A casa, per Emilio, ricominciò una vita uggiosa al pari, se non più,
di quella che aveva vissuta prima di entrare in collegio. Il padre,
molto invecchiato, non tanto per gli anni, quanto per la vita sempre
peggio disordinata, era di umore più intrattabile che mai: la
Marianna, vecchia anch'essa, diventata un'enorme massa di carne, più
padrona di prima, comandava a bacchetta, faceva colla sua avarizia e
col rigore il tormento della servitù, avvicendava le eterne querele e
le strapazzate alla cuoca e al domestico, colle periodiche baruffe, di
cui impiacevolivano la loro convivenza padrone e governante.
Emilio fu tenuto come uno schiavo, senza mai uno svago, sempre senza
un soldo in tasca: vestito così miseramente, che se ne vergognava in
mezzo ai compagni di università, dove studiava medicina. Aveva provato
a dire le sue ragioni al padre, e questi lo aveva irosamente respinto;
aveva supplicato e n'era stato schernito, aveva osato alzar la voce, e
benchè adulto, ne aveva ricevuto quelle umilianti correzioni manuali
di cui si era tanto abusato verso di lui fanciullo. Scese più basso
nella sua degradazione di carattere: si diede ad accarezzare, adulare
quella Marianna che in cuore odiava più di tutti al mondo; e qualche
cosa ne ottenne: un complice silenzio per un'ora d'assenza dalla casa,
una scusa per un tardo ritorno, e qualche liretta di quando in quando
datagli di soppiatto del padre. Di questi denari vilmente strappati
all'avarizia della governante, egli si serviva in un modo solo; nelle
sale di scherma e nei tiri a segno, cui frequentava assai più
zelantemente che non le aule universitarie. Non gli dispiacevano
tuttavia gli studî intrapresi, e principalmente le esercitazioni
anatomiche. Gli era con una specie di voluttà ch'egli col bisturi si
metteva a tagliare in un corpo umano, stesogli davanti nella sua
rigidità di cadavere, e ne scrutava i visceri e i giuochi meccanici
dell'organismo, e le fonti di quella vita che s'era spenta, e le
cagioni di quella morte che lo dava insensibile alla sua curiosità
inesperta. Con più acre senso di curiosità desiosa assisteva alle
operazioni chirurgiche: tagliare nelle carni vive, farne zampillare il
sangue, vedere fremere i muscoli, contrarsi le fibre, spasimare tutto
l'essere del paziente, era uno spettacolo che lo attirava, lo
affascinava.
Nella casa del padrino capitava di rado. Colà non trovava che nuovi
motivi da inasprire la sua invidia. Il signor Danzàno era giunto ad
età matura, ma godeva di florida salute, procurata dalla savia
regolarità della, vita, che gli conservava il buon umore, l'amenità
delle maniere e l'affettuosità, di cui era un esemplare inarrivabile
sua moglie. Cesare, il primogenito, presso ormai a terminare il corso
d'ingegnerìa, erasi fatto giovane, bello, elegante, vivace quanto era
stato bambino leggiadro ed amabile, e chiunque rimaneva ammaliato
dalle graziette di Matilde, vero bocciuolo di splendida rosa. Cesare
era d'umor gajo, espansivo, impressionabile, facile a prendere da
altrui idee, tendenze, abitudini, volontà; Matilde, invece,
riflessiva, lasciava scorgere nella gentilezza, che mai non la
abbandonava, un'anima forte, un criterio sano e robusto. Il figliuolo
di Lorenzo nelle sue visite ai Danzàno mostravasi umile, devoto,
strisciante, pieno di riconoscenza: il padrino, la moglie di lui e
Cesare ci credevano; poco o nulla Matilde, la quale provava una
istintiva ripugnanza per la figura, le maniere, le ostentazioni
d'umiltà e di devozione del cugino.
Fattosi abilissimo nel maneggio delle armi, Emilio Lograve desiderava
ora l'occasione di provare in solenne maniera questa sua abilità: e
l'occasione venne. Fra i compagni d'università egli non s'era fatto
amare meglio che dai convittori del collegio: onde non gli mancavano
nè le dimostrazioni di malevolenza e di disistima, nè gli scherni e le
umiliazioni. Emilio decise di pigliare, al primo insulto, tale
vendetta che levasse per sempre altrui la voglia di ritentare la
prova. Si era nella sala delle esercitazioni anatomiche, e uno di
quelli che più l'avevano in uggia, gli fece uno sgarbo; Lograve
espresse il suo risentimento con vivaci, oltraggiose parole; ne nacque
un diverbio nel quale, trovandosi ben presto soverchiato
dall'avversario per robustezza di polmoni e per felicità di ingiurie,
il nostro gli gridò:
--Vuoi finirla? o ch'io ti tappo quella boccaccia...
--Ah, sì? esclamò l'altro beffando. Vorrei veder come!
--Così! disse Emilio, e scaraventò in faccia al compagno una grossa
spugna che serviva a lavare le tavole di marmo, tutta inzuppata di
acqua sanguigna e di marciume.
Lo colpi in pieno viso, sporcandogli di quel sozzo umore occhî, naso,
bocca e i panni. Il giovane, mezzo acciecato, mandò una grossa
bestemmia, e mentre badava in tutta fretta a ripulirsi sputando,
sternutando, purgandosi, gridava con voce soffocata dalla rabbia:
--Ah! porco! ah cane d'un cane!... Aspetta, aspetta, che ora ti
schiaccio come una cimice.
