IX.

Appena tornato a casa, si mise a preparar le sue robe per partire

la mattina dopo. Egli aveva deciso d'andare a passar un mese a La

Rinconada, piccolo villaggio circondato d'oliveti, poco lontano

dalla città, dove stava don Luis de Guevara, suo amico d'infanzia,

_facultativo_, ossia medico condotto, che gli aveva più volte offerto

la sua casa per quando volesse fuggire i grandi calori di Siviglia.

Terminato ogni cosa, si buttò sul letto, e per la prima volta dopo la

sera fatale del suo delirio, dormì. All'alba si svegliò più tranquillo,

corse alla finestra, fermò la prima carrozza che vide passar sulla

piazza, si vestì, fece portar giù le sue valigie, si mise a tracolla

il suo fucile da caccia, discese rapidamente, e montando sul legno,

ordinò al cocchiere di condurlo sulla riva destra del fiume, in faccia

alla Torre d'oro. Un gran cangiamento era seguíto in lui; non pareva

più l'uomo del giorno innanzi; il suo volto non esprimeva più nè

ansietà nè dolore; era pallido e portava le traccie della tempesta dei

giorni scorsi; ma risoluto e quasi altiero. Scese dinanzi alla casa di

Fermina, salì le scale con passo deciso, sospinse l'uscio e si piantò

ritto immobile sulla soglia.

Fermina fece un atto di sorpresa sgradevole, e si voltò verso la

finestra.

— Una sola parola, Fermina, — disse con accento pacato Menendez.

Fermina voltò la testa verso di lui, tenendo gli occhi socchiusi.

— Sei profondamente sicura — disse Menendez, — puoi giurarmi sul tuo

onore, per la memoria di tua madre, per la salvezza dell'anima tua,

che lo stato presente del tuo cuore non è l'effetto d'uno sforzo che

fai sopra te stessa? che senti veramente e immutabilmente di non amarmi

più?

— Sì — rispose con accento risoluto Fermina.

— Addio — disse Menendez, e disparve.

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