienza di eseguire le più difficili imprese. Nè meno utili

furono i vizi di Massimiano al suo benefattore. Insensibile alla pietà,

e senza timore delle conseguenze, egli era il pronto strumento di ogni

atto di crudeltà, che la politica di quel Principe artificioso poteva

suggerire e discolparsene insieme. Appena che si era offerto alla

prudenza o alla vendetta un sanguinoso sacrifizio, Diocleziano

coll'opportuna sua intercessione salvava il piccolo resto, che non avea

mai disegnato di punire, riprendeva dolcemente la severità del suo

austero collega, e godeva del paragone di un secolo d'oro con un secol

di ferro, che veniva generalmente applicato alle loro opposte massime di

governo. Non ostante la differenza dei loro caratteri, conservarono i

due Imperatori sul trono quell'amicizia da loro già contratta in una

condizione privata. Il superbo e turbolento spirito di Massimiano, tanto

fatale dipoi a lui stesso ed alla pubblica pace, era avvezzo a

rispettare il genio di Diocleziano, e riconosceva la superiorità della

ragione sulla brutale violenza[213]. Per un motivo o di orgoglio o di

superstizione, i due Imperatori presero i titoli, uno di Giovio e

l'altro di Erculio. Mentre il moto del Mondo (tale era il linguaggio de'

lor venali oratori) era regolato dalla sapienza di Giove che tutto vede,

l'invincibil braccio di Ercole purgava la terra dai tiranni e dai

mostri[214].

Ma l'onnipotenza di Giovio e di Erculio era incapace di sostenere il

peso del pubblico governo. La prudenza di Diocleziano conobbe, che

l'Impero, assalito per ogni parte dai Barbari, richiedeva in ogni parte

la presenza di un grande esercito e di un Imperatore. Con questa mira si

risolvè di dividere un'altra volta il suo pesante potere, e di conferire

a due Generali di merito riconosciuto una egual parte della Sovrana

autorità, col titolo inferiore di Cesari[215]. Galerio, soprannominato

Armentario dall'originaria sua professione di pastore, e Costanzo, che

dalla pallidezza del suo colore ebbe il soprannome di Cloro[216], furono

i due soggetti rivestiti degli onori secondi della porpora Imperiale.

Descrivendo la patria, l'estrazione ed i costumi di Erculio, abbiam già

descritti quelli di Galerio, che spesso fu non impropriamente chiamato

il giovane Massimiano, benchè da molti tratti e di virtù e di abilità

sembri, che egli avesse una manifesta superiorità sul meno giovane. Era

la nascita di Costanzo meno oscura di quella dei suoi Colleghi. Eutropio

suo padre era uno dei più considerabili nobili della Dardania, e la sua

madre era nipote dell'Imperator Claudio[217]. Benchè avesse Costanzo

passata la sua gioventù nelle armi, era di carattere dolce ed amabile, e

la voce popolare lo avea da lungo tempo riconosciuto degno del posto, a

cui venne finalmente innalzato. Per rinforzare i legami della politica

unione con quelli della domestica, ciascuno degli Imperatori prese il

carattere di Padre per uno dei Cesari, Diocleziano per Galerio, e

Massimiano per Costanzo, e ciascuno, obbligandoli a repudiare le prime

lor mogli, fece sposar la propria figliuola al suo figliuolo

adottivo[218]. Questi quattro Principi si diviser tra loro la vasta

estensione dell'Impero Romano. La difesa della Gallia, della Spagna[219]

e della Britannia fu affidata a Costanzo; e Galerio fu posto sulle rive

del Danubio, a difesa delle Province Illiriche. L'Italia e l'Affrica si

considerarono come dipartimento di Massimiano: e Diocleziano si riserbò

per sua particolar porzione la Tracia, l'Egitto e le ricche contrade

dell'Asia. Era sovrano ognuno nella sua giurisdizione; ma la loro

autorità riunita si estendeva sopra tutta la Monarchia; ed era ciascun

di essi pronto ad assistere i suoi Colleghi coi consigli o colla

presenza. I Cesari nel sublime lor posto, rispettavano la Maestà

degl'Imperatori, ed i tre più giovani Principi invariabilmente

riconobbero colla loro gratitudine ed ubbidienza il comun padre delle

loro fortune. La sospettosa gelosia della potenza non trovò luogo fra

loro, e la singolar felicità della loro unione è stata paragonata ad un

coro di musici, la cui armonia era regolata e conservata dall'abil mano

del primo Artista[220].

Questo importante progetto non fu posto in esecuzione se non sei anni in

circa dopo l'associazione di Massimiano, e non era stato

quell'intervallo di tempo mancante di memorabili avvenimenti. Ma noi

abbiamo preferito, in grazia della chiarezza, di prima descrivere la

perfetta forma del governo di Diocleziano, e dopo di riferire le azioni

del suo Regno, seguitando piuttosto il naturale ordine degli eventi, che

le date di una incertissima cronologia.

La prima impresa di Massimiano, benchè sia brevemente riferita dai

nostri imperfetti Scrittori, merita per la sua singolarità di esser

rammentata in una storia dei costumi degli uomini. Egli soggiogò i

contadini della Gallia, i quali sotto la denominazione di Bagaudi[221],

eransi sollevati in una general sedizione, molto simile a quelle, che

nel quartodecimo secolo afflissero successivamente la Francia e

l'Inghilterra[222]. Sembra, che molte di quelle istituzioni, che

facilmente si riferiscono al sistema feudale, sieno derivate dai barbari

Celti. Quando Cesare soggiogò i Galli, era già quella numerosa nazione

divisa in tre ordini di persone, clero, nobiltà e plebe. Il primo

governava colla superstizione, il secondo colle armi, ma il terzo ed

ultimo non aveva influenza o parte veruna nei pubblici loro consigli.

Era naturalissimo che i plebei, oppressi dai debiti, o paventando le

ingiurie, implorassero la protezione di qualche potente Capo, il quale

acquistasse sopra le loro persone ed il lor patrimonio quei medesimi

assoluti diritti, che tra i Greci e i Romani un padrone esercitava su i

propri schiavi[223]. Fu a poco a poco la maggior parte della nazione

ridotta allo stato di servitù, astretta alla perpetua coltivazione dei

terreni appartenenti ai nobili Galli, e addetta al suolo o col peso

reale delle catene, o col non meno crudele e possente vincolo delle

leggi. Durante la lunga serie delle turbolenze, che agitarono la Gallia,

dal Regno di Gallieno a quello di Diocleziano, la condizione di questi

servili contadini fu in ispecial modo meschina, e soffrirono ad un tempo

stesso la complicata tirannia dei loro padroni, dei Barbari, dei

soldati, e dei ministri dell'entrate[224].

Cangiossi finalmente la sofferenza loro in disperazione. Si sollevarono

essi a turme per ogni parte, armati di rustici strumenti con

irresistibil furore. Divenne l'agricoltore soldato a piedi, montò a

cavallo il pastore, i deserti villaggi, e le aperte indifese città

furono abbandonate alle fiamme, e le devastazioni dei contadini

eguagliarono quelle dei Barbari più feroci[225]. Sostenevano essi i

naturali diritti degli uomini, ma li sostenevan per altro colla più

selvaggia crudeltà. I nobili Galli, giustamente paventando la loro

vendetta, si ricovrarono nelle città fortificate, o fuggirono dalla

feroce scena dell'anarchia. Regnarono i contadini senza alcun freno; e

due dei lor più arditi condottieri ebber la folle temerità di assumer

gli ornamenti Imperiali[226]. Svanì ben presto la loro potenza

all'arrivo delle legioni. La forza dell'unione e della disciplina

riportò una facil vittoria contro una sfrenata e disunita

moltitudine[227]. Furono severamente puniti i contadini presi colle armi

in mano; ritornarono gli altri spaventati alle respettive loro

abitazioni, e l'inutile loro sforzo per la libertà servì solamente a

confermare la loro schiavitù. Così forte ed uniforme è la corrente delle

popolari passioni, che possiam quasi arrischiarci con scarsissimi

materiali a riferire le particolarità di questa guerra. Non siamo però

disposti a credere che i principali Capi, Eliano ed Amando, fosser

cristiani[228], o a supporre che la ribellione, come accadde al tempo di

Lutero, fosse suscitata dall'abuso di quegli umani principj della

Religione Cristiana, che inculcano la natural libertà degli uomini.

Appena ebbe Massimiano ricuperato la Gallia dalle mani dei contadini,

ch'egli perdè la Britannia per l'usurpazione di Carausio. Dopo l'ardita

ma fortunata impresa dei Franchi sotto il Regno di Probo, aveano i loro

arditi concittadini costruite armate di leggieri brigantini, su i quali

andavano continuamente a devastare le Province adiacenti

all'Oceano[229]. Fu necessario creare una forza navale per reprimere le

irregolari loro incursioni; e se ne proseguì il giudizioso progetto con

prudenza e vigore. Gessoriaco, o sia Bologna, negli Stretti del canale

Britannico, fu dall'Imperatore scelto per essere stazione della flotta

Romana; e ne fu il comando affidato a Carausio, di vilissima origine,

cittadino di Menapia[230]; ma che lungamente segnalata avea la sua

abilità nella marina, ed il suo valore nell'armi. Non corrispose

l'integrità di questo nuovo ammiraglio ai suoi talenti. Quando i Pirati

della Germania fecero vela dai loro porti, lasciò loro libero il

passaggio, ma ne impedì con gran diligenza il ritorno, e si appropriò

un'ampia porzione del bottino da essi acquistato. La ricchezza di

Carausio fu in quella congiuntura molto giustamente considerata come una

prova del suo delitto, e Massimiano già ne avea ordinata la morte. Ma

l'accorto Menapio previde, e prevenne la severità dell'Imperatore. Colla

sua liberalità egli si era affezionata la flotta che comandava, e tirati

i Barbari nei suoi interessi. Fece egli vela dal porto di Bologna verso

la Britannia, indusse la legione e gli ausiliari, che difendevano

quell'Isola ad abbracciare il suo partito, e arditamente assumendo,

insieme colla porpora, il titolo di Augusto, disfidò la giustizia e le

armi del suo offeso Sovrano[231].

Quando la Britannia fu così smembrata dall'Impero, ne fu sensibilmente

riconosciuta l'importanza, e sinceramente deplorata la perdita. I Romani

celebrarono, e forse magnificarono l'estensione di quell'Isola illustre,

provveduta per ogni parte di comodi porti; la temperie del clima, e la

fertilità del suolo, egualmente atte alla produzione di grano e del

vino; i ricchi minerali, ond'ella abbondava; gli ubertosi prati coperti

d'innumerabili greggi; ed i suoi boschi privi di bestie feroci o di

velenosi serpenti. Deploravano essi specialmente la perdita delle

considerabili entrate della Britannia, confessando nel tempo stesso che

meritava quella Provincia d'esser la sede d'una monarchia

indipendente[232]. La possedè Carausio per lo spazio di sette anni, e la

fortuna si mantenne propizia ad una ribellione sostenuta dal coraggio e

dall'abilità. Difese l'Imperatore Britannico le frontiere de' suoi

dominj contro i Caledonj del Settentrione; invitò dal continente un gran

numero di abili artefici; ed in una varia quantità di medaglie, tutt'ora

esistenti, fece pompa del suo buon gusto e della sua opulenza[233]. Nato

su i confini dei Franchi, egli si procacciò l'amicizia di quella

formidabil nazione coll'adulatrice imitazione delle lor vesti e de' lor

costumi. Arrolò la più valorosa lor gioventù nelle sue truppe di terra o

di mare, ed in contraccambio dell'utile lor alleanza, comunicò a quei

Barbari la pericolosa scienza dell'arte militare e navale. Possedeva

Carausio tuttavia Bologna ed il paese adiacente. Le trionfanti sue

flotte veleggiavano nel canale, comandavano alle foci della Senna e del

Reno, devastavano le coste dell'Oceano, e spandevano oltre le Colonne

d'Ercole il terrore del nome di lui. Sotto il suo governo la Britannia,

destinata nei secoli futuri all'impero del mare, avea già preso il suo

naturale e rispettabil grado di potenza marittima.

