QUELLO CHE SI PUÒ IMPARARE A FIRENZE

Che cosa può far dire il dispetto! Qualche tempo fa, essendo corsa

la voce che il ministro della guerra voleva trasferire la Scuola

militare da Modena a Firenze, perchè gli allievi avessero miglior modo

d'imparare l'Italiano, un giornale dell'Alta Italia disse le seguenti

parole tali e quali: — Che cosa potranno mai imparare (gli allievi) a

Firenze? Qualche idiotismo, e nulla più. — È grossa, anzi crassa, o

per dir meglio, briccona. Eppure, se vogliamo esser giusti, non c'è

da meravigliarsene più che tanto, perchè l'opinione di chi scrisse

quelle parole è l'opinione di molti e in Piemonte e in altre provincie

d'Italia. Fino all'età di diciassette anni, mi ricordo d'aver sempre

inteso dire nelle scuole, dai miei professori di letteratura italiana,

che i toscani _parlano con affettazione_, che dicono _molti spropositi

di grammatica_, che _scrivono male_, ecc., e mi ricordo pure che noi

scolari piemontesi credevamo fermamente di conoscer la lingua meglio

dei toscani. — I toscani, — dicevamo, — sapranno un maggior numero

di vocaboli e parleranno con maggiore facilità; ma noi che studiamo

seriamente la lingua, noi ne abbiamo senza dubbio una conoscenza più

esatta, la scriviamo con più correttezza e la parliamo in modo più

scelto. — Perchè il gran che, a quei tempi e in quelle scuole, era di

scrivere scelto.

E infatti, quando andai per la prima volta a Firenze, per starvi lungo

tempo, v'andai volentierissimo, ma coll'idea d'impararvi la pronunzia,

non la lingua. Avevo la testa tutta imbottita di parole illustri,

sapevo a memoria delle filze sterminate di periodi d'A_ntologia_, avevo

con me una mezza dozzina di quaderni pieni di frasi di «buona lega,»

di «italiane eleganze,» di «modi eletti;» e non mi passava nemmeno

per il capo che il primo venuto dei fiorentini si potesse impancare a

insegnarmi la lingua italiana; — i-ta-li-a-na, — ripetevo tra me — non

toscana, buffoni.

Però, il giorno medesimo che arrivai a Firenze, appena uscito

dall'albergo, ebbi una piccola mortificazione d'amor proprio. Due

monelli di sette o ott'anni giocavano nella strada. Uno di essi teneva

un coltellino aperto sulla palma della mano e nell'atto di pigliar la

mira per gettarlo contro un uscio, diceva all'altro: — Sta attento:

io lo tiro, vi si configge, oscilla e po' si queta. — La grazia, la

proprietà, l'efficacia di quelle parole, mi colpì. Osservai che non

v'erano nè idiotismi nè sgrammaticature. Interrogai la mia coscienza,

e la coscienza mi rispose che, per dire quella stessa cosa, io mi sarei

espresso altrimenti e men bene. Sentii un po' di dispetto e un pochino

di vergogna. Ma fu un lampo. Ripensai ai miei quaderni e a certi: —

bravo! — dei miei professori, e il mio orgoglio scolaresco rivenne a

galla.

Conobbi dei fiorentini, frequentai qualche famiglia, passarono alcuni

mesi.

Ahimè! Allora cominciarono le _dolenti note_.

Fin che, in una conversazione di molta gente, si trattava di parlare,

colle solite frasi coniate, di politica, di letteratura, di teatri,

il mio italiano correva a meraviglia. Ma quando ero faccia a faccia

con una signora, e dovevo parlare delle mie faccenduole, esprimere

sentimenti intimi, rispondere collo scherzo allo scherzo, raccontare,

descrivere, discutere intorno ad argomenti delicatissimi, dire, in

una parola, quei mille nienti di cui s'alimenta la conversazione

famigliare libera e vagabonda, a tavola e accanto al fuoco; allora

la mia lingua era restía, i miei frasoni scappavano come uccellacci

selvatici, volevo dire una cosa e ne dicevo un'altra, m'impigliavo

nei miei periodi come dentro una rete, stentavo, m'indispettivo, e

qualche volta rinunziavo a esternare un mio pensiero per paura di non

riuscirci. Quanti sorrisi leggerissimi ho visti guizzare sulle labbra

dei miei ascoltatori, mentre parlavo; sorrisi che allora mi facevano

fremere, e che ora benedico, perchè m'accorgo che furono i più utili

insegnamenti che io m'abbia avuti in materia di lingua! Qualche volta

una signora cortese mi dava amabilmente la baia, e anche questa era

una eccellente correzione. — _Il tale_, — io dicevo, — _s'appressò a

me_. — _T'appressa, Oreste!_ — essa esclamava con accento tragico. — Io

esprimevo l'idea più semplice, poniamo il caso, con una frase ricercata

ed altisonante, ed essa esclamava: — Oh come parla bene! — Ogni giorno

cadeva dal mio vocabolario, ferito a morte da uno scherzo affilato,

un piemontesismo, un francesismo, una pedanteria, una frase poetica.

