III.

I contadini parlano spesso e volentieri della loro salute e dei loro

malanni, e per questo v'è nel libro del Giuliani un gran numero di

espressioni efficacissime relative a quell'argomento.

_Una volta gagliardo era che sfidava il vento_, dice un contadino. —

_Fora l'aria come una saetta._ — _Va che manco una saetta l'arriva._

— _Corre che vola._ — _Ha un braccio che non c'è il compagno._ — _Sta

bene in gamba._ — _Mangia di voglia._ — _È pochino_ (piccoletto della

persona) _ma saldo più dell'acciaio_.

Ma pur troppo occorre più spesso di parlar di malanni che di salute, e

quindi v'è più messe di lingua da mietere in quel campo che in questo.

— Poveretto, a vederlo, _casca da tutte le parti_, — _rifiata a

stento_, — è bianco morto, _senza nemmen la forza di rifiatare_.

— È _all'ultime fiatate_. — _Ha un viso da campar più poco._ — _In

otto giorni che ha le febbri_ non si conosce più. — Poverino, a che

s'è condotto! Che voglia durarla a lungo, non credo: _le pere mezze_

(quasi sfatte) _a una ventata sono in terra_. — Quando viene il colpo

mortale, _si casca giù come pere mezze, e dove uno batte ci resta_. —

_Si strugge a oncia a oncia_ e tanto ha sempre quel suo sorriso sulle

labbra. — Non si lagnava neanco _quando il male lo cuoceva dentro_.

— Le morì il babbo; _dalla gran passione si lasciò andare giù giù,

strutta come una candela_. — È _schietta dentro_ (sana di viscere);

ma non ha più la faccia _rosata_ come prima. — Ebbe un _grosso male,

un male di pericolo_. — Ha una _freddagione_ che gli _mozza la vita_.

— Ci ha un dente che quando _c'entra lo spasimo_ non _gli dà requie_.

— A volte l'enfiagione è cosa di poco, _sfuma_ presto; ma se il male

infuria, se ne va la testa all'aria. — Oggi _m'ha preso una pena tanto

mai grossa_ allo stomaco. — Ho dovuto _tenere il letto_ per un mese, e

non ho avuto nessuno che mi _guardasse_. — Avevo un erpete infistolito;

dal gran _tribolamento_ mi sentivo mancare la vita; ma _tanto mi son

ripigliata_, mi riebbi adagio adagio, e questa _la riconto_. — A un

tratto cascò morta _e non c'è stato più verso a farla risentire_. — La

peggior vita è non essere nè sano nè malato, nè dentro nè fuori, nè di

qua nè di là; essere tra la vita e la morte; onde si dice di uno _che

non muore_ e _non campa_. — Dopo quella caduta, questa gamba non mi

_dice_ più come prima.

E si veda se è possibile dipingere più mirabilmente una figura

umana di quello che fa una povera contadina colle parole seguenti:

— .... _Ma gli ha i segni della morte in faccia; non vede più lume,

sdentato, il capo senza un pelo, e con quella faccia grinzosa, che la

morte non si può figurare più al naturale._ — Qui vocaboli, elissi,

cadenza, sintassi, tutto giova all'evidenza della descrizione.

Son tante pennellate e non ce n'è una superflua nè una che manchi.

Qualcuno, son certo, leggendo le parole e frasi sopra citate, dirà

che le _conosceva_. Ne son persuaso. Ma convien ripetere la solita

osservazione. In materia di lingua _conoscere_ non significa _sapere_,

perchè _sapere_ vuol dire avere alla mano, sulle labbra, pronto al

bisogno: vuol dire _servirsi_ della lingua. Che importa sapere che

esiste l'espressione _cosa di poco_, per esempio, se ogni volta che

occorre di esprimere quell'idea, si dice, ci scappa detto o ci vien

scritto invece: _cosa di poca importanza_? Ognuno di noi, italiani

delle provincie settentrionali, possiede nei ripostigli della mente

una parte di lingua viva, efficace, bella, — una parte della lingua

raccolta nel libro del Giuliani; — ma che non adopera perchè non è

ancora abbastanza _sua_, perchè appunto l'ha nei rispostigli della

mente e non sulla punta della lingua e della penna, come i Toscani ce

l'hanno. Per questo lo studiar la lingua, per una persona colta delle

nostre provincie, non è tanto un imparare parole e modi nuovi, quanto

un ravvivare nella memoria, un rimestare, un impadronirsi meglio di

quello che già si è acquistato; imparare a spendere il tesoro nascosto;

addestrarsi a maneggiare per tutti i versi lo strumento che si sa

maneggiare per un verso solo.

Il _tempo_ è un altro grande argomento di discorso per i contadini;

onde il libro del Giuliani è ricchissimo di espressioni e d'immagini

che vi si riferiscono.