Avea Carausio, coll'impadronirsi della flotta di Bologna, tolti al suo

Sovrano i mezzi di perseguitarlo e di vendicarsi. E quando, dopo una

gran perdita di tempo e di fatica, fu lanciato in mare un nuovo

armamento[234], le truppe imperiali, non avvezze a quell'elemento furono

facilmente aggirate e disfatte dai vecchi marinari dell'Usurpatore.

Questo inutile sforzo produsse ben presto un trattato di pace.

Diocleziano ed il suo collega, giustamente paventando lo spirito

intraprendente di Carausio, cederono ad esso la sovranità della

Britannia, e con ripugnanza ammisero il loro perfido suddito a parte

degli onori imperiali[235]. Ma l'adozione dei due Cesari diede un nuovo

vigore alle armi Romane; e mentre che il Reno era difeso dalla presenza

di Massimiano, il valoroso suo collega Costanzo assunse la direzione

della guerra Britannica. La sua prima impresa fu contro l'importante

piazza di Bologna. Un superbo molo, innalzato a traverso l'ingresso del

porto, tolse ogni speranza di soccorso. La città si rendè dopo

un'ostinata difesa; ed una parte considerabile delle forze navali di

Carausio cadde in potere degli assedianti. Nel corso de' tre anni, che

Costanzo impiegò a preparare una flotta adeguata alla conquista della

Britannia, egli assicurò la costa della Gallia, fece irruzione nel paese

dei Franchi, e privò l'Usurpatore dell'aiuto di quei possenti alleati.

Prima che fossero finiti i preparativi, Costanzo ricevè la notizia della

morte del Tiranno, che fu considerata come un sicuro presagio della

vicina vittoria. I ministri di Carausio imitarono l'esempio di

tradimento dato da lui. Fu egli ucciso dal suo primo ministro Aletto, e

l'assassino gli succedè nella potenza e nel pericolo. Ma non aveva egli

abilità conveniente per esercitare la prima, od allontanare il secondo.

Egli vedeva con angustioso terrore le opposte rive del continente già

piene d'armi, di truppe e di navi, perchè Costanzo avea molto

prudentemente diviso le sue forze, per dividere parimente l'attenzione e

la resistenza del nemico. L'assalto fu finalmente dato dal principale

squadrone, ch'era stato adunato alla foce della Senna, sotto il comando

del Prefetto Asclepidoto, Uffiziale di merito singolare. Tanto

imperfetta era in quei tempi l'arte della navigazione, che gli oratori

hanno celebrato l'ardito coraggio dei Romani, i quali si arrischiarono a

far vela con un vento di fianco, ed in un giorno burrascoso. Divenne il

tempo favorevole alla loro impresa. Coperti da una densa nebbia,

scamparono dalla flotta, che Aletto avea posta all'isola di Wight per

riceverli, scesero con sicurezza sulla costa occidentale, e dimostrarono

ai Britanni, che la superiorità delle forze navali non sempre avrebbe

difesa la patria loro contro una straniera invasione. Appena ebbe

Asclepiodoto sbarcate le truppe Imperiali, che incendiò le proprie navi;

e siccome felice fu la spedizione, così fu universalmente ammirata la

sua eroica condotta. L'Usurpatore si era posto vicino a Londra per ivi

ricevere il formidabile assalto di Costanzo, che comandava in persona la

flotta di Bologna; ma la discesa di un nuovo nemico richiedeva

immediatamente la sua presenza nell'Occidente. Fece egli quella lunga

marcia tanto precipitosamente, che incontrò tutte le forze del Prefetto

con un piccol numero di stracche e scoraggiate truppe. Presto terminò il

combattimento colla total disfatta e morte di Aletto: una sola

battaglia, come spesso è seguito, decise il fato di quella grand'Isola;

e quando Costanzo sbarcò su i lidi di Kent, li ritrovò coperti di

sudditi ubbidienti. Alte ed unanimi furono le loro acclamazioni; e le

virtù del vincitore possono indurci a credere, ch'ei si rallegrassero

sinceramente di una rivoluzione, la quale, dopo una separazione di dieci

anni, riuniva la Britannia al corpo dell'Impero di Roma[236].

Non avea la Britannia da temere altri nemici che gl'interni; e finchè i

suoi Governatori conservarono la loro fedeltà, e le truppe la lor

disciplina, le incursioni dei nudi selvaggi della Scozia o dell'Irlanda

non poterono mai grandemente nuocere alla sicurezza della Provincia. La

pace del continente, e la difesa dei gran fiumi, che servivano di

confini all'Impero, erano molto più importanti e difficili oggetti. La

politica di Diocleziano, la quale presedeva ai consigli dei suoi

Colleghi, provvide alla pubblica tranquillità, fomentando lo spirito di

dissensione fra i Barbari, ed accrescendo le fortificazioni dei Romani

confini. Egli stabilì nell'Oriente una linea di campi militari

dall'Egitto ai dominj Persiani, ed acquartierò in ogni campo un adeguato

numero di truppe, comandate dai rispettivi loro Uffiziali, e fornite di

ogni sorta di armi tratte dai nuovi arsenali, che avea eretti in

Antiochia, in Emesa, ed in Damasco[237]. Nè fu l'Imperatore meno

vigilante a cautelarsi contro il ben noto valore dei Barbari

dell'Europa. Dalla foce del Reno a quella del Danubio furono

diligentemente ristabiliti gli antichi accampamenti, le città, e le

fortezze, e ne furono molto abilmente costruite altre nuove nei luoghi

più esposti: fu introdotta la più esatta vigilanza tra le guarnigioni

della frontiera, e fu posto in uso ogni espediente che render potesse

salda ed impenetrabile la lunga catena delle fortificazioni[238]. Fu

raramente violata una così rispettabil barriera, e spesso i Barbari tra

loro gli uni contro gli altri rivolsero il lor deluso furore. I Goti, i

Vandali, i Gepidi, i Borgognoni, gli Alemanni dissiparono

scambievolmente le proprie forze con distruggitrici ostilità, e chiunque

vincesse, vinceva i nemici di Roma. I sudditi di Diocleziano, godendo di

quel sanguinoso spettacolo, si rallegravan tra loro che solamente i

Barbari provassero allora le miserie della guerra civile[239].

Malgrado la politica di Diocleziano fu impossibile di conservare

un'uguale e non interrotta tranquillità, durante un regno di vent'anni,

e lungo una frontiera di più centinaia di miglia. Sospesero talora i

Barbari le domestiche loro animosità, e la rilassata vigilanza delle

guarnigioni lasciò talvolta un adito alla loro forza o alla loro

destrezza. Ogni qualvolta furono le Province invase, Diocleziano si

comportò con quella calma e dignità da lui sempre affettata o posseduta,

riservò la sua presenza per quelle occasioni che meritassero

d'interporvela, nè mai espose senza necessità la sua persona o la sua

riputazione a pericolo alcuno. Si assicurò il buon successo con tutti

quei mezzi, che la prudenza potea suggerire, e manifestò con

ostentazione le conseguenze della sua vittoria. Nelle guerre di più

difficil natura, e di più incerto evento, egli impiegò il feroce valore

di Massimiano; e questo fido soldato si contentò di attribuire le

proprie vittorie ai saggi consigli ed alla fausta influenza del suo

benefattore. Ma dopo l'adozione dei due Cesari, gl'Imperatori stessi

ritirandosi in un teatro di meno faticose azioni, affidarono ai loro

figli adottivi la difesa del Danubio e del Reno. Non fu mai il vigilante

Galerio ridotto alla necessità di vincere un'armata di Barbari sul

territorio Romano[240]. Il valoroso ed attivo Costanzo liberò la Gallia

da una furiosissima irruzione degli Alemanni; e le sue vittorie di

Langres e di Vindonissa sembrano essere state azioni di notabil pericolo

e di merito non volgare. Mentre egli traversava l'aperta campagna con

poca gente, fu all'improvviso circondato da una superior moltitudine di

nemici. Egli si ritirò con difficoltà verso Langres, ma nella

costernazion generale ricusarono i cittadini di aprir le porte: ed il

ferito Principe fu con una corda tirato su dalle mura. Ma alla nuova del

suo pericolo corsero le truppe Romane da ogni parte a soccorrerlo, e

prima della sera egli aveva soddisfatto al suo onore, ed alla sua

vendetta colla strage di seimila Alemanni[241]. Si potrebbero forse

raccogliere dai monumenti di quei tempi le oscure tracce di molte altre

vittorie riportate su i Barbari della Sarmazia e della Germania; ma non

sarebbe questa tediosa ricerca ricompensata da diletto o da istruzione

veruna.

La regola che avea l'Imperator Probo adotta nel disporre dei vinti, fu

imitata da Diocleziano e dai suoi colleghi. I Barbari prigionieri,

cambiando la morte in ischiavitù, furono distribuiti tra i Provinciali,

ed assegnati a quei distretti (nella Gallia sono specialmente indicati i

territorj di Amiens, di Beauvais, di Cambrai, di Treveri, di Langres, e

di Troyes[242]), i quali erano stati spopolati dalle calamità della

guerra. Furono essi utilmente impiegali come pastori ed agricoltori; ma

non fu ad essi permesso l'esercizio dell'armi, se non quando fu creduto

espediente di arrolarli nelle milizie. Nè ricusarono gli Imperatori di

dare, con un titolo meno servile, delle terre in proprietà a quelli tra

i Barbari, che domandarono la protezione di Roma. Essi accordarono uno

stabilimento a diverse colonie dei Carpi, dei Bastarni e dei Sarmati; e

con pericolosa compiacenza permisero loro in qualche modo di conservare

i nazionali costumi e l'indipendenza[243]. Fu per li Provinciali un

soggetto di lusinghiera letizia, che i Barbari, recentissimi oggetti di

terrore, coltivassero allora i loro terreni, conducessero il lor

bestiame alla vicina fiera, e contribuissero colle loro fatiche alla

pubblica abbondanza. Si rallegrarono essi coi loro Sovrani del possente

accrescimento di sudditi e dei soldati, ma si scordarono di osservare,

che si introduceva nel cuor dell'Impero[244] una moltitudine di secreti

nemici, cui rendeva il favore insolenti, o l'oppressione disperati.

