CAPITOLO XII.

_Condotta dell'esercito e del Senato dopo la morte di Aureliano.

Regni di Tacito, di Probo, di Caro e dei suoi figli._

La condizione degl'Imperatori Romani era tanto infelice, che qualunque

si fosse la loro condotta, incontravano ordinariamente il medesimo fato.

La vita dissoluta o virtuosa, severa o indulgente, indolente o gloriosa,

menava egualmente ad un intempestivo sepolcro; e quasi ogni regno

finisce con la stessa disgustosa ripetizione di tradimenti e di stragi.

La morte di Aureliano, per altro, è considerabile per le straordinarie

sue conseguenze. Le legioni ammirarono, piansero, e vendicarono il

vittorioso lor condottiere. L'artifizio del perfido di lui segretario fu

discoperto e punito. I cospiratori delusi seguirono le funerali esequie

del loro oltraggiato Sovrano con sincero, o ben simulato pentimento, e

si sottomisero all'unanime risoluzione dell'ordine militare, la quale fu

significata con la seguente lettera. «I valorosi e felici eserciti al

Senato ed al Popolo di Roma. Il delitto di un solo e il fallo di molti

ci hanno privato dell'ultimo Imperatore Aureliano. Compiacetevi,

venerabili Signori e Padri, di collocarlo nel numero degli Dei, e

d'indicarci quel successore, che voi giudicherete degno della Porpora

Imperiale. Niuno di quelli, che, o per colpa o per caso, hanno

contribuito alla nostra perdita, regnerà mai sopra di noi[97].» I

Senatori Romani udirono senza sorpresa, che un altro Imperatore era

stato assassinato nel suo campo; si rallegrarono internamente della

caduta di Aureliano; ma la modesta e rispettosa lettera delle legioni,

quando fu dal Console comunicata alla piena assemblea, riempì tutti

della più grata sorpresa. Essi liberamente largirono alla memoria del

loro estinto Sovrano quegli onori, che il timore e forse la stima

avrebbero estorti. Renderono alle fedeli armate della Repubblica, che

conservavano un sentimento sì giusto della legittima autorità del Senato

nella scelta d'un Imperatore, quei ringraziamenti, che la gratitudine

potea inspirare. Ma non ostante questo invito sì lusinghiero, i più savj

dell'assemblea evitarono di esporre al capriccio di una moltitudine

armata la lor salvezza e la lor dignità. La forza delle legioni era, per

vero dire, un pegno della loro sincerità, perchè quelli che possono

comandare, di rado sono ridotti alla necessità d'infingere; ma poteva

egli naturalmente sperarsi, che un improvviso pentimento correggesse

l'inveterato costume d'interi ottant'anni? Se fossero ricaduti i soldati

nelle loro solite sedizioni, la loro insolenza poteva disonorare la

maestà del Senato, e divenir fatale alla scelta di lui. Simili motivi

dettarono un decreto, col quale l'elezione del nuovo Imperatore si

rimetteva ai suffragi dell'ordine militare.

La contesa, che quindi nacque, è uno dei più attestati, ma meno

verisimili, eventi della storia del Genere Umano[98]. Le truppe, quasi

fossero stanche di esercitare la lor forza, fecero nuovamente le loro

istanze al Senato, perchè rivestisse della Porpora Imperiale uno del suo

proprio corpo. Il Senato persistè sempre nel suo rifiuto, e l'esercito

nella sua richiesta. La proposizione fu almen per tre volte

scambievolmente offerta e ricusata, e mentre l'ostinata modestia di

ciascheduna delle due parti era risoluta di ricevere un Sovrano dalle

mani dell'altra, passarono insensibilmente otto mesi: mirabil periodo di

tranquilla anarchia, durante il quale il mondo Romano rimase senza un

sovrano, senza un usurpatore, e senza pure una sedizione. I Generali ed

i Magistrati eletti da Aureliano continuarono ad esercitare le ordinarie

loro funzioni, e si osserva che un Proconsole dell'Asia fu la sola

riguardevol persona, rimossa dalla sua carica in tutto il corso

dell'interregno.

Un quasi simile, ma molto meno autentico, avvenimento si suppone

accaduto dopo la morte di Romolo, nella vita e nel carattere del quale

si ritrova qualche somiglianza con Aureliano. Il trono restò vacante per

dodici mesi, sino all'elezione di un filosofo Sabino; e la pubblica

tranquillità si mantenne nel modo istesso, per l'unione dei diversi

ordini dello Stato. Ma nei tempi di Numa e di Romolo, l'autorità dei

Patrizj teneva a freno le armi del popolo; e facilmente si conservava in

una società virtuosa e ristretta la bilancia della libertà[99]. L'Impero

Romano nella sua declinazione, molto diverso dalla sua infanzia, si

trovava in tutte quelle circostanze, che potevano allontanare da un

interregno la speranza dell'ubbidienza e dell'armonia; e queste

circostanze erano una Capitale immensa e tumultuosa, una vasta

estensione di dominio, la servile eguaglianza del dispotismo, un'armata

di quattrocentomila mercenari, e l'esperienza delle frequenti

rivoluzioni. Ma non ostanti tutti questi incentivi, la disciplina e la

memoria di Aureliano contennero tuttavia la sediziosa indole delle

truppe, non meno che la dannosa ambizione de' lor condottieri. Il fiore

delle legioni rimase accampato sulle rive del Bosforo, e l'insegna

Imperiale mettea rispetto ai meno potenti campi di Roma e delle

Province. L'ordine militare parve animato da un generoso benchè

passeggiero entusiasmo; ed è credibile che i pochi veri patriotti

coltivassero la rinascente amicizia tra l'esercito ed il Senato, come

l'unico espediente capace di ristabilir la Repubblica nella sua primiera

bellezza e nell'antico vigore.

Ai venticinque di Settembre, quasi otto mesi dopo l'uccisione di

Aureliano, il Console adunò il Senato, e riferì l'incerta e pericolosa

situazione dell'Impero. Insinuò leggiermente, che la precaria fedeltà

dei soldati dipendeva da un solo istante e dal minimo accidente; ma

rappresentò con la più convincente eloquenza i vari pericoli che

seguitar potevano ogni ulterior dilazione nella scelta di un Imperatore.

Si erano, diceva egli, già ricevute notizie, che i Germani aveano

passato il Reno, ed occupate alcune delle più forti e più opulente città

della Gallia. L'ambizione del Monarca Persiano teneva l'Oriente in

continui timori: l'Egitto, l'Affrica e l'Illirico erano esposti all'armi

straniere e domestiche, e la Siria incostante avrebbe fin preferito lo

scettro di una femmina alla santità delle leggi Romane. Rivoltosi quindi

il Console a Tacito, il primo tra i Senatori[100], richiese il parere di

lui sull'importante oggetto di un candidato degno del trono vacante.

Se il merito personale è da preferirsi ad una casuale grandezza,

stimeremo l'origine di Tacito più nobile veramente di quella dei Re.

Vantava egli la sua discendenza da quello Storico filosofico, i cui

scritti istruiranno ancora le ultime generazioni degli uomini[101]. Il

Senatore Tacito era nell'età di settantacinque anni[102]. Le ricchezze e

gli onori adornavano il lungo corso della innocente sua vita. Avea due

volte occupata la dignità consolare[103], e godeva con eleganza e

sobrietà l'ampio suo patrimonio fra i quattro e i sei milioni di

zecchini[104]. L'esempio di tanti Principi da lui o stimati o sofferti,

dalle vane follie di Elagabalo fino all'utile rigore di Aureliano, lo

aveano ammaestrato a valutar giustamente i doveri, i pericoli, e le

tentazioni di quel sublime lor grado. All'assiduo studio del suo

immortale antenato egli doveva la conoscenza della Romana costituzione e

dell'umana natura. La voce del popolo avea già nominato Tacito come il

cittadino più degno dell'Impero[105]. Giunto ai suoi orecchi questo

ingrato rumore, lo indusse a ritirarsi in una delle sue ville nella

Campania. Avea egli passato a Baia due mesi in una tranquillità

deliziosa, quando con ripugnanza ubbidì ai comandi del Console di

riprendere l'onorevol suo posto nel Senato, e di assistere co' suoi

consigli la Repubblica in tale importante occasione.

Si alzò Tacito per parlare, quando da ogni lato dell'assemblea fu

salutato coi nomi di Augusto e d'Imperatore. «Tacito Augusto, gli Dei ti

conservino: noi ti eleggiamo per nostro Sovrano, affidando alla tua cura

la Repubblica, e il Mondo. Accetta l'Impero dall'autorità del Senato.

Esso è dovuto al tuo grado, alla tua condotta, ai tuoi costumi.» Calmato

appena il tumulto delle acclamazioni, Tacito tentò di evitare il

pericoloso onore, e di esprimere la sua sorpresa, che si eleggesse un

uomo vecchio ed infermo per succedere al marzial vigore di Aureliano.

«Sono elleno membra queste, Padri coscritti, atte a sostener il peso

dell'armi, o ad eseguire gli esercizi del campo? La varietà dei climi, e

le asprezze della vita militare presto opprimerebbero un debol

temperamento, che si mantien solamente col più delicato riguardo.