Ogni giorno mi confermavo meglio nella dolorosa persuasione che invece

di _parlare_ italiano, _componevo_; che il mio tesoro linguistico era

uno scrigno di diamanti falsi, e che se volevo riuscire a parlare e a

scrivere a dovere, dovevo rimettermi a studiar daccapo. Son pur bestia!

dicevo come Vittorio Alfieri nel suo sonetto a monna Vocaboliera.

Ma il cimento più duro per il mio amor proprio fu quando misi per la

prima volta in mani fiorentine gli stamponi dei miei poveri scritti.

Una signora mi presentò un giorno una quarantina di pagine tutte

tempestate di punti neri. Mi morsi le labbra dal dispetto. — Vediamo,

— dissi con la più profonda sicurezza di riuscir vittorioso alla prova,

— vediamo e discutiamo. — Cospetto! — pensavo: — scrivere è tutt'altra

cosa che parlare. Mi può essere sfuggito qualche sproposito; ma cento,

non credo. Son fresco di studi, so dove ho pescato la mia lingua,

citerò i passi degli scrittori. La vedremo.

Si cominciò.

— Questa frase non va, — mi diceva.

— Perchè non va?

— Perchè non ha garbo, perchè non viene spontanea a chi vuol dire

quello che lei ha voluto dire.

— Ma l'ha adoperata il tale dei tali, e dicevo il nome d'uno scrittore

consacrato.

— Me ne dispiace per lui; ha fatto male ad adoperarla; io non

l'adoprerei davvero.

— Ma è o non è italiana?

— Ma anche conciofossecosacchè è italiano. Lei l'userebbe per questo?

— Ma come direbbe lei invece?

La cortese correttrice mi suggeriva la correzione. Era nove volte

su dieci la semplicità sostituita all'affettazione, l'evidenza

all'equivoco, la grazia alla pedanteria. Ma quella correzione era come

un colpo di catapulta che faceva traballare tutto l'edifizio della mia

educazione letteraria; e perciò io resistevo, mi dibattevo, citavo,

cavillavo, qualche volta credendo davvero di aver ragione, e non di

rado facendo dentro di me il proposito di non sottomettermi mai più a

quella tortura. Ma il giorno dopo ci ripensavo, davo a me stesso di

corbello e di cocciuto e facevo la correzione. E mi ricordo che mi

meravigliavo di vedere, durante le discussioni vivissime, e qualche

volta anche acerbe, che il mio testardo amor proprio sollevava, di

vedere, dico, il viso della mia correttrice sempre pacato e sorridente.

Non capivo ch'essa non s'impazientiva perchè era profondamente sicura

d'aver ragione, e che io avrei finito per riconoscerlo. — Oh questa

poi! — esclamavo qualche volta; — questa assolutamente non la passo! —

Ebbene, ne riparleremo domani, — essa rispondeva. E il giorno dopo non

c'era neppur più bisogno di parlarne.

Molte volte bastava una semplice osservazione per farmi ravvedere; ed

era quando si trattava di tutte quelle piccole affettazioni, che sono

nella lingua ciò che sul viso umano sono le smorfie, le rughe, i vezzi

ridicoli, i mille segni e atteggiamenti sfuggevoli e inesprimibili,

che rendono una persona antipatica; affettazioni delle quali molti

scrittori italiani, anche valentissimi, non si sono ancora spogliati, e

che sebbene paiano difetti di poco o punto rilievo, deturpano lo stile

e rendono i libri noiosi.

Leggevo, per esempio, nei miei scartafacci: — «Cadde sul _destro_

piede.»

— Perchè non sul piede destro? — mi domandava.

— Perchè è meno elegante, — rispondevo. Si metteva a ridere così di

cuore che io tiravo un frego sull'eleganza.

Leggevo: — Partissi da casa....

