Figliuolo d'un uomo che doveva dirsi il fiore degli egoisti e di una
donna dalla testa leggiera e dalla condotta compagna, egli era nato
cogli amori d'un prodigo e le passioni d'un libertino. Suo padre lo
trattava come un cane, ed egli odiò suo padre; conobbe presto le
sregolatezze della madre, ed egli disprezzò sua madre. Dovette
assistere a scene terribili, ignobili, fra genitori, che gli tolsero
per essi ogni rispetto e riguardo. Il padre non aveva che un mezzo per
tenerlo sommesso e disciplinato: il rigore, e ne abusava. Il
giovinetto conobbe tutti i generi di punizione che un padre senza
cuore possa infliggere a un figliuolo recalcitrante.
La madre un bel dì scappò di casa con non so quale avventuriere, e la
rabbia, la vergogna del marito abbandonato si convertirono in
altrettanta maggiore persecuzione verso il figliuolo. Questi pensò
ancora egli più volte di sottrarsi colla fuga ad un'esistenza divenuta
insopportabile; ma dove andare? e come vivere?
A quattordici anni credette poter procurarsi un mezzo di scampo. Un
suo compagno di scuola, più vecchio di lui, gli parlò del giuoco:
Lorenzo riuscì a rubare uno scudo dal taschino del panciotto di suo
padre, a letto addormentato, e si fece condurre in una bisca.
Guadagnò, e il suo guadagno subito consumò in luoghi sconci, per
tornare a casa ad ora indebita, senza più un soldo e ubbriaco.
Furibonda fu la collera del padre, e degni di essa gli effetti.
Lorenzo, schiaffeggiato, cacciato a calci nello stambugio che gli
serviva da camera, vi doveva rimanere prigione una settimana a pane ed
acqua. Uscì di là più invelenito, e con nel sangue già violente le
destatesi passioni del giuoco e della dissolutezza.
In quel tempo entrò in casa come governante una giovane donna, fresca,
grassoccia, colla volgare bellezza d'una florida salute, colle
grossolane attrattive d'una carnosa robustezza, ed in breve fu la
padrona. Era la Marianna.
Lorenzo cominciò per odiarla; ma la donna, o avesse veramente
compassione di quel maltrattato, o per accorta previdenza volesse
prepararsi la continuazione del dominio in quella casa, anche dopo la
morte dell'attuale padrone, si fece la protettrice del giovinetto.
Dell'autorità che aveva saputo acquistare sul padre di Lorenzo, si
giovò per mitigare i feroci umori verso il figlio; molte punizioni
riuscì a diminuirgli o anche a risparmiargli affatto; molte colpe di
lui seppe nascondere e nello stesso tempo valse a fornire il
borsellino vuoto del giovane perchè potesse a suo modo divertirsi.
Fece anche peggio con infame cedevolezza, per tenere a sè legati e
padre e figliuolo; e insomma riuscì a dominare l'uno e l'altro e a
spadroneggiare in quella casa in tutto e per tutto.
Quando il padre morì, le cose non cambiarono per Marianna; anzi furono
meglio ancora. Sul giovane Lorenzo quella furba, corrotta donna, aveva
saputo acquistare un influsso anche maggiore.
Violento di carattere, maligno di cuore, Lorenzo, imperioso,
sofistico; grossolana la donna, avevano pure non di rado furiose
contese; ma appetto a lei più tenace, più verbosa, più acre, che
sapeva di lui tutto il brutto, ne conosceva a fondo l'anima ed era
abilissima a rinfacciare, accusare, minacciare, egli finiva per cedere
e col tempo s'era lasciato investire da una specie di suggezione, che
pareva riconoscere nella donna una superiorità.
Inoltre la Marianna, toltasi in mano, fin da quando viveva il padre di
Lorenzo non solo il governo della casa, ma tutta l'amministrazione del
patrimonio, erasi fatta poco meno che indispensabile al giovane che
amava trovarsi ogni cosa accomodata a dovere, e denari in pronto a
ogni occasione senza aversi da prendere il menomo fastidio.
Nè era poco abile e poco zelante l'accorta femmina a procurare il
proprio guadagno: tanto che, maneggiando essa e capitali e fondi e
redditi, ogni anno riusciva a mettere in disparte, come cosa sua, un
buon numero di migliaja di lire, e in capo a due lustri aveva
investito in titoli del debito pubblico e in depositi bancarî più di
cinquantamila lire. Ma mentre venivano così aumentandosi le sostanze
della governante, scemavano rapidamente quelle del padrone, da lui
sperperate al giuoco, nei bagordi, nel soddisfacimento delle sue
passioni e dei suoi vizî. Era sempre la Marianna che provvedeva ai
bisogni di lui, accattando denari di qua e di là, e specialmente da sè
stessa.
Quando Lorenzo contava già trentacinque anni ed era quasi del tutto
rovinato, la fortuna venne a porgergli occasione di rifarsi mercè un
matrimonio.