Bastano appena l'esauste mie forze a soddisfare ai doveri di Senatore:

quanto insufficienti sarebbero per le ardue fatiche della guerra e del

governo! Potete voi sperare che le legioni rispettino un debol vecchio,

che ha passati i suoi giorni all'ombra della pace e del ritiro? Vorreste

voi ch'io dovessi una volta piangere la favorevole opinion del

Senato?[106]»

La ripugnanza di Tacito, che forse era ingenua, fu combattuta dalla

affettuosa ostinazione del Senato. Cinquecento voci ripeterono unite con

eloquente confusione, che i Principi più grandi di Roma, Numa, Traiano,

Adriano, e gli Antonini, erano ascesi al trono in età molto avanzata,

che l'oggetto della loro scelta era lo spirito, non il corpo, il

Sovrano, non il soldato, e solamente esigevano da lui, che con la sua

prudenza regolasse il valore delle legioni. Queste pressanti e

tumultuose istanze furono secondate da un più regolar discorso di Mezio

Falconio, che accanto a Tacito sedeva tra i Consolari. Egli rammentò

all'assemblea i mali, che Roma avea sofferti dai vizi degl'indocili e

capricciosi giovani Principi, si congratulò col Senato per l'elezione di

un virtuoso e sperimentato Senatore, e con maschia, ma forse

interessata, libertà esortò Tacito a rammentarsi i motivi del suo

innalzamento, ed a scegliersi un successore non nella sua propria

famiglia, ma nella Repubblica. Fu il discorso di Falconio avvalorato da

una generale acclamazione. L'eletto Imperatore si sottomise all'autorità

della sua patria, e ricevè il volontario omaggio de' suoi compagni. La

condotta del Senato fu confermata dal consenso del Popolo Romano e dei

Pretoriani[107].

Il governo di Tacito non fu diverso dalla passata sua vita e da' suoi

principj. Creatura riconoscente del Senato, egli considerò quel Concilio

della Nazione come autore delle leggi, e sè medesimo come soggetto

all'autorità di quelle[108]. Procurò di saldare le molte ferite, che

l'orgoglio Imperiale, la discordia civile e la violenza militare aveano

portate alla costituzione, e di ristabilire almeno l'immagine

dell'antica Repubblica, com'era stata conservata dalla politica di

Augusto, e dalle virtù di Traiano e degli Antonini. Non sarà inutile di

enumerare alcune delle più importanti prerogative, che parve aver

ricuperate il Senato per l'elezione di Tacito[109]. I. Di affidare ad

uno dei suoi membri, sotto il titolo d'Imperatore, il general comando

degli eserciti, ed il governo delle Province di frontiera. II. Di

fissare la lista o, come allor si chiamava, il Collegio dei Consoli.

Questi erano dodici, che, succedentisi a due a due per ogni bimestre,

rappresentavano per tutto l'anno la dignità di quell'antica

magistratura. Esercitava il Senato nella scelta dei Consoli la sua

autorità con una libertà così indipendente, che non ebbe alcun riguardo

ad una irregolar istanza dell'Imperatore pel suo fratello Floriano. «Il

Senato» (esclamò Tacito con un nobil trasporto da cittadino) «conosce il

carattere di quel Principe, ch'egli ha scelto.» III. Di destinare i

Proconsoli ed i Presidenti delle Province, e di conferire a tutti i

Magistrati la loro civile giurisdizione. IV. Di ricever gli appelli per

l'uffizio intermedio del Prefetto della Città da tutti i tribunali

dell'Impero. V. Di dar forza e validità coi suoi decreti agli editti

Imperiali ch'esso approvava. VI. A questi diversi rami di autorità si

può aggiungere qualche sopraintendenza alle finanze, giacchè anche sotto

la severa dominazion di Aureliano aveva il Senato la facoltà d'impiegare

in altr'uso una parte dell'entrate, destinate al servizio pubblico[110].

Furono immediatamente spedite lettere circolari a tutte le principali

città dell'Impero, Treveri, Milano, Aquileia, Tessalonica, Corinto,

Atene, Antiochia, Alessandria, e Cartagine, per esigere la loro

ubbidienza, ed informarle della felice rivoluzione, che avea restituita

al Senato Romano l'antica sua dignità. Due di queste lettere si

conservano ancora. Abbiamo altresì due ben singolari frammenti della

privata corrispondenza dei Senatori in questa occasione. Mostrano la più

eccessiva gioia, e le più illimitate speranze. «Ponete giù la vostra

indolenza» (così scrive uno dei Senatori al suo amico) «ed uscite dal

vostro ritiro di Baia e di Pozzuolo. Restituitevi alla Città ed al

Senato. Roma fiorisce, e tutta insieme fiorisce la Repubblica. Grazie al

romano esercito, veramente Romano, abbiam finalmente ricuperata la

nostra giusta autorità, lo scopo di tutti i nostri desiderj. Noi

riceviamo gli appelli, destiniamo i Proconsoli, facciamo gl'Imperatori;

forse ancora noi li potremo tenere in freno: all'uomo saggio una parola

è bastante.[111]» Restarono per altro sconcertate ben presto queste alte

speranze, nè di fatto era possibile, che le armate, e le province

lungamente ubbidissero all'imbelle ed effeminata nobiltà romana. Al più

leggiero urto rimase atterrato il mal sostenuto edifizio della loro

ambizione e del loro potere. La spirante autorità del Senato mandò una

subita luce, balenò per un momento, e si estinse per sempre.

Ma tutto ciò ch'era accaduto in Roma, non sarebbe stato che una

rappresentazione teatrale, se non veniva ratificato dalla forza più

reale delle legioni. Lasciando godere ai Senatori il loro fantasma di

libertà e di ambizione, andò Tacito al campo di Tracia, ed ivi fu dal

Prefetto del Pretorio presentato alle truppe adunate, come il Principe

da loro richiesto, e dal Senato concesso. Appena tacque il Prefetto, che

l'Imperatore parlò ai soldati con eloquenza e con dignità. Soddisfece

alla loro avarizia con una liberale distribuzion di danaro, sotto nome

di paga e di donativo. Egli acquistò la stima loro con un'animosa

dichiarazione che sebbene la sua età lo rendesse inabile alle imprese

militari, pure i suoi consigli non sarebbero indegni di un Generale

Romano, del successore del valoroso Aureliano[112].

Nel tempo che quest'Imperatore faceva preparativi per una seconda

spedizione in Oriente, egli aveva trattato con gli Alani, popoli della

Scizia, i quali avevano piantate le loro tende nelle vicinanze della

Palude Meotide. Quei Barbari, allettati con promesse di doni e di

sussidj, si erano obbligati d'invadere la Persia con un numeroso corpo

di cavalleria leggiera. Furono essi fedeli al loro impegno; ma quando

giunsero alla frontiera Romana, era già morto Aureliano, il progetto

della guerra Persiana era almeno sospeso, ed i Generali, che, durante

l'interregno, esercitavano un incerto potere, non erano preparati nè a

riceverli, nè ad arrestarli. Provocati da un tal contegno, ch'essi

riguardavano come perfido e vile, ricorsero gli Alani al loro proprio

valore per avere e paga e vendetta; e marciando con la solita celerità

dei Tartari, presto si sparsero per le Province del Ponto, della

Cappadocia, della Cilicia, e della Galazia. Le legioni, che dalle

opposta rive del Bosforo potevan quasi discernere le fiamme delle città

e dei villaggi, stimolavan con impazienza il lor Generale a condurle

contro quegli invasori. Tacito si diportò convenientemente alla sua età

ed alla sua posizione. Mostrò chiaramente ai Barbari la fedeltà e la

potenza dell'Impero. Gran parte degli Alani, pacificati dalla puntuale

soddisfazione degl'impegni, che avea con essi contratti Aureliano,

renderono il loro bottino ed i prigionieri, e quietamente si ritirarono

nei loro deserti di là dal Fasi. Agli altri, che ricusarono la pace,

fece il Romano Imperatore in persona con buon successo la guerra.

Secondato da un esercito di valorosi ed esperti veterani, ei liberò in

poche settimane le Province dell'Asia dal terrore della invasion degli

Sciti[113].

[A. D. 276]

Ma la gloria e la vita di Tacito furono di poca durata. Trasportato nel

colmo del verno dalla dolce solitudine della Campania ai piedi del monte

Caucaso, fu egli oppresso dagl'insoliti travagli di una vita militare.

Le cure dell'animo aggravarono le fatiche del corpo. L'entusiasmo della

pubblica virtù avea per un tempo sedate le feroci ed interessate

passioni dei soldati. Scoppiarono queste ben presto con raddoppiata

violenza, ed infuriarono nel campo e nella tenda perfino del vecchio

Imperatore. Il suo dolce e moderato carattere non serviva che ad

inspirare disprezzo, ed egli era continuamente tormentato dalle fazioni,

che sedar non poteva, e da richieste impossibili a soddisfarsi. Non

ostanti le lusinghiere speranze che Tacito avea concepite di rimediare

ai pubblici disordini, egli fu presto convinto, che la sfrenatezza

dell'esercito deprezzava il debol ritegno delle leggi; e il dolore di

veder volti in male i suoi disegni, unito all'altre angustie, affrettò

gli ultimi suoi momenti. Si dubita se i soldati imbrattassero le loro

mani nel sangue di questo innocente Principe[114]; ma è certo però, che

la loro insolenza cagionò la morte di lui. Egli spirò a Tiana nella

Cappadocia, dopo un regno di soli sei mesi e quasi venti giorni[115].

