Tutte queste cose passavano e ripassavano per la mente di Lorenzo;
finchè pur finalmente venne un greve sopore che lo tolse a quella
penosa fantasmagorìa. Fu destato da una mano, che, senza troppa
precauzione, gli si posò sulla spalla. Aprì gli occhî e vide ritta
presso al letto la Marianna.
--Che cosa c'è?
--C'è Danzàno.
--Ebbene, che m'importa?
--Vuole parlarti.
--Ditegli che dormo, che mi riposo... che sono occupato.
--No; è meglio che tu lo veda subito e te ne liberi... Egli ha parlato
colla monaca... Chi sa che cosa la gli avrà detto... Sai che pedante
egli è... Si faranno delle ciancie in casa sua... Va, mostrati
afflitto, accasciato...
Lorenzo esitò un momentino; parve che non gli piacesse troppo aver da
fare col cugino: ma poi, con subita risoluzione, si gettò giù dal
letto.
--Dov'è? chiese.
--È nella camera di... della morta.
--Ah! non colà, sclamò vivamente il vedovo. Fatelo passare nel
salotto.
Emilio Danzàno era un vero galantuomo che aveva poca amicizia e niuna
stima pel cugino Lograve, ma che aveva sentito sempre, dacchè l'aveva
conosciuta, molta compassione per la moglie di lui; e questa era stata
la cagione che aveva fatto accettare a lui e a sua moglie di tenere al
battesimo il neonato di Luisa. Quella mattina, venuto a prendere le
nuove dell'inferma, egli trovò la monaca sola a pregare presso la
morta. Dalla monaca seppe come, e con che parole, la poveretta fosse
spirata.
--Povera donna! mormorò guardando con profonda pietà quel cadavere:
poi chiese di vedere il cugino Lorenzo.
Questi, seguendo i consigli di Marianna, comparve con un aspetto
accasciato, accolse con un brontolìo, che voleva essere un
ringraziamento, le condoglianze, e sospirò, asciugò sulle ciglia delle
lagrime ipotetiche e pregò il cugino di assumersi tutte le incombenze
che occorrevano per quella luttuosa circostanza, per le quali
mancavano a lui il coraggio e la mente. Danzàno, interessandosi della
salute del figlioccio, consigliò al vedovo padre di mandarlo subito
nelle più sane aure del paese montanino della balia: e il consiglio fu
premurosamente accolto perchè corrispondeva affatto ai desiderî e alla
convenienza di Lorenzo e della governante.
Il bambino fu lasciato colà tre anni, nè il padre lo avrebbe ancora
ripreso con sè, dove il Danzàno non avesse insistito per farglielo
ritirare in casa.
Il piccino, così miseruzzo com'era nascendo, non aveva di molto
prosperato, ma aveva pur fatto il miracolo di vivere, superando le
varie crisi dell'età infantile. Se la sua venuta in casa fu poco
gradita al padre, uggiosa alla governante, riuscì una disgrazia per
lui, il quale dalla vita libera, in sano ambiente, circondato dalla
schietta benevolenza di quella famiglia montanina, passò nell'aere
rinchiuso d'una casa cittadina, dove nessuno gli voleva bene, dove
anzi il padre impaziente lo allontanava da sè con violenti rabbuffi, e
Marianna non faceva che rimproverarlo, castigarlo, e sovente ancora
picchiarlo di santa ragione.
Qualche volta il padrino otteneva che il piccino venisse a passare la
giornata in casa sua; ma ciò non tanto sovente quanto i Danzàno
avrebbero voluto, perchè Marianna, temendo che il ragazzo, malgrado le
minacciose intimazioni fattegli, raccontasse e i mali trattamenti suoi
e le scene burrascose che così frequenti avevano luogo in casa,
contrastava più che potesse a tali visite. Nella casa del padrino il
figliuolo di Luisa trovava un ambiente tutto bontà, pace, ilarità ed
affetto. I conjugi s'amavano, e ambedue idolatravano i loro figli che
crescevano avendo pei genitori quella devozione, quel rispetto, quella
stima che veramente si meritavano. Due erano questi figli, un maschio
ed una femmina: quello aveva tre anni di più del Lograve; la bambina
invece ne contava cinque di meno, e fratello e sorella si volevano
pure un bene da non si dire. Si sarebbe creduto che quelle giornate
passate nella famiglia del padrino riuscissero un diletto, un
godimento pel piccolo Emilio; e invece così non era: perchè a misura
ch'egli avanzava in età, si manifestava e cresceva in lui uno dei più
brutti vizî, e più inspiratori di malvagità: l'invidia. Quel
disgraziato, della madre non aveva pure la bontà dell'anima, ma
soltanto la bruttezza del corpo; dal padre aveva attinto la tristizia
dell'umore e del carattere; sottoposto alle sfuriate paterne, alle
continue persecuzioni della Marianna, egli ci aveva aggiunto la
dissimulazione e l'ipocrisìa.
I cuginetti erano belli, sani, ben vestiti, accarezzati, regalati
d'ogni ragionevole divertimento, sempre lieti e concordi, e
paragonando a loro sè stesso, infermiccio, sgraziato, male in arnese,
maltrattato, ignorante, ineducato, goffo, Emilio Lograve si struggeva
d'un'invidia tanto più amara quanto più dissimulata.
