V.

Tutte queste cose passavano e ripassavano per la mente di Lorenzo;

finchè pur finalmente venne un greve sopore che lo tolse a quella

penosa fantasmagorìa. Fu destato da una mano, che, senza troppa

precauzione, gli si posò sulla spalla. Aprì gli occhî e vide ritta

presso al letto la Marianna.

--Che cosa c'è?

--C'è Danzàno.

--Ebbene, che m'importa?

--Vuole parlarti.

--Ditegli che dormo, che mi riposo... che sono occupato.

--No; è meglio che tu lo veda subito e te ne liberi... Egli ha parlato

colla monaca... Chi sa che cosa la gli avrà detto... Sai che pedante

egli è... Si faranno delle ciancie in casa sua... Va, mostrati

afflitto, accasciato...

Lorenzo esitò un momentino; parve che non gli piacesse troppo aver da

fare col cugino: ma poi, con subita risoluzione, si gettò giù dal

letto.

--Dov'è? chiese.

--È nella camera di... della morta.

--Ah! non colà, sclamò vivamente il vedovo. Fatelo passare nel

salotto.

Emilio Danzàno era un vero galantuomo che aveva poca amicizia e niuna

stima pel cugino Lograve, ma che aveva sentito sempre, dacchè l'aveva

conosciuta, molta compassione per la moglie di lui; e questa era stata

la cagione che aveva fatto accettare a lui e a sua moglie di tenere al

battesimo il neonato di Luisa. Quella mattina, venuto a prendere le

nuove dell'inferma, egli trovò la monaca sola a pregare presso la

morta. Dalla monaca seppe come, e con che parole, la poveretta fosse

spirata.

--Povera donna! mormorò guardando con profonda pietà quel cadavere:

poi chiese di vedere il cugino Lorenzo.

Questi, seguendo i consigli di Marianna, comparve con un aspetto

accasciato, accolse con un brontolìo, che voleva essere un

ringraziamento, le condoglianze, e sospirò, asciugò sulle ciglia delle

lagrime ipotetiche e pregò il cugino di assumersi tutte le incombenze

che occorrevano per quella luttuosa circostanza, per le quali

mancavano a lui il coraggio e la mente. Danzàno, interessandosi della

salute del figlioccio, consigliò al vedovo padre di mandarlo subito

nelle più sane aure del paese montanino della balia: e il consiglio fu

premurosamente accolto perchè corrispondeva affatto ai desiderî e alla

convenienza di Lorenzo e della governante.

Il bambino fu lasciato colà tre anni, nè il padre lo avrebbe ancora

ripreso con sè, dove il Danzàno non avesse insistito per farglielo

ritirare in casa.

Il piccino, così miseruzzo com'era nascendo, non aveva di molto

prosperato, ma aveva pur fatto il miracolo di vivere, superando le

varie crisi dell'età infantile. Se la sua venuta in casa fu poco

gradita al padre, uggiosa alla governante, riuscì una disgrazia per

lui, il quale dalla vita libera, in sano ambiente, circondato dalla

schietta benevolenza di quella famiglia montanina, passò nell'aere

rinchiuso d'una casa cittadina, dove nessuno gli voleva bene, dove

anzi il padre impaziente lo allontanava da sè con violenti rabbuffi, e

Marianna non faceva che rimproverarlo, castigarlo, e sovente ancora

picchiarlo di santa ragione.

Qualche volta il padrino otteneva che il piccino venisse a passare la

giornata in casa sua; ma ciò non tanto sovente quanto i Danzàno

avrebbero voluto, perchè Marianna, temendo che il ragazzo, malgrado le

minacciose intimazioni fattegli, raccontasse e i mali trattamenti suoi

e le scene burrascose che così frequenti avevano luogo in casa,

contrastava più che potesse a tali visite. Nella casa del padrino il

figliuolo di Luisa trovava un ambiente tutto bontà, pace, ilarità ed

affetto. I conjugi s'amavano, e ambedue idolatravano i loro figli che

crescevano avendo pei genitori quella devozione, quel rispetto, quella

stima che veramente si meritavano. Due erano questi figli, un maschio

ed una femmina: quello aveva tre anni di più del Lograve; la bambina

invece ne contava cinque di meno, e fratello e sorella si volevano

pure un bene da non si dire. Si sarebbe creduto che quelle giornate

passate nella famiglia del padrino riuscissero un diletto, un

godimento pel piccolo Emilio; e invece così non era: perchè a misura

ch'egli avanzava in età, si manifestava e cresceva in lui uno dei più

brutti vizî, e più inspiratori di malvagità: l'invidia. Quel

disgraziato, della madre non aveva pure la bontà dell'anima, ma

soltanto la bruttezza del corpo; dal padre aveva attinto la tristizia

dell'umore e del carattere; sottoposto alle sfuriate paterne, alle

continue persecuzioni della Marianna, egli ci aveva aggiunto la

dissimulazione e l'ipocrisìa.

I cuginetti erano belli, sani, ben vestiti, accarezzati, regalati

d'ogni ragionevole divertimento, sempre lieti e concordi, e

paragonando a loro sè stesso, infermiccio, sgraziato, male in arnese,

maltrattato, ignorante, ineducato, goffo, Emilio Lograve si struggeva

d'un'invidia tanto più amara quanto più dissimulata.