E appena ripulitosi un poco, fece per slanciarsi contro Lograve:
questi, freddo freddo, teneva impugnato il coltello anatomico, e gli
gridò con l'accento di una risoluzione irremovibile:
--Se tu mi vieni addosso, ti pianto questa lama nel cuore, com'è vero
il sole!
Tutti i presenti capirono ch'egli avrebbe fatto quello che diceva: e
gettatisi in mezzo, trattennero il furibondo che urlava:
--Ah, mostricciuolo infame, caricatura di scimiotto, me la pagherai,
mi darai soddisfazione.
--Quanto e come e dove e quando vorrai, e ti so dir io che avrai
finito di fare il gradasso e insultare la gente.
I compagni intromessisi trassero via di là lo sbuffante giovane: e
Lograve pensò subito a procurarsi due padrini che lo assistessero nel
duello dall'avversario minacciato e da lui desiderato. Uno lo scelse
fra i condiscepoli, l'altro volle che fosse il cugino Cesare, al quale
piacevagli far conoscere la sua abilità nelle armi, la sua freddezza
nel pericolo, la sicurezza della sua vendetta. Ai suoi rappresentanti
egli commise di accettare qualunque arma fosse proposta, volle gli
promettessero che quando troppo leggiere fossero le condizioni dello
scontro dagli avversarî messe innanzi, essi le avrebbero rese più
severe, essendo sua ferma intenzione di non fare una ridicola mostra,
ma di compiere cosa seria e di gravi conseguenze. Fu scelta la pistola
da tiro; la distanza quindici passi; alla sorte chi avrebbe tirato il
primo; tanti colpi quanti fosse piaciuto ai combattenti.
La mattina dello scontro, nel recarsi al convegno e là sul terreno,
Cesare Danzàno, che non aveva mai preso parte a simili avventure, era
assai turbato; turbati pure apparivano gli altri padrini, e
turbatissimo l'avversario, giovane allegro, a cui la vita sorrideva, e
che trovava doloroso l'arrischiarla così scioccamente per qualche
imprudente malignità.
Egli veniva a studiare da un paesello della provincia dove stava
aspettandolo una famiglia, che fondava in lui le sue speranze, un
padre ormai vecchio, una madre che lo idolatrava; e il pensiero che
poteva rimaner morto lì adesso, e non più rivedere la casa natìa,
nessuno de' suoi cari, gli stringeva il cuore, gli affannava il
respiro, gli faceva tremare i nervi, gli metteva sulle guancie un
pallore mortale. Emilio Lograve, colla sua solita carnagione di
morticino, non mostrava la menoma alterazione in viso, aveva una
mirabile sicurezza di atti, di voce, di parole, ed aveva lui, a sua
volta, uno scherno sprezzatore nel sogghigno e nello sguardo. La sorte
favorì l'avversario di Emilio col vantaggio di sparare il primo. Posti
di fronte i duellanti e dato il segnale, Emilio non sentì neppure il
fischio della palla, così passò essa lontana dalle orecchie di lui.
Fissando bene in volto l'avversario ed abbassando lentamente la
pistola, Lograve disse con accento pieno di sarcasmo:
--Lo schifoso mostricciuolo, caricatura di scimiotto, ha la tua vita
nelle mani... e te la regala. Mi contenterò di bucarti il cappello due
dita al di sopra della testa.
Sparò, e il cappello del giovane rotolò per terra. I padrini che lo
raccattarono, mentre il padrone di esso rimaneva come sbalordito,
videro con meraviglia come la palla avesse colpito esattamente al
punto che il tiratore aveva detto.
--E ora, disse Emilio con superbo disdegno, se al signore piace,
ricominciamo pure.
Tutti d'accordo i padrini determinarono che non si aveva da continuare
altrimenti. Emilio fece un lieve cenno di saluto col capo, e
s'allontanò fieramente, senza volere stringere la mano all'avversario.
Di quel duello se ne fece un gran discorrere nella università e per
tutta la città. Il giovane Lograve fu d'allora temuto, rispettato, non
più amato di prima. In casa Danzàno, di quel fatto il padre ne fu
assai dispiacente, e ne mosse severe rampogne a Cesare, il quale non
nascondeva la sua ammirazione pel cugino; al figlioccio pure egli
espresse la sua disapprovazione; ma Emilio con tanta umiltà seppe
rispondere che, fatto segno a continui dispregi, aveva resistito e
tollerato fino che aveva potuto, lasciando persino offendere la sua
dignità personale, ma che, giunte le cose a tal punto che il tacere
più oltre sarebbe stato viltà, egli aveva sentito che doveva a sè
stesso e a' suoi congiunti medesimi di farsi rispettare, che il
padrino finì per dargli ragione. Matilde non partecipava gli
entusiasmi del fratello per quel sornione del cugino; ella scuoteva il
suo bel capo riccioluto e non trovava che quello di sapere ammazzare
freddamente altrui fosse un merito da compensare tutti i difetti
fisici e morali ch'essa credeva notare in Emilio. La sorella di Cesare
contava allora quindici anni ed erasi fatta ormai una giovinetta più
bella ancora e piacente di quanto fosse stata da bambina: era di una
mitezza d'animo e di una bontà di cuore davvero straordinarie: non
poteva vedere a soffrire nessuno, avrebbe voluto sollevare ogni
dolore, cambiare a tutti in gioja il tormento, avesse dovuto assumersi
essa quest'ultimo: aborriva necessariamente i prepotenti, i crudeli, i
maligni, i superbi.