Mentre i Cesari esercitavano il loro valore sulle rive del Reno o del

Danubio, la presenza degl'Imperatori era necessaria ai meridionali

confini del mondo Romano. Dal Nilo fino al monte Atlante era l'Affrica

in armi. Cinque nazioni Maure confederate escirono da' loro deserti per

invadere le tranquille Province[245]. Giuliano avea presa la porpora in

Cartagine[246], Achilleo in Alessandria, e perfino i Blemmi rinnovavano,

o piuttosto continuavano le loro incursioni nell'Egitto superiore. Sono

appena state a noi trasmesse alcune circostanze delle imprese di

Massimiano nelle parti occidentali dell'Affrica, ma dall'evento si vede

che rapido e decisivo fu il progresso delle armi sue, che egli vinse i

Barbari più feroci della Mauritania; e che gli allontanò da quei monti,

l'inaccessibil riparo dei quali avea inspirato ai loro abitatori una

ingiusta confidenza, e gli avea accostumati a vivere di violenze e di

rapine[247]. Diocleziano, dal canto suo, aprì la campagna nell'Egitto

coll'assedio di Alessandria, tagliò gli acquedotti, che portavano le

acque del Nilo in ogni quartiere di quella immensa città[248], e

assicurato il suo campo dalle sortite dell'assediata moltitudine,

continuò i suoi reiterati assalti con prudenza e con vigore. Dopo un

assedio di otto mesi, Alessandria, devastata dal ferro e dal fuoco,

implorò la clemenza del vincitore; ma ne provò tutta la severità. Molte

migliaia di cittadini perirono in una confusa strage, e pochi colpevoli

vi furono nell'Egitto, che evitassero la sentenza di morte o almeno di

esilio[249]. Fu il fato di Busiri e di Copto più lacrimevole ancora di

quel d'Alessandria. Quelle superbe città, la prima illustre per la sua

antichità, la seconda arricchita dal passaggio del commercio dell'India,

furono affatto distrutte dalle armi e dai severi ordini di

Diocleziano[250]. Il solo carattere della nazione Egiziana, insensibile

alla dolcezza, ma suscettivo di timore oltremodo, potea giustificare

questo rigore eccessivo. Aveano sovente le sedizioni di Alessandria

messa in pericolo la tranquillità e la sussistenza di Roma medesima.

Dalla usurpazione di Fermo in poi, la Provincia dell'Egitto superiore,

ricadendo sempre in nuove ribellioni, avea abbracciata l'alleanza dei

selvaggi dell'Etiopia. Era poco considerabile il numero dei Blemmi,

sparsi tra l'Isola di Meroe od il Mar Rosso: non guerriere erano le loro

inclinazioni; e rozze, e non offensive le armi[251]. Pure nelle

pubbliche turbolenze quei Barbari, che l'antichità per la deforme loro

figura avea esclusi dalla specie umana, presunsero di entrare nel numero

dei nemici di Roma[252]. Tali erano stati gl'indegni alleati degli

Egiziani; e mentre era l'attenzione dello Stato rivolta a guerre più

serie, avrebbero le inquiete loro incursioni potuto di nuovo turbare il

riposo della Provincia. Colla mira di opporre ai Blemmi un avversario

degno di loro, Diocleziano indusse i Nubati, o sia gli abitanti della

Nubia, ad abbandonare le antiche loro abitazioni nei deserti della

Libia, o cedè ad essi un vasto ma infruttifero territorio al di là di

Siene e delle cateratte del Nilo, col patto che essi avrebber sempre

rispettata e difesa la frontiera dell'Impero. Sussistè lungamente il

trattato; e finchè lo stabilimento del Cristianesimo non introdusse più

giuste idee di culto religioso, fu annualmente ratificato con un solenne

sacrifizio nell'Isola di Elefantina, nella quale i Romani, non meno che

i Barbari, adoravano le stesse visibili o invisibili potenze

dell'Universo[253].

Mentre Diocleziano puniva i passati delitti degli Egiziani, egli

provvedeva alla futura loro sicurezza e felicità con molti savj

regolamenti, che furono confermati ed invigoriti sotto i Regni

successivi[254]. Un molto osservabile editto da lui pubblicato, in vece

di condannarsi come parto di una gelosa tirannia, merita di essere

applaudito come un atto di prudenza e di umanità. Egli volle che si

facesse una diligente ricerca «di tutti gli antichi libri, i quali

trattavano della mirabil arte di far l'oro e l'argento, e li condannò

senza pietà alle fiamme; temendo (come ci assicurano) che l'opulenza

degli Egiziani non inspirasse loro l'ardire di ribellarsi contro

l'Impero[255].» Ma se Diocleziano fosse stato convinto della realtà di

quest'arte importante, ben lungi dallo spegnerne la memoria, ne avrebbe

rivolta l'operazione in benefizio delle pubbliche entrate. È più

verisimile che il suo buon senso gli discoprisse la follia di così

magnifiche pretensioni, e che desiderasse preservare la ragione ed i

beni dei sudditi da questa pregiudiciale ricerca. È da osservarsi, che

quegli antichi libri, così liberalmente attribuiti a Pitagora, a

Salomone, o ad Ermete, erano pie fraudi di più moderni alchimisti. I

Greci trascurarono l'uso o l'abuso della chimica. In quell'immenso

registro, dove Plinio ha depositato le scoperte, le arti, o gli errori

dello spirito umano, non si fa la minima menzione della transmutazione

dei metalli; e la persecuzione di Diocleziano è il primo autentico fatto

della storia dell'alchimia. La conquista dell'Egitto, fatta dagli Arabi,

diffuse quella vana scienza sul globo. Favorevole all'avarizia del cuore

umano, fu essa studiata nella China, come nell'Europa, con pari ardore e

successo. L'oscurità dei secoli di mezzo assicurava di un favorevole

ricevimento ogni maravigliosa novella, ed il rinascimento delle scienze

aggiunse nuovo vigore alla speranza, e suggerì più fini artifizi alla

frode. La filosofia, assecondata dall'esperienza, ha finalmente bandito

lo studio dell'alchimia, ed il secolo presente, benchè avido di

ricchezze, si contenta di cercarle per le più umili vie del commercio e

dell'industria[256].

Alla soggezione dell'Egitto immediatamente successe la guerra contro i

Persiani. Era al Regno di Diocleziano riservato il vincere quella

possente nazione, ed astringere i successori di Artaserse a riconoscere

la superiore maestà dell'Impero di Roma.

Abbiamo osservato, che sotto il Regno di Valeriano, fu l'Armenia

soggiogata dalla perfidia e dalle armi dei Persiani, e che dopo

l'assassinio di Cosroe, il suo figliuolo Tiridate, ancor fanciullo,

erede della monarchia, fu salvato dalla fedeltà dei suoi amici, ed

educato sotto la protezione degl'Imperatori. Tiridate ricavò dal suo

esilio vantaggi tali, che non gli avrebbe mai conseguiti sul trono

dell'Armenia; cioè la sollecita cognizione delle avversità, degli

uomini, o della Romana disciplina. Egli segnalò la sua gioventù con

valorose azioni, e mostrò incomparabil forza e destrezza in ogni

esercizio marziale, ed ancora nelle meno gloriose contese dei giuochi

Olimpici[257]. Queste qualità furono più nobilmente impiegate nella

difesa del suo benefattore Licinio[258]. Questo Uffiziale, nella

sedizione che cagionò la morte di Probo, fu esposto al più imminente

pericolo; e gl'inferociti soldati si aprivano a forza la strada nella

sua tenda, quando furono repressi dal solo braccio del Principe Armeno.

La gratitudine di Tiridate contribuì subito dopo al ristabilimento di

lui. Fu Licinio in ogni posto l'amico ed il compagno di Galerio, ed il

merito di Galerio, molto prima che fosse innalzato alla dignità di

Cesare, era stato conosciuto e stimato da Diocleziano. Nel terz'anno del

regno di questo Imperatore, fu a Tiridate conferito il reame

dell'Armenia. Erano la giustizia e l'opportunità di tal progetto

ugualmente evidenti. Era ormai tempo di liberare dalla usurpazione del

Monarca Persiano un territorio importante, che dal Regno di Nerone in

poi era sempre stato concesso sotto la protezione dell'Impero al più

giovane ramo degli Arsaci[259].

Quando comparve Tiridate sulle frontiere dell'Armenia, fu ricevuto con

sincero trasporto di allegrezza e di fedeltà. Soffriva quel paese da

trentasei anni le reali e le immaginarie angustie di un giogo straniero.

I Monarchi Persiani aveano adornata la loro nuova conquista con

magnifici edifizi; ma questi monumenti erano eretti a spese della

nazione, ed abborriti come segni di schiavitù. Avea il timore di una

ribellione suggerite le più rigorose precauzioni: era stata

l'oppressione aggravata dagl'insulti, e la certezza dell'odio pubblico

avea fatto prender tutte quelle provvisioni che render lo poteano ancor

più implacabile. Abbiam già notato l'intollerante spirito della

religione dei Magi.

Le statue dei divinizzati Re dell'Armenia, e le sacre immagini del Sole

e della Luna furono ridotte in pezzi dallo zelo del vincitore; ed il

fuoco perpetuo di Ormuz fu acceso e conservato sopra un'ara eretta sulla

sommità del monte Bagavo[260]. Era ben naturale che un popolo, da tante

offese inasprito, si armasse di zelo per la causa della sua

indipendenza, della sua religione, e del suo legittimo Sovrano; il

torrente abbattè ogni ostacolo, e pose in fuga la guarnigione Persiana.

Corsero i nobili Armeni sotto lo stendardo di Tiridate, tutti allegando

i loro passati meriti, offrendo i loro futuri servigi, e domandando al

nuovo Re quelle cariche e quelle ricompense, dalle quali erano stati con

dispregio esclusi sotto lo straniero governo[261]. Il comando

dell'armata fu conferito ad Artavasde, il cui padre avea salvato

Tiridate nella sua infanzia, e la cui famiglia era stata trucidata per

quell'azion generosa. Ottenne il fratello di Artavasde il governo di una

Provincia. Una delle prime cariche militari fu conferita al Satrapo

Otas, uomo di singolar temperanza e fortezza, che presentò al Re la

sorella di lui[262], ed un considerabil tesoro, che aveva ambedue

conservati inviolati in una rimota fortezza. Comparve tra i nobili

Armeni un alleato, le cui vicende sono troppo considerabili per non

farne menzione. Egli avea nome Mamgo; era Scita d'origine; e la Tribù,

che da lui dipendeva, si era pochi anni avanti accampata su i confini

dell'Impero Chinese[263], che si estendeva allora fino alle vicinanze

della Sogdiana[264]. Essendo Mamgo incorso nello sdegno del suo Sovrano,

si ritirò coi suoi seguaci verso le rive dell'Oxo, ed implorò la

protezione di Sapore. L'Imperatore della China richiese il fuggitivo,

allegando i diritti della Sovranità. Il Monarca Persiano oppose le leggi

dell'ospitalità; e non senza difficoltà evitò una guerra, colla promessa

di confinar Mamgo nelle più lontane parti dell'Occidente; pena, com'egli

la descriveva, non meno terribile della morte. L'Armenia fu scelta pel

luogo dell'esilio, e fu alla Scitica Tribù assegnato un vasto distretto,

sul quale potesse pascolare i suoi greggi ed armenti, e trasportare le

sue tende da un luogo all'altro, secondo le diverse stagioni dell'anno.