Tacito avea chiusi appena gli occhi, che il suo fratello Floriano si

mostrò indegno del trono colla frettolosa usurpazione della Porpora,

senza aspettare l'approvazion del Senato. Il rispetto per la Romana

costituzione, che tuttavia influiva nelle armate o nelle Province, era

abbastanza forte per disporle a biasimare la precipitosa ambizione di

Floriano, ma non per incitarle ad opporvisi. Sarebbe il disgusto svanito

in vani susurri, se il General dell'Oriente, l'eroico Probo, non si

fosse arditamente dichiarato vendicator del Senato. Era per altro sempre

la contesa ineguale, nè potea il più abile Generale alla testa delle

effemminate truppe dell'Egitto e della Siria, combattere con alcuna

speranza di vittoria, contro le legioni dell'Europa, che con

irresistibil valore sembravano sostenere il fratello di Tacito. Ma la

fortuna e l'attività di Probo superarono ogni ostacolo. I robusti

veterani del suo rivale, avvezzi ai climi più freddi, illanguidivano e

venivano meno agli eccessivi calori della Cilicia, dove l'aria nella

state era molto malsana. Le frequenti diserzioni diminuivano il loro

numero: i passi delle montagne erano debolmente difesi. Tarso aprì le

sue porte, ed i soldati di Floriano, dopo avergli lasciato godere per

tre mesi il titolo Imperiale, liberarono l'Impero da una guerra civile

col facile sacrifizio di un Principe da loro sprezzato[116].

Le continue rivoluzioni del trono aveano sì bene sbandita ogni idea di

ereditario diritto, che la famiglia di un Imperatore sfortunato era

incapace di eccitare la gelosia dei suoi successori. Fu ai figli di

Tacito e di Floriano permesso di scendere allo stato privato, e di

restar confusi nella generale massa del popolo. La loro povertà

veramente servì d'un'altra difesa alla loro innocenza. Quando fu Tacito

eletto dal Senato, egli consacrò al pubblico servizio l'ampio suo

patrimonio[117], atto di speciosa generosità in apparenza, ma che

evidentemente svelava la sua intenzione di trasmettere l'Impero ai suoi

discendenti. L'unica consolazione del loro caduto stato fu la memoria di

una passeggiera grandezza, e la lontana speranza, figlia di una profezia

lusinghiera, che sorgerebbe dopo mille anni dalla stirpe di Tacito un

Monarca protettor del Senato, ristauratore di Roma, e conquistatore di

tutta la terra[118].

I contadini dell'Illirico, che già dato aveano al cadente Impero e

Claudio e Aureliano, poterono con egual diritto gloriarsi

dell'innalzamento di Probo[119]. Quasi venti anni avanti, l'Imperator

Valeriano, con la solita sua penetrazione, avea conosciuto il nascente

merito di quel giovane soldato, al quale conferì il posto di Tribuno

molto innanzi all'età prescritta dalle regole militari. Il Tribuno

giustificò ben presto la di lui scelta con una vittoria sopra un gran

corpo di Sarmati, nella quale salvò la vita ad uno stretto parente di

Valeriano, e meritò di ricevere dalle mani dell'Imperatore le collane, i

monili, le lance e le insegne, la corona murale e la civica, e tutte le

onorevoli ricompense destinate dall'antica Roma ad un fortunato valore.

La terza legione, e quindi la decima furono affidate al comando di

Probo, che ad ogni passo della sua promozione si mostrò superiore al

posto ch'egli occupava. L'Affrica ed il Ponto, il Reno, il Danubio,

l'Eufrate ed il Nilo gli porsero a vicenda le più luminose occasioni di

mostrare il suo valor personale e la sua scienza nell'arte della guerra.

A lui fu debitore Aureliano della conquista dell'Egitto, e molto più per

l'onesto coraggio, col quale si oppose sovente alla crudeltà del suo

Sovrano. Tacito, che desiderava di supplire alla sua propria mancanza di

militari talenti con l'abilità de' suoi Generali, lo nominò primo

Comandante di tutte le Orientali Province col quintuplo della solita

paga, colla promessa del Consolato, e colla speranza del trionfo. Quando

Probo salì sul Trono Imperiale era nell'età di quasi[120]

quarantaquattr'anni, nel pieno possesso della sua gloria, dell'amor

dell'esercito, e di un maturo vigore di corpo e di spirito.

[A. D. 276]

Il riconosciuto suo merito ed il buon successo delle sue armi contro

Floriano, lo lasciarono senza un nemico, o senza un competitore. Pure,

se creder si debbono le sue proprie proteste, ben lungi dal desiderare

l'Impero, egli lo aveva accettato con sincerissima ripugnanza. «Ma non è

più in mio potere (dice Probo in una sua privata lettera) di deporre un

titolo così invidiato e pericoloso. Mi è forza di continuare a

rappresentare il carattere, di cui mi hanno rivestito i soldati[121].»

La rispettosa sua lettera al Senato mostrava i sentimenti, o almeno il

linguaggio di un cittadino Romano. «Quando voi eleggeste, o Padri

coscritti, uno del vostro Ordine per succedere all'Imperatore Aureliano,

operaste secondo la vostra giustizia e la vostra prudenza. Imperocchè

voi siete i Sovrani legittimi del mondo, ed il potere, trasmessovi dai

vostri antenati, passerà nella vostra posterità. Felice Floriano! Se

invece di usurpar la porpora del suo fratello, come una privata eredità,

egli avesse aspettato che la vostra maestà si fosse determinata in

favore o di lui, o di alcun'altra persona. I prudenti soldati hanno

punita la temerità di lui, ed a me hanno offerto il titolo di Augusto.

Ma io sottopongo alla vostra clemenza i miei diritti ed i meriti

miei[122].» Quando fu letta dal Console questa rispettosa lettera, non

poterono i Senatori nascondere il loro contento, che Probo

condescendesse a domandare così umilmente uno scettro che già possedeva.

Celebrarono essi con la più viva gratitudine le virtù, le imprese, e

soprattutto la moderazione di lui. Fu immediatamente fatto un decreto,

senza pure un voto contrario, per ratificare l'elezione degli eserciti

d'Oriente e per conferire al lor capo tutti i diversi rami della

Imperial Dignità, i nomi di Cesare e di Augusto, il titolo di Padre

della Patria, il diritto di fare al Senato in un giorno tre diverse

proposizioni[123], l'uffizio di Pontefice Massimo, la potestà tribunizia

e l'autorità proconsolare; formula d'investitura, che benchè sembrasse

moltiplicare l'autorità dell'Imperatore, non faceva ch'esprimere la

costituzione dell'antica Repubblica. Corrispose tutto il Regno di Probo

alla sua bella aurora. Fu rilasciata al Senato la civile amministrazione

dell'Impero. Il fido suo Generale sostenne l'onore dell'armi Romane, e

spesso pose ai piedi di quell'assemblea corone d'oro e barbarici trofei,

frutti delle sue numerose vittorie[124]. Pure, mentr'egli contentava la

vanità dei Senatori, ne deve in secreto aver disprezzata l'indolenza e

la debolezza. Benchè potessero ad ogni momento abolire il disonorevole

editto di Gallieno, i superbi successori degli Scipioni pazientemente

soffrirono di essere esclusi da tutti gl'impieghi militari. Conobbero

ben presto, che chi ricusa la spada, deve ancora rinunziare allo

scettro.

[A. D. 277]

La forza di Aureliano avea per ogni parte oppressi i nemici di Roma.

Parve che dopo la morte di lui risuscitassero più fieri e più numerosi.

Furono essi vinti di nuovo dalla vigorosa attività di Probo, che nel

corto regno di quasi sei anni[125] agguagliò la fama degli antichi Eroi,

e ristabilì la pace e l'ordine in ogni Provincia del Mondo Romano. Così

saldamente assicurò la pericolosa frontiera della Rezia, che la lasciò

senza il sospetto neppur di un nemico. Egli abbattè l'erranti forze

delle Tribù de' Sarmati, e col terror delle armi sue costrinse que'

Barbari a desistere dalle rapine. Chiesero ardentemente i Goti

l'alleanza di un Imperatore così bellicoso[126]. Egli assalì gl'Isaurici

nelle loro montagne, assediò e prese vari de' loro più forti

castelli[127], e si lusingò di aver soggiogato per sempre un domestico

nemico, la cui indipendenza portava così profonde ferite alla maestà

dell'Impero. I torbidi, eccitati nel superiore Egitto dell'usurpator

Fermo, non eran mai stati perfettamente sedati, e le città di Tolemaide

e di Copto, sostenute dall'alleanza dei Blemmi, mantenevano tuttavia una

ribellione oscura. Il castigo di queste e de' loro ausiliari selvaggi

del Mezzogiorno si dice che spaventasse la Corte di Persia[128], ed il

Gran Re supplicò invano per ottenere l'amicizia di Probo. La maggior

parte delle imprese, che ne illustrarono il regno, debbonsi al valor

personale, ed alla condotta dell'Imperatore, talchè lo Scrittore della

vita di lui manifesta qualche maraviglia, come in sì breve tempo potesse

un sol uomo esser presente a tante guerre lontane. Egli affidò le altre

imprese alla cura de' suoi Generali, la giudiziosa scelta de' quali

forma una parte considerabile della sua gloria. Caro, Diocleziano,

Massimiano, Costanzo, Galerio, Asclepiodoto, Annibaliano, ed un numero

di altri Capi, i quali di poi occuparono o sostennero il trono, furono

educati nell'armi, e nella severa scuola di Aureliano e di Probo[129].

