IV.

S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano

a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Oriente _de las delicias

de Cristina_; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino a San Juan

d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era

ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme

altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo

nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile

di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento

amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la

vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come

due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al

di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che

si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia;

portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano,

lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli

schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la

simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte

avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era

considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello;

aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane,

che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi

socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale,

che non avrebbero mai adoperato.

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