A prender moglie egli non ci aveva mai pensato; e se vi avesse
pensato, si sarebbe affrettato a fargliene smettere l'idea la
Marianna, la quale a niun patto avrebbe tollerato l'ingresso in casa
d'un'altra donna.
Ma ci fu una fanciulla così disgraziata da far nascere in Marianna
medesima il disegno di darla in moglie al padrone. Era figliuola unica
d'un usurajo ignobile e spilorcio, cui tutti disprezzavano e che tutti
disprezzava, vivendo isolato nel sudiciume d'una stamberga. La misera
Luisa era venuta su stentata, rinchiusa fra quelle mefitiche mura,
senz'aria, senza sole, mal nutrita, mal riparata dal freddo
dell'inverno, oppressa dall'afa nei calori della state. Appena se il
padre le aveva fatto imparare a leggere e scrivere, mandandola da
certe monache, le quali, oltre il rosario e un ricco repertorio di
giaculatorie, nulla sapevano insegnare.
Della vita, la poveretta non conobbe mai nulla, del mondo non potè
vedere che le quattro pareti della triste casa paterna, un umido
cortiletto, e il convento e il tratto di strada che conduceva alla
chiesa, e la chiesa dove il padre la traeva, estate e inverno, ad
assistere alla prima messa.
In casa, naturalmente, a fare le più umili come le più faticose
bisogne, non c'era altra persona che lei.
Marianna cominciò ad aver attinenza coll'usurajo, cercando accatti pel
suo padrone.
Al vecchio gufo tornò gradevole la vivace grossolanità di quella
paffuta e rubiconda comare; si stabilì a poco a poco fra quei due una
certa famigliarità; la governante di Lorenzo fu la sola creatura umana
che il padre di Luisa ammettesse in casa per altro che per affari.
Ed ecco che un bel giorno, un tiro secco di colpo rapì l'usurajo alla
figliuola e agli accumulati e nascosti tesori, senza che egli, il
quale rifuggiva sempre con orrore dal pensiero della morte, avesse, in
alcun modo, provvisto alle cose sue.
La figliuola, unica erede, essendo già maggiore di età, entrò subito
in possesso delle sostanze paterne, e, inesperta, ignorante di tutto
com'era, trovossi più imbarazzata d'un pulcino nella stoppa. Ma c'era
lì la Marianna, e la povera fanciulla ringraziò la Provvidenza che le
avesse procurato un sì valevole ajuto a trarla d'impiccio.
Quando la governante del Lograve ebbe veduto a quale vistosa ricchezza
ammontasse la eredità lasciata dall'usurajo, provò invincibile la
tentazione di metterci le mani dentro, e il mezzo più facile e più
sicuro per ciò vide subito esser quello di far sposare Luisa da
Lorenzo. La fanciulla era una scempietta che non avrebbe mai avuto una
volontà sua, che di certo avrebbe subìto dalla Marianna quella
tirannìa che fin allora aveva sofferto da suo padre. Luisa poi aveva
ancora agli occhî della governante un altro merito: era brutta.
Lorenzo dapprima si rifiutò energicamente a tal disegno, ma l'ostinata
donna, tanto più stimolata a spuntarla, finì per vincere, e nulla
valse a salvare la povera Luisa dal suo triste destino.
Da principio però ella non ebbe a dolersene: le parve anzi di non
essere mai stata così bene: aveva cessato di fare la servaccia e
godeva di alcuni agi e vantaggi della ricchezza, cui la spilorcerìa
del padre non le aveva lasciato conoscere mai. Suo marito di certo non
le inspirava nessun tenero affetto e nemmeno fiducia e stima; e il
carattere violento di Lorenzo, che con tanta frequenza diventava
bestiale, riuscì a incuterle una tremenda paura. Per un po' di tempo
la Marianna ebbe verso Luisa un'apparenza di protezione e difesa, ma
fu proprio breve quel tempo, perchè la serva-padrona ben presto prese
in uggia quel mostricciuolo di donna, che, in fin dei conti, altro non
erale che un impaccio e una seccatura.
Allora fu una gara fra due anime malvagie a chi più tormentasse quella
debole, impotente creatura abbandonata in loro balìa; così bene, che
le miserie, i rabbuffi, gli stenti ch'ella aveva dovuto soffrire sotto
la tirannìa paterna parvero a Luisa un nonnulla appetto alle
sragionate violenze del marito, alle perfide persecuzioni della
governante.
Dopo cinque anni di matrimonio, ecco avverarsi un inaspettato
avvenimento che rialzò l'animo accasciato della poveretta, le diede
una energìa di cui nemmeno essa si sarebbe creduta capace: ella stava
per essere madre!
Fu una rivelazione per quella derelitta, cui nessuno aveva ancora
amata, che fin allora non aveva amato nessuno mai. La sua facoltà
affettiva, inerte, si destò a un tratto e di subito forte e risoluta.
