VI.

A casa, per Emilio, ricominciò una vita uggiosa al pari, se non più,

di quella che aveva vissuta prima di entrare in collegio. Il padre,

molto invecchiato, non tanto per gli anni, quanto per la vita sempre

peggio disordinata, era di umore più intrattabile che mai: la

Marianna, vecchia anch'essa, diventata un'enorme massa di carne, più

padrona di prima, comandava a bacchetta, faceva colla sua avarizia e

col rigore il tormento della servitù, avvicendava le eterne querele e

le strapazzate alla cuoca e al domestico, colle periodiche baruffe, di

cui impiacevolivano la loro convivenza padrone e governante.

Emilio fu tenuto come uno schiavo, senza mai uno svago, sempre senza

un soldo in tasca: vestito così miseramente, che se ne vergognava in

mezzo ai compagni di università, dove studiava medicina. Aveva provato

a dire le sue ragioni al padre, e questi lo aveva irosamente respinto;

aveva supplicato e n'era stato schernito, aveva osato alzar la voce, e

benchè adulto, ne aveva ricevuto quelle umilianti correzioni manuali

di cui si era tanto abusato verso di lui fanciullo. Scese più basso

nella sua degradazione di carattere: si diede ad accarezzare, adulare

quella Marianna che in cuore odiava più di tutti al mondo; e qualche

cosa ne ottenne: un complice silenzio per un'ora d'assenza dalla casa,

una scusa per un tardo ritorno, e qualche liretta di quando in quando

datagli di soppiatto del padre. Di questi denari vilmente strappati

all'avarizia della governante, egli si serviva in un modo solo; nelle

sale di scherma e nei tiri a segno, cui frequentava assai più

zelantemente che non le aule universitarie. Non gli dispiacevano

tuttavia gli studî intrapresi, e principalmente le esercitazioni

anatomiche. Gli era con una specie di voluttà ch'egli col bisturi si

metteva a tagliare in un corpo umano, stesogli davanti nella sua

rigidità di cadavere, e ne scrutava i visceri e i giuochi meccanici

dell'organismo, e le fonti di quella vita che s'era spenta, e le

cagioni di quella morte che lo dava insensibile alla sua curiosità

inesperta. Con più acre senso di curiosità desiosa assisteva alle

operazioni chirurgiche: tagliare nelle carni vive, farne zampillare il

sangue, vedere fremere i muscoli, contrarsi le fibre, spasimare tutto

l'essere del paziente, era uno spettacolo che lo attirava, lo

affascinava.

Nella casa del padrino capitava di rado. Colà non trovava che nuovi

motivi da inasprire la sua invidia. Il signor Danzàno era giunto ad

età matura, ma godeva di florida salute, procurata dalla savia

regolarità della, vita, che gli conservava il buon umore, l'amenità

delle maniere e l'affettuosità, di cui era un esemplare inarrivabile

sua moglie. Cesare, il primogenito, presso ormai a terminare il corso

d'ingegnerìa, erasi fatto giovane, bello, elegante, vivace quanto era

stato bambino leggiadro ed amabile, e chiunque rimaneva ammaliato

dalle graziette di Matilde, vero bocciuolo di splendida rosa. Cesare

era d'umor gajo, espansivo, impressionabile, facile a prendere da

altrui idee, tendenze, abitudini, volontà; Matilde, invece,

riflessiva, lasciava scorgere nella gentilezza, che mai non la

abbandonava, un'anima forte, un criterio sano e robusto. Il figliuolo

di Lorenzo nelle sue visite ai Danzàno mostravasi umile, devoto,

strisciante, pieno di riconoscenza: il padrino, la moglie di lui e

Cesare ci credevano; poco o nulla Matilde, la quale provava una

istintiva ripugnanza per la figura, le maniere, le ostentazioni

d'umiltà e di devozione del cugino.

Fattosi abilissimo nel maneggio delle armi, Emilio Lograve desiderava

ora l'occasione di provare in solenne maniera questa sua abilità: e

l'occasione venne. Fra i compagni d'università egli non s'era fatto

amare meglio che dai convittori del collegio: onde non gli mancavano

nè le dimostrazioni di malevolenza e di disistima, nè gli scherni e le

umiliazioni. Emilio decise di pigliare, al primo insulto, tale

vendetta che levasse per sempre altrui la voglia di ritentare la

prova. Si era nella sala delle esercitazioni anatomiche, e uno di

quelli che più l'avevano in uggia, gli fece uno sgarbo; Lograve

espresse il suo risentimento con vivaci, oltraggiose parole; ne nacque

un diverbio nel quale, trovandosi ben presto soverchiato

dall'avversario per robustezza di polmoni e per felicità di ingiurie,

il nostro gli gridò:

--Vuoi finirla? o ch'io ti tappo quella boccaccia...

--Ah, sì? esclamò l'altro beffando. Vorrei veder come!

--Così! disse Emilio, e scaraventò in faccia al compagno una grossa

spugna che serviva a lavare le tavole di marmo, tutta inzuppata di

acqua sanguigna e di marciume.

Lo colpi in pieno viso, sporcandogli di quel sozzo umore occhî, naso,

bocca e i panni. Il giovane, mezzo acciecato, mandò una grossa

bestemmia, e mentre badava in tutta fretta a ripulirsi sputando,

sternutando, purgandosi, gridava con voce soffocata dalla rabbia:

--Ah! porco! ah cane d'un cane!... Aspetta, aspetta, che ora ti

schiaccio come una cimice.

