(A VITTORIO BERSEZIO.)
Questa creatura che occupa tanta parte della mia vita, e senza la
quale mi sembra che non potrei più vivere, come se fosse legata a me
da un'arteria invisibile, tre anni sono non esisteva nemmeno nella
mia mente! È strano. Mi pare che ripensando profondamente al mio
passato, dovrei trovarne qualche traccia, qualche preannunzio. Cos'è
quest'apparizione? Di dove vieni? Chi sei? Che sei venuto a dire nel
mondo? Qual è il tuo perchè, straniero? Che cosa cerchi, sconosciuto?
Perchè al mio appello hai risposto tu, cogli occhi celesti, e non un
altro cogli occhi neri? Rispondi, personaggio misterioso.
*
* *
L'età più bella dei bimbi, per chi ha occhio d'artista oltre che
cuore di padre, è quando passano ancora ritti sotto la tavola e si
può reggerli con una mano sola, portarli a cavalluccio sul collo,
nasconderli sotto un giornale, metterli in prigione in mezzo a due
vocabolari; e tutto il loro vestiario, dalla scuffietta alle scarpe,
sta comodamente dentro un vecchio cappello del babbo. A quell'età
la madre impazzisce per infilare una calza al suo bimbo; ma quando
una volta su dieci egli vi spinge il piedino dentro da sè, essa lo
abbraccia con impeto ed esclama alteramente: — Sei un uomo!
*
* *
Hanno un visetto che pare una mela cogli occhi, un collo esile che
si cinge quasi col pollice e l'indice, due manine che c'è bisogno di
guardarle per persuadersi che hanno già tutt'e cinque le dita e un
piedino che proprio non si può pigliare sul serio. La loro testina,
secondo il momento che gliela fiutate, ha odore di passero, di micio,
di coniglio, di nido di rondini, di mattoni, di legno, di vernice,
d'olio di lume, di tutto quello che c'è in casa, che essi possan
toccare; e il fiato un leggiero odore latteo misto colla fragranza di
non so che fiori; un fiato che, ad aspirarlo, par che debba far bene al
sangue, come l'aria della campagna.
*
* *
Eppure v'è chi non ama queste creature! Io vedo col pensiero un bambino
roseo e ridente che dalle braccia di sua madre tende tutt'e due le
mani in atto amoroso verso un signore lungo, stecchito e severo, il
quale dà indietro con un movimento quasi di ripugnanza, e facendo un
sorriso forzato, gli agita dinanzi agli occhi un dito nodoso che non
vuol essere toccato. Oh uomo lungo, stecchito e severo, sii pure un
grande ministro o un letterato famoso o un fondatore di opere pie: io
ti detesto.
*
* *
Bisogna vedere come sono atteggiati nella culla, la mattina, prima che
si sveglino. Chi può trattenere i baci e le risa? Sono atteggiamenti
di soldati morti sul campo di battaglia, atti di dolore disperato,
contorsioni d'acrobatici, abbandoni svenevoli d'innamorati languenti.
Ora son tutti in un gomitolo sul cuscino, ora rintanati sotto, ora
capovolti, in modo che cercando il visetto trovate la punta dei piedi,
e volendo afferrare un piede ficcate il dito nella bocca. E allora è
bello pigliar tutto in un fascio bimbo, lenzuola, coperta e coltrone,
e fuggir per la casa, colla preda calda fra le braccia.
*
* *
Chi vede senza ridere un bambino di tre anni, quando appena svegliato,
vestito e messo in terra, rimane un momento immobile, soffregandosi
gli occhi, e poi va innanzi a passo lento, tutto d'un pezzo insonnito,
scarmigliato, di malumore, piagnucolando e guardando la gente di
traverso; — o quando è preso dal freddo, che ha il nasino livido, e
cammina a passetti di marionetta, facendo la gobbina, e mille vezzi
e graziette minuscole, come per dire: — Son piccino, sono una cosa
da nulla, scaldatemi o sparisco; — o quando tuffa mezzo il capo in un
tazzone di caffè e latte tenuto a due mani, e tracannando avidamente,
fa la guardia colla coda dell'occhio a un pezzo di biscotto sul quale
sospetta che voi abbiate qualche intenzione ostile; — chi vede queste
cose senza ridere, non ha un senso comico delicato.
