I.

Ho riletto in questi giorni il libro di Giambattista Giuliani

intitolato _Moralità e poesia del vivente linguaggio della Toscana_

(Successori Lemonier, terza edizione); e ho riprovato la doppia

soddisfazione che dà ogni libro veramente bello e veramente utile.

Son certo che molti dei miei giovani lettori lo conoscono; ma dubito

che molti abbiano avuto la pazienza di postillarlo, di trascriverne i

tratti più notevoli, di ordinare le note, di spremerne il sugo in modo

da poter mettere il libro da parte colla sicurezza d'averne ricavato

il maggior vantaggio possibile. Per questo, credo che non riusciranno

inutili le pagine seguenti. Propongo, in somma, a quelli fra i lettori

che studiano con amore la lingua, di leggere, o rileggere, il libro del

Giuliani in compagnia d'uno che può risparmiar loro una parte della

fatica che avrebbero a durare per far quella lettura da soli e con

profitto.

Questo libro è quasi tutto composto di discorsi, di frasi, di parole

raccolte dalla bocca di contadini e contadine delle varie provincie

toscane. Il Giuliani ci ha lavorato molti anni. Girò tutta la Toscana,

soggiornò nei villaggi e nelle borgate, s'affratellò coi campagnuoli,

ne studiò i lavori e i costumi, e a furia d'interrogare e di notare,

mise insieme il suo libro, che è una miniera di purissima lingua. E

non di lingua soltanto, perchè son contadini e contadine che parlano

d'agricoltura, delle loro famiglie, dei loro amori, delle loro

disgrazie; quindi c'è racconto, descrizione, affetto. Letto questo

libro, par di essere vissuti un anno in quelle beate valli _popolate

di case e d'oliveti_, e d'aver conosciuto quel buon popolo schietto

e cortese; e per molto tempo rimangono nella mente quei vignaiuoli,

quegli opranti, quei carrettieri, quei cacciatori, quelle fattoresse,

quei garzoni, quelle nonne, quelle spose, quelle ragazze, colle quali

s'è discorso alla sfuggita, come tanti personaggi di un romanzo.

Io non credo che ci sia al mondo altro popolo contadinesco, — per

servirmi delle parole del Giuliani, — il quale parli una lingua così

gentile, così potente, così splendidamente poetica come quella parlata

dal popolo della campagna toscana. Certuni (non toscani, s'intende),

leggendo questo libro sono stati presi qua e là dal dubbio _che non

fosse tutta farina dei contadini_. — Certe idee, — dissero, — certe

frasi son troppo belle, troppo poetiche per dei contadini. — Io penso

invece che sono tanto poetiche e tanto belle da non poter sospettare

che siano di Giovanbattista Giuliani, per quanto egli abbia ingegno e

buon gusto. E dico il vero: se fossi sicuro che il racconto intitolato

_Tre vittime del lavoro_, compreso nel libro di cui parliamo, non

è stato scritto, quasi sotto dettatura della contadina _Teresa_ e

del pastore _Domenico Nesti_, ma steso per intero, e per sola forza

d'immaginazione, dal signor Giuliani, piglierei questa sera il treno

diretto di Firenze per andare ad abbracciare il degno abate e gridargli

ch'è il primo scrittore d'Italia; tanto io credo che quel meraviglioso

racconto sia al di sopra delle forze di qualunque ingegno, anche

toscano, e che la natura sola l'abbia potuto dettare.

E poi giudicheranno i lettori, non di quel racconto, ma dell'altre

cose. Spigoleremo nel volume del signor Giuliani. Gran lavoro

davvero da riempirne le pagine d'un libro! Ma qui si tratta di

spigolare riordinando. Il ritenere le cose di lingua dipende in

gran parte dall'ordine col quale ci si presentano. Nel libro del

Giuliani, composto in gran parte in forma di vocabolario, si trovano

discorsi, frasi, immagini di natura svariatissima, l'una sull'altra,

alla rinfusa. Nella stessa pagina, tre persone diverse parlano

d'agricoltura, d'amore e di morte. Noi procederemo in un'altra maniera.