_Il sole cuoceva la carne sull'ossa_, dicono. — _Per la via

s'avvampava._ — Con questo caldo _s'avvampa vivi_. — Il sudore _ci

casca in terra a goccioloni_. — Badi: _sul buon del giorno_ si vive

bene quassù; il _crudo_ è la mattina e la sera. — Oggi ve la siete

scaldata a codesto sole la groppina? — A queste _solate_. — A queste

_nebbiate_, — Signore! par d'esser rinati nel riveder la faccia del

sole! — _È un'aria che fa riavere!_ — Quelle chiare giornate che si

campa tanto volentieri, passano come un lampo! _E ci rientra_ tante

faccende allora! _Le giornate d'ora_ (inverno) _rilucono appena_.

— Oggi tirava un vento che pareva di _fitto inverno_. — _Tirava un

vento diacciato che arrivava alla midolla._ — _Che vita tribolata si

conduce noi poveri, il verno per un verso, l'estate per un altro!_

— Nel verno _si tribola per un conto_ e d'estate _per un altro_. —

A volte _il vento mena gran rovina_. — _Attaccò per bene a piovere_

sulla mezzanotte. — _Giù acqua e baleni_, pareva il finimondo. — Per

ora non c'è _disegno_ di piovere. — È un tempo _perverso, infierito_.

— E questa ammirabile descrizione che fa una povera contadina della

montagna pistoiese, presso Castiglione: — Il _vento percoteva forte, i

castagni svettavano_ (agitavano le vette, le cime), _l'aria rintronava,

un mugolío si sentiva che mi parevano urli di morte_.

Ciò non ostante, mi pare che il linguaggio più immaginoso e più poetico

sia quello che si riferisce all'agricoltura; e per questo l'ho serbato

in fondo.

Ecco, per esempio, un breve discorso d'un contadino della Valdinievole,

che è una vera meraviglia d'immagini, d'armonia, di gentilezza. Il

Giuliani gli domanda una spiegazione del proverbio: _Sotto la neve

pane e sotto l'acqua fame._ — Perchè, egli risponde, sotto la neve il

grano _accestisce meglio_ (_accestire_ significa venir su con parecchi

fili da un sol ceppo), _compone vita_ adagino adagino, piglia più

campo. Si sa: dalle barbe _riscoppiano più fili e la figliolanza_ si

fa maggiore. E poi, non si dubiti, che se il caldo viene a suo tempo,

_la maturazione s'affretta a buon modo_: lo _spigame_ abbonda. Una

moltitudine di spighe porta, che è una dovizia. Ma unguanno è venuta

tant'acqua, che il grano _ammutolisce_: perchè, m'intende? l'acqua

ripiove giù giù dalle barbe del grano e lo strugge. — Si metta questo

discorso in versi ed è poesia della meglio.

«Nel corpo (ossia nella parte interna del castagneto), — dice un

contadino di Montamiata, — _i castagni pigliano alterezza_» per dire

che crescon meglio.

«Belli quassù i grani! — dice un contadino di Valdinievole, — _s'ergono

su su col collo pieno; a vederli è una dignità_.»

Un contadino di Versilia dice al compagno: — Non lo gittare questo

seme, credi a me, non è terra _degna_, non lo merita.

Un contadino pistoiese dice che basta una solata a far levare il capo

all'erba, e che si rià a un tratto perchè il _sole è vita alle piante_.

Un diluvio d'acqua, — dice un senese, — è più una rovina che altro, ma

se vien regolata, che la possa ricevere, _il campo gode e lavora_.

Le patate a questa _rinfrescata_ si _son risentite_, — dice un di

Versilia, — e _godono_ che è un piacere a vederle.

Il grano, — dice un pistoiese, — è venuto adagino, pigliò vigore, e

vede come _rizza il capo rigoglioso_! — _È pieno, tien corpo, è bene

spigato._ — _Il sole quassù ha molta possanza_, ecc.

Vuol essere custodimento, — dice un pisano, — se si vuole che la pianta

_venga in orgoglio_.

Il buon sugo (pure un pisano) rinvigorisce le piante, le mantien

fresche e le fa _venire in essere_ a tutto punto.... Si cuoce a fiamma

la legna che _prende essere_ di carbone.

Giù nelle fondate (un altro pisano) le viti non ci approdano: _è il

trionfo dei grani_. — Miri che _trionfo_ di verde! — A volere che la

campagna _trionfi_ ci vorrebbe un pochino d'acqua.

Son terre magre e sassose (un senese); _è uno sgomento a domarle_.

Il grano cresce rigoglioso ch'è una bellezza, proprio _una meraviglia

di speranza_.

Pel freddo il faggio s'abbandona e resta _mortificato_; par che _il

freddo gli rompa l'anima_.

È una pianta che vuol di molto custodimento, guai abbandonarla! _resta

senza fiato_.

La terra dà quanto riceve; nutrita poco, dimagra come i cristiani, _e

non ha più nerbo a reggere le piante; la terra rende frutto secondo che

si nutrica, ecc., ecc._

E questo è quel «dialetto come tutti gli altri» o «il dialetto che più

s'avvicina alla lingua» e che avrebbe «la pretesa di farsi considerar

come lingua,» quel gergo toscano, infine, che l'ignoranza presuntuosa

e cocciuta di molti non vuole nè ammirare, nè studiare, nè sentire.

— Pare impossibile! — diceva il Manzoni, scrollando il capo, con un

sorriso tra mesto e stizzoso.

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