*
* *
A quell'età nulla di più bello che il vederli correre. La loro corsa
ha qualche cosa del saltellare d'una palla elastica, del barcollamento
d'un ubbriaco e dei movimenti d'una foglia portata dal vento. La
piccola creatura si spicca dallo sgabello, si slancia fuori della
stanza, inciampa nel gatto, rovescia una seggiola, infila un corridoio,
e via sgambettando e annaspando colle mani, di stanza in stanza,
inseguito dalla madre, fino all'angolo più lontano della casa, dove si
rifugia dietro un sacco da viaggio, e di là tenta un'ultima resistenza
per strappare una concessione al nemico. Ah! invano! Bisogna lasciarsi
lavare la faccia.
*
* *
Chi può dire che cos'è la voce dei bambini? C'è il gorgheggio
dell'usignuolo, il pissi pissi della rondine, il pigolío dei pulcini,
il gnaulío del gatto. Son note di flauto, mormorii e bisbigli
infinitamente soavi, strida e garriti che lacerano le orecchie, trilli
di soprano, scoppi di voce virile, stonature di tenore sgolato,
falsetti di maschere, fioriture e passaggi strani; tutti i suoni
che escono da una gabbia di cento uccelli e da un'orchestra di cento
strumenti. Accostate il viso alla loro bocca e fatevi mormorare qualche
parola nell'orecchio: alle volte n'esce un suono che vi rimescola; vi
pare d'aver posto l'orecchio allo spiraglio d'una porta misteriosa e
sentito una voce sovrumana.
*
* *
Egli ride. Non l'ho mai visto ridere così di cuore. È un riso smodato,
squarciato, sgangherato. Ho perfin paura che gli manchi il respiro.
Si butta a destra e a sinistra, rovescia la testa indietro, gli si
empion gli occhi di lagrime, gli si fa il viso pavonazzo. Ora basta,
via, ti puoi far male, smetti di ridere. È un riso inestinguibile, una
convulsione, un riso da schiantare le viscere. Ma finiscila una volta!
Ma perchè ridi? Che cos'è stato?... Ah! non m'ero accorto che m'ha
messo un cappelletto di carta sulla testa.
*
* *
Vestiti paiono qualche cosa: spogliati, non son più nulla. Si palpa
quel corpicino, si sente quell'ossatura sottile, che par che si debba
spezzare a premervi sopra la mano, e si trema pensando a che tenue filo
è legata quella cara vita. Quanto tempo e quanti dolori, per lui e per
chi l'ama, prima che questo piccolo braccio possa respingere l'offesa
di un uomo! Guardatelo lì ignudo nato quest'ometto spoppato ieri!
Come! Ha da venire un giorno in cui tu avrai la barba e il cappello
cilindrico? e capirai Tito Livio? e saprai risolvere un'equazione di
secondo grado a tre incognite? Eh via! spaccone, questo non può essere.
*
* *
Dovrei proprio guarirmi da questa debolezza. Sono seduto a tavolino,
scrivo, ho la testa piena di pensieri gravi, la menoma distrazione
m'inquieta, mi preme di finire; e con tutto ciò, bisogna che lasci
la penna, che m'alzi, che attraversi la stanza rimovendo le seggiole,
inciampando nei giocattoli e scomodando quattro o cinque persone, per
andare a stringere fra l'indice ed il pollice, per un momento solo, la
polpina di quella gambetta che dal mio posto vedevo biancheggiare in
un angolo oscuro dietro la spalliera della poltrona. Appagato questo
capriccio ritorno al tavolino col cuore in pace e colla mente disposta.
Altrimenti, non mi riusciva di finire la pagina.
*
* *
Gran voluttà quella di malmenare un bambino e di coprirlo di vituperi!
Sei un fantaccione, sei pesante, sei rotondo, sei duro, sei brutto;
mangi come un bue e dormi come una talpa; sei un ignorantone e un
fannullone che mi rovini e mi fai dannar l'anima; un giorno o l'altro
ti do un carico di legnate, non ti voglio più, ti butto fuori di casa,
farai una cattiva fine, sei un soggetto d'ergastolo, sei la mia vita,
t'adoro!