E appena ripulitosi un poco, fece per slanciarsi contro Lograve:

questi, freddo freddo, teneva impugnato il coltello anatomico, e gli

gridò con l'accento di una risoluzione irremovibile:

--Se tu mi vieni addosso, ti pianto questa lama nel cuore, com'è vero

il sole!

Tutti i presenti capirono ch'egli avrebbe fatto quello che diceva: e

gettatisi in mezzo, trattennero il furibondo che urlava:

--Ah, mostricciuolo infame, caricatura di scimiotto, me la pagherai,

mi darai soddisfazione.

--Quanto e come e dove e quando vorrai, e ti so dir io che avrai

finito di fare il gradasso e insultare la gente.

I compagni intromessisi trassero via di là lo sbuffante giovane: e

Lograve pensò subito a procurarsi due padrini che lo assistessero nel

duello dall'avversario minacciato e da lui desiderato. Uno lo scelse

fra i condiscepoli, l'altro volle che fosse il cugino Cesare, al quale

piacevagli far conoscere la sua abilità nelle armi, la sua freddezza

nel pericolo, la sicurezza della sua vendetta. Ai suoi rappresentanti

egli commise di accettare qualunque arma fosse proposta, volle gli

promettessero che quando troppo leggiere fossero le condizioni dello

scontro dagli avversarî messe innanzi, essi le avrebbero rese più

severe, essendo sua ferma intenzione di non fare una ridicola mostra,

ma di compiere cosa seria e di gravi conseguenze. Fu scelta la pistola

da tiro; la distanza quindici passi; alla sorte chi avrebbe tirato il

primo; tanti colpi quanti fosse piaciuto ai combattenti.

La mattina dello scontro, nel recarsi al convegno e là sul terreno,

Cesare Danzàno, che non aveva mai preso parte a simili avventure, era

assai turbato; turbati pure apparivano gli altri padrini, e

turbatissimo l'avversario, giovane allegro, a cui la vita sorrideva, e

che trovava doloroso l'arrischiarla così scioccamente per qualche

imprudente malignità.

Egli veniva a studiare da un paesello della provincia dove stava

aspettandolo una famiglia, che fondava in lui le sue speranze, un

padre ormai vecchio, una madre che lo idolatrava; e il pensiero che

poteva rimaner morto lì adesso, e non più rivedere la casa natìa,

nessuno de' suoi cari, gli stringeva il cuore, gli affannava il

respiro, gli faceva tremare i nervi, gli metteva sulle guancie un

pallore mortale. Emilio Lograve, colla sua solita carnagione di

morticino, non mostrava la menoma alterazione in viso, aveva una

mirabile sicurezza di atti, di voce, di parole, ed aveva lui, a sua

volta, uno scherno sprezzatore nel sogghigno e nello sguardo. La sorte

favorì l'avversario di Emilio col vantaggio di sparare il primo. Posti

di fronte i duellanti e dato il segnale, Emilio non sentì neppure il

fischio della palla, così passò essa lontana dalle orecchie di lui.

Fissando bene in volto l'avversario ed abbassando lentamente la

pistola, Lograve disse con accento pieno di sarcasmo:

--Lo schifoso mostricciuolo, caricatura di scimiotto, ha la tua vita

nelle mani... e te la regala. Mi contenterò di bucarti il cappello due

dita al di sopra della testa.

Sparò, e il cappello del giovane rotolò per terra. I padrini che lo

raccattarono, mentre il padrone di esso rimaneva come sbalordito,

videro con meraviglia come la palla avesse colpito esattamente al

punto che il tiratore aveva detto.

--E ora, disse Emilio con superbo disdegno, se al signore piace,

ricominciamo pure.

Tutti d'accordo i padrini determinarono che non si aveva da continuare

altrimenti. Emilio fece un lieve cenno di saluto col capo, e

s'allontanò fieramente, senza volere stringere la mano all'avversario.

Di quel duello se ne fece un gran discorrere nella università e per

tutta la città. Il giovane Lograve fu d'allora temuto, rispettato, non

più amato di prima. In casa Danzàno, di quel fatto il padre ne fu

assai dispiacente, e ne mosse severe rampogne a Cesare, il quale non

nascondeva la sua ammirazione pel cugino; al figlioccio pure egli

espresse la sua disapprovazione; ma Emilio con tanta umiltà seppe

rispondere che, fatto segno a continui dispregi, aveva resistito e

tollerato fino che aveva potuto, lasciando persino offendere la sua

dignità personale, ma che, giunte le cose a tal punto che il tacere

più oltre sarebbe stato viltà, egli aveva sentito che doveva a sè

stesso e a' suoi congiunti medesimi di farsi rispettare, che il

padrino finì per dargli ragione. Matilde non partecipava gli

entusiasmi del fratello per quel sornione del cugino; ella scuoteva il

suo bel capo riccioluto e non trovava che quello di sapere ammazzare

freddamente altrui fosse un merito da compensare tutti i difetti

fisici e morali ch'essa credeva notare in Emilio. La sorella di Cesare

contava allora quindici anni ed erasi fatta ormai una giovinetta più

bella ancora e piacente di quanto fosse stata da bambina: era di una

mitezza d'animo e di una bontà di cuore davvero straordinarie: non

poteva vedere a soffrire nessuno, avrebbe voluto sollevare ogni

dolore, cambiare a tutti in gioja il tormento, avesse dovuto assumersi

essa quest'ultimo: aborriva necessariamente i prepotenti, i crudeli, i

maligni, i superbi.

La testa della vipera · 第 15 / 27 题