Per l'istruzione d'Emilio fu ancora il Danzàno che decise il
malconsigliato padre a fare qualche cosa: e siccome tanto a Lorenzo
quanto alla Marianna andava a versi di togliersi quell'imbarazzo dai
piedi, all'età di dieci anni il figliuolo di Luigia fu cacciato in
collegio.
Il soggiorno in questo fu ad Emilio poco meno ingrato di quello della
casa paterna. I ragazzi sono abilissimi ad intuire il carattere di
coloro con cui convivono, ed Emilio fu presto conosciuto per maligno,
invidioso, mettimale ed ipocrita: e fu da tutti i compagni mal visto.
Debole e odiato: si può facilmente comprendere a quante malizie,
avanìe, tribolazioni e scherni egli fosse fatto segno. La sua triste
indole si intristì viepiù, rispose all'odio coll'odio; maledì la sua
debolezza, agognò di acquistarsi una forza qualunque da potere
ripagare il male col male. Il caso venne un giorno a rivelargli che la
sua debolezza poteva giovarsi d'una abilità per superare in altrui
anche la forza fisica.
Fra quelli che gli mostravano maggior malevolenza e disprezzo era
principale uno dei più grandi, robusto, coraggioso, bello e in ogni
cosa distinto. Emilio l'odiava e lo invidiava accanitamente; aveva
cercato di nuocergli, rivelando ai superiori qualche colpa
disciplinare di lui, e il giovanetto se n'era vendicato a misura di
carbone con famosi carpicci senza parsimonia.
Un giorno, in una passeggiata fatta sulla collina da tutti i
collegiali, sbandatisi questi a proprio talento, Emilio Lograve, che
non aveva mai amici, che non si piaceva della compagnìa di nessuno e
di cui nessuno amava la compagnìa, si trovò solo in alto d'un poggio
rivestito di boscaglia, di mezzo alla quale scorgevasi il fondo della
vallata corrente al di sotto, lontano, un centinajo di metri. In
questo fondo della valle stava la maggior parte dei compagni
giuocando.
Fra tutti eminente il più destro, il più forte, sempre vincitore,
Alberto Nori, quegli cui Emilio odiava più intensamente d'ogni altro.
Ad Emilio venne una malvagia inspirazione: poter colpire da lontano,
senza esser veduto, quel capo orgoglioso! Si ricordò di Davide e
Golìa: duello in cui la abilità del giovanetto aveva vinto la forza
del gigante: scelse lì per terra un sasso tondeggiante, grosso come un
uovo, lo pose nel fazzoletto di cui si servì come una fionda, e
fattolo girare due o tre volte per aria, lo scagliò in direzione del
detestato compagno. L'occhio e la mano furono giusti: il giovanotto
colpito cascava in terra, sanguinosa la fronte, smarriti i sensi.
Emilio, ratto, s'era nascosto nella boscaglia, felice e glorioso seco
stesso del suo bel colpo. Quel sasso parve a tutti i presenti piovuto
dal cielo; invano guardarono di qua e di là per iscoprire da qual mano
fosse stato tratto; nessuno si vide, nulla si mosse. Coll'aria più
innocente del mondo Emilio raggiunse i compagni e simulò con arte
perfettissima la più reale meraviglia e la più sincera indignazione.
Il ferito, lavatagli con acqua fresca la fronte, presto rinvenne, e
fasciatogli come si potè meglio il capo, si sentì abbastanza in forze
da potere tornare a piedi in collegio, dove però dovette rimanere un
po' di giorni in infermeria.
Emilio gongolava nel suo segreto. Di quella scopertasi abilità si
piacque coll'esercizio ad accrescere la perfezione; e in breve divenne
sì esperto, che colla fionda e colla mano, a quella distanza a cui le
sue forze potessero far giungere il sasso, egli era sicurissimo di
colpire qualunque menomo oggetto preso di mira.
«La civiltà, pensava Emilio, ha voluto rendere terribile anche la
debolezza di chi ha l'occhio giusto, la mano ferma, l'anima risoluta e
il cuore saldo, colla invenzione delle armi. Quando io abbia in mano
una pistola, non temerò più i muscoli d'acciajo di nessun Ercole o
Sansone.»
In quel collegio si davano lezioni di scherma cui pochi degli allievi,
e con poca buona voglia, seguitavano; Emilio fu ad esse assiduissimo e
attentissimo. Piccolo, magro, sottile, ma vivacissimo, ratto, agile
nelle mosse, con occhio acuto, pronto e giusto, egli divenne presto
abilissimo schermitore, cui mancava la forza per durare a lungo, ma
una destrezza impareggiabile dava una sicura superiorità nel primo
assalto.
A sedici anni Emilio uscì dal collegio più cattivo assai di prima, più
invidioso dei beni altrui, più irritato delle proprie condizioni, ma
più dissimulatore, e avendo al servizio de' suoi odî e rancori una
malizia più raffinata, una malvagità profonda, una volontà più ferma.