*
* *
Anche l'amore dei bambini ha le sue furie. Un vero padre si sente
qualche volta un po' antropofago e vorrebbe stare in una casa isolata
per poter saziare la sua fame senza che accorrano i vicini alle
grida della vittima. Non strillare, hai inteso? Il mio dovere è di
mantenerti, il tuo è di lasciarti baciare, sulla testa, — negli occhi,
— nella bocca, — sul petto, — nel collo, — fin che mi resta fiato.
Strilla! Strilla! Che m'importa? Pur che io mi sazi. Ah! se non avessi
paura di soffocarti! Già, è scritto: un giorno o l'altro ti finisco.
*
* *
Questa mattina passeggiavo per la stanza con lui disteso sulle braccia,
come in una culla. Egli teneva gli occhi chiusi e lasciava spenzolare
la testa e le gambe. La fantesca disse: — Par morto. — Questa parola
mi agghiacciò il sangue. Mi misi a pensare che cosa seguirebbe di
me se egli morisse. Mi parve che sarei impazzito. M'internai in
quell'immaginazione. Prenderei sulle braccia il bambino morto, —
pensai, — uscirei di casa, attraverserei la città, piglierei la
campagna, e via, di sentiero in sentiero, di villaggio in villaggio,
di giorno, di notte, al vento, alla pioggia, muto, infaticabile,
stringendo colle mani irrigidite quel corpicino freddo, fin che
arriverei in mezzo a una pianura immensa e sinistra, dove darei tutt'a
un tratto in un tale scoppio di pianto che mi si romperebbe una vena
nel petto e cadrei senza vita.
*
* *
Ha rotto un bicchiere, ha rovesciato un lume, straccia la tappezzeria,
sbatacchia gli usci, fa tintinnare i vetri,... getta in aria i
fantocci,... copre la voce di tutti.... Che inferno in questa casa! che
pace nel mio cuore!
*
* *
Quando son triste, vedo in ogni suo trastullo l'immagine di una
disgrazia che gli potrà accadere, e mi perdo in mille presentimenti
dolorosi. Rompe una gamba a un fantoccio: io penso: si romperà una
gamba in una caduta? Gioca colle pallottole: io mi domando: — Diventerà
un giocatore? Quando suona il tamburo, m'immagino che possa morire in
guerra; quando rovescia un altarino, temo che diventi uno scettico;
quando lo vedo rannicchiato in un cantuccio in mezzo a due seggiole,
mi pare che un giorno abbia da essere gittato in una prigione. Lui!
Son sogni. Fin che io vivo non gli seguiranno disgrazie. Lo seguirò
come l'ombra il corpo. Sarò il suo amico, il suo confessore, la sua
sentinella. Ma poi? Ah! Il pensiero di lasciarlo solo nel mondo mi
spaventa, ho paura della morte, son diventato pusillanime. Vorrei
vivere un secolo, ridurmi decrepito, cieco, paralitico, inchiodato
perpetuamente sopra una seggiola; purchè nei giorni di dubbio o
di pericolo, potessi afferrarlo per la mano, toccargli il capo,
supplicarlo, se non potessi più colla voce, almeno coi gesti e colle
lagrime, di non uscire dalla via dell'onore.
*
* *
È una cosa che fa fremere. Qualche volta, guardandolo, io mi raffiguro
le molte migliaia di bambini dell'età sua, nati nello stesso paese, e
che in questo mentre sono come lui innocenti, amorosi, carezzevoli; me
li raffiguro nelle loro culle, fra le braccia delle loro madri, coperti
di baci e chiamati coi più dolci nomi della lingua umana; vedo nel
cuore dei loro genitori le medesime speranze, lo stesso presentimento
ch'essi saranno onesti e contenti, anzi la medesima profonda certezza,
e non altrimenti fondata, che io nutro riguardo al mio: e penso che non
di meno da tutta questa legione di angioletti usciranno dei ladri, dei
falsari, degli assassini, dei parricidi, che getteranno la disperazione
e il disonore nelle loro famiglie. Quando questo pensiero mi s'inchioda
nel capo, mi tocca fare un grande sforzo per liberarmene. Questa
mattina presi il mio bimbo sulle ginocchia e gli domandai: — Bimbo,
sarai un'assassino tu? — Egli non capisce ancora il significato di
questa parola. — Si, — rispose — ma voglio dei dolci.