Di più, non cogliendo altro che il fiore delle tante bellezze sparse in

quel libro, lasceremo da banda quella parte di lingua, ed è moltissima,

che riguarda esclusivamente l'agricoltura dal lato tecnico, e che

perciò riuscirebbe inutile al maggior numero dei lettori.

Cominciamo dalle espressioni poetiche del linguaggio del dolore,

dell'amore e d'altri sentimenti. Molte volte rimarremo meravigliati

del pensiero, non meno che della forma. Una contadina della montagna

pistoiese, per esempio, parlando degli ultimi giorni d'una sua

conoscente, morta poi di malattia, dice che _aveva la carne già morta e

lo spirito sempre vivo_...; che _le morì la carne addosso prima ancora

che se ne fosse ita con Dio_. Un'altra contadina della stessa montagna

dice che _quando il dolore è di quello cocente, la parola resta

dentro_: espressione di cui si ammirerebbe la potenza se si trovasse in

un verso di Dante. — Una contadina senese dice le seguenti parole che

a me paiono sublimi: _La mamma io la perdetti ch'ero piccolina; a ogni

modo mi par di mentovare un gran nome!_ — _A casa_, — dice un'altra

pistoiese, — ci sta il nonno, che gli voglio un bene all'anima.

_Sempre sotto la sua ombra mi son riparata._ — Un'altra, parlando d'un

figliuolo morto: — _La morte, come fa presto! Non si sa la mattina

quando ci si leva, se si finisce il giorno.... Ma Dio ce li dà in pegno

i figliuoli; a tutte l'ore li puole ripigliare, e bisogna renderli._

— Una donna del Casentino, raccontando un suo sogno d'una passeggiata

fatta colla bambina che poi le è morta: — _Per la strada non si faceva

altro che coglier fiori e fiori, parea fosser nati a bella posta per

noi: era un non so che d'allegria per tutto._ — _A volte_, — dice

un'altra di Valdensa, — _m'arrabbierei dalla disperazione; ma Dio è

misericordioso, e ci svia la mente da queste tristizie._ — Un'altra

madre: — _A noi mamme ci costano sangue tutti a un modo i figliuoli.

C'è n'è tante che non se ne rifanno a mancargli un figliuolo. Tutti

non si nasce d'una stampa; le dita delle mani non son mica tutte

compagne._ — _A rifletterci bene_, dice una contadina di Montamiata,

— _è proprio vero, il mondo è una catena continua d'amore: s'esce d'un

amore e s'entra in uno più grande a pigliar marito_. — Un cieco delle

montagne di Siena dice: — _perso gli occhi, perso il mondo; la luce è

la bellezza della vita_. — Un'altra madre del Casentino dice dei suoi

figliuoli morti: — Mi ricordo di quando li avevo tutti e due; _come

brillavano! allora sì che quella era vita!... Senza la vista degli

occhi_ (era diventata cieca) _si è più di là che ili qua, sparisce il

meglio della vita._ — Un'altra madre: — Quando cominciano a chiamare

_babbo, mamma, anco che non lo scolpiscano bene bene, è una tenerezza

che ci cascano i lucciconi_ (lagrimoni) _ridendo_.... — _Quando c'è

l'amore_, — dice un'altra, — _tutto passa! Quello sì che è proprio un

accorda cristiani!_ — Ed altre, parlando sempre dei figliuoli: — _Le

darei il fiato per tenerla viva_ — Che almeno la rivegga in paradiso!

_Mi reggo viva in questa speranza._ — Sebbene fossi più di là che di

qua, l'avere il mi' figliuolo daccanto nel letto, _mi pareva di essere

più degna di stare nel mondo_, ecc.