Furono quelle genti impiegate a respingere l'invasione di Tiridate: ma

il lor condottiero, dopo aver bilanciato i benefizi e le offese, che

avea ricevuto dal Monarca Persiano, risolvè di abbandonare il partito.

Il Principe Armeno, cui bene era noto il merito e la potenza di Mamgo,

lo trattò con rispettosa distinzione; ed ammettendolo alla sua

confidenza, acquistò un suddito coraggioso e fedele, che molto

efficacemente contribuì a ristabilirlo sul trono[265].

Si mostrò per un tempo propizia la fortuna dell'intraprendente valore di

Tiridate. Egli non solo discacciò i nemici della sua famiglia o della

sua patria da tutta l'estensione dell'Armenia, ma continuando la sua

vendetta, portò le armi, o almeno le scorrerie, fino nel cuor

dell'Assiria. Lo storico, che ha tolto il nome di Tiridate all'obblìo,

celebra con un grado di nazionale entusiasmo il personal valore di lui;

e col vero spirito di un oriental romanzista descrive i giganti e gli

elefanti che caddero sotto l'invincibil suo braccio. Da altre

informazioni rileviamo le divisioni della monarchia Persiana, alle quali

il Re dell'Armenia fu in parte debitore dei suoi vantaggi. Era il trono

disputato dall'ambizione di due rivali fratelli; ed Ormuz, dopo aver

inutilmente impiegate le forze del suo partito, ricorse alla pericolosa

assistenza dei Barbari, che abitavano lungo la spiaggia del Caspio[266].

Fu però la guerra civile presto terminata o con una vittoria o con una

riconciliazione; e Narsete, universalmente riconosciuto Re della Persia,

rivolse tutte le sue forze contro il nemico straniero. La contesa si

fece allora troppo ineguale, nè il valor dell'Eroe poteva resistere alla

possanza del Monarca. Tiridate, scacciato per la seconda volta dal trono

dell'Armenia, si rifuggì di nuovo nella Corte degl'Imperatori. Narsete

ristabilì ben tosto la sua autorità nella ribellata Provincia, ed

altamente lagnandosi della protezione largita dai Romani ai ribelli ed

ai fuggitivi, aspirò alla conquista dell'Oriente[267].

Nè la prudenza nè l'onore permettevano agli Imperatori di abbandonare la

causa del Re dell'Armenia e fu risoluto di mostrare la forza dell'Impero

nella guerra Persiana. Diocleziano con quella ferma dignità, che egli

costantemente assumeva, piantò la sua sede in Antiochia, donde preparava

o dirigeva le militari operazioni[268]. Fu il comando delle legioni

affidato all'intrepido valore di Galerio, il quale per quell'importante

disegno fu richiamato dalle rive del Danubio a quelle dell'Eufrate.

S'incontrarono ben tosto gli eserciti nelle pianure della Mesopotamia, e

due battaglie seguirono con vario e dubbio successo, ma più decisivo fu

il terzo combattimento; e l'esercito Romano ebbe un'intera disfatta,

attribuita alla temerità di Galerio, che con un piccolo corpo di truppe

assalì l'innumerabile esercito dei Persiani[269]. Ma la considerazione

del paese, che fu il teatro di questa azione, può suggerirci un'altra

ragione della sconfitta di lui. Il terreno stesso, nel quale fu vinto

Galerio, era divenuto fumoso per la morte di Crasso e per la strage di

dieci legioni. Era questo una pianura di più di sessanta miglia, che si

stendeva dai monti di Carre all'Eufrate; un raso, sterile ed arenoso

deserto, senza una collina, senza un albero, o senza una sorgente di

acqua dolce[270]. La grave infanteria dei Romani, oppressa dal caldo e

dalla sete, non potea sperar la vittoria mantenendosi in ordinanza, nè

disunirsi senza esporsi al più imminente pericolo. In questa situazione

fu a poco a poco circondata dal numero superiore, affaticata dalle

rapide evoluzioni, e distrutta dagli strali della nemica cavalleria.

Avea il Re d'Armenia segnalato il suo valore nella battaglia e ricavata

una gloria personale dalla pubblica calamità. Egli venne perseguitato

fino all'Eufrate; era il suo cavallo ferito, e sembrava impossibile che

fuggir potesse al vittorioso nemico. In questa estremità, Tiridate

abbracciò l'unico scampo che si vide d'avanti, smontò e si lanciò nel

fiume. La sua armatura era grave, molto profondo il fiume, e in quelle

parti largo almeno mezzo miglio[271]: pure fu tal la forza e la

destrezza di lui, che arrivò salvo all'opposta riva[272]. Riguardo al

Generale Romano, noi non sappiamo le circostanze della sua fuga; ma

quando egli ritornò in Antiochia, Diocleziano lo ricevè non colla

tenerezza di un amico e di un collega, ma collo sdegno di un offeso

Sovrano. Il più altero degli uomini, vestito di porpora, ma umiliato dal

sentimento del suo fallo e della sua sventura, fu obbligato a seguitare

a piedi per più di un miglio il cocchio dell'Imperatore, e dare a tutta

la Corte lo spettacolo del suo disonore[273].

Appena ebbe Diocleziano soddisfatto il suo privato risentimento, e

sostenuta la maestà dei sovrano potere, cedè alle umili preci del

Cesare, e gli permise di ricuperare il suo onore e quello delle armi

Romane. In vece delle imbelli truppe dell'Asia, le quali molto

probabilmente avean servito nella prima spedizione, fu composto un nuovo

esercito di veterani e di nuove reclute della frontiera Illirica; ed un

corpo considerabile di Goti ausiliari fu preso al soldo imperiale[274].

Galerio passò di nuovo l'Eufrate alla testa di una scelta armata di

venticinquemila uomini, ma in vece di esporre le sue legioni nelle

aperte pianure della Mesopotamia, si avanzò per le montagne

dell'Armenia, ove trovò gli abitatori zelanti per la sua causa, ed il

territorio favorevole alle operazioni dell'infanteria, ed altrettanto

disadatto ai movimenti della cavalleria[275]. Avea l'avversità assodata

la disciplina dei Romani, mentre che i Barbari, insuperbiti del buon

successo, erano divenuti così trascurati e negligenti, che nel momento

in cui meno se l'aspettavano, furono sorpresi dall'attiva condotta di

Galerio, il quale accompagnato solamente da due uomini a cavallo, avea

co' suoi propri occhi segretamente esaminata la situazione e lo stato

del loro campo. Una sorpresa, specialmente di notte, era il più delle

volte fatale all'armata Persiana. «I loro cavalli erano legati, e

generalmente impastoiati per prevenirne la fuga; e ad un assalto

improvviso dovea ogni Persiano legar la gualdrappa, imbrigliare il

cavallo, e vestir la corazza avanti che salir potesse a cavallo[276].»

In quella occasione l'impetuoso assalto di Galerio sparse il disordine

ed il terrore nel campo dei Barbari. Ad una piccola resistenza successe

una spaventevole strage, e nella general confusione il ferito Monarca

(perchè Narsete comandava l'armata in persona) fuggì verso i deserti

della Media. Le sue magnifiche tende, e quelle dei suoi Satrapi diedero

un immenso bottino al vincitore, e vien riferito un incidente, che prova

la rozza, ma marziale ignoranza delle legioni riguardo alle eleganti

superfluità della vita. Cadde nelle mani di un privato soldato una borsa

di cuoio lucente, ripiena di perle. Egli conservò diligentemente la

borsa, ma gettò via il contenuto, giudicando, che tutto ciò, che non

serviva ad alcun uso, aver non potesse valore alcuno[277]. La perdita

principale di Narsete fu di un genere ben più interessante. Diverse

delle sue mogli, e le sue sorelle ed i piccioli suoi figliuoli, che

aveano seguitato il campo, furono fatti prigionieri nella sconfitta. Ma

benchè il carattere di Galerio in generale avesse pochissima affinità

con quello di Alessandro, egli imitò dopo la sua vittoria la benigna

condotta del Macedone verso la famiglia di Dario. Le mogli ed i figli di

Narsete furono protetti contro la violenza, e la rapina, condotti in

luogo di sicurezza e trattati con ogni segno di rispetto e di tenerezza

dovuta da un generoso nemico alla loro età, al lor sesso, ed alla reale

lor condizione[278].

Mentre l'Oriente attendeva con ansietà la decisione di questa gran

contesa, l'Imperator Diocleziano avendo raccolto nella Siria un forte

esercito di osservazione spiegava in mostra da lungi i ripieghi della

Romana potenza, e si riserbava per ogni futuro emergente della guerra.

Alla nuova della vittoria condiscese ad avanzarsi verso la frontiera,

coll'idea di moderare colla presenza e coi consigli l'ambizione di

Galerio. L'abboccamento dei Principi Romani a Nisibi fu accompagnato da

ogni espressione di rispetto da una parte, e di stima dall'altra. In

quella città essi dettero subito dopo udienza all'Ambasciatore del gran

Re[279]. Questa ultima disfatta avea atterrato la potenza o almeno il

coraggio di Narsete; ed egli riguardava una pace immediata, come l'unico

mezzo di arrestare il progresso delle armi Romane. Egli spedì Afarbane,

suddito suo favorito e confidente, colla commissione di negoziare un

trattato, o piuttosto di accettare quelle condizioni che impor volesse

il vincitore. Afarbane aprì la conferenza, testimoniando la gratitudine

del suo Sovrano pel generoso trattamento fatto alla sua famiglia, e

domandando la libertà di quegli illustri prigionieri. Egli celebrò il

valore di Galerio senza diminuire la riputazione di Narsete, e non credè

disonore il riconoscere la superiorità del vittorioso Cesare sopra un

Monarca che avea superata la gloria di tutti i principi della sua

stirpe. Non ostante la giustizia della causa Persiana, egli era

autorizzato a sottoporre le attuali pendenze alla decisione degli

Imperatori medesimi; persuaso, che in mezzo alle prosperità non si

scorderebbero delle vicende della fortuna. Concluse Afarbane il suo

discorso collo stile delle orientali allegorie, osservando che le

Monarchie Romana e Persiana erano i due occhi del mondo, il quale

rimarrebbe imperfetto e mutilato, se l'uno o l'altro gli fosse tolto.

«Ben conviene ai Persiani» replicò Galerio con un trasporto di furore,

che parve mettere in convulsione tutta la sua macchina «ben conviene ai

Persiani l'estendersi sulle vicende della fortuna, e farci

tranquillamente delle lezioni sulla virtù della moderazione. Si

rammentino essi la propria loro _moderazione_ verso l'infelice

Valeriano. Essi lo vinsero con frode, lo trattarono con indegnità. Lo

ritennero fino all'ultimo momento della sua vita in vergognosa

prigionia, e dopo la sua morte ne esposero il corpo ad una perpetua

ignominia.» Raddolcito però il suo stile, Galerio fece intendere

all'Ambasciatore, che non erano mai stati usati i Romani a calpestare un

nemico umiliato, e che in quell'occasione avrebbero consultato la

propria loro dignità anzi che il merito dei Persiani. Licenziò Afarbane

colla speranza, che presto sarebbe Narsete informato a qual condizione

ottener poteva dalla clemenza degli Imperatori una pace durevole, e la

restituzione delle sue mogli e de' suoi figliuoli. Da questo

abboccamento possiamo rilevare le feroci passioni di Galerio, non meno

che la sua deferenza al superior consiglio ed all'autorità di

Diocleziano. L'ambizione del primo abbracciava la conquista

dell'Oriente, ed avea proposta di ridurre la Persia in provincia. La

prudenza del secondo, che aderiva alla moderata politica di Augusto o

degli Antonini, profittò della favorevole occasione di terminare una

guerra fortunata con una pace onorevole e vantaggiosa[280].

