Si veda se c'è nulla di più grazioso e di più efficace delle
espressioni seguenti, tutte raccolte dalla bocca di contadini, e sparse
per il libro del Giuliani. — L'orologio cammina cammina senza ritegno,
_e non dice più vero_. — Il _verno è nato_, la stagione declina. —
Bella serata ch'è questa! È _uno stellato fitto_, una chiarità che
rallegra, starei qui tutta la notte _a godere le stelle_. — Carlo
voleva partire; sua moglie non fece altro che _contraddirgli l'andata_.
— I ricchi delle volte stanno peggio di noi perchè _hanno il baco che
li rosica_ giorno e notte. — Io non dissi parola; ma _piangevo nel mio
dentro_. — A contare tutto quello che ho passato nel mondo, sarebbe
_una leggenda da far rabbrividire_. — Voleva intendere, voleva sapere
(parla d'uno che sotto colore di chiedere _albergo_, s'era ficcato in
casa per rubare); non _aveva terren sotto i piedi_. — Non _toccava_
nemmeno _terra dall'allegria_. — _Non batte_ gli occhi _da tanto
che sta lì a guardarla_. — Creda che quando si vuol bene davvero, le
_parole muoiono in bocca_. — Che acqua! _è una freschezza che rompe
il bicchiere._ — Voglio tornar a casa perchè altrimenti c'è quel
benedetto vecchio che m'_ingolla viva_. — _Un dì per me dice tre_
(parla un vecchio), _calo fuor di maniera._ — La carità, se la facciamo
bene, _Dio la scrive in cielo_. — Che serve disperarsi?_ Tanto questo
mondo è una fiatata._ — Conoscete il mi' figliuolo? Il vostro bimbo
_inchina tutto a quell'idea_ (gli somiglia). _Lo rammenta fin nei
capelli._ — Guadagnarsi il pane a _stille di sudore_, _assaettarsi_
al lavoro, condurre una vita _arrovellata_. — Mio marito lavora tanto
che quando torna a casa si mette subito a letto _e si sveglia dalla
parte che s'è abbandonato_. — Come diremmo questo, otto su dieci di noi
settentrionali, quando non avessimo tempo a pensarci? _Si sveglia nella
stessa posizione.... nello stesso atteggiamento.... nel quale...._
Un bello studio ci sarebbe da fare, con questo libro alla mano, su quei
modi e costrutti che i fautori della prosa compassata rigettano con
orrore, e i novatori, invece, che badano all'efficacia più che alla
regolarità dello stile, cercano e adoperano, non solo senza scrupolo,
ma con predilezione. Lasciamo stare le espressioni come le seguenti:
— Di quei figliuoli non ne _rinasce_ (invece di _rinascono_). — C'_è
morto_ pezzi di giovinotti (invece di _ci son morti_), ecc., che non
han bisogno di essere giustificate. Notiamo invece: — _Il mio omo
è da tre settimane che si sente male._ — A casa ci sta il mio nonno
_che gli voglio_ un bene dell'anima. — Per noi queste libecciate è una
disgrazia grande. — _L'uva ce n'è di tante_ specie. — La maremma _son_
tutti luoghi ammacchiati. — C'era due che contrattavano della seggina.
_Quello che comprava gli è parso che il venditore l'avesse alterata di
prezzo_, ecc. Che cosa si deve dire di queste licenze? che si possono
pigliare? Il Manzoni non esiterebbe a rispondere di sì poichè egli
stesso ha scritto nei suoi _Promessi Sposi_ (edizione corretta), oltre
a moltissime proposizioni consimili, le seguenti: — _Tutti coloro che
gli pizzicavan le mani...._ — _Queste sono sottigliezze metafisiche
che una moltitudine non ci arriva...._, ecc. Ma nonostante l'illustre
esempio, io starei umilmente con coloro che credono di non doverlo
seguire. Che si debba preferire un idiotismo efficace a una pedanteria
d'effetto contrario, siamo d'accordo; ma a patto che quell'idiotismo
sia indispensabile ad esprimere quella data cosa; a patto che
quando ci sono due espressioni di uguale efficacia da scegliere, una
sgrammaticata e una no, si scelga quest'ultima; a patto, infine, che
non si consideri ogni idiotismo come una gemma per la sola ed unica
ragione che è un idiotismo. In quelle due proposizioni del Manzoni, per
esempio, non mi pare affatto giustificata la violazione della sintassi
regolare. Non trovo che il dire _tutti coloro a cui pizzicavan le mani
o che si sentivano pizzicare le mani_, ecc., sia tanto pedantesco,
tanto forzato, da dover preferire l'altra maniera. Mi pare anzi che
sia appunto questa maniera, preferita come più naturale, quella che, in
simil caso, riesce più forzata. Ma, si dirà, è una forma del linguaggio
parlato, e voi stesso dite che bisogna scrivere come si parla. Certo;
ma _come si parla_ da chi parla bene, correttamente ed elegantemente.