*
* *
Se potessi indovinare il suo avvenire, come fanno le zingare, dalla
palma della mano! Che cosa tratterà questa manina? La spada? Il
pennello? La penna? L'archetto del violino? Il coltello anatomico?
Povera manina, quante volte sorreggerà la testa stanca d'un lavoro
ingrato o d'un pensiero doloroso! Di quante lettere listate di nero
romperà il suggello! Quante destre di falsi amici e di donne indegne
gli occorrerà di stringere! Ma tu la conserverai pura d'ogni macchia,
figliuol mio, e se quando ti colpirà un grande dolore immeritato, ti
verrà fatto di levarla in alto, non la leverai per maledire, ma per
giungerla coll'altra, come ogni sera e ogni mattina t'insegna a fare
tua madre.
*
* *
Guardo la sua manina, la stringo, la nascondo tutta nel mio pugno,
e sorrido pensando che passarono per questa forma anche le mani dei
guerrieri più formidabili e degli artefici più potenti del mondo.
E da questo pensiero son condotto alla mia immaginazione prediletta
dell'infanzia degli uomini grandi. Mi raffiguro Omero che si dispera
perchè gli hanno rubato una pesca; Cesare che trema dinanzi a un topo;
Dante che salta in sella a un cavallino di legno; Michelangiolo, che
mentre suo padre gli mostra una statua, è tutto intento a schiacciare
un nocciolo coi piedi; e la signora Buonaparte che dice al futuro
vincitore d'Europa: — Vergogna! Alla tua età, quando se n'ha bisogno,
si dice, e non s'imbratta in codesto modo la casa.
*
* *
Se diventasse un grand'uomo! È un sogno di tutti i padri; ma non è
impossibile. Egli è un enimma infine; un geroglifico il cui significato
è ancora ignoto; una parola della quale non è scritta che la prima
lettera; un numero dell'immenso lotto umano. Questo dubbio è il
più dolce alimento della mia vita. Mi pare di possedere uno scrigno
misterioso, nel quale è possibile che ci sia un pugno di sabbia o
un mucchio di perle. Son vicino a trent'anni, e il mio avvenire che
cominciava a restringersi, s'è improvvisamente allargato; ho perduto
le ultime illusioni della gioventù, ho ritrovate le speranze infinite
dell'infanzia. Che importa che i miei capelli cadano? I suoi diventan
folti. Che importa che io discenda? Egli sale.
*
* *
E se riuscisse invece d'intelligenza scarsa e di fibra debole, non
solo da non uscire dall'oscurità, ma da rimanere degli ultimi in mezzo
agli oscuri? Quando mi coglie questo pensiero, sento un irresistibile
bisogno di stringermelo al petto e di coprirlo di carezze, come per
domandargli perdono della vana ambizione che me lo fa sognare diverso
da quello che forse egli è destinato ad essere. Sento il bisogno
d'assicurarlo fin d'ora che quanto sarà più angusto il posto che gli
è riservato nel mondo, tanto sarà più grande quello ch'egli avrà nel
mio cuore. Pensando che un giorno, forse, tornando dalla scuola egli mi
dirà piangendo: — Son l'ultimo; — io mi sento uno struggimento d'amore
per lui. Ma questo non sarà, perchè io l'aiuterò nei suoi studî, mi
rimetterò al greco e alle matematiche, veglierò con lui, e gli verserò
tanto affetto nel cuore, che il cuore illuminerà la mente. Quando qui
sotto v'è un tesoro, anche qua sopra v'è qualcosa.
*
* *
I bambini sono grandi consolatori. Chi lo sa più di te, povera
vecchia fantesca? In casa tu sei amata; ma la tua testa calva, il tuo
viso rugoso, tutta la tua persona deformata dagli anni, ti rendono
incresciosa alle persone che ti sono più care e sono cagione ch'esse
non ti rendano, ora che ne avresti tanto bisogno, le carezze che tu
prodigasti loro quand'erano bambini. Alberto, giovinetto, si ritira
bruscamente indietro quando tu accosti il tuo volto al suo per guardare
le vignette del libro ch'egli sfoglia; Enrico da molto tempo non vuol
più che tu gli faccia il nodo della cravatta per non sentire il tuo
alito e il contatto delle tue mani; e quando vuoi baciare Adelaide,
la ragazzina che hai portata in braccio per tanti anni e divertita con
tante istorie nelle lunghe sere d'inverno, sei costretta, perchè non ti
respinga, a baciarla furtivamente quando dorme. V'è una sola creatura
al mondo che non respinge le tue carezze, che ama la tua testa calva
e il tuo viso rugoso, che ti compensa di ogni ingratitudine e d'ogni
amarezza, ed è questo bambino di tre anni — Ernesta, — egli ti dice
baciandoti sulla bocca, — tu sei bella.
