Fermina era tale veramente da ispirare a chiunque la vedesse le
bizzarre fantasie che passavano pel capo a Menendez; la sua indole, la
sua bellezza e la sua vita erano ugualmente singolari. Nel sobborgo di
Triana la chiamavano _la princesa_; i giovani sul serio, le ragazze
con ironia; ma queste più d'ogni altri sentivano ch'essa meritava
veramente l'onore di quel soprannome. Era forse la più alta ragazza del
sobborgo: Menendez, che sarebbe stato un bel corazziere della guardia
reale, non la passava che di mezza la fronte. Il suo occhio nero e
triste e le larghissime soppracciglia che si toccavano, davano al suo
viso bruno, d'una struttura un po' africana, un'espressione quasi di
minaccia; la quale si cangiava a un tratto in una ilarità dolcissima,
appena schiudeva le sue labbra tumide e irrequiete. Ma come le diceva
Menendez, essa non sorrideva che una volta al giorno; e per solito
teneva gli occhi socchiusi quasi in atto di disprezzo. Portava una rosa
nei capelli, una mantiglia di trina bianca, un busto nero, una veste
rosea, e due stivaletti di stoffa chiara che stringevano vigorosamente
il suo piede di bimba e la sua gamba fina e nervosa. Era questo il
costume invariabile in cui Fermina si mostrava, una volta la settimana,
ai mille sguardi curiosi, amorosi, rabbiosi, impertinenti, procaci, che
la saettavano da tutte le parti. Nessuno però osava d'accostarsele,
nemmeno quando era sola, poichè si sapeva che le tre o quattro mani
audaci che s'erano stese sopra di lei, nella prima settimana del suo
soggiorno in Siviglia, s'erano tirate indietro insanguinate. — O è un
angelo — si diceva, — o è un mostro; — ma nessuno sapeva sicuramente
quello che fosse. Si diceva che fosse venuta da Granata, si sapeva che
stava sola, si credeva che vivesse del suo lavoro; e sul resto non si
facevano che congetture; nè i suoi vicini di casa, nè le poche ragazze
con cui scambiava un saluto, conoscevano i fatti suoi meglio di chi la
vedeva passare per strada. Essa s'era invaghita di Menendez, e Menendez
era pazzo d'amore per lei; s'adoravano; erano alteri l'un dell'altro;
si guardavano lungamente, con una attenzione profonda, senza sorridere;
si temevano; si trattavano qualche volta, per eccesso d'amore, con
modi violenti e brutali, che provocavano lacrime di rabbia dalle due
parti, e finivano in pioggie di baci ch'eran tocchi di ferro rovente e
in espansioni di tenerezza da cui rimanevano prostrati. Una sola cosa
turbava la felicità di Menendez: un sentimento vago e intermittente
di gelosia, ch'essa, senza volerlo, alimentava, respingendolo con
una fierezza, la quale pareva a Menendez troppo sdegnosa, e quindi
non sincera. Ma s'ingannava, perchè Fermina sentiva veramente più
che disprezzo, orrore per tutti quei piccoli e bassi sentimenti che
pullulano dall'amore anche più schietto nelle anime volgari. — Manuel,
— gli aveva detto una volta — il giorno in cui tu mi crederai capace
d'averti tradito, ossia d'essere una creatura spregevole, il mio amore
sarà morto. Pensaci bene. Io non sono una donna come le altre donne; tu
non devi essere un uomo come gli altri uomini. Voi altri siete quasi
tutti vigliacchi. Io ho posto amore a te perchè non me lo sei parso.
Non lo diventare. Io sono superba. T'ho dato il mio onore: rispettalo.
Non giocare col mio amore. Io non son di quelle che perdonano. Se si
cade una volta dal mio cuore, non vi si rientra più. Fermina t'ha detto
una volta che t'ama: ti basti per tutta la vita. Stampati bene queste
parole in fondo all'anima, Menendez.