Ora io scommetto che nessun toscano colto dice _coloro che gli pizzican
le mani_ altro che qualche volta e senz'avvedersene. Abitualmente dirà,
per esempio, _coloro che si sentono pizzicar le mani_. È grammaticale
e non è certo meno semplice e meno spontaneo. Capisco che si scriva
in quel modo quando si fanno parlare dei ragazzi, degli operai, dei
contadini: si vuole, si deve imitare il loro linguaggio; lo si imiti,
lo si riferisca anzi tal quale; sta benissimo. Ma non capisco perchè
abbia da parlare lo stesso linguaggio lo scrittore, anche quando
parla per conto proprio e di materie che non richiedono assolutamente
l'estrema semplicità del dire. Non mi va, per esempio, che Emilio
Broglio scriva nella sua _Vita di Federico II_: — _I compagni gli
riuscì di fuggire._ La gran pedanteria che sarebbe stata di scrivere
invece: — _Ai compagni riuscì di fuggire!_ — Dove andremo a riuscire
se ci mettiamo su questa via? Transigere colle sgrammaticature, è un
conto; adorarle, è un altro. Si finirà per considerare come la migliore
prosa quella che sarà più spropositata e più triviale. Vi sono, è vero,
molti modi e costrutti popolari graziosissimi che non stridono nel
linguaggio corretto; questi, per esempio, che si trovano nel libro del
Giuliani: — Si sente già cantare i cicalini; _i cicalini, il caldo li
sollecita_. — _Aver sempre queste pene al cuore, non ci si regge._ —
_Questo stromento_, vedete, _è la prima volta che me ne servo_. — Si
sentiva un gran fracassío di voci; _ma vedere, non si vedeva niente_,
ecc. Altri la penserà diversamente e metterà al bando anche questi
modi; è affar di gusto, e sui gusti, come dice il volgo, non ci si
sputa.
Questo bel parlare dei contadini toscani, che ha conservato tutta
l'antica purezza, può anche servire a levar molti scrupoli a coloro
che scrivendo italiano si guardano con orrore da tutti i modi del loro
dialetto, come se fossero tutti e necessariamente _non italiani_ per la
sola ragione che appartengono al dialetto. Quanti sono, per esempio,
gli italiani delle provincie settentrionali che sarebbero presi da
mille dubbi sul punto di scrivere le frasi seguenti! — Che? le sai le
divozioni? domanda una contadina a una bimba. E la madre risponde:
— _Altro, se le sa!_ — _Addio, e questa volta non star più tanto_ a
scrivermi (non farmi più aspettar tanto le lettere). — Lui non pensa
che a me; _per essere_, (è una contadina che parla del marito) ho
inciampato bene assai, ecc. — Così c'è da imparare tutte quelle maniere
di chiudere il periodo che usiamo anche parlando, senz'accorgercene,
perchè lo vuole l'orecchio; ed anco quelle parole accoppiate che pure
si dicono, non perchè lo richieda il senso, ma perchè il suono le
chiama. Per esempio: — Troverò io _il verso e la maniera_. — _Senza
dire nè chè nè come._ — E uscendo dal libro del Giuliani, quest'altre:
— _Senza sapere nè perchè nè per come_ — _Senza dire nè asino nè
bestia_, — non ne seppe _nè grado nè grazia_, — _non fa nè ficca_, —
_non cresce nè crepa_, — una lingua che _taglia e fora_, che _taglia e
fende_, che _taglia e cuce_, — _dàgli, picchia e mena, dàgli, picchia
e martella_ — sono d'accordo _bene_ e _meglio_ — _sono un paio e
una coppia_ — è lei in _petto_ e _persona_ — viene in casa _spesso e
volontieri_, ecc., ecc.
Ed ora torniamo alle bellezze della lingua contadinesca, che il
Giuliani raccolse con tanto amore. Davvero, quando penso alla fatica
che gli dev'esser costata questo lavoro, lo ammiro, perchè conosco un
po' anch'io i contadini toscani, e so per prova quanto è difficile il
farli parlare come occorre che parlino perchè un raccoglitore di lingua
se ne possa valere. Non è che non attacchino discorso volentieri;
chè anzi sono cortesissimi, e una volta che han preso a discorrere,
terrebbero a bada un'accademia. Il male è che quando s'accorgono che
li fate parlare per sentirli, o temono che li vogliate canzonare, e
vi sguisciano di mano; o compiacendosi della vostra ammirazione, e
volendo meritarla meglio con un parlare più scelto, vi cominciano a
tenere dei discorsi così arruffati, così lontani dalla loro grazia
e chiarezza abituale, che vi fanno cascare, come suol dirsi, il pan
di mano. Mi ricordo d'un contadino che invece di dire: _son sceso
perchè avevo da dire una parola al tale_, volendo parlare in punta
di forchetta, mi disse: — _son sceso per via d'una parola che avrei
avuto l'idea_, ecc., e non ricordo come sia andato a finire. Non
basta dunque girare per la campagna e interrogare i contadini; bisogna
guadagnarsene la confidenza, pigliare dimestichezza con loro, imparare
a farli discorrere senza che se n'accorgano, trovare il verso di farsi
ripetere dieci volte lo stesso discorso, ed altre arti in cui non tutti
riescono, e il Giuliani riuscì mirabilmente. Il curioso è che i più
di quei buoni contadini credono di parlar male. Un oprante senese, per
esempio, disse al Giuliani queste parole ingenue e graziosissime: — Mi
pare forestiere lei _perchè la sua parlata non combina colla nostra_.
Si sa anco noi che il peggio parlare è il nostro; bisogna compatirci;
siamo poveri contadini, che non si conosce la lettura. — Così mi
ricordo d'una ragazzina fiorentina, figliuola d'un barbiere, che disse
ingenuamente: — _Mi piace tanto come parlate voi altri piemontesi
l'italiano!_ —