[A. D. 277]

Ma il più importante servigio, che Probo rendesse alla Repubblica, fu di

aver liberata la Gallia, e ricuperate settanta floride città oppresse

dai Barbari della Germania, i quali dopo la morte di Aureliano aveano

impunemente desolata quella vasta Provincia[130]. Tra la varia

moltitudine di quei feroci invasori si possono con qualche chiarezza

distinguere tre grandi armate, o piuttosto nazioni successivamente vinte

dal valore di Probo. Egli rispinse i Franchi nelle loro paludi;

circostanza dimostrativa, dalla quale possiamo inferire, che la

confederazione, conosciuta sotto il generoso nome di _liberi_, già

occupava il basso paese marittimo diviso e quasi coperto dalle stagnanti

acque del Reno; e che diverse Tribù dei Frisi e dei Batavi si erano

unite alla loro alleanza. Egli vinse i Borgognoni, considerabil nazione

della razza dei Vandali. Erano essi andati vagando in traccia di bottino

dalle rive dell'Oder a quelle della Senna. Si stimarono assai felici di

comprare con la restituzione di tutte le loro prede la permissione di un

sicuro ritorno. Tentarono essi di eludere quell'articolo del trattato.

Il loro castigo fu immediato e terribile[131]. Ma di tutti gl'invasori

della Gallia, i più formidabili erano i Ligj, nazione lontana, che

possedeva un vasto dominio sulle frontiere della Polonia e della

Slesia[132]. Tra questi gli Arj tenevano il primo posto pel loro numero

e per la loro fierezza. «Gli Arj» (così sono essi descritti dall'energia

di Tacito) procurano di accrescere con l'arte e colle circostanze del

tempo il natural terrore della loro fierezza. Neri sono gli scudi loro,

e tinti di nero i lor corpi. Scelgono per combattere l'ora più oscura

della notte. Il lor esercito si avanza coperto quasi da un'ombra

funerea[133]; e trova di rado un nemico capace di sostenere un sì strano

aspetto ed infernale. Gli occhi sono i primi di tutti i sensi ad esser

vinti in battaglia[134].» Pure le armi e la disciplina dei Romani

facilmente sconfissero quegli orridi spettri. I Ligj furon disfatti in

un generale combattimento, e Sennone, il più rinomato dei loro capi,

cadde vivo nelle mani di Probo. Questo prudente Imperatore non volendo

ridurre un popolo coraggioso alla disperazione, gli accordò una

capitolazione onorevole, e gli permise di ritornar sicuramente al suo

nativo paese. Ma le perdite, che i Ligj soffersero nella marcia, nella

battaglia e nella ritirata abbatterono il potere della nazione; nè il

nome loro si trova più ripetuto nella storia della Germania o

dell'Impero. Si racconta che la liberazione della Gallia costasse la

vita a quattrocentomila degl'invasori; impresa faticosa per li Romani, e

dispendiosa per l'Imperatore, che donò una moneta d'oro per ogni Barbaro

ucciso[135]. Ma siccome la fama de' guerrieri si fabbrica sopra la

distruzione dell'uman genere, si può naturalmente sospettare che quel sì

sanguinoso calcolo fosse moltiplicato dall'avarizia dei soldati, ed

accettato senza alcun severo esame dalla liberale vanità di Probo.

Dopo la spedizione di Massimino, i Generali Romani aveano limitata la

loro ambizione ad una guerra difensiva contro le nazioni della Germania,

che perpetuamente tribolavano le frontiere dell'Impero. Il più ardito

Probo proseguì le sue vittorie, passò il Reno, e portò le sue

invincibili aquile sulle rive dell'Elba e del Necker. Era egli

pienamente convinto, che niente poteva indurre l'animo dei Barbari alla

pace, se non provavano nel proprio lor paese le calamità della guerra.

La Germania spossata dal cattivo successo dell'ultima emigrazione,

rimase sbigottita alla presenza di Probo. Nove de' più considerabili

Principi si portarono al di lui campo, e se gli gettarono ai piedi.

Accettarono umilmente i Germani le condizioni che piacque di dettare al

vincitore. Volle egli una esatta restituzione delle spoglie e dei

prigionieri levati alle Province; ed obbligò i loro magistrati a punire

i predatori più ostinati, che pretendevano di ritenere qualche parte del

bottino. Un considerabil tributo di grano, di armenti e di cavalli, sole

ricchezze dei Barbari, fu riservato per l'uso delle guarnigioni, che

Probo stabilì sulle frontiere del lor territorio. Avea egli altresì

qualche pensiero di costringere i Germani ad abbandonare l'esercizio

delle armi, ed a rimettere le loro contese e la loro sicurezza alla

giustizia ed alla potenza di Roma. Per eseguire questi salutevoli

progetti era indispensabilmente necessaria la residenza perpetua di un

Governatore Imperiale, sostenuto da numerosa armata. Probo pertanto

credè più espediente di differire l'esecuzione di un disegno sì grande,

ch'era per vero dire di utilità più apparente che solida[136]. Riducendo

la Germania alla condizione di Provincia, avrebbero i Romani con fatiche

e spese immense acquistato soltanto un circondario più esteso da potersi

difendere contro i più feroci o più attivi Barbari della Scizia.

In vece di ridurre i bellicosi Germani allo stato di sudditi, Probo si

contentò dell'umile espediente d'innalzare un baluardo contro le loro

incursioni. Il paese, che forma adesso il circolo della Svevia, era

stato lasciato deserto nel secolo di Augusto per l'emigrazione degli

antichi suoi abitatori[137]. La fertilità del suolo presto vi trasse una

nuova colonia dalle adiacenti province della Gallia. Varie trame di

venturieri di un rapace carattere e di disperate fortune, occuparono

quella incerta possessione, e riconobbero col pagamento della decima la

maestà dell'Impero[138]. Per proteggere questi nuovi sudditi, fu a poco

a poco tirata una linea di guarnigioni, che dovea servir di frontiera

dal Reno al Danubio. Verso il regno di Adriano, quando cominciò a

praticarsi quella maniera di difese, furono queste guarnigioni tra loro

connesse, e coperte da una forte trinciera di alberi e di palizzate. In

vece di quel rozzo baluardo, vi costruì l'Imperator Probo un muro di

pietra di considerabile altezza, e fortificato con torri a convenienti

distanze. Dalle vicinanze di Newstadt e di Ratisbona sul Danubio si

stendeva a traverso i monti, le valli, i fiumi e le paludi fino a

Wimpfen sul Necker, e terminava finalmente sulle rive del Reno, dopo un

tortuoso corso di quasi dugento miglia[139]. Questa importante barriera,

congiungendo i due gran fiumi, che difendevano le province dell'Europa,

pareva occupare lo spazio voto, pel quale poteano i Barbari, e

specialmente gli Alemanni, penetrare con la maggior facilità nel cuor

dell'Impero. Ma l'esperienza del mondo, dalla China alla Britannia, ha

mostrato inutile il tentativo di fortificare un esteso tratto di

paese[140]. Un attivo nemico che può scegliere e variare i punti di

attacco, dee finalmente scoprire un luogo debole, e profittare d'un

momento d'innavvertenza. La forza non meno che l'attenzione dei

difensori è divisa; e tali son gli effetti di un cieco terrore sulle

truppe più salde, che una linea rotta in un sol posto è quasi in un

istante tutta abbandonata. Il destino del muro eretto da Probo può

confermare l'osservazion generale. Pochi anni dopo la morte di lui, esso

fu rovesciato dagli Alemanni. Le sparse rovine, universalmente

attribuite alla potenza del Demonio, servono adesso soltanto ad eccitare

la maraviglia del contadino della Svevia.

Tra le utili condizioni di pace, imposte da Probo alle vinte nazioni

della Germania, vi era l'obbligazione di somministrare all'esercito

Romano sedicimila uomini, scelti dalla gioventù più valorosa e robusta.

L'Imperatore li disperse per tutte le Province, e distribuì questo

pericoloso rinforzo in piccole bande, ciascuna di cinquanta o sessanta

uomini fra le truppe nazionali; procurando giudiziosamente che fosse

sensibile, ma non visibile l'aiuto, che la Repubblica traeva dai

Barbari[141]. Era questo divenuto ormai necessario. I molli abitatori

dell'Italia e delle Province interne non potevano più sostenere il peso

delle armi. Le robuste nazioni situate sulle frontiere del Reno e del

Danubio davano ancora animi e corpi adattati alle fatiche del campo; ma

una continua serie di guerre avea a poco a poco diminuito il lor numero.

La rarità dei matrimonj, o la rovina dell'agricoltura, s'opponevano ai

principj della popolazione, e distruggevano non solo la forza delle

generazioni presenti, ma toglievano la speranza ancora delle future. La

sapienza di Probo abbracciò il vasto ed utile disegno di ripopolare

l'esauste frontiere con nuove colonie di Barbari schiavi o fuggitivi, ai

quali egli diede e terreno e bestiami, ed istrumenti di agricoltura, ed

ogni incoraggiamento che potesse impegnarli ad allevare una razza di

soldati pel servizio della Repubblica. Egli trasferì un considerabil

corpo di Vandali nella Britannia, e probabilmente nella Provincia di

Cambridge[142]. L'impossibilità della fuga fece che si adattassero alla

loro situazione, e nelle susseguenti turbolenze di quell'isola si

mostrarono fedelissimi sudditi dello Stato[143]. Un gran numero di

Franchi e di Gepidi fu stabilito sulle rive del Danubio e del Reno.