*
* *
E sempre ricasco nel pensiero della bellezza. Non credevo che un
padre, oltre l'affetto che tutti comprendono, dovesse nutrire pel suo
figliuolo un sentimento così affine a quello di uno scultore per la
sua statua. Io pure spio con trepidazione il viso di chi lo guarda,
interpreto i sorrisi e commento i complimenti come un artista incerto
dell'opera sua. Ogni sua bellezza mi pare un merito delle mie mani,
ogni sua imperfezione l'effetto d'una mia svista. Ogni giorno mi si
presenta in un aspetto diverso. Lo guardo e lo riguardo, di faccia, di
profilo, davanti, di dietro, di sopra, di sotto; correggo cogli occhi
certi suoi tratti; rimango perplesso; ci ripenso; ma finisco sempre col
darmi una fregatina alle mani e dire che è un bel lavoretto.
*
* *
Gran livellatori del cuore umano i bambini! V'è una povera donna con
un bimbo in braccio seduta sullo scalino della porta, che vede passare
una signora in carrozza con un bimbo sulle ginocchia. Il bimbo della
signora è vestito di velluto, il suo è vestito di cenci; quello ha un
fascio di giocattoli, il suo non ha mai avuto giocattoli; quello mangia
dei confetti, il suo rosicchia un pezzo di pan nero. Eppure degli
sguardi che le due donne si scambiarono sui propri figliuoli, quello
che espresse un sentimento d'invidia è quel della signora! La povera
donna se n'accorse ed esclamò con un fremito di orgoglio: — Il mio è
più bello!
*
* *
Io non so se tutti i padri vedano nei loro bambini quello ch'io
vedo nel mio; so che più lo guardo e più ammiro l'infinita amabilità
dell'infanzia, che mi pare un compenso dato da Dio alle ansietà e alle
cure ch'essa ci costa. Ha dei movimenti di capo, delle espressioni
di stupore, dei lampi di sorriso, dei gesti sfuggevoli, dei vezzini,
delle civetterie, dei nonnulla inesprimibili che mi strappano un grido
d'amore. — Non provocarmi! — gli dico qualche volta. E in questa grazia
incantevole di gesti e di atteggiamenti, una varietà immensa, una
trasfigurazione continua, una sorpresa ogni momento. Mi pare che chiuso
con lui in un castello solitario, senza libri, senza lavoro, senz'altra
cura che di custodirlo, non avrei un'ora di noia.
*
* *
Comincia, parlando, a legare insieme due proposizioni. È un gran
piacere per me il seguire attentamente l'estrinsecazione laboriosa
del suo pensiero, vedere con che bizzarri artifizî esprime l'idea più
semplice, con che buffe contrazioni del viso pronunzia ogni parola
nuova, come tira e scontorce e spreme il suo piccolo capitale di
venticinque parole; che stroppiature mostruose, che sgrammaticature
colossali, che spropositi enormi e incredibili, mette fuori colla più
ingenua sicurezza, e qualche volta guai a chi gli ride in faccia!
E notare come in questo suo linguaggio stravolto e spropositato,
un giorno si raddrizza una parola, un altro giorno si combina una
concordanza, e a poco a poco i vocaboli si dispongono in ordine, e le
consonanti difficili escono spiccate e sonore, fin che lo strumento
completato e accordato, potrà prendere parte al concerto della
conversazione domestica, non facendo più che qualche stonatura per
caso.
*
* *
È strano ch'io ci pensi oggi per la prima volta: questo visetto,
questa vocina, questa grazia angelica, che ora rallegra la mia vita,
fra qualche anno non saranno più. Ogni giorno che passa mi ruba
qualche cosa di questo bambino roseo. Fra qualche anno egli avrà un
altro viso, parlerà con un'altra voce, gestirà in un'altra maniera, e
della creatura d'oggi non mi rimarrà che qualche ritratto e qualche
reminiscenza. Questo corpicino non è che una forma che mi passa
dinanzi e che deve svanire. Sono irragionevole; ma è un pensiero che mi
rattrista.
