UN BEL PARLATORE

Ogni volta che l'ho sentito parlare, mi sono persuaso che sono un

barbaro e son tornato a casa umiliato.

Non so come parli alla Camera e sulla cattedra; suppongo che parli

bene; ma non credo che l'eloquenza politica e la scolastica siano la

sua vera eloquenza. Bisogna sentirlo in conversazione.

Qui è veramente ammirabile.

Prima di tutto, bisogna dire, per chi non l'ha mai visto, che la sua

persona non toglie nulla, ma neppure giova gran fatto all'efficacia del

suo parlare. Se ne può fare il ritratto in due tocchi: una gran zazzera

sopra un viso magro ed irregolare nel quale brillano due piccoli occhi

pieni d'ingegno. Ha un sorriso un po' canzonatorio, un gesto un po'

curialesco, una voce dolce e pieghevole. È superfluo il dire che è nato

in Toscana; ma necessario soggiungere che è senatore, e che ha passato

di qualche anno la cinquantina.

Bisogna, dunque, sentirlo in conversazione.

È un po' pigro, anche a parlare; e perciò non è molto facile fargli

scioglier la lingua. Se non è in vena, e se il soggetto della

conversazione non lo tira, è capace di non aprir bocca in tutta la

serata. Peggio, poi, quando s'accorge che lo si vuol far parlare per

starlo a sentire. In questo caso è timido e cocciuto come un bambino.

Un giorno una signora, sollecitata da un amico curioso, gli mise

dinanzi un libro di poesie (poichè legge mirabilmente i versi) e lo

pregò ripetutamente di leggere. — Ma come vuole che io legga, — egli

rispose quasi indispettito, — con tutto questo apparato? Diventerei

rosso fino alla radice dei capelli! — E non ci fu verso di fargli

leggere un rigo.

Bisogna ch'egli s'impegni in una conversazione quasi senz'accorgersene,

che vi scivoli, che vi si trovi legato senz'averlo voluto. Una volta

che ha preso la parola, gl'interlocutori a poco a poco tacciono e

diventano ascoltatori. Allora egli non si avvede d'essere sul palco

scenico e la platea può esser sicura d'avere il fatto suo.

Seduto in un angolo del salotto, cogli occhi socchiusi e il sorriso

sulle labbra, passandosi di tratto in tratto una mano sul ciuffo, poi

sulla fronte, e poi sul mento, egli dice mille cose argute e gentili

con una grazia e una nobiltà di forma e d'accento che è impossibile

a esprimersi. Parla lentamente e pesa le parole, ma senza sforzo; si

direbbe che le scocca, che le fa scattare l'una dall'altra, che sente e

che fa sentire in ognuna di esse un valor nuovo, scoperto o piuttosto

dato da lui, come un'effigie a una moneta. Qualche volta fa aspettare

una parola, si capisce che la cerca, e che gli sfugge; ma la coglie

sempre, ed è sempre la propria, la necessaria, quella che s'aspettava.

Talora si direbbe che ha compiuto l'espressione del suo pensiero, e

non è; aggiunge ancora un aggettivo, un avverbio, un monosillabo, che

fa sempre l'effetto dell'ultimo tocco d'un pittore sicuro. Si direbbe

che cerca le difficoltà per pigliarsi il piacere di vincerle. Non gira

mai intorno al proprio pensiero. Scava dentro di sè, mette fuori tutto,

fa comprender tutto; colorisce, brunisce, orla, frangia, si trastulla

in mille modi colla sua lingua; tocca con una destrezza meravigliosa

soggetti disparatissimi, si diverte a sguisciar di mano, fa mille

sorprese colla frase e coll'inflessione della voce; e di qualunque cosa

parli, sia di filosofia, sia di finanze, sia di letteratura, sia di

corbellerie, ha sempre la stessa evidenza e lo stesso colorito caldo

e brillante di linguaggio, che seduce egualmente uomini, signore e

bambini.

Qui dovrebbero essere, — pensavo io quando l'udivo parlare, — coloro

che dicono che _scrivere come si parla è la sapienza degli ignoranti_.