In conseguenza delle loro promesse gl'Imperatori subito dopo destinarono

Sicorio Probo, uno de' loro segretari, a notificare alla Corte Persiana

l'ultima loro risoluzione. Come ministro di pace fu egli ricevuto con

ogni contrassegno di cortesia e di amicizia; ma sotto il pretesto di

accordargli il necessario riposo dopo un viaggio sì lungo, fu l'udienza

di Probo differita di giorno in giorno; ed egli attese i lenti movimenti

del Re, sino a che in fine fu ammesso alla presenza di lui vicino al

fiume Asprudo nella Media. Il secreto motivo di Narsete in questo

indugio era stato di adunare tali forze militari, che potessero metterlo

in istato, benchè sinceramente bramoso della pace, di trattarla con

maggior peso e colla maggiore dignità. Tre sole persone assisterono a

questa conferenza importante, il ministro Afarbane, il Prefetto delle

guardie, ed un Uffiziale, che avea comandato sulla frontiera

dell'Armenia[281]. Poco intelligibile per noi è al presente la prima

condizione proposta dall'Ambasciatore: che si destinerebbe, cioè, la

città di Nisibi ad essere il luogo dello scambievol traffico, ovvero

(come noi avremmo detto una volta) la piazza di commercio, tra i due

Imperi. Non vi è difficoltà in concepire l'intenzione che aveano i

Principi Romani di aumentare le loro entrate con alcune imposizioni

sopra il commercio; ma siccome Nisibi era situata nei loro propri

dominj, ed essi eran padroni delle _importazioni_ e delle

_esportazioni_, parrebbe che tali restrizioni fossero gli oggetti di una

legge interna anzichè di un estraneo trattato. Per renderle più

efficaci, si pretese probabilmente che il Re di Persia convenisse in

alcune stipulazioni, le quali sembrarono così ripugnanti o all'interesse

o alla dignità del medesimo, che egli non si potè indurre a

sottoscriverle. Essendo questo l'unico articolo, al quale ei negò il suo

consenso, non vi fu più lungamente insistito; e gl'Imperatori soffrirono

che il commercio passasse pe' suoi naturali canali, o si contentarono di

alcune restrizioni, il cui stabilimento dipendea dalla loro autorità.

Rimossa appena questa difficoltà, fu solennemente conclusa e ratificata

la pace tra le due nazioni. Le condizioni di un trattato, tanto glorioso

all'Impero e necessario alla Persia, possono meritare una più

particolare attenzione, giacchè la storia di Roma presenta molto pochi

trattati di simil natura; essendo state la maggior parte delle sue

guerre o terminate coll'intera conquista, o fatte contro i Barbari

ignoranti dell'uso delle lettere. I. L'Abora, o come vien detto da

Senofonte, l'Arasse fu stabilito per confine delle due Monarchie[282].

Questo fiume, che nasceva vicino al Tigri, veniva accresciuto poche

miglia sotto Nisibi dal piccolo torrente di Migdonio, scorreva lungo le

mura di Singara, e aboccava nell'Eufrate a Circessio, città di

frontiera, che fu dalla cura di Diocleziano molto validamente

fortificata[283]. La Mesopotamia, oggetto di tante guerre, fu ceduta

all'Impero; ed i Persiani rinunziarono con questo trattato a tutte le

pretensioni su quella vasta Provincia. II. Essi abbandonarono ai Romani

cinque Province di là dal Tigri[284]. La situazione di queste formava

una molto vantaggiosa barriera, e fu la loro forza naturale ben presto

accresciuta dall'arte e dalla scienza militare. Quattro di esse, al

Settentrione del fiume, erano distretti di oscura fama e di poca

estensione, Intiline, Zadicene, Arzanene, e Moxoene: ma all'Oriente del

Tigri l'Impero acquistò il vasto e montagnoso territorio di Carduene,

antica sede dei Carduchj, i quali conservarono per molti secoli la

generosa lor libertà nel centro delle dispotiche monarchie dell'Asia. I

diecimila Greci traversarono il loro paese, dopo una penosa marcia, o

piuttosto battaglia, di sette giorni; e confessa il lor condottiero

nella sua incomparabile relazione della ritirata, che essi soffrirono

più danno dai dardi dei Carduchj, che dalle forze del gran Re[285]. I

Curdi, loro posteri, con piccolissima alterazione e di nome e di

costumi, riconoscono di puro nome la sovranità del gran Signore. III. È

quasi inutile osservare, che Tiridate, il fido alleato di Roma, fu

ristabilito sul trono dei suoi antenati, e che furono pienamente

sostenuti ed assicurati i diritti dell'Imperiale preeminenza. Furono i

confini dell'Armenia estesi fino alla fortezza di Sinta nella Media, e

questo accrescimento di dominio fu un atto più di giustizia che di

liberalità. Delle già nominate Province di là dal Tigri, le quattro

prime aveano i Parti smembrate dalla corona dell'Armenia[286], e quando

i Romani ne acquistarono il possesso, essi stipularono, a spese degli

Usurpatori, un'ampia compensazione, per cui ebbe il loro alleato il

vasto e fertile paese di Atropatene. La sua principal città, situata

forse dov'è la moderna Tauris, fu spesso onorata dalla residenza di

Tiridate; e siccome ebbe talvolta il nome di Ecbatana, egli imitò negli

edifizi e nelle fortificazioni la magnifica capitale dei Medi[287]. IV.

Il paese dell'Iberia era sterile; rozzi e selvaggi n'erano gli abitanti.

Ma essi erano avvezzi all'uso delle armi, e separavano dall'Impero altri

Barbari, più di loro feroci e più formidabili. Padroni delle anguste

foci del monte Caucaso, poteano essi introdurre o escludere le erranti

turme dei Sarmati, ogni qual volta lo spirito di rapina le portava ad

inoltrarsi nelle più opulenti contrade del mezzogiorno[288]. La

nominazione dei Re dell'Iberia, che fu agl'Imperatori ceduta dal Monarca

Persiano, contribuì al vigore ed alla stabilità della Romana potenza

nell'Asia[289]. Godè l'Oriente per quarant'anni una profonda

tranquillità: e fu il trattato tra le due Monarchie strettamente

osservato fino alla morte di Tiridate; quando una nuova generazione,

animata da mire e da passioni diverse, successe al governo del mondo; ed

il nipote di Narsete intraprese una lunga e memorabil guerra contro i

Principi della famiglia di Costantino.

[A. D. 303]

L'ardua impresa di liberare l'angustiato Impero dai Tiranni e dai

Barbari era stata interamente compita da una successione d'Illirici

agricoltori. Subito che Diocleziano entrò nel ventesimo anno del suo

regno, celebrò quell'epoca memorabile, e la fortuna insieme delle sue

armi colla pompa di un Romano trionfo[290]. Massimiano, compagno a lui

eguale nel potere, fu l'unico suo compagno nella gloria di quel giorno.

Aveano i due Cesari combattuto e vinto; ma il merito delle loro geste

veniva attribuito, secondo il rigore delle massime antiche, alla fausta

influenza dei loro Padri ed Imperatori[291]. Il trionfo di Diocleziano e

di Massimiano fu forse meno magnifico di quelli di Aureliano e di Probo,

ma fu decorato da varie circostanze di maggior gloria e felicità.

L'Affrica e la Britannia, il Reno, il Danubio ed il Nilo, gli

somministrarono i loro rispettivi trofei; ma l'ornamento più illustre

era di una specie più singolare, cioè una vittoria Persiana,

accompagnata da una conquista importante. Furono pertanto dinanzi al

carro Imperiale portate le rappresentazioni dei fiumi, dei monti, e

delle Province. Le immagini delle mogli, delle sorelle e dei figliuoli

del Gran Re, presentavano un nuovo e gradito spettacolo alla vanità del

popolo[292]. È questo trionfo ragguardevole agli occhi della posterità,

per una distinzione di un genere meno onorevole. Fu l'ultimo trionfo che

mai più Roma vedesse. Tosto dopo quest'epoca gl'Imperatori cessarono di

vincere, e Roma cessò di essere la Capitale dell'Impero.

Il suolo, sul quale fu Roma fabbricata, era stato consacrato con antiche

cerimonie e con immaginari miracoli. Ogni parte della città sembrava

animata dalla presenza di qualche nume, o dalla memoria di qualche Eroe,

e l'Impero del mondo era stato promesso al Campidoglio[293]. I nativi

Romani sentivano e riconoscevano la forza di questa dolce illusione.

Procedeva essa dai loro antenati, era cresciuta coll'educazione, ed in

parte avvalorata dall'opinione della pubblica utilità. La forma e la

sede del Governo eran tra loro intimamente connesse, e si credeva

impossibile il trasferir l'una senza distruggere l'altra[294]. Ma la

sovranità della Capitale rimase a poco a poco annullata nell'estensione

delle conquiste; s'innalzarono le Province allo stesso livello, e le

vinte nazioni acquistarono il nome ed i privilegi dei Romani, senza

adottarne i parziali interessi. Per un lungo tempo però gli avanzi della

antica costituzione, e l'influenza del costume conservarono la dignità

di Roma. Gl'Imperatori, benchè forse di Affricana o Illirica estrazione,

rispettarono la patria da loro adottata, come sede della loro potenza e

centro dei loro estesi dominj. L'emergenze della guerra rendevano

sovente necessaria la loro presenza sulle frontiere; ma Diocleziano e

Massimiano furono i primi Principi Romani i quali stabilissero, in tempo

di pace, l'ordinaria loro residenza nelle Province, e la loro condotta,

benchè derivar potesse da privati motivi, fu giustificata da mire di

politica molto speciose.