*
* *
Non capisco più, ora, come io abbia potuto vivere tanto tempo,
ed essere quasi felice, in una casa sempre tranquilla —, dove non
c'era mai una seggiola fuori di posto —, dove non si rompeva mai una
bottiglia — dove non s'inciampava mai in una marionetta —, dove non
si facevano mai delle oche di carta —, dove non si vedeva mai nessuno
sotto una tavola —, dove non c'erano che dei letti enormi —, dove non
si sentivano mai che dei passi lenti e gravi —, dove non s'udivano che
voci pacate che dicevano senza errori di grammatica delle cose sempre
ragionevoli.
*
* *
Sovente, vedendolo così ben vestito e ben pasciuto, con un monte di
ninnoli davanti, io dico tra me: — E se un rovescio improvviso di
fortuna mi costringesse a non trattarlo più in questa maniera? Tutto
il mio sangue si rimescola violentemente a questo pensiero, e nello
stesso tempo la mia fronte si solleva e la mia anima ingigantisce. Ah!
non sarà mai, bambino mio! dovessi comprare ogni tuo giocattolo con una
notte di lavoro, scontare ogni tuo vestitino nuovo con una ruga della
fronte, pagare ogni tuo giorno di contentezza con una ciocca di capelli
bianchi, conservare il color di rosa del tuo volto colla tortura del
mio cervello e delle mie ossa! Che m'importerebbe che la gente ridesse
della mia faccia scarna e del mio vestito logoro? Io ti condurrei a
passeggiare con me in qualche parte solitaria della campagna, e starei
a veder tramontare il sole premendomi la tua testa sul cuore. Ah, non
temere! Fra te e la povertà, ci sono i miei trent'anni, la mia volontà
indomabile e le forze smisurate dell'amore che mi divora.
*
* *
Oggi gli ho fatto fare un bagno in una zuppiera rotta, e vedendolo
così tutto nudo e bello che grondava acqua e rideva, pensavo: — Eppure
queste povere creaturine, la febbre le consuma, il vaiuolo le accieca,
la tosse convulsiva le soffoca, il crup le strozza, e bisogna vederli
diventar neri, dibattersi, stralunar gli occhi pieni di lagrime,
chieder soccorso agitando le manine, e rimanere irrigiditi; bisogna
vederli chiudere in una cassetta, vederli portar via ravvolti in un
panno nero, vederli calare in un fosso e coprir di terra e di sassi;
e poi tornare a casa pensando ch'essi sono là soli sotto la neve, in
mezzo a un campo pieni di scheletri; e rientrando in casa, rivedere
i loro giocattoli e i loro vestiti, la culla vuota, la seggiolina
vuota, la stanza vuota, tutto l'universo vuoto, e sentir risuonare in
quell'orrendo silenzio le risa dei bimbi dei vicini! Ah! quando questo
accade, mi par che non si possan far che due cose: o spezzarsi il
cranio contro una parete o cadere in ginocchio e rimanere perpetuamente
colla fronte inchiodata sulla culla.
*
* *
Dopo che la mia vita è legata a questa creatura, il pensiero della
morte non mi atterrisce o non mi rattrista più se non in quanto si lega
a quello del suo avvenire. Ma se per la sua vita dovessi sacrificare
la mia; se dovessi, colla sicurezza di salvarlo, fargli scudo del mio
corpo, e difenderlo senza difendermi, immobile con lui nelle braccia, e
dieci assassini alle spalle; oh! io fremo di non so che voluttà feroce
e superba a questo pensiero: io credo, sento, giuro che mi lascerei
crivellare di pugnalate, coprendogli la testa di baci, senza aprir
la bocca per gridare: — Pietà! — e senza versare una lagrima sul mio
destino.
*
* *
Questa mattina, fra le altre sue stranezze, ho scoperto ch'egli crede
che gli uomini siano fatti di legno, e per quanto gli abbia detto....
— Interrotto dalla caduta d'una palla di gomma elastica che rovesciò il
calamaio.