II.

Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle

espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse

per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno,

_e non dice più vero_. — Il _verno è nato_, la stagione declina. —

Bella serata ch'è questa! È _uno stellato fitto_, una chiarità che

rallegra, starei qui tutta la notte _a godere le stelle_. — Carlo

voleva partire; sua moglie non fece altro che _contraddirgli l'andata_.

— I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè _hanno il baco che

li rosica_ giorno e notte. — Io non dissi parola; ma _piangevo nel mio

dentro_. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe

_una leggenda da far rabbrividire_. — Voleva intendere, voleva sapere

(parla d'uno che sotto colore di chiedere _albergo_, s'era ficcato in

casa per rubare); non _aveva terren sotto i piedi_. — Non _toccava_

nemmeno _terra dall'allegria_. — _Non batte_ gli occhi _da tanto

che sta lì a guardarla_. — Creda che quando si vuol bene davvero, le

_parole muoiono in bocca_. — Che acqua! _è una freschezza che rompe

il bicchiere._ — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel

benedetto vecchio che m'_ingolla viva_. — _Un dì per me dice tre_

(parla un vecchio), _calo fuor di maniera._ — La carità, se la facciamo

bene, _Dio la scrive in cielo_. — Che serve disperarsi?_ Tanto questo

mondo è una fiatata._ — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo

_inchina tutto a quell'idea_ (gli somiglia). _Lo rammenta fin nei

capelli._ — Guadagnarsi il pane a _stille di sudore_, _assaettarsi_

al lavoro, condurre una vita _arrovellata_. — Mio marito lavora tanto

che quando torna a casa si mette subito a letto _e si sveglia dalla

parte che s'è abbandonato_. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi

settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? _Si sveglia nella

stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale...._

Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei

modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con

orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla

regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo,

ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti:

— Di quei figliuoli non ne _rinasce_ (invece di _rinascono_). — C'_è

morto_ pezzi di giovinotti (invece di _ci son morti_), ecc., che non

han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — _Il mio omo

è da tre settimane che si sente male._ — A casa ci sta il mio nonno

_che gli voglio_ un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una

disgrazia grande. — _L'uva ce n'è di tante_ specie. — La maremma _son_

tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina.

_Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di

prezzo_, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono

pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli

stesso ha scritto nei suoi _Promessi Sposi_ (edizione corretta), oltre

a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — _Tutti coloro che

gli pizzicavan le mani...._ — _Queste sono sottigliezze metafisiche

che una moltitudine non ci arriva...._, ecc. Ma nonostante l'illustre

esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo

seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria

d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo

sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che

quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una

sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che

non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica

ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per

esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi

regolare. Non trovo che il dire _tutti coloro a cui pizzicavan le mani

o che si sentivano pizzicare le mani_, ecc., sia tanto pedantesco,

tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che

sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in

simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio

parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo;

ma _come si parla_ da chi parla bene, correttamente ed elegantemente.

Ora io scommetto che nessun toscano colto dice _coloro che gli pizzican

le mani_ altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà,

per esempio, _coloro che si sentono pizzicar le mani_. È grammaticale

e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva

in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei

contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti,

lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè

abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando

parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente

l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio

Broglio scriva nella sua _Vita di Federico II_: — _I compagni gli

riuscì di fuggire._ La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere

invece: — _Ai compagni riuscì di fuggire!_ — Dove andremo a riuscire

se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un

conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore

prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero,

molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel

linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del

Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; _i cicalini, il caldo li

sollecita_. — _Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge._ —

_Questo stromento_, vedete, _è la prima volta che me ne servo_. — Si

sentiva un gran fracassío di voci; _ma vedere, non si vedeva niente_,

ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi

modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si

sputa.

Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta

l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro

che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro

dialetto, come se fossero tutti e necessariamente _non italiani_ per la

sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio,

gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da

mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le

divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde:

— _Altro, se le sa!_ — _Addio, e questa volta non star più tanto_ a

scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa

che a me; _per essere_, (è una contadina che parla del marito) ho

inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere

di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene,

perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure

si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le

chiama. Per esempio: — Troverò io _il verso e la maniera_. — _Senza

dire nè chè nè come._ — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre:

— _Senza sapere nè perchè nè per come_ — _Senza dire nè asino nè

bestia_, — non ne seppe _nè grado nè grazia_, — _non fa nè ficca_, —

_non cresce nè crepa_, — una lingua che _taglia e fora_, che _taglia e

fende_, che _taglia e cuce_, — _dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia

e martella_ — sono d'accordo _bene_ e _meglio_ — _sono un paio e

una coppia_ — è lei in _petto_ e _persona_ — viene in casa _spesso e

volontieri_, ecc., ecc.

Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il

Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica

che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un

po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il

farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua

se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri;

chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere,

terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che

li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e

vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e

volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a

tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia

e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan

di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: _son sceso

perchè avevo da dire una parola al tale_, volendo parlare in punta

di forchetta, mi disse: — _son sceso per via d'una parola che avrei

avuto l'idea_, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non

basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna

guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare

a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi

ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti

riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più

di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per

esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi

pare forestiere lei _perchè la sua parlata non combina colla nostra_.

Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci;

siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi

ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse

ingenuamente: — _Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi

l'italiano!_ —

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