Fermina mise un sospiro, lasciò cadere il suo lavoro e chinò la testa
sopra una mano. Essa vedeva partire Menendez senza dolore, ma non
senza tristezza. Non era più il suo amante che perdeva, è vero; ma era
pure un'immagine cara, la forma umana in cui le si era presentata per
la prima volta la felicità; l'aspetto dal quale non avrebbe mai più
potuto scindere il ricordo dei più bei giorni della sua giovinezza.
Sul primo momento, anzi, mentre sentiva ancora il rumore lontano della
carrozza, che credeva lo conducesse via da Siviglia per sempre, fu
colta da un dubbio improvviso, che la fece tremare, e sentì il bisogno
d'interrogare ancora una volta sè stessa, di frugare ancora una volta
nel più profondo dell'anima se mai vi fosse rimasta una scintilla, una
speranza, una promessa. Ma interrogò, frugò, e non vi trovò nulla, e
ne sentì quasi un sollievo. Ripetè anzi a sè medesima, e con maggior
sicurezza che per l'addietro, che in quell'anima non c'era mai stato e
non ci poteva essere il grande, cieco e tremendo amore ch'essa aveva
sognato; l'unico amore che la sua natura virile e superba potesse
accettare e rendere; l'amore di Menendez era un delirio passeggiero
della mente, non una febbre profonda e perpetua del cuore; Menendez non
l'aveva capita perchè non l'aveva stimata; se si fossero riconciliati,
si sarebbero rotti un'altra volta; essa non avrebbe più potuto amarlo
che per pietà, ed egli avrebbe diffidato daccapo, alla prima occasione,
e con fondamento; forse anche in lui era morto l'amore, e non era
più che l'orgoglio umiliato e il rimorso che l'aveva spinto a chieder
compassione e perdono; e d'altra parte s'era accomiatato coll'animo più
tranquillo, cominciava forse a rassegnarsi, a dimenticare; col tempo
avrebbe dimenticato; era meglio per tutt'e due che tutto fosse finito
in quella maniera. — Sia così, — disse sospirando Fermina: — è un sogno
svanito, io gli perdono, e Dio l'accompagni. — E riabbassò sopra il
lavoro la sua bella fronte pensierosa.