I giorni passarono; nessuno a Siviglia vide più Menendez; qualcuno
disse ch'era partito per Cuba; tutti lo credettero, e qualche raro
amico lo rimpianse; ma la maggior parte non lo rammentarono più che
per vituperare il suo nome. Fermina, invece, dopo che s'era sparsa
la notizia dell'avventura, aveva acquistato, anche sull'altra riva
del Guadalquivir, una piccola celebrità romanzesca, d'una parte della
quale si sentivano un po' altere tutte le ragazze di Triana, come se
il raro esempio di sdegnosa fermezza dato da lei, avesse rialzato in
faccia a Siviglia la dignità di tutto il sesso femminino del sobborgo,
non generalmente presa sul serio prima d'allora. Un poeta sconosciuto
aveva scritto dei versi sul muro della sua casa; la moglie del Capitano
generale d'Andalusia le aveva data un'ordinazione di fiori per aver
modo di parlarle; le ragazze, incontrandola per strada, le dicevano:
— _Muy bien, Fermina!_ —; tutti la guardavano con una certa curiosità
rispettosa, e ci fu tra gli altri un panciuto negoziante di telerie,
marito d'una indiavolata brunetta di Badajoz, che incontrandola
due giorni dopo la partenza di Menendez, esclamò con uno slancio di
gratitudine: — Benedetta lei, _senorita_, che ce ne ha liberati! — Ma
Fermina viveva più che mai raccolta e sola, e tutta occupata del suo
lavoro, non lasciandosi vedere che raramente dalle vicine di casa. Non
era contenta, ma tranquilla, e non pensava più a Menendez che con un
sentimento di vaga mestizia, come avrebbe pensato ad un morto.