La Corte dell'Impero di Occidente risedeva per lo più in Milano, la cui

situazione al piè dell'Alpi sembrava assai più di quella di Roma

favorevole all'importante oggetto di vegliare su i movimenti dei Barbari

della Germania. Acquistò ben tosto Milano lo splendore di una città

Imperiale. Gli Storici ne descrivon le case come numerose, e ben

fabbricate, e come culti e liberali i costumi del popolo. Un circo, un

teatro, una zecca, un palazzo, i bagni che portavano il nome del loro

fondator Massimiano; i portici adorni di statue, e un doppio recinto di

mura contribuivano alla bellezza della nuova Capitale, che non sembrava

abbattuta dalla vicinanza di Roma[295]. Fu pure ambizione di Diocleziano

l'emulare la maestà di Roma; ed egli impiegò il suo ozio e le ricchezze

dell'Oriente nell'abbellimento di Nicomedia, città posta sul confine

dell'Europa e dell'Asia, quasi ad ugual distanza fra il Danubio e

l'Eufrate. Il buon gusto del Monarca e la spesa del popolo diedero in

pochi anni a Nicomedia un grado di magnificenza, che sembrava frutto

della fatica di molti secoli, e la renderono inferiore solamente a Roma,

ad Alessandria e ad Antiochia nell'ampiezza e nella popolazione[296]. Fu

la vita di Diocleziano e di Massimiano una vita attiva, e ne consumarono

essi gran parte nei campi o nelle loro lunghe e frequenti marce; ma

sembra che ogniqualvolta aveano qualche riposo dai pubblici affari, si

ritirassero con piacere nelle loro favorite residenze di Nicomedia e di

Milano. È cosa molto dubbiosa se Diocleziano visitasse l'antica Capitale

dell'Impero, prima del ventesimo anno del suo Regno, in cui celebrò il

suo trionfo Romano. In quella memorabile occasione ancora, la sua

permanenza non oltrepassò i due mesi. Disgustato dalla licenziosa

famigliarità del popolo, egli si partì precipitosamente da Roma, tredici

giorni prima del tempo che si aspettava di vederlo comparire in Senato,

rivestito colle insegne della dignità Consolare[297].

L'avversione mostrata da Diocleziano per Roma e per la Romana libertà,

non era l'effetto di un momentaneo capriccio, ma conseguenza della più

artificiosa politica. Avea quell'accorto Principe abbozzato un nuovo

sistema d'Imperial governo, che fu di poi perfezionato dalla famiglia di

Costantino; e siccome nel Senato si conservava religiosamente l'immagine

dell'antica costituzione, egli risolvè di spogliare quell'ordine de'

suoi piccoli avanzi di potenza e di considerazione. Possiamo rammentarci

quali fossero, quasi otto anni avanti l'innalzamento di Diocleziano, la

passeggiera grandezza e le ambiziose speranze del Senato Romano. Finchè

prevalse l'entusiasmo, molti dei Nobili fecero imprudente mostra del

loro zelo per la causa della libertà; e quando ebbero i successori di

Probo cessato di proteggere il partito Repubblicano, non seppero i

Senatori nascondere l'impotente loro risentimento. Fu affidata a

Massimiano, come Sovrano dell'Italia, la cura di estinguere questo più

incomodo che pericoloso spirito d'indipendenza, e tale incarico

conveniva perfettamente al crudele carattere di lui. I più illustri

membri del Senato, pe' quali sempre mostrò Diocleziano un'affettata

stima, furono dal Collega di lui involti nella accusa di immaginarie

congiure, e la possessione di una magnifica villa o di un ben coltivato

territorio era interpretata come una convincente prova di colpa[298]. Il

campo dei Pretoriani, che avea sì lungamente oppressa la Maestà di Roma,

cominciò a proteggerla, e siccome quelle altere truppe conoscevano la

decadenza del loro potere, eran naturalmente disposte a congiunger la

loro forza coll'autorità del Senato, Fu per le savie misure di

Diocleziano insensibilmente diminuito il numero dei Pretoriani, furono i

loro privilegi aboliti[299], e nel posto loro subentrarono due fedeli

legioni dell'Illirico, che sotto i nuovi nomi di Gioviani e di Erculiani

furono destinate a fare il servizio delle guardie Imperiali[300]. Ma la

più fatale, benchè segreta ferita, che ricevesse il Senato dalle mani di

Diocleziano e di Massimiano, fu l'inevitabil fatto della lunga lor

lontananza. Finchè gli Imperatori risederono in Roma, poteva il Senato

essere oppresso, ma difficilmente poteva esser negletto. I successori di

Augusto usavano del potere di dettare tutte quelle leggi, che loro

suggerir poteva la prudenza o il capriccio; ma queste leggi venivano

ratificate dalla sanzione del Senato. Si conservava nelle sue

deliberazioni e ne' suoi decreti l'immagine dell'antica libertà; ed i

savi principi, che rispettavano i pregiudizi del popolo Romano, erano in

qualche modo obbligati a tenere il linguaggio e la condotta conveniente

al Generale ed al primo Magistrato della Repubblica. Ne' campi e nelle

Province spiegavano la dignità di Monarchi, e quando essi posero ferma

residenza lungi dalla Capitale, abbandonarono per sempre la

dissimulazione, da Augusto raccomandata ai suoi successori.

Nell'esercizio della potenza legislativa e dell'esecutiva, il Sovrano

deliberava coi suoi Ministri, in vece di consultare il gran Consiglio

della nazione. Il nome del Senato si rammentò con onore fino all'ultimo

periodo dell'Impero. La vanità de' suoi membri[301] era sempre lusingata

con onorifiche distinzioni, ma l'assemblea, che per tanto tempo era

stata e la sorgente, e l'istrumento della potenza, fu rispettosamente

lasciata cadere in obblìo. Il Senato di Roma, perdendo ogni connessione

colla Corte Imperiale e coll'attual costituzione, fu lasciato come un

venerabile ma inutile monumento di antichità sul colle Capitolino.

Quando i Principi Romani ebber perduto di vista il Senato e l'antica lor

Capitale, facilmente obbliarono l'origine e la natura del loro legittimo

potere. Le cariche civili di Console, di Proconsole, di Censore e di

Tribuno, dall'unione delle quali quel potere era stato formato, ne

mostravano al popolo la repubblicana origine. Questi modesti titoli[302]

furono tralasciati, e se quei Principi tuttavia distinguevano l'alta lor

dignità col nome d'Imperatore, si prendeva quella voce in un senso nuovo

e più nobile, nè più denotava il Generale de' Romani eserciti, ma il

Sovrano del mondo Romano. Il nome d'Imperatore, che a principio era

d'instituzione militare, fu unito ad un altro di genere più servile.

L'epiteto di _Dominus_, o di Signore, nella significazione sua

primitiva, esprimeva non l'autorità di un Principe sopra i sudditi o di

un comandante sopra i soldati, ma il dispotico potere di un Padrone

sopra i domestici schiavi[303]. Riguardandolo in questo odioso aspetto,

lo aveano rigettato con orrore i primi Cesari. Divenne insensibilmente

più debole la loro resistenza, e meno odioso il nome, finchè in ultimo

il titolo di _nostro Signore e Imperatore_ fu non solamente accordato

dalla adulazione, ma regolarmente inserito nella legge e nei pubblici

monumenti. Questi cotanto superbi epiteti erano sufficienti ad innalzare

o contentare la vanità più esorbitante, e se i successori di Diocleziano

ricusavano tuttavia il nome di Re, ciò sembra essere stato l'effetto non

tanto della loro moderazione, quanto della loro delicatezza. Dovunque

era in uso la lingua latina, ed essa era il linguaggio del governo per

tutto l'Impero, il titolo Imperiale, come particolare ad essi, spiegava

un'idea più rispettabile del nome di Re, che avrebbero avuto comune con

cento Barbari capitani, o che al più poteano derivar solamente da Romolo

o da Tarquinio. Ma i sentimenti dell'Oriente erano assai diversi da

quelli dell'Occidente. Fino dai più rimoti tempi della Storia, i Sovrani

dell'Asia erano stati celebrati nel greco linguaggio col titolo di

_Basileus_ o di Re; e poichè questo si riguardava come la prima

distinzione fra gli uomini, fu ben tosto usato dai servili Provinciali

dell'Oriente nelle loro umili suppliche al trono Romano[304]. Anche gli

attributi o almeno i titoli della _Divinità_ furono usurpati da

Diocleziano e da Massimiano, che li trasmisero ad una successione

d'Imperatori cristiani[305]. Queste stravaganti formole di rispetto

perdono però ben presto la loro empietà, perdendo il loro significato; e

quando l'orecchio è una volta avvezzo a quel suono, si ascoltano con

indifferenza come vaghe, benchè eccessive espressioni di ossequio.

Dal tempo di Augusto a quello di Diocleziano i Principi Romani,

conversando famigliarmente tra i loro concittadini, erano salutati

solamente con quello stesso rispetto che era solito usarsi coi Senatori

e coi Magistrati. Il loro principal distintivo era la Imperiale, o

militare veste di porpora; mentre l'abito Senatorio era distinto con una

larga, o l'equestre con una stretta fascia o lista del medesimo

onorifico colore. La superbia, o piuttosto la politica di Diocleziano,

indusse quel Principe artifizioso a introdurre la splendida magnificenza

della Corte di Persia[306]. Egli si arrischiò ad assumere il Diadema,

ornamento detestato dai Romani come odiosa insegna della dignità Reale,

ed il cui uso era stato considerato come l'atto più disperato della

follìa di Caligola. Altro non era il diadema che una larga e bianca

fascia, adorna di perle, che cingeva la testa dell'Imperatore. Le

sontuose vesti di Diocleziano e de' suoi successori erano di seta e di

oro; e vien con indignazione osservato che fino le loro scarpe erano

guarnite delle gemme più preziose. L'accesso alla lor sacra persona si

rendeva ogni dì più difficile per l'istituzione di nuove formalità e

cerimonie. Gli aditi del palazzo erano diligentemente custoditi dalle

diverse _scuole_, come cominciarono allora a chiamarsi, di Uffiziali

domestici. Gli appartamenti interiori furono affidati alla gelosa

vigilanza degli Eunuchi, la moltiplicazione ed influenza dei quali era

il più infallibile indizio del progresso del dispotismo. Quando un

suddito veniva finalmente ammesso all'Imperial presenza, era obbligato,

qualunque fosse la sua condizione, al prostrarsi al suol, e di adorare,

secondo il costume orientale, la divinità del suo Signore e

Padrone[307]. Diocleziano era un uomo sensato, che nel corso di una vita

e privata e pubblica avea concepito il giusto valore e di se stesso e

del genere umano: e non è facile l'immaginare, che nel sostituire i

costumi della Persia a quelli di Roma egli fosse seriamente animato da

così basso principio, quale è quello della vanità. Egli si lusingò, che

una ostentazione di splendore e di lusso soggiogherebbe l'immaginazione

della moltitudine; che il Monarca sarebbe meno esposto alla rozza

licenza dei popolo e dei soldati, a misura che la sua persona fosse meno

esposta alla pubblica vista; e che le abitudini di sommissione

insensibilmente produrrebbero sentimenti di venerazione. L'alterigia

usata da Diocleziano era, egualmente che l'affettata modestia di

Augusto, una teatrale rappresentazione; ma si dee confessare, che delle

due commedie, la seconda era di un carattere molto più nobile e generoso

della prima. La mira dell'uno era di nascondere l'infinito potere che

aveano gl'Imperatori sul mondo Romano: l'oggetto dell'altro era di farne

pompa.

L'ostentazione era il primo principio del nuovo sistema istituito da

Diocleziano; e la divisione, il secondo. Egli divise l'Impero, le

Province, ed ogni ramo della civile, e della militar amministrazione.

