X.

Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa

sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non

senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era

pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per

la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più

potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza.

Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della

carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu

colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno

d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta

nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una

speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e

ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior

sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e

non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva

sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse

accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero

della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non

l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati,

si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo

che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione,

e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era

più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder

compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più

tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo

avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito

in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno

svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il

lavoro la sua bella fronte pensierosa.

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