Tutto quello ch'egli fece quel giorno e il giorno dopo, lo fece quasi
macchinalmente, e senza energia, perchè era senza speranza. Era il
primo solenne castigo che riceveva il suo carattere orgoglioso e
violento, e n'era come istupidito. Scrisse a Fermina una lunga lettera;
non ebbe risposta; non se ne stupì, e quasi nemmeno se n'accorò, tanto
era sicuro che questo doveva accadere. Le riscrisse; la lettera questa
volta gli ritornò intatta; la riprese e la buttò in un canto senza
badarci. Andò, a sera inoltrata, col cuore tremante, a picchiare alla
sua porta; c'era il lume alla finestra; lei era in casa; ma la porta
non s'aperse. Tornò dopo un'ora; il lume c'era ancora; la porta rimase
chiusa. Se n'andò a casa, e passò mezza la notte seduto alla finestra,
col capo appoggiato sopra una mano. Il giorno dopo non iscrisse più, nè
andò più a cercar Fermina, e forse, se non fosse uscito, non avrebbe
mai più osato cercarla. Ma uscì, e gli seguì un caso che decise della
sorte di tutta la sua vita. Era giorno di festa: girando a caso, di
strada in strada, quasi senza coscienza di sè, si trovò nei viali
della Cristina. Era l'ora della passeggiata; dalla Torre d'oro al
palazzo di san Telmo formicolava una folla brillante e gaia; una musica
festosa riempiva l'aria; il sole dorava le acque del Guadalquivir;
Menendez si sentì per un momento alleggerito del peso mortale della
sua tristezza, e si lasciò trascinare dalla corrente. All'improvviso
una ragazza del popolo, passandogli accanto, gli gridò all'orecchio:
— _Es mentira, Menendez!_ — e disparve. Menendez impallidì e cercò di
sottrarsi agli sguardi curiosi dei vicini che avevan sentito; ma quasi
subito un'altra ragazza, distante da lui una decina di passi, gridò più
forte: — _Mentira!_ — Menendez si voltò dalla parte opposta, confuso
e sgomento, e cercò di fendere la folla, per uscire dal passeggio.
Ma una terza, una quarta, e poi un gruppo di ragazze del sobborgo
di Triana, che l'avevano riconosciuto, gli gridarono alle spalle: —
_Mentira, Menendez, mentira!_ — Molta gente si fermò; altre ragazze,
avvicinandosi, ripeterono quel grido; il suo nome corse di bocca in
bocca; la folla s'aperse per fargli circolo intorno; e questo fu il
suo salvamento. Approfittando di questo vuoto, si slanciò, stravolto
e bianco come un cadavere, fuori del viale, raggiunse una carrozza,
vi saltò dentro, e s'allontanò rapidamente udendo ancora per un buon
tratto le grida lontane delle sue persecutrici. Appena entrato in
casa si coperse il volto colle mani e diede in uno scoppio di pianto
desolato e rabbioso. — Dunque la voce s'è sparsa! — gridò — Io sono il
ludibrio di Siviglia! Io non potrò più mostrare il viso in mezzo alla
gente! Io son disprezzato, insultato, disonorato! — A questo punto
un'idea grande e nuova gli balenò alla mente, la sua anima generosa vi
rispose con un rimescolamento profondo, il suo volto s'illuminò, tutte
le sue fibre si rinvigorino, tutto il suo sangue s'accese. Poi, come
se la voce d'un amico invisibile gli avesse susurrato una preghiera
nell'orecchio: — Sì, — rispose con un accento di condiscendenza: —
ancora una prova. — E si slanciò fuor di casa.