XI.

I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno

disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro

amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che

per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa

la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva

del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della

quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se

il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in

faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo,

non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto

aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano

generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver

modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano:

— _Muy bien, Fermina!_ —; tutti la guardavano con una certa curiosità

rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie,

marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola

due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di

gratitudine: — Benedetta lei, _senorita_, che ce ne ha liberati! — Ma

Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo

lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non

era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un

sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.

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