Egli moltiplicò le ruote della macchina del Governo e ne rendè meno

rapide ma più sicure le operazioni. Tutti quei vantaggi e quei difetti,

che poterono accompagnare queste innovazioni, doverono in gran parte

attribuirsi al primo inventore; ma siccome il nuovo edifizio di politica

fu a poco a poco perfezionato e compito dai Principi successori, sarà

ben fatto differire a considerarlo al tempo della sua piena maturità e

perfezione[308]. Riserbando pertanto al regno di Costantino un più

esatto quadro del nuovo Impero, ci contenteremo di descriverne il

principale e decisivo contorno, come fu disegnato dalla mano di

Diocleziano. Egli aveva associato tre colleghi all'esercizio del sapremo

potere; e giudicando che i talenti di un solo erano inadeguati alla

pubblica difesa, considerò la congiunta amministrazione di quattro

Principi non come temporario espediente, ma come legge fondamentale

della costituzione. Volle che il distintivo dei due più vecchi Principi

fossero il diadema e il titolo di _Augusto_; che questi (secondo che

l'affetto o la stima dirigesse la loro scelta) regolarmente chiamassero

in loro aiuto due subordinati colleghi; e che i _Cesari_, innalzati a

vicenda al primo posto, dessero una successione non interrotta

d'Imperatori. L'Impero fu diviso in quattro parti. L'Oriente e l'Italia

erano le più onorevoli; il Danubio ed il Reno, le più faticose. Le prime

esigevano la presenza degli _Augusti_; le seconde erano affidate al

Governo dei _Cesari_. La forza delle legioni era nelle mani dei quattro

Soci della sovranità, e la disperazione di vincer successivamente

quattro formidabili rivali, poteva intimorire l'ambizione di un

intraprendente Generale. Nel governo civile gl'Imperatori supponevansi

esercitare l'indiviso potere della Monarchia, ed i loro editti,

autenticati coi loro nomi uniti, erano ricevuti in tutte le Province

come promulgati dai loro scambievoli consigli e dalle loro autorità.

Nonostante queste precauzioni, la politica unione del Mondo Romano fu a

poco a poco disciolta, e si introdusse un principio di divisione, che

nel corso di pochi anni cagionò la perpetua separazione degl'Imperi

Orientale ed Occidentale.

Il sistema di Diocleziano fu accompagnato da un altro molto sostanziale

svantaggio, che merita ancora adesso la nostra attenzione, ed è uno

stabilimento più dispendioso e conseguentemente un aumento di tasse, e

l'oppressione del popolo. Invece di una modesta famiglia di schiavi e di

liberti, quale era bastata alla semplice grandezza di Augusto e di

Traiano, furono stabilite tre o quattro magnifiche Corti nelle varie

parti dell'Impero, ed altrettanti _Re_ Romani gareggiarono l'uno

coll'altro e col Monarca Persiano per la vana superiorità della pompa e

del lusso. Il numero dei Ministri, dei Magistrati, degli Uffiziali, e

dei servitori, che occupavano i diversi dipartimenti dello Stato, si

moltiplicò oltre l'esempio dei primi tempi; e (se noi possiamo usare la

robusta, espressione di un contemporaneo) «quando la proporzione di

quelli che ricevevano, eccedè la proporzione di quelli che

contribuivano, le Province furono oppresse dal peso dei tributi[309].»

Da questa epoca fino all'estinzione dell'Impero, sarebbe facile il

dedurre una continua serie di clamori e di lagnanze. Ogni scrittore,

secondo la sua religione e la sua situazione, prende o Diocleziano, o

Costantino, o Valente o Teodosio per l'oggetto delle sue invettive: ma

si accordano tutti unanimemente a rappresentare il peso delle pubbliche

imposizioni e particolarmente la tassa prediale e l'imposizion sulle

teste, come l'intollerabile e sempre crescente gravame dei loro tempi.

Da tale uniformità di lagnanze uno Storico imparziale, ch'è obbligato di

ricavare la verità dalla satira non meno che dal panegirico, sarà

disposto a dividere il biasimo tra i Principi, che ne sono accusati, ed

attribuire le loro esazioni assai meno ai loro vizi personali, che

all'uniforme sistema del loro governo. L'Imperator Diocleziano fu

veramente l'autore di questo sistema, ma durante il suo regno il male

crescente fu ristretto entro i confini della modestia e della

discrezione; ed egli piuttosto che il rimprovero di avere esercitata

l'oppressione, merita quello di averne stabiliti i perniciosi principj.

Si può aggiungere che erano le sue entrate amministrate con prudente

economia; e che dopo esser tutte le spese correnti pagate, vi rimaneva

tuttavia nel tesoro Imperiale un'ampia provvisione o per la giudiziosa

liberalità o per qualche emergenza dello Stato.

Nell'anno ventunesimo del suo regno, Diocleziano effettuò la sua

memorabile risoluzione di rinunziare all'Impero; azione che più

naturalmente poteva aspettarsi dal più vecchio, o dal più giovane degli

Antonini, che da un Principe, il quale non avea mai praticate le lezioni

della filosofia o nell'acquisto o nell'esercizio del supremo potere.

Diocleziano ebbe la gloria di dare al mondo il primo esempio di una

rinuncia[310], che non è stata molto frequentemente imitata dai

posteriori Monarchi. Il paralello di Carlo Quinto per altro si

presenterà naturalmente da se stesso alla nostra mente non solo perchè

l'eloquenza di uno Storico moderno ha renduto quel nome tanto famigliare

ad un Inglese lettore, ma per la molto viva rassomiglianza fra i

caratteri de' due Imperatori, i cui talenti politici furono superiori al

loro genio militare, e le cui speziose virtù furono effetto molto più

dell'arte, che della natura. Sembra che la rinunzia di Carlo fosse

affrettata dalle vicende della fortuna; e che lo sconcerto dei suoi

favoriti disegni lo sforzasse ad abbandonare un potere, ch'egli non

ritrovava proporzionato alla propria ambizione. Ma il Regno di

Diocleziano era stato agitato da flutti di continue vicende, e non

sembra che egli cominciasse a nutrire alcuna seria idea di rinunziare

l'Impero, se non dopo aver vinti tutti i suoi nemici, e compiti tutti i

suoi disegni. Nè Carlo, nè Diocleziano erano giunti ad un periodo di

vita molto avanzato; giacchè l'uno avea soltanto cinquantacinque anni, e

l'altro non più di cinquantanove; ma la vita attiva di questi Principi,

le loro guerre ed i loro viaggi, le cure del trono, e la loro

applicazione agli affari, aveano di già alterato il loro temperamento e

prodotte le infermità di una anticipata vecchiezza[311].

[A. D. 304]

Malgrado la crudezza d'un freddissimo e piovoso inverno, Diocleziano

lasciò l'Italia subito dopo la cerimonia del suo trionfo, e cominciò il

suo viaggio verso l'Oriente per le Province Illiriche. Egli contrasse

ben tosto dall'inclemenza dei tempi e dalla fatica del viaggio una lenta

malattia, e benchè facesse comode marce, e fosse ordinariamente portato

in una chiusa lettiga, era il suo male divenuto molto serio e

pericoloso, avanti che egli arrivasse a Nicomedia, verso il fin della

state. Rimase per tutto l'inverno confinato nel suo palazzo: il suo

pericolo eccitava un generale e sincero cordoglio; ma il popolo poteva

giudicare del vario stato della salute di lui solamente dalla gioia o

dalla costernazione che egli vedea nell'aspetto e nel portamento dei

Ministri. Fu per qualche tempo generalmente creduto al rumore della sua

morte, e fu supposto che si tenesse celata onde prevenire le commozioni

che potevano insorgere nell'assenza del Cesare Galerio. Finalmente però,

il primo di marzo, Diocleziano comparve un'altra volta in pubblico, ma

così pallido ed emaciato, che poteva esser appena riconosciuto da

quelli, ai quali era più famigliare la sua persona. Era ormai tempo di

por fine al penoso contrasto che egli avea sostenuto per più di un anno

fra le cure della sua salute e della sua dignità. La prima esigeva gran

riguardi e quiete, e l'ultima lo astringeva a dirigere dal letto, ove

giacea infermo, il Governo di un vasto impero. Egli si risolvè a passare

il resto de' suoi giorni in un onorevol riposo, di porre la sua gloria

al coperto dei colpi di fortuna, e di abbandonare il teatro del mondo ai

suoi più giovani e più operosi Colleghi[312].

Fu la cerimonia della sua rinuncia celebrata in una spaziosa pianura,

distante tre miglia in circa da Nicomedia. Montò l'Imperatore sopra un

elevato trono, ed in un discorso, pieno di buon senso e di maestà,

dichiarò la sua intenzione al popolo insieme ed ai soldati, adunatisi in

quella straordinaria occasione.

[A. D. 305]

Appena si fu egli spogliato della porpora, che si allontanò

dall'attonita moltitudine; e traversando la città, in un cocchio coperto

se n'andò senza indugio al favorito ritiro che scelto si era nel suo

nativo paese della Dalmazia. Nello stesso giorno, che era il primo di

maggio[313], Massimiano (secondo che avea antecedentemente concertato)

fece in Milano la sua rinunzia della Imperiale dignità. In mezzo ancora

allo splendore del trionfo Romano, Diocleziano avea meditato il mio

disegno di rinunziare il Governo. Siccome egli desiderava di accertarsi

dell'ubbidienza di Massimiano, esigè da esso o una general sicurezza di

sottoporre le sue azioni all'autorità del suo benefattore, o una

promessa particolare di discendere dal Trono ogni volta che ne ricevesse

l'avviso e l'esempio. Questa obbligazione, benchè confermata colla

solennità di un giuramento dinanzi all'altare di Giove Capitolino[314],

sarebbe stata un debole freno al feroce carattere di Massimiano, la cui

passione era l'amor del potere, e che nulla curava o la presente

tranquillità, o la riputazione futura. Ma egli cede, benchè con

ripugnanza, all'autorità che sopra di lui aveva acquistata il suo più

saggio collega, e si ritirò, immediatamente dopo la sua rinunzia, in una

villa nella Lucania, dove era quasi impossibile che un animo tanto

impaziente trovar potesse alcuna durevole tranquillità.

Diocleziano che si era da una servile origine innalzato al Trono, passò

in una privata condizione gli ultimi nove anni della sua vita. La

ragione avea a lui suggerito il ritiro, e sembra che ve lo accompagnasse

la contentezza. In esso egli godè per lungo tempo il rispetto di quei

Principi, ai quali ceduto aveva il dominio del Mondo[315].

È raro che gli animi, lungamente esercitati negli affari, abbiano mai

formato alcun abito di conversar con se stessi; e nella perdita della

potenza deplorano principalmente la mancanza di occupazione. I

trattenimenti delle lettere e della devozione, che sono di tanto

compenso nella solitudine, erano incapaci di fissare l'attenzione di

Diocleziano; ma egli avea conservato, o almeno presto ricuperò il gusto

per li più innocenti e più naturali piaceri, e le sue ore di ozio erano

sufficientemente impiegate in fabbricare, in piantare, e in coltivare un

giardino. Vien meritamente celebrata la sua risposta a Massimiano.

