Un'ora dopo egli si trovava nello stato d'uno che si svegli da un sogno
spaventoso. Quel grido l'aveva svegliato. Inutilmente aveva subito
tentato di riadunare e di ricomporre insieme prove, indizî, argomenti,
ricordi, ombre; tutto era fuggito e svanito colla stessa rapidità
fulminea con cui s'era raccolto, e aveva preso forma e saldezza. Come
poca cosa era bastata a farlo credere, così un grido era bastato a
disingannarlo. Egli era rimbalzato da una certezza a un'altra certezza;
non aveva più bisogno di prove; s'era spiegato tutto; aveva capito
tutto; sentiva dentro ed intorno a sè un silenzio solenne, e non vedeva
più che la figura immobile, bianca e sinistra di Fermina, e fra loro
un abisso. Egli la conosceva, capiva che non avrebbe più perdonato,
sentiva che l'aveva uccisa. Un avvilimento profondo, uno sgomento
mortale, un amor nuovo rinvigorito dal rimorso e dalla disperazione,
un desiderio immenso di morire, e insieme una prostrazione di forze
che gl'impediva un qualunque atto risoluto, s'erano impadroniti di
lui. Passò la notte disteso in terra, vicino alla finestra, e la
mattina all'alba, si trovò, senz'accorgersene, sul ponte di ferro,
dove rimase improvvisamente inchiodato. Fermina veniva verso di lui.
Appena la vide, capì ch'essa lo aveva visto, e lesse nel suo volto e
nel suo atteggiamento una risoluzione che gli troncò l'ultimo filo di
speranza. Era vestita come nei giorni festivi; veniva innanzi a passo
franco, quasi impetuoso, colla testa alta, coll'occhio socchiuso e
fisso dinanzi a sè, col viso pallido ed immobile come una maschera
di marmo. Quando gli fu vicina, egli aprì la bocca per parlare, ma la
parola gli restò dentro. Essa passò senza guardarlo, dritta e maestosa,
colla morte nel cuore e col disprezzo sul volto, mandandogli in viso
un'ondata d'odor di rosa, e s'allontanò senza voltarsi. Menendez vide
come un velo nero stendersi fra lei e i suoi occhi e sentì che tutto
era finito.