Per l'istruzione d'Emilio fu ancora il Danzàno che decise il

malconsigliato padre a fare qualche cosa: e siccome tanto a Lorenzo

quanto alla Marianna andava a versi di togliersi quell'imbarazzo dai

piedi, all'età di dieci anni il figliuolo di Luigia fu cacciato in

collegio.

Il soggiorno in questo fu ad Emilio poco meno ingrato di quello della

casa paterna. I ragazzi sono abilissimi ad intuire il carattere di

coloro con cui convivono, ed Emilio fu presto conosciuto per maligno,

invidioso, mettimale ed ipocrita: e fu da tutti i compagni mal visto.

Debole e odiato: si può facilmente comprendere a quante malizie,

avanìe, tribolazioni e scherni egli fosse fatto segno. La sua triste

indole si intristì viepiù, rispose all'odio coll'odio; maledì la sua

debolezza, agognò di acquistarsi una forza qualunque da potere

ripagare il male col male. Il caso venne un giorno a rivelargli che la

sua debolezza poteva giovarsi d'una abilità per superare in altrui

anche la forza fisica.

Fra quelli che gli mostravano maggior malevolenza e disprezzo era

principale uno dei più grandi, robusto, coraggioso, bello e in ogni

cosa distinto. Emilio l'odiava e lo invidiava accanitamente; aveva

cercato di nuocergli, rivelando ai superiori qualche colpa

disciplinare di lui, e il giovanetto se n'era vendicato a misura di

carbone con famosi carpicci senza parsimonia.

Un giorno, in una passeggiata fatta sulla collina da tutti i

collegiali, sbandatisi questi a proprio talento, Emilio Lograve, che

non aveva mai amici, che non si piaceva della compagnìa di nessuno e

di cui nessuno amava la compagnìa, si trovò solo in alto d'un poggio

rivestito di boscaglia, di mezzo alla quale scorgevasi il fondo della

vallata corrente al di sotto, lontano, un centinajo di metri. In

questo fondo della valle stava la maggior parte dei compagni

giuocando.

Fra tutti eminente il più destro, il più forte, sempre vincitore,

Alberto Nori, quegli cui Emilio odiava più intensamente d'ogni altro.

Ad Emilio venne una malvagia inspirazione: poter colpire da lontano,

senza esser veduto, quel capo orgoglioso! Si ricordò di Davide e

Golìa: duello in cui la abilità del giovanetto aveva vinto la forza

del gigante: scelse lì per terra un sasso tondeggiante, grosso come un

uovo, lo pose nel fazzoletto di cui si servì come una fionda, e

fattolo girare due o tre volte per aria, lo scagliò in direzione del

detestato compagno. L'occhio e la mano furono giusti: il giovanotto

colpito cascava in terra, sanguinosa la fronte, smarriti i sensi.

Emilio, ratto, s'era nascosto nella boscaglia, felice e glorioso seco

stesso del suo bel colpo. Quel sasso parve a tutti i presenti piovuto

dal cielo; invano guardarono di qua e di là per iscoprire da qual mano

fosse stato tratto; nessuno si vide, nulla si mosse. Coll'aria più

innocente del mondo Emilio raggiunse i compagni e simulò con arte

perfettissima la più reale meraviglia e la più sincera indignazione.

Il ferito, lavatagli con acqua fresca la fronte, presto rinvenne, e

fasciatogli come si potè meglio il capo, si sentì abbastanza in forze

da potere tornare a piedi in collegio, dove però dovette rimanere un

po' di giorni in infermeria.

Emilio gongolava nel suo segreto. Di quella scopertasi abilità si

piacque coll'esercizio ad accrescere la perfezione; e in breve divenne

sì esperto, che colla fionda e colla mano, a quella distanza a cui le

sue forze potessero far giungere il sasso, egli era sicurissimo di

colpire qualunque menomo oggetto preso di mira.

«La civiltà, pensava Emilio, ha voluto rendere terribile anche la

debolezza di chi ha l'occhio giusto, la mano ferma, l'anima risoluta e

il cuore saldo, colla invenzione delle armi. Quando io abbia in mano

una pistola, non temerò più i muscoli d'acciajo di nessun Ercole o

Sansone.»

In quel collegio si davano lezioni di scherma cui pochi degli allievi,

e con poca buona voglia, seguitavano; Emilio fu ad esse assiduissimo e

attentissimo. Piccolo, magro, sottile, ma vivacissimo, ratto, agile

nelle mosse, con occhio acuto, pronto e giusto, egli divenne presto

abilissimo schermitore, cui mancava la forza per durare a lungo, ma

una destrezza impareggiabile dava una sicura superiorità nel primo

assalto.

A sedici anni Emilio uscì dal collegio più cattivo assai di prima, più

invidioso dei beni altrui, più irritato delle proprie condizioni, ma

più dissimulatore, e avendo al servizio de' suoi odî e rancori una

malizia più raffinata, una malvagità profonda, una volontà più ferma.

La testa della vipera · 第 14 / 27 题