Veniva egli sollecitato da quell'inquieto Vecchio a riassumere le redini

del Governo e la porpora Imperiale. Rigettò esso la tentazione con un

sorriso di compassione, tranquillamente osservando che se egli potesse

mostrare a Massimiano i cavoli da se piantati colle sue proprie mani in

Salona, non sarebbe più stimolato ad abbandonare il godimento della

felicità per andare in traccia della potenza[316]. Ne' suoi discorsi

cogli amici confessava sovente che di tutte le arti la più difficile era

quella di regnare, e si esprimeva su questo favorito argomento con tal

calore, che potea essere solamente l'effetto dell'esperienza. «Quante

volte (soleva egli dire) è interesse di quattro, o cinque ministri di

accordarsi insieme ad ingannare il loro Sovrano. Separato dal Genere

Umano per la sublime sua dignità, la verità gli è sempre nascosta; egli

non può vedere che per gli occhi di quelli, ed altro non ode che le loro

false rappresentanze. Conferisce le cariche più importanti al vizio ed

alla debolezza, e trascura i più virtuosi e più meritevoli tra i suoi

sudditi. Con questi infami artifizi (soggiungea Diocleziano) i migliori

e più savi Principi sono venduti alla venal corruzione dei loro

Cortigiani[317].» Una giusta stima della grandezza, o la sicurezza di

una immortale riputazione accrescono il nostro gusto per li piaceri

della solitudine, ma il Romano Imperatore avea occupato un posto troppo

importante nel mondo, per godere senza mescolanza di dispiacere i

contenti e la sicurezza di una condizione privata. Era impossibile che

egli ignorasse le turbolenze, dalle quali fu dopo la sua rinunzia

travagliato l'Impero. Era impossibile che ne fossero per lui

indifferenti le conseguenze. Il timore, il cordoglio e il disgusto lo

perseguitarono talora nella solitudine di Salona. La sua tenerezza, o

almeno il suo orgoglio fu sensibilmente ferito dalle sventure della

consorte e della figlia, e gli ultimi momenti di Diocleziano furono

amareggiati da alcuni affronti, che Licinio e Costantino avrebber potuto

risparmiare al Padre di tanti Imperatori, ed al primo autore della loro

fortuna. Una fama, benchè molto dubbia, è arrivata a' nostri tempi, che

egli prudentemente si sottraesse dal loro potere con una volontaria

morte[318].

[A. D. 313]

Prima di tralasciare l'esame della vita e del carattere di Diocleziano,

possiamo per un momento rivolgere lo sguardo al luogo del suo ritiro.

Salona, città principale della sua nativa Provincia della Dalmazia, era

lontana (secondo la misura delle pubbliche strade) quasi dugento miglia

Romane da Aquileia, e dai confini dell'Italia; e quasi dugentosettanta

da Sirmio, solita residenza degli Imperatori, ogni qualvolta visitavano

l'Illirica frontiera[319]. Un miserabil villaggio conserva tuttora il

nome di Salona, ma fino nel sedicesimo secolo gli avanzi di un teatro,

ed il confuso prospetto di archi rotti, e di colonne di marmo

attestavano tuttavia il suo antico splendore[320]. In distanza di sei o

sette miglia in circa dalla città, Diocleziano costruì un magnifico

palazzo; e si può dalla grandezza di quella fabbrica inferire da quanto

tempo egli avea meditato il suo disegno di rinunziare l'Impero. La

scelta di un sito, che riunisse tutto ciò che potesse contribuire o alla

salute o al lusso, non richiedeva la parzialità di un natio del paese.

«Era asciutto e fertile il suolo, l'aria pura e salubre, e benchè

eccessivamente calda nei mesi estivi, quel paese prova di rado quei

venti caldi e nocivi, ai quali sono esposte le coste dell'Istria ed

alcune parti dell'Italia. Le vedute dal palazzo non eran men belle, di

quello che fosse allettante il suolo ed il clima. Giace all'occidente il

fertil lido, che si stende lungo l'Adriatico, nel quale sono sparse

molte isolette in tal guisa, che danno a questa parte del mare

l'apparenza di un vasto lago. Vi è dalla parte di settentrione la baia

che conduceva all'antica città di Salona; il prospetto e la campagna,

che si vede al di là della stessa, forma un bel contrapposto a quella

più estesa veduta di acqua, che l'Adriatico presenta al mezzogiorno ed

all'oriente. Verso il Settentrione è chiusa la scena da alte e

irregolari montagne, situate in giusta distanza, e coperte in molti

luoghi di villaggi, di boschi, e di vigne[321].»

Benchè Costantino, per un pregiudizio assai ovvio, parli del palazzo di

Diocleziano con un affettato disprezzo[322], pure uno dei suoi

successori, che potè solamente vederlo in uno stato mutilato e negletto,

ne celebra la magnificenza con termini della più alta ammirazione[323].

Occupava questo un'estensione di terreno tra i nove o dieci jugeri

inglesi. Era di forma quadrangolare, fiancheggiato da sedici torri. Due

dei lati erano lunghi quasi seicento piedi, e gli altri due, quasi

settecento. Era tutto costruito di bella pietra viva, tratta dalle

vicine cave di Trau o Traguzio, molto poco inferiore al marmo stesso.

Quattro strade, intersecate ad angoli retti, dividevano le diverse parti

di questo grand'edifizio, e introduceva al principale appartamento un

magnifico ingresso, che tuttavia si nomina la Porta d'oro. L'accesso era

terminato da un peristilio di colonne di granito, da un lato del quale

si scopriva il Tempio quadrato di Esculapio, e dall'altro il Tempio

ottangolare di Giove. Diocleziano venerava il secondo di questi numi

come protettore della sua fortuna, e il primo come custode della sua

salute. Combinando i presenti avanzi colle regole di Vitruvio, le

diverse parti di quell'edifizio, i bagni, la camera da letto, l'atrio,

la Basilica, e le sale Cizicena, Corintia ed Egizia sono state descritte

con qualche grado di precisione o almeno di probabilità. Le loro forme

erano varie, giuste le loro proporzioni, ma erano tutte accompagnate da

due difetti molto contrari alle nostre moderne idee di gusto, e di

comodo. Queste magnifiche stanze non avevano nè finestre nè cammini.

Ricevevano la luce dall'alto (giacchè non pare che l'edifizio avesse più

di un solo piano) ed erano riscaldate per mezzo di tubi condotti lungo

le mura. La fila dei principali appartamenti era difesa verso libeccio

da un portico lungo 517 piedi che deve aver formato un assai nobile e

dilettoso passeggio, quando alle bellezze della vista erano aggiunte

quelle della pittura o della scoltura.

Se fosse questo magnifico edifizio rimasto in una solitaria contrada,

sarebbe stato esposto all'ingiurie del tempo; ma avrebbe potuto forse

sfuggire alla rapace industria degli uomini. Il villaggio di

Aspalato,[324] e molto dopo la città provinciale di Spalatro,

s'innalzarono sulle rovine di quello. La porta d'oro introduce adesso al

mercato. S. Gio. Battista ha usurpato gli occhi di Esculapio: ed il

Tempio di Giove è divenuto la Chiesa Cattedrale, sotto la protezione

della Vergine. Siamo particolarmente debitori di questa descrizione del

palazzo di Diocleziano ad un ingegnoso artefice dei nostri tempi e del

nostro paese, che una molto nobil curiosità condusse nel cuore della

Dalmazia[325]. Ma vi è luogo di sospettare che l'eleganza dei suoi

disegni e dell'incisione abbia alquanto adornati gli oggetti che copiar

si dovevano. Sappiamo da un più recente e molto giudizioso viaggiatore,

che le maestose rovine di Spalatro mostrano non meno la decadenza delle

arti, che la grandezza dell'Impero Romano al tempo di Diocleziano[326].

Se tale era veramente lo stato dell'architettura, dobbiamo naturalmente

credere che la pittura, e la scoltura avessero sofferto un

deterioramento ancor più sensibile. La pratica dell'architettura è

diretta da poche generali, anzi meccaniche regole. Ma la scoltura,

e la pittura specialmente si propongono l'imitazione non solo delle

forme del corpo, ma ancora dei caratteri e delle passioni dell'animo.

Poco vale in queste arti sublimi la destrezza della mano, se non viene

animata dall'immaginazione, e guidata dal più corretto gusto e

dall'osservazione.

È quasi inutile di osservare che le civili discordie dell'Impero, la

licenza de' soldati, le irruzioni dei Barbari, ed il progresso del

dispotismo divennero fatali al genio, ed anche al sapere. La successione

dei Principi Illirici ristabilì l'Impero, senza ristabilire le scienze.

La militare loro educazione non era diretta ad inspirare ad essi l'amor

delle lettere; e lo spirito stesso di Diocleziano benchè attivo, e abile

negli affari non era niente instruito dello studio, o dalla

speculazione. Le professioni della legge, e della medicina sono di un

uso così comune, o di un profitto così certo che sempre avranno un

sufficiente numero di artisti, forniti di ragionevole abilità e sapere.

Ma non sembra che gli studenti di quelle due facoltà citino alcun

celebre maestro che fiorisse in quel secolo. Non si udiva lo voce della

poesia. La Storia era ridotta a sterili o confusi compendi, privi

egualmente di allettamento è d'istruzione. Una languida ed affettata

eloquenza era tuttavia pensionata ed al servizio degl'Imperatori, i

quali non incoraggiavano altre arti che quelle che contribuivano a

soddisfare la loro superbia, o a difendere il loro potere[327].

Il secolo della decadenza del sapere e del Genere Umano è nondimeno

famoso per l'origine od il progresso dei nuovi Platonici. La scuola di

Alessandria impose silenzio a quella d'Atene; e le antiche Sette si

arrolarono sotto le insegne dei Maestri i più alla moda, che

raccomandavano il loro sistema colla novità del lor metodo e

coll'austerità dei loro costumi. Diversi di questi Maestri, Ammonio,

Plotino, Amelio, e Porfirio[328], erano uomini di un pensar profondo e

di una intensa applicazione: ma errando nel vero oggetto della

filosofia, le loro fatiche contribuivano molto meno a migliorare che a

corrompere l'umano intendimento. I nuovi Platonici trascuravano le

cognizioni convenienti alla nostra situazione, ed alle nostre facoltà,

l'intero circolo delle scienze morali, naturali, e matematiche, mentre

spendevano tutto il loro vigore in dispute verbali di metafisica,

tentavano di esplorare i secreti del Mondo invisibile, e procuravano di

conciliare Aristotile con Platone sopra soggetti ignoti a quei due

filosofi, ugualmente che al resto del Genere Umano. Consumando la loro

ragione in queste profonde ma vane meditazioni, esponevano le loro menti

alle illusioni dell'immaginazione. Si lusingavano di possedere il

segreto di liberare lo spirito dalla sua corporea prigione; vantavano un

famigliar commercio coi demoni e cogli spiriti, e convenivano (con

singolarissima rivoluzione) lo studio della filosofia in quello

dell'arte magica. Gli antichi Savi avevano derisa la popolar

superstizione: i discepoli di Plotino e di Porfirio, dopo averne coperta

la stravaganza col sottile pretesto dell'allegoria, ne divennero i più

zelanti difensori. Convenendo coi Cristiani in alcuni pochi misteriosi

punti di fede, combattevano il resto del loro teologico sistema con

tutto il furore di una guerra civile. I nuovi Platonici appena

meriterebbero un posto nella Storia delle scienze, ma in quella della

Chiesa accaderà spesso far menzione di loro.

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02 · 第 11 / 21 题