S'amavano, e tutta Siviglia lo sapeva, o piuttosto lo vedeva. Andavano
a passeggiare di notte in mezzo ai platani d'Oriente _de las delicias
de Cristina_; andavano in barca, sul Guadalquivir, sino a San Juan
d'Aznalfarache, a passar le ore calde all'ombra degli aranci; ed era
ben raro che qualcuno vedesse Fermina inginocchiata dinanzi all'enorme
altar maggiore della Cattedrale, senza riconoscere un momento dopo
nell'ombra di qualche cappella vicina, la figura elegante ed immobile
di Menendez. Per strada erano guardati da tutti con quel sentimento
amaro insieme e voluttuoso di invidia, che ispira anche ai giovani la
vista di due amanti felici, poderosi e superbi. Essi passavano come
due principi in mezzo al mormorío della folla, Fermina, guardando al
di sopra delle teste, Menendez, cercando inutilmente uno sguardo che
si fissasse nel suo; gettavano il loro amore in faccia a Siviglia;
portavano la loro felicità in trionfo; e per tutto dove passavano,
lasciavano una larga traccia d'orgogli feriti e di amoruccoli
schiacciati. A grado a grado, però, Fermina s'era acquistata la
simpatia di molta parte del sesso femminino del suo ceto; molte
avevano piegata la testa dinanzi alla sua invincibile alterezza; era
considerata quasi come un ornamento del sobborgo; era presa a modello;
aveva suscitato delle imitatrici; c'eran molte rozze e facili Gitane,
che s'erano messe a camminare col capo rovesciato indietro e gli occhi
socchiusi, lasciando sporgere fuor del busto il manico d'un pugnale,
che non avrebbero mai adoperato.