Centomila Bastarni, cacciati dalla lor patria, accettarono allegramente

uno stabilimento nella Tracia, e presto contrassero i costumi ed i

sentimenti di sudditi romani[144]. Ma troppo spesso furono deluse le

speranze di Probo. L'impazienza e la pigrizia dei Barbari mal poteano

sopportare le lente fatiche dell'agricoltura. Il loro indomabile spirito

di libertà sollevandosi contro il dispotismo, li eccitò a precipitose

ribellioni, ugualmente fatali ad essi, che alle Province[145]; nè

poterono questi artificiali rinforzi, benchè replicati dai successivi

Imperatori, rendere all'importante frontiera della Gallia e

dell'Illirico l'antico suo nativo vigore.

Di tutti i Barbari, che abbandonarono i nuovi loro stabilimenti, e

disturbarono la pubblica tranquillità, un piccolissimo numero ritornò al

suo nativo paese. Poterono per breve tempo vagare armati per l'Impero;

ma furono al fine sicuramente distrutti dalla potenza di un Imperator

bellicoso. La fortunata temerità di una truppa di Franchi fu

accompagnata da conseguenze sì memorabili da non doversi passare in

silenzio. Probo gli avea stabiliti sulle coste del Ponto, colla mira di

rinforzare quella frontiera contro lo irruzioni degli Alani. Una flotta,

che fissa stava nei porti dell'Eusino, cadde nelle mani dei Franchi; ed

essi risolverono di cercare una strada per mari incogniti dalla foce del

Fasi a quella del Reno. Fuggirono essi facilmente a traverso il Bosforo

e l'Ellesponto, ed incrociando lungo il Mediterraneo, la loro sete di

vendetta e di rapina con frequenti sbarchi su i lidi dell'Asia, della

Grecia o dell'Affrica, che non sospettavano una incursione. La ricca

città di Siracusa, nel cui porto erano state una volta calate a fondo le

flotte di Atene e Cartagine, fu saccheggiata da un pugno di Barbari, che

trucidarono la maggior parte de' tremanti abitatori. Dalle isole della

Sicilia si avanzarono i Franchi alle Colonne di Ercole, e fidandosi

all'Oceano costeggiarono la Spagna e la Gallia, e dirigendo trionfanti

il loro corso pel canale Britannico, terminarono finalmente il

sorprendente loro viaggio, approdando sicuri ai lidi della Batavia o

della Frisia[146]. L'esempio del loro felice successo, insegnando ai

loro concittadini a concepire i vantaggi, e a disprezzare i pericoli del

mare, additò al loro spirito intraprendente una nuova strada alla

ricchezza e alla gloria.

Non ostante la vigilanza e l'attività di Probo, era quasi impossibile

ch'egli potesse nel tempo stesso contenere nell'ubbidienza ogni parte

del suo tanto esteso dominio. I Barbari, che ruppero le loro catene,

presa aveano la favorevole occasione di una guerra domestica. Quando

mosse l'Imperatore al soccorso della Gallia, affidò a Saturnino il

comando dell'Oriente. Questo Generale, uomo di merito e di esperienza,

fu indotto a ribellarsi dalla lontananza del suo Sovrano, dalla

leggierezza degli Alessandrini, dalle premurose istanze degli amici, e

dai suoi propri timori; ma dal primo momento della sua elevazione non

mantenne mai alcuna speranza di conservarsi l'Impero, oppure la vita.

«Ah!» diss'egli, «la Repubblica ha perduto un util suddito, e la

temerità di un momento ha distrutto i servigi di molt'anni. Voi non

conoscete (egli continuò) le angustie del sovrano potere; sta sempre

sospesa sul nostro capo una spada; paventiamo le stesse nostre guardie,

e diffidiamo dei nostri compagni. Non è più in nostro arbitrio l'operare

o stare in riposo, nè vi è età, carattere, o condotta veruna, che ci

metta al coperto della censura dell'invidia. Innalzandomi in tal guisa

al trono, condannato mi avete a una vita angustiosa, e ad un fine

immaturo. L'unica consolazione che mi resta, è la sicurezza che non

caderò solo[147].» Ma come la prima parte della sua predizione fu

verificata dalla vittoria, così fu la seconda smentita dalla clemenza di

Probo. Questo buon Principe tentò persino di salvare l'infelice

Saturnino dal furor dei soldati. Avea egli più di una volta pregato

l'usurpatore istesso a riporre qualche fiducia nella clemenza di un

Sovrano, il quale tanto stimava il carattere di lui, che avea punito,

qual maligno delatore, il primo che riferì l'improbabil nuova della sua

ribellione[148]. Avrebbe forse Saturnino accettata la generosa offerta,

se non fosse stato ritenuto dall'ostinata diffidenza dei suoi aderenti.

Il loro delitto era più grave, e le loro speranze più ardenti di quelle

dello sperimentato lor condottiere.

[A. D. 289]

Era appena nell'Oriente estinta la ribellione di Saturnino, che si

suscitarono nuove turbolenze nell'Occidente, per la sollevazione di

Bonoso e di Proculo nella Gallia. Il maggior merito di questi due

Uffiziali era la prodezza dell'uno nelle battaglie di Bacco, dell'altro

in quelle di Venere[149]; non mancava però nè l'uno nè l'altro di

coraggio e di capacità, ed ambi sostennero con onore l'augusto carattere

che il timor del castigo gli aveva impegnati ad assumere, finchè

cederono in ultimo al genio superiore di Probo. Egli usò della vittoria

con la solita sua moderazione, e risparmiò i beni non men che le vite

delle innocenti loro famiglie[150].

[A. D. 281]

Aveano ormai le armi di Probo oppressi tutti gli stranieri e domestici

nemici dello Stato. Il suo dolce, ma fermo governo assicurava il

ristabilimento della pubblica tranquillità; nè vi era rimasto nelle

province un barbaro nemico, un tiranno o un masnadiere pur anco, che

risvegliasse la memoria dei passati disordini. Tempo era che

l'Imperatore rivedesse Roma, e celebrasse la propria sua gloria e

l'universale felicità. Il trionfo, dovuto al valore di Probo, fu

regolato con una magnificenza conveniente alla sua fortuna, ed il

popolo, che avea sì di recente ammirati i trofei di Aureliano, rimase

con eguale piacere attonito alla vista di quelli dell'Eroe

successore[151]. Non possiamo in questa occasione tralasciare di

riferire il coraggio di circa ottanta gladiatori, riservati con quasi

seicento altri per l'inumano spettacolo dell'anfiteatro. Sdegnando essi

di spargere il sangue per dilettare la moltitudine, uccisero i loro

custodi, ruppero la loro prigione, ed empirono le contrade di Roma di

sangue e di confusione. Dopo una ostinata resistenza furono superati, e

tagliati a pezzi dalle truppe regolari; ma ottennero almeno una morte

onorevole, e la soddisfazione di una giusta vendetta[152].

La militar disciplina, che regnava nei campi di Probo, era meno crudele

di quella di Aureliano, ma non men rigida ed esatta. Il secondo puniva

le irregolarità dei soldati con inflessibile severità; il primo le

preveniva, occupando le legioni in continue ed utili fatiche. Quando

Probo comandava nell'Egitto, fece molte opere considerabili per lo

splendore e per l'utile di quel ricco paese. La navigazione del Nilo,

così importante a Roma medesima, fu migliorata; e tempj, ponti, portici

e palazzi furono costruiti dalle mani de' soldati, che servivano a

vicenda come architetti, come ingegneri e come operai[153]. Vien

riferito di Annibale, che per preservare le sue truppe dalle pericolose

tentazioni dell'ozio, le avea obbligate a fare vaste piantazioni di

ulivi lungo la costa dell'Affrica[154]. Per un simil principio, Probo

esercitò le sue legioni a coprire di ricche vigne le colline della

Gallia e della Pannonia, e ci vengono descritti due considerabili

terreni, che furono interamente lavorati o piantati dalle braccia dei

soldati[155]. Uno di questi, conosciuto sotto il nome di Monte Almo, era

situato vicino a Sirmio, paese nativo di Probo, per cui egli sempre

conservò un affetto parziale, e la cui gratitudine procurò

d'assicurarsi, convertendo in terreno lavorabile un vasto ed insalubre

tratto di suol paludoso. Un esercito così impiegato componeva forse la

più utile e la più coraggiosa porzione dei sudditi Romani.

[A. D. 282]

Ma nel proseguimento di un disegno favorito i migliori degli uomini,

soddisfatti della rettitudine delle loro intenzioni, sono soggetti ad

obbliare i limiti della moderazione; e Probo istesso non consultò

abbastanza la pazienza e la disposizione dei feroci suoi legionari[156].