— Ma perchè non _partì_ da casa? Che direbbe di me se le dicessi che

questa mattina _partiimi_ da casa d'una mia amica e _andaimi_ a casa

d'una parente?

Leggevo: — Prese quel partito, _però che fosse_ l'unico ragionevole

che....

— Oh terrore! — esclamava accompagnando la parola con un gesto

drammatico.

— Ma è italiano! — io dicevo.

— Ma e batti con questo italiano! Vuole scommettere che senza dire mai

nè una parola nè una frase che non sia italiana, io, questa sera, nel

mio salotto, parlo in maniera da far scappare tutti i miei amici?

Non erano mica, come si vede, correzioni di errori di grammatica o

d'altri strafalcioni gravi. Erano quasi sempre cambiamenti di una

parola in un'altra di senso affine, trasposizioni, raddrizzamenti di

frasi torte, tocchi e ritocchi da nulla; ma che facevan mutar faccia a

un periodo e colore a un pensiero, e dove il lettore avrebbe inarcato

le ciglia o non badato, facevano sì che o non badasse o sorridesse

di compiacenza. Era soprattutto un insegnamento continuo intorno al

modo di distribuire e di combinare tutta quella parte minuta della

lingua, tutto quel tritume di monosillabi, che è la maggior difficoltà

delle lingue moderne; di distribuirlo e di combinarlo in maniera, che

il linguaggio non ne rimanesse irto e rotto, le giunture dei periodi

rigide, i passaggi stentati, il suono sgradevole, come vediamo accadere

al più degli scrittori non toscani. Erano delicatezze di lingua alle

quali non avevo mai pensato, che anzi non avevo mai neppur sentite nei

buoni scrittori, o le avevo sentite nell'effetto complessivo del loro

modo di scrivere; ma senza rendermi ragione del come e del perchè. —

Paiono inezie, — mi diceva quella colta signora; — e molti ne ridono;

ma a pensarci bene, sono cose essenziali per chi voglia scriver bene.

Perchè in che altro si distingue uno scrittore elegante ed efficace da

uno scrittore rozzo e sgradevole? Scriverebbero tutti bene ad un modo,

se lo scriver bene consistesse nel non violar la grammatica, nel non

adoperare nessuna parola e nessuna frase della quale non vi sia esempio

negli scrittori, nel far capire, presso a poco, quello che si pensa.

L'eleganza, la grazia, l'arte vera del parlare e dello scrivere, sta

tutta nelle _segrete cose_, nei nonnulla che sfuggono all'attenzione

dei più, in un'armonia che gli orecchi non educati non sentono. E in

questo, se ne persuada pure, signor mio, e _lasci dir la gente_: i

toscani possono insegnare qualche cosa ai loro fratelli d'Italia.

Di questa verità non erano persuasi, neppure dopo due o tre anni di

soggiorno a Firenze, molti Italiani delle Provincie settentrionali, per

i quali l'aspirazione toscana, il _te_ per il _tu_, il _dai retta_ per

il dà retta, l'_un_ per il _non_, e qualche altro idiotismo eran cose

che, messe nella bilancia, facevano saltare in aria tutte le grazie,

tutte le ricchezze, tutte le meraviglie del linguaggio toscano. Ma

nel fatto era come se ne fossero persuasissimi; perchè senza volerlo,

imparavano a parlare ed a scrivere; la loro lingua si snodava;

adoperavano, senza accorgersene, modi vivacissimi e frasi semplici

e piene di garbo, per dir cose che esprimevano prima con perifrasi e

giri di parole ridicoli; si abituavano a raccontare e a scherzare senza

compasso e senza fatica; e in fine canzonavano l'italiano stentato e

mal connesso dei nuovi arrivati a Firenze, e trovavano insopportabili

certe maniere di scrivere che avevano ammirate fino allora con

pecoraggine scolaresca.

Vi sono però molti, i quali andarono per qualche loro faccenda a

Firenze, stettero una settimana all'albergo, sentirono bestemmiare i

fiacchierai in piazza della Signoria, colsero a volo qualche frammento

di conversazione in mezzo alle erbivendole di Mercato Vecchio,

passarono tutt'al più una serata in una famiglia fiorentina, e poi

tornati a casa, dissero che a Firenze non c'è da imparare che qualche

idiotismo, che la lingua italiana non è là, che un qualunque italiano

colto può parlar meglio d'un toscano, che l'idea del Manzoni è una

stramberia.

Dio vi perdoni e vi converta, signori.

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