In quell'essere ancora ignoto che la Provvidenza le mandava si
concentrò per lei la ragione di vivere, tutto il bene possibile sulla
terra, una luce divina che rischiarava meravigliose mai più sognate
plaghe nell'avvenire. Se essa poteva soffrire rassegnata ogni sopruso,
ogni travaglio, non voleva, non doveva permettere che una sorte
uguale, accogliesse nel mondo quella creaturina che Dio le affidava;
era suo obbligo prepararle più soffice il nido, più mite l'aurora, per
così dire, più sereno il cielo. Di qui nuovi e maggiori contrasti col
marito e la governante. La notizia della prossima maternità di Luisa
era stata accolta da Lorenzo colla sgarbata indifferenza del suo
cinico egoismo, da Marianna con nuovo dispetto e un accrescimento di
malevolenza. Ogni giorno avevano luogo scene violente, disgustose,
vergognose fra quei due tristi e la loro vittima, la quale ora trovava
un coraggio non avuto mai per difendere in sè stessa il figliuolo
nascituro; ma ognuna di quelle scene portava via, per così dire, parte
della vita alla povera donna, già così debole e cagionevole, di modo
che quando giunse il momento del parto, l'infelice era affatto
stremata di forze. Ella avrebbe voluto allattare il bambino essa
stessa, ma il medico la persuase che ciò era impossibile; avrebb'ella
voluto che la nutrice stesse in casa, per aver essa sempre seco suo
figlio; ma questo la Marianna non voleva tollerare, e il marito lo
negò assolutamente. In una cosa sola vinse il desiderio di Luisa;
nella scelta del padrino.
Dei congiunti che gli rimanevano, Lorenzo Lograve non aveva conservato
relazione con alcuno, fuorchè con un cugino di secondo grado, Emilio
Danzàno, ricco industriale, che da qualche tempo aveva rinunciato a
fabbricare quei panni che lo avevano arricchito per godersi in pace
gli agi onestamente acquistati e le dolcezze della famiglia. Nelle
rare visite che si facevano, Luisa ammirò la tenerezza fiduciosa e
concorde che aveva luogo fra i conjugi Danzàno e l'amore, l'attenzione
di entrambi per un loro figliuoletto che, quand'ella si sentiva madre,
contava appena tre anni o poco più. Un simile amore la poveretta
sapeva pur troppo che suo figlio non lo avrebbe trovato nel padre, e
pensò che quel galantuomo di Danzàno sarebbe stato un difensore, un
ajuto al nascituro.
Fu la sola contentezza che Luisa ebbe il vedere accettati per padrino
e madrina i conjugi Danzàno.
Ma non fu solamente contentezza, fu trasporto, ebbrezza, delirio di
felicità quello che la povera donna provò, quando la levatrice le ebbe
posto fra le braccia un fantolino che piagnucolava con appena udibil
voce.
Egli era grosso come un ranocchio, magro, schiacciato il viso, nero di
carnagione, tutto rughe la pelle; eppure all'estasiata madre parve la
bellezza di un angioletto sceso per lei dal paradiso.
Ella aveva sofferto di molto, e dolori morali e tormenti fisici; ma
tutti furono obliati, o meglio benedetti, poichè le avevano procurato
tanto bene, tanta gioja, tanto rapimento.
Il medico diceva che di molte cure aveva bisogno la puerpera: ma che
grazie allo zelo di chi la vegliava avrebbe potuto essere salva anche
la vita della madre. Giù da un paese montanino era arrivata una balia
tanto fatta che poteva dirsi il ritratto della prosperità; e la
giovane madre se n'era tutta rallegrata.
A Lorenzo la nuova paternità non aveva prodotto grande entusiasmo di
gioja; egli guardava con occhio fra dispettoso e mortificato quel
scimiottino, e lo mortificavano viepiù i sogghigni, le ironìe, i
compatimenti della Marianna.
Luisa dapprima era stata un po' gelosa della balia, ma poi, visto che
essa dimostrava molto affetto al bambino, e che questi suggeva con
così avida soddisfazione l'alimento da quel turgido seno, le aveva
posto subito un gran bene, e avrebbe fatto non so che cosa per
contentarla. La balia mostrò un gran desiderio di avere un orologio, e
Luisa, staccato dal capoletto il suo, glie lo diede.
A sera, Lorenzo rincasando irritatissimo per una vistosa perdita al
giuoco, eccitato dai fumi del vino e dei liquori, passò nella camera
della moglie, e il suo occhio grifagno vide che l'orologio mancava dal
suo solito posto. Ne chiese, e udito del regalo fattone alla balia,
scoppiò senz'altro in una di quelle sue tremende collere che già
agghiacciavano di terrore la poveretta quando era in salute.
L'ammalata fu assalita da una violenta febbre, e quella sera medesima
il medico la giudicò in pericolo.
Due giorni dopo essa era morta.