Sembra che solamente una vita piacevole ed oziosa possa compensare i

pericoli della professione militare; ma se i doveri del soldato sono

continuamente aggravati dalle fatiche dell'agricoltore, egli caderà

finalmente sotto l'intollerabil peso, o lo scuoterà con isdegno. Si

pretende che l'imprudenza di Probo provocasse lo scontento delle sue

truppe. Più attento agl'interessi del Genere Umano che a quelli

dell'esercito, egli manifestò la vana speranza di presto abolire, collo

stabilimento della pace universale, la necessità delle truppe permanenti

e mercenarie[157]. Questa poco misurata espressione gli divenne fatale.

In uno dei più caldi giorni di estate, mentre egli severamente

affrettava l'insalubre lavoro di seccare le paludi di Sirmio, i soldati,

impazienti della fatica, gettaron via subitamente i loro strumenti,

afferraron l'armi, e proruppero in una furiosa sollevazione.

L'Imperatore, conoscendo il suo pericolo, si rifuggì in un'alta torre,

eretta a fine di osservare il progresso di quel lavoro[158]. Fu la torre

in un momento forzata, e mille spade in un punto immerse furono in seno

all'infelice Probo. Appena saziato, cessò il furor delle truppe.

Deplorarono allora la funesta loro temerità, obbliarono la severità

dell'Imperatore che avean trucidato, e si affrettarono a perpetuare con

un onorifico monumento la memoria delle virtù e delle vittorie di

lui[159].

Quando ebbero le legioni soddisfatto al loro dolore e pentimento per la

morte di Probo, con unanime consenso dichiararono Caro Prefetto del

Pretorio, come il più degno del trono imperiale. Ogni circostanza

relativa a questo Principe comparisce d'una varia ed incerta natura. Ei

si gloriava del titolo di cittadino Romano, ed affettava di paragonare

la purità del suo sangue colla straniera e perfino barbara origine dei

precedenti Imperatori, ma i più curiosi indagatori fra i suoi

contemporanei, ben lungi dall'ammettere questa pretensione, hanno

variamente dedotta l'origine di lui, o quella dei suoi genitori,

dall'Illirico, dalla Gallia o dall'Affrica[160]. Benchè soldato, egli

ebbe una culta educazione; e benchè Senatore, gli fu conferita la prima

dignità dell'esercito; ed in un secolo, in cui le professioni civile e

militare cominciarono ad essere stabilmente separate l'una dall'altra,

esse furono unite nella persona di Caro. Non ostante la severa giustizia

da lui esercitata contro gli assassini di Probo, al favore e alla stima

del quale egli era altamente obbligato, non potè evitare il sospetto di

esser complice di un misfatto, da cui ricavò il principale vantaggio.

Egli godeva (almeno avanti il suo innalzamento) la riputazione d'uomo

abile e virtuoso[161]; ma l'austero suo naturale si cangiò

insensibilmente in fastidioso e crudele, e gl'imperfetti Scrittori della

sua vita non sanno se devono porlo nel numero dei Tiranni di Roma[162].

Quando Caro prese la porpora, era nell'età di circa sessant'anni, ed i

due suoi figli Carino e Numeriano erano ormai giunti alla virilità[163].

L'autorità del Senato morì con Probo, nè i soldati dimostrarono il loro

pentimento con quel rispettoso riguardo per la potenza civile, che

aveano palesato dopo l'infelice morte di Aureliano. Fu l'elezione di

Caro decisa senza aspettare l'approvazione del Senato; ed il nuovo

Imperatore si contentò di notificare con una fredda ed altiera lettera,

ch'era salito sul trono vacante[164]. Una condotta tanto opposta a

quella dell'amabile suo predecessore, non recò alcun favorevol presagio

del nuovo Regno, ed i Romani, privi di potere e di libertà, usarono del

privilegio rimasto loro di mormorare[165]. Non si mancò per altro di

congratularsi con lui e di adularlo; e possiam tuttavia leggere con

piacere e disprezzo un'egloga, che fu composta per l'avvenimento

dell'Imperator Caro. Due pastori per evitare il calore del mezzogiorno

si ritirano nella grotta di Fauno. Sulla scorza d'un ombroso faggio

vedono alcuni freschi caratteri. La rustica Deità avea descritta in

versi profetici la felicità promessa all'Impero sotto il Regno di sì

gran Principe. Fauno saluta l'Eroe, che ricevendo sulle sue spalle il

cadente peso del mondo Romano, estinguerà le guerre e le fazioni, e farà

risorgere l'innocenza e la tranquillità del secol d'oro[166].

È più che probabile che queste eleganti inezie non giungessero mai alle

orecchie di un Generale veterano, che con il consenso delle legioni si

preparava ad eseguire il lungamente sospeso disegno della guerra

Persiana. Avanti la sua partenza per questa remota spedizione, Caro

conferì ai due suoi figli, Carino, e Numeriano, il titolo di Cesare, e

rivestendo il primo di una quasi ugual porzione d'imperial potere,

ordinò al giovane Principe di prima sedare alcune perturbazioni insorte

nella Gallia, e di poi stabilire la sua residenza in Roma, ed assumere

il governo delle Province Occidentali[167]. Fu la salvezza dell'Illirico

assicurata con una memorabil disfatta dei Sarmati. Sedicimila di quei

Barbari restarono sul campo di battaglia, e montò a ventimila il numero

dei prigionieri. Il vecchio Imperatore, animato dalla fama e

dall'aspetto della vittoria, continuò la sua marcia di mezzo verno per

le campagne della Tracia e dell'Asia Minore, ed arrivò finalmente col

suo più giovane figliuolo Numeriano ai confini della Monarchia Persiana.

Là accampato sulla cima di un'alta montagna, mostrò alle truppe

l'opulenza ed il lusso dei nemici che andavano ad assalire.

[A. D. 283]

Il successore di Artaserse, Varane o Bahram, benchè avesse soggiogati i

Segesti, una delle più bellicose nazioni dell'Asia superiore[168], fu

atterrito dalla venuta dei Romani, e procurò di arrestarli con un

trattato di pace. I suoi ambasciatori entrarono nel campo verso il cader

del Sole, mentre le truppe si ristoravano con un pasto frugale. I

Persiani manifestarono il loro desiderio di essere introdotti alla

presenza dell'Imperator Romano. Furono essi finalmente condotti dinanzi

ad un soldato assiso sull'erba. Un pezzo di lardo vieto, e pochi secchi

piselli componean la cena di quello. Un rozzo manto di porpora era

l'unico indizio della sua dignità. Si fece l'abboccamento collo stesso

disprezzo della cortigiana eleganza. Caro levandosi un berretto, che

portava per nascondere la sua calvezza, assicurò gli Ambasciatori, che

se il loro Sovrano non avesse riconosciuta la superiorità di Roma, egli

avrebbe subitamente ridotta la Persia così nuda di alberi, come era la

testa sua di capelli[169]. Malgrado le tracce di una studiata

ostentazione possiamo da questa scena conoscere i costumi di Caro, e la

severa semplicità, che i marziali successori di Gallieno aveano già

ristabilita nei campi Romani. I ministri del gran Re tremarono e si

ritirarono.

Non furono senza effetto le minacce di Caro. Egli devastò la

Mesopotamia, tagliò a pezzi tutto quello, che si oppose al suo

passaggio, s'impadronì delle grandi Città di Seleucia e di Tesifonte

(che sembra essersi rese senza resistenza) e portò le armi sue

vittoriose di là dal Tigri[170]. Egli avea preso il favorevol momento

per una invasione. I Consigli Persiani erano divisi dalle fazioni

domestiche, e la maggior parte delle lor forze era ritenuta sulle

frontiere dell'India. Roma e l'Oriente ricevean con trasporto le nuove

di vantaggi così rilevanti. L'adulazione e la speranza dipingevano coi

più vivi colori la caduta della Persia,[171] la conquista dell'Arabia,

la soggezione dell'Egitto, ed una durevole sicurezza dalle incursioni

degli Sciti. Ma il Regno di Caro era destinato a dimostrare la vanità

delle predizioni. Queste appena pubblicate, furono deluse dalla morte di

lui; avvenimento accompagnato da tali ambigue circostanze, che non può

riferirsi meglio che con una lettera del Segretario di esso al Prefetto

della Città. «Caro (dic'egli), nostro dilettissimo Imperatore, era dalla

malattia confinato nel letto, quando scoppiò sul campo una furiosa

tempesta. Le tenebre, che coprivano il cielo, erano così dense, che ne

impedivano il vederci l'un l'altro, ed i continui lampi dei fulmini ci

toglievano la cognizione di tutto ciò che seguiva nella general

confusione. Immediatamente dopo un violentissimo scoppio di tuono,

udimmo un grido improvviso ch'era morto l'Imperatore; e subito videsi

che i suoi Cortigiani aveano in un trasporto di dolore messo fuoco alla

tenda Reale; circostanza per cui si disse che Caro fu ucciso dal

fulmine. Ma per quanto possiamo investigar la verità, la sua morte fu il

naturale effetto della sua malattia[172].»