Essi mi direbbero forse che questo signore, per quanto parli bene,

scrive certamente meglio. Meglio, sì, ossia, con più ordine, con

più sobrietà, con un nesso più stretto fra pensiero e pensiero, fra

periodo e periodo; meglio, in una parola, _ma non in una maniera

diversa_. Ossia non adopera, scrivendo, nè una frase nè una parola che

non adopererebbe parlando, e scrive nondimeno con una eleganza e una

nobiltà di stile e di lingua ammirabile. Egli può studiare a memoria

quello che scrive e ripeterlo in conversazione, senza che nessuno

s'accorga che sia stato scritto. Leggendo la sua prosa, par di sentir

parlar lui; lui, — notiamo bene, — lui nascosto dietro una cortina o

coll'anello di Gige nel dito; e non un altro personaggio che non si sa

chi sia, un personaggio non vero, un terzo fittizio che si caccia fra

l'autore e il lettore, un burlone che si vergognerebbe di parlare come

scrive e si vergogna di scrivere come parla, un vanitoso imbellettato,

un ipocrita letterario, un ciurmadore di parole. Scrivere come si parla

vuol dire scrivere come vorremmo saper parlare; osservare, scrivendo,

le stesse leggi che ci sforziamo (e non ci riesce sempre, perchè ci

manca il tempo per riflettere), di osservare parlando; non mettere

sulla carta nessuna frase, nessuna parola, nessuna trasposizione di

parole, che usata parlando, in un crocchio di persone educate, colte

e nemiche d'ogni affettazione e d'ogni caricatura, farebbe inarcar

le ciglia o dare in uno scroscio di risa o dire che siamo pedanti

o pretenziosi o sciocchi. Col quale principio, ch'era quello del

Manzoni, se si esaminano nove su dieci dei libri italiani, e quelli per

i primi di cui son colpevole io, mi duole il doverlo dire, si trova

ogni momento una frase, una parola, un'attaccatura, un'inflessione

di periodo, un qualche cosa, insomma, che non va, che non ha una

ragione d'essere, che non dev'essere _scritto_ perchè non può essere

_detto_, che ci farebbe arrossire se ci sfuggisse discorrendo con una

signora, che è un'eleganza, come diceva il Manzoni, del cassone, una

ruga dello stile, una smorfia della lingua. E con questo si spiega

come al Manzoni non finisse di piacere nessun prosatore italiano.

Cercava il suo ideale e non lo trovava. Leggeva tendendo l'orecchio e

non sentiva parlare, o _sentiva leggere una cosa scritta_. Diceva del

Nicolini medesimo che _parlava meglio di quello che scriveva_. Nelle

sue meditazioni tranquille e profonde sull'arte dello scrivere, non

aveva trovato nessuna buona ragione colla quale si potesse giustificare

una differenza qualunque tra il linguaggio parlato e lo scritto, su

_qualunque materia_ si scriva, poichè nel dialogo sulla _Finzione_

egli scrisse cose altissime e stupende di filosofia e di morale senza

scostarsi dalla lingua, dalla forma, dal tono d'una conversazione

famigliare. E se qualche volta, in quello e in altri scritti, se n'è

scostato, se n'è accorto poi e ha mutato, e se non ha mutato, sentiva

che avrebbe dovuto mutare, e non c'è bisogno d'averlo conosciuto

intimamente, per poter dire che sapeva di non essere riuscito a

scrivere in tutto e per tutto come voleva, a incarnar meglio il suo

principio, a dare l'esempio più strettamente conforme alla teoria.

Così la pensa il _bel parlatore_ di cui ho parlato, il quale, se

scrivesse dei libri, sarebbe col fatto il più potente propugnatore

della teoria manzoniana, com'è, parlando, il più ammirabile maestro

di conversazione ch'io abbia conosciuto. E l'ho in fatti per un tale

maestro che quando mi viene sulla punta della penna un'espressione

o una parola o un giro di periodo sospetto, chiudo gli occhi, mi

raffiguro lui che parla, intrometto furtivamente nel suo discorso

quella parola o quell'espressione, e se non la sento stridere, la

scrivo; se stride, la caccio in bando del mio regno.

Forse, s'egli leggesse queste pagine, direbbe che il mio regno è

popolato di bricconi e mi consiglierebbe di bandire ancora. Abbia

pazienza, caro maestro; mi lasci un altro po' di tempo e le assicuro

che «sarà fatta giustizia» e «forza rimarrà alla legge.»

Pagine sparse · 第 34 / 65 题