La vacanza del trono non produsse sconcerto veruno. L'ambizione dei

Generali fu repressa dai loro vicendevoli timori, ed il giovane

Numeriano, ed il suo fratello assente, Carino, furono di comun consenso

riconosciuti Imperatori di Roma. Il Pubblico sperava che il successore

di Caro seguitasse le vestigia del padre, e senza lasciar che i Persiani

si riavessero dalla loro costernazione, entrasse colla spada alla mano

nei palazzi di Susa e di Ecbatana[173]. Ma le legioni, benchè numerose e

disciplinate, furono atterrite dalla più vile superstizione. Non ostanti

tutti gli artifizi posti in uso per nascondere qual fosse stata la morte

dell'ultimo Imperatore, fu impossibile di distruggere l'opinione della

moltitudine, ed è insuperabile la forza della opinione. I luoghi o le

persone colpite dal fulmine erano riguardate dagli antichi con religioso

orrore, come singolarmente consacrate all'ira del cielo[174]. Fu allora

rammentato un oracolo, che indicava il fiume Tigri, come il confine

fatale delle armi Romane. Le truppe, atterrite dal destino di Caro e dal

lor proprio pericolo, altamente gridarono al giovane Numeriano, che

ubbidisse al voler degli Dei, e le conducesse fuori di quell'infausto

teatro di guerra. Non seppe il debole Imperatore vincere l'ostinato lor

pregiudizio, ed i Persiani videro con stupore l'improvvisa ritirata di

un vittorioso nemico[175].

[A. D. 284]

La nuova della misteriosa morte dell'ultimo Imperatore fu presto portata

dalle frontiere della Persia a Roma; ed il Senato non meno che le

Province si congratularono co' figliuoli di Caro del loro avvenimento al

trono. Mancava per altro a questi giovani fortunati quella nota

superiorità o di nascita o di merito, che sola può render facile il

possesso di un trono, come se fosse naturale. Nati ed educati in

condizione privata, furono per l'elezione del padre innalzati in un

momento alla dignità di Principi; e la morte di lui, seguita quasi

sedici mesi dopo, lasciò ad essi l'inaspettata eredità di un vasto

Impero. Si richiedeva una virtù e prudenza non ordinaria per sostener

con moderazione questo rapido innalzamento; e Carino, il maggiore de'

fratelli, era più che all'ordinario privo di queste due qualità. Aveva

egli nella guerra della Gallia mostrato qualche grado di valor

personale[176], ma dal momento del suo arrivo in Roma si abbandonò al

lusso della Capitale, ed all'abuso della sua fortuna. Egli era

effemminato e ad un tempo crudele; dedito al piacere, ma privo di buon

gusto; e benchè vano all'estremo, non curante della pubblica stima. Nel

corso di pochi mesi successivamente sposò o ripudiò nove mogli, molto

delle quali lasciò gravide; e nonostante questa incostanza, autorizzata

dalle leggi, trovò tempo di soddisfare tanti irregolari appetiti, che

disonorò se stesso e le più nobili famiglie di Roma. Egli riguardava con

odio implacabile tutti coloro, che potean rammentarsi l'antica sua

oscurità, o censurare la sua presente condotta. Condannò all'esilio o

alla morte gli amici ed i consiglieri, che il padre gli avea posti

attorno per guidare l'inesperta sua giovinezza; e perseguitò colla più

vile vendetta i suoi condiscepoli e compagni, che non aveano abbastanza

rispettata la nascosta maestà dell'Imperatore. Coi Senatori, Carino

affettava un superbo e regio contegno, frequentemente dichiarando che

aveva idea di distribuire i loro beni alla plebaglia di Roma. Dalla

feccia della medesima scelse i suoi favoriti, e fino i suoi ministri. Il

palazzo e la tavola stessa Imperiale era piena di musici, di ballerini,

di donne prostituite, e di tutto il vario corteggio del vizio e della

follìa. Ad uno dei suoi Portieri[177] affidò il governo della Città. Al

Prefetto del Pretorio, da lui messo a morte, Carino sostituì uno de'

ministri de' suoi più vili piaceri. Un altro, che possedeva l'istesso, o

ancora un più infame diritto al favore di lui, fu rivestito del

Consolato. Un Segretario di confidenza, che avea acquistata la rara

abilità di contraffare lo scritto, liberò l'indolente Imperatore, col

consenso di lui, dal molesto dovere di segnare il suo nome.

Quando l'Imperator Caro cominciò la guerra di Persia, fu indotto da

motivi di affetto, non meno che di politica, ad assicurare la sorte

della sua famiglia, lasciando nelle mani del suo maggior figliuolo le

armate e le Province dell'Occidente. La notizia, ch'egli ricevè ben

tosto della condotta di Carino, lo ricolmò di vergogna e di dolore; nè

avea egli celata la sua risoluzione di soddisfare la Repubblica con un

severo atto di giustizia, o di adottare in luogo di un indegno

figliuolo, il valoroso e virtuoso Costanzo, ch'era allora Governatore

della Dalmazia. Ma l'innalzamento di questo fu per un tempo differito,

ed appena che la morte di un Padre ebbe liberato Carino dal freno del

timore o del rispetto, egli mostrò ai Romani le stravaganze di

Elagabalo, accompagnate dalla crudeltà di Domiziano[178].

Il solo merito del Regno di Carino, che la storia possa ricordare, e la

poesia celebrare, fu l'insolito splendore, col quale in nome suo e del

fratello egli festeggiò i giuochi Romani del teatro, del circo e

dell'anfiteatro. Più di venti anni dopo, quando i cortigiani di

Diocleziano rappresentavano al loro frugal Sovrano lo splendore e la

popolarità del magnifico suo predecessore, egli confessò, che il regno

di Carino era veramente stato un regno di piacere[179]. Ma il Popolo

Romano godeva con sorpresa e con trasporto di questa vana prodigalità,

che la prudenza di Diocleziano poteva giustamente disprezzare. I più

vecchi cittadini, rammentandosi gli spettacoli dei tempi andati, la

pompa trionfale di Probo o di Aureliano, ed i giuochi secolari

dell'Imperatore Filippo, confessavano che tutti erano oscurati dalla

superiore magnificenza di Carino[180].

Gli spettacoli pertanto di Carino non possono esser meglio illustrati

che coll'osservazione di alcune particolarità, che la storia si è

degnata di riferire, concernenti quelli dei suoi predecessori. Se ci

limitiamo solamente alla caccia delle fiere, benchè criticar si possa la

vanità dell'idea o la crudeltà dell'esecuzione, siamo costretti a

confessare, che nè avanti nè dopo il tempo dei Romani tant'arte o spesa

non è mai stata profusa pe' divertimenti del popolo[181]. D'ordine di

Probo fu trapiantata nel mezzo del circo una considerabil quantità di

grand'alberi, svelti dalle radici. Fu questa spaziosa e ombrosa foresta

immediatamente ripiena di mille struzzi, di mille cervi, di mille daini

e di mille cignali; e tutta questa varietà di selvaggiume fu abbandonata

allo sfrenato impeto della moltitudine. La tragedia del giorno

susseguente consistè nella strage di cento leoni, di cento leonesse, di

dugento leopardi e di trecento orsi[182]. Gli animali raccolti e

preparati dal più giovane Gordiano pel suo trionfo, e che il suo

successore fece vedere nei giuochi secolari, erano meno ragguardevoli

pel loro numero, che per la loro singolarità. Venti zebre mostrarono le

loro eleganti forme e le belle liste del lor mantello agli occhi del

Popolo Romano[183]. Dieci alci ed altrettante giraffe, i più alti e i

più mansueti animali, ch'errino per le pianure della Sarmazia e

dell'Etiopia, fecero un bel contrasto con trenta jene affricane, e dieci

tigri dell'India, le più implacabili belve della Zona torrida. Nel

rinoceronte, nell'ippopotamo del Nilo[184] ed in una maestosa truppa di

trentadue elefanti[185] si ammirò l'innocente forza, di cui la natura ha

dotato i più grandi tra i quadrupedi. Mentre la plebe guardava con

attonita maraviglia quella splendida mostra, il naturalista potea invero

osservare la figura e la proprietà di tante specie diverse, trasportate

da ogni parte dell'antico mondo nell'anfiteatro di Roma. Ma questo

accidental benefizio, che la scienza ricavar potea dalla follìa, non è

certamente bastante a giustificare un così smoderato abuso delle

pubbliche ricchezze. Si trova per altro un solo esempio nella prima

guerra Punica, in cui il Senato combinò saggiamente questo divertimento

della moltitudine coll'interesse dello Stato. Un numero considerabile di

elefanti fu preso nella disfatta dell'armata Cartaginese, e condotto per

uso del circo da pochi schiavi armati soltanto di dardi spuntati[186].

Servì quest'utile spettacolo ad imprimere nell'animo del soldato Romano

un giusto disprezzo per quegli enormi animali, ed egli più non ne

paventò l'incontro nelle battaglie.

La caccia o la mostra delle fiere era regolata con una magnificenza

conveniente ad un popolo, che s'intitolava padrone del mondo; ed era

l'edifizio, destinato a questo divertimento, una prova non meno

evidente della romana grandezza. La posterità ammira e lungamente

ammirerà i magnifici avanzi dell'anfiteatro di Tito, che tanto

bene meritò il titolo di Colossale[187]. Era questo un edifizio

di figura ellittica, lungo cinquecentosessantaquattro piedi, e largo

quattrocentosessantasette, fabbricato sopra ottanta archi, e che si

ergeva con quattro successivi ordini di architettura all'altezza di

centoquaranta piedi[188]. Questo edificio era al di fuori incrostato di

marmo, e adorno di statue. Il recinto di quella vasta concavità era

ripieno e circondato da sessanta o ottanta ordini di sedili parimente di

marmo coperti di cuscini, e capaci di contenere comodamente più di

ottantamila spettatori[189]. Da sessantaquattro _vomitatorj_ (giacchè

con questo adattato vocabolo erano distinte le porte) usciva l'immensa

moltitudine; e gli ingressi, i corridori, e le scale erano con tal

disegno disposte, che qualunque persona dell'ordine o Senatorio o

Equestre o Plebeo, giungeva al suo destinato luogo senza disturbo o

confusione[190]. Niente era stato omesso di ciò che in qualche modo

potesse servire al comodo, ed al piacere degli spettatori. Li difendea

dal Sole e dall'acqua un'ampia tenda, che si tirava, richiedendolo il

bisogno, sopra i loro capi. Veniva continuamente rinfrescata l'aria dai

getti delle fontane, e profusamente impregnata del grato odore di

aromati. Nel centro dell'edifizio, _l'arena_, o il teatro, era coperto

della più fina sabbia, e prendea successivamente le più diverse forme.

Ora poteva sorgere dalla terra come il giardino dell'Esperidi, e dopo

era rotto in rupi e caverne simili a quelle della Tracia. I sotterranei

canali conducevano una quantità inesauribile di acqua; e quel che un

momento avanti sembrava un piano ben livellato, poteva improvvisamente

cangiarsi in un vasto lago coperto di armate navi, e ripieno dei mostri

dell'Oceano[191]. Nella decorazione di queste scene gl'Imperatori Romani

facevano pompa delle loro ricchezze e della lor liberalità, e noi

leggiamo che in diverse occasioni tutti gli ornamenti dell'anfiteatro

erano o di argento o di oro o di ambra[192]. Il poeta, che descrive i

giuochi di Carino, sotto il carattere di un pastore tratto alla Capitale

dalla fama della loro magnificenza, afferma che le reti destinate, come

per difesa, contro le fiere, erano di filo d'oro; che i portici erano

dorati; e che il _balteo_ o cerchio, che divideva i diversi ordini degli

spettatori gli uni dagli altri, era adornato con un prezioso mosaico di

bellissime pietre[193].

[A. D. 284]

In mezzo a questa splendida pompa l'Imperatore Carino, sicuro della sua

fortuna, godeva delle acclamazioni del popolo, dell'adulazione dei

cortigiani e dei canti dei poeti, che in mancanza di un merito più

essenziale, eran ridotti a celebrare le grazie divine della persona di

lui[194]. Nell'ora stessa, ma in distanza di novecento miglia da Roma,

il suo fratello rendeva lo spirito; ed una subita rivoluzione facea

passare nelle mani di uno straniero lo scettro della famiglia di

Caro[195].

I Figli di Caro non si videro mai fra loro dopo la morte del padre. Le

disposizioni, ch'esigeva la loro nuova posizione, erano probabilmente

differite fino al ritorno del minor fratello a Roma, dov'era destinato

un trionfo ai giovani Imperatori pel glorioso esito della guerra

Persiana[196]. È incerto se avessero idea di divider tra loro il

governo, o le province dell'Impero; ma è molto inverisimile che la loro

unione dovesse lungamente durare. La gelosia della sovranità sarebbe

stata infiammata dalla diversità dei caratteri. Carino era indegno di

vivere anche nei tempi più corrotti; Numeriano meritava di regnare in un

secolo più felice. Le affabili sue maniere e le sue mansuete virtù gli

procacciarono, appena furono conosciute, il rispetto e gli affetti del

Pubblico. Egli possedeva le belle doti di poeta e di oratore, che

illustrano e adornano la più umile o la più elevata condizione. La sua

eloquenza, benchè applaudita dal Senato, era formata più sul modello dei

moderni declamatori, che su quello di Cicerone; ma in un secolo molto

lontano dall'esser privo del merito poetico, egli ne disputò la palma

coi più celebri suoi contemporanei, e rimase tuttavia amico dei suoi

rivali; circostanza che dimostra o la bontà del suo cuore, o la

superiorità del suo ingegno.[197] Ma erano i talenti di Numeriano di un

genere più contemplativo che attivo, quando l'innalzamento del padre lo

estrasse a forza dall'ombra del suo ritiro; nè il suo carattere, nè i

suoi studi lo avean renduto atto a comandare gli eserciti. La sua

complessione fu rovinata dalle fatiche della guerra Persiana; ed egli

avea contratto pel calore del clima[198] una debolezza tale negli occhi,

che fu costretto, nel corso di una lunga ritirata, a confinarsi nella

solitudine; e nell'oscurità di una tenda o di una lettiga.

L'amministrazione di tutti gli affari e militari e civili fu conferita

ad Arrio Apro, Prefetto del Pretorio, che alla potenza dell'importante

sua carica univa l'onore di esser suocero di Numeriano. Era strettamente

guardato il padiglione Imperiale dai suoi più fedeli aderenti, e per

molti giorni Apro diede all'armata i supposti ordini dell'invisibile

Sovrano[199].

[A. D. 284]

Non erano scorsi ancora otto mesi dalla morte di Caro, quando l'esercito

Romano, ritornando a lunghe giornate dalle rive del Tigri, arrivò a

quelle del Bosforo Tracio. Le legioni fecero alto a Calcedonia

nell'Asia, mentre la Corte passava sopra Eraclea sulla costa Europea

della Propontide[200]. Ma si sparse improvvisamente nel campo, prima con

segreti bisbigli e finalmente con alti clamori, la voce della morte

dell'Imperatore, e della presunzione del suo ambizioso ministro,

ch'esercitava tuttavia il potere sovrano in nome di un principe estinto.

Non potè l'impazienza dei soldati sopportare più lungamente uno stato

d'incertezza. Con insolente curiosità entrarono a forza nella Tenda

Imperiale, e vi ritrovarono soltanto il cadavere di Numeriano[201]. La

continua decadenza della salute di lui avrebbe potuto indurli a crederne

naturale la morte; ma l'averla celata fu riguardato come una prova di

delitto, e le provvisioni, prese da Apro per assicurare la propria

elezione, divennero la cagione immediata della sua rovina. Pure, nel

trasporto ancora della lor rabbia e del loro dolore, tennero le truppe

una regolare condotta, che prova quanto sodamente era stata ristabilita

la disciplina dei guerrieri successori di Gallieno. Fu intimata una

generale assemblea dell'esercito da tenersi in Calcedonia, dove Apro fu

condotto tra i ceppi come prigioniero e delinquente. Fu eretto in mezzo

al campo un vuoto tribunale, ed i Generali ed i Tribuni tennero un gran

consiglio di guerra. Essi annunziarono ben presto alla moltitudine, che

la scelta loro era caduta sopra Diocleziano, comandante delle guardie

domestiche, o sia del corpo, come il soggetto più capace di vendicare il

loro amato Imperatore, e di succedergli. Dipendeva la futura sorte del

Candidato dal caso, o dalla condotta di quel momento. Conoscendo

Diocleziano che il grado, ch'egli avea occupato, lo esponeva a qualche

sospetto, montò sul tribunale, ed alzando gli occhi al Sole, fece una

solenne protesta sulla propria innocenza dinanzi a quel Nume, che tutto

vede[202]. Prendendo di poi i modi di Sovrano o di Giudice, comandò che

Apro, incatenato, fosse condotto a piè del tribunale. «Costui

(diss'egli) è l'assassino di Numeriano»; e senza dargli tempo di entrare

in una pericolosa giustificazione, snudò il ferro, e l'immerse in seno

all'infelice Prefetto. Un'accusa sostenuta da una prova così decisiva,

fu ammessa senza contraddizione, e le legioni riconobbero con ripetute

acclamazioni la giustizia e l'autorità dell'Imperator Diocleziano[203].

Prima di entrare nel memorabil regno di questo Principe, sarà

conveniente cosa il punire e tor di mezzo l'indegno fratello di

Numeriano. Carino aveva armi e ricchezze bastanti a sostenere il suo

legittimo diritto all'Impero. Ma i suoi vizi personali preponderavano

tutti i vantaggi della nascita e dell'attual situazione. I più fedeli

ministri del padre disprezzavano l'incapacità, e paventavano la crudele

arroganza del figliuolo. Eran gli affetti del popolo impegnati in favore

del rivale, ed il Senato istesso inclinava a preferire un usurpatore a

un tiranno. Gli artifizi di Diocleziano infiammarono la generale

scontentezza, e fu il verno consumato in segreti intrighi, ed in aperti

preparativi per una guerra civile. S'incontrarono a primavera le forze

dell'Oriente e dell'Occidente nelle pianure di Margo, piccola città

della Mesia, nelle vicinanze del Danubio[204]. Le truppe tornate così

recentemente dalla guerra Persiana, aveano acquistata la loro gloria a

spese della loro salute e del lor numero, nè erano esse in istato di

contrastare con l'inesausto vigore delle legioni Europee. Furono rotte

le loro file, e per un momento Diocleziano disperò della porpora e della

vita. Ma perdè Carino in un punto, per l'infedeltà de' suoi uffiziali,

il vantaggio riportato dal valore de' suoi soldati. Un Tribuno, di cui

egli avea sedotta la moglie, prese l'opportunità di vendicarsi, e con un

colpo solo spense la discordia civile col sangue dell'adultero[205].

Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 02 · 第 9 / 21 题