Ecco ora un saggio d'altre espressioni più brevi di dolore e di affetto

tolte qua e là dal libro e riferite tali e quali. Non dimentichiamo mai

che son contadini e contadine che parlano. — Era una vista che levava

il pianto dal cuore. — Sono dolori che ne va la vita. — Quando viene

un rimescolo di sangue l'uomo non scerne più il bianco dal nero. —

Sono pene di morte che fanno andare il cervello in aria. — Mi consumavo

dentro. — Mi sento schiantar dentro dalla passione. — È un pensiero che

mi pesa sull'anima. — È un coltello che m'ha passata l'anima. — È una

disgrazia che m'ha ferita a morte. — Se non fossi in mano di Dio, sarei

già morta sfatta dal dolore. — Una puntura, per forte che sia, finisce

presto, basta che non arrivi al cuore; ma feriti al cuore, addio: è

una morte da vivo; non si guarisce più. — Li ricordo quei giorni! Li ho

contati a goccie di sangue, li ho contati. — Parea distrutta dalla gran

passione. Vede quel sasso? Tant'era lei. — E Teresa? Oh quella sì che

il dolore le s'è fitto nell'ossa! — Vedevo lui (_il marito morto_,) e

mi pareva volesse dir tante cose, e non poteva; che strazio è stato il

mio! — Spasimava tra la vita e la morte. — Mi si travolse il cervello.

— Mi pareva di non aver più senso di nulla. — Ero un turbine di dolore,

ecc.

Ma nulla di più gentile e di più caro che il linguaggio d'amore. —

«M'ero messa a certi arrischi per vederlo (dice una contadina della

montagna pistoiese parlando del suo damo, che fu poi suo marito) che a

ripensarci mi s'accapona la pelle. Bastava mentovarmi il mio damo, io

ero gelosa di tutte e di tutto. _Mi pativa il cuore, che l'aria me lo

guardasse._ La prima volta che lo vidi, mi principiò subito a garbare.»

— Un giovane contadino di Val di Greve dice: — «Io per me tra 'l

lavoro penso alla mia dama, non sento manco la fatica, tutto mi piace;

_è un gran gusto quando c'è l'amore che rischiara la giornata_.» Una

contadinella, parlando del suo innamorato: — «Quando si va in chiesa,

quanti ne passa e quanti ci entrano, il più bello di tutti è lui: _pare

un fiore, che lo distinguo tra mille_. Anche se mi ritrovo alle feste

e che ci sia lui, _lo vedo sopra tutti_; gli voglio bene; il cuore

non mentisce.» — S'ha un bel dire, ma non c'è barba di scrittore che

valga a mettere insieme di queste parole. Un'altra, una contadina di

Crespole, racconta così l'_andamento_ del suo amore: — «La prima volta

che vidi il mi' omo, era la festa della Madonna delle Grazie. Un giorno

fra gli altri venne da me una mi' zia e mi chiama: Vien qua, Betta,

senti, t'ho da dire una cosa: c'è quel giovinotto di Vellano, che

t'ha visto in chiesa, ti ricordi? _Ti conobbe tanto allegra e con quel

sorriso_ (bellissimo!) che t'ha messo gli occhi addosso; e finchè t'ha

potuto vedere, t'ha guardato e ha detto: Quella è la ragazza che fa per

me; la voglio pigliar per moglie, _mi garba troppo_.» — Una ragazza

di Cutigliano scrive al suo amante: — _Anche solo a poter prendere

qualche boccata d'aria dove tu respiri, sarei contenta._ — La stessa,

in un'altra lettera, temendo d'essere abbandonata: — «Rammentati

bene che v'è un Dio sopra di noi, che se tu _avessi il cuore voltato

a tradirmi_, non te ne darebbe il tempo.» — In uno stornello c'è la

parola _strazia fanciulle_, per amante volubile; e una povera ragazza

abbandonata dice ingenuamente al suo damo: — _Come volete ch'io

faccia a campare?_ Undici sillabe in cui c'è più amore che in tutto il

canzoniere d'un petrarchista.

Tralascio di riferire un gran numero di parole e d'espressioni del

linguaggio contadinesco, che non potremmo usare. Ma ve n'è molte, fra

queste, che dánno tanta grazia e tanta originalità al discorso, che

sarebbe un peccato lasciarle da parte. Voglio dire di quei vocaboli

e modi che si soglion chiamare _illustri_, e che non convengono

al linguaggio famigliare. Per esempio, si trattenga dal sorridere,

chi può, raffigurandosi un contadino il quale dica le proposizioni

seguenti: — Aveva una _dottoranza_ nel su' dire, che ci si stava a

bocca aperta a sentirlo. — Quando si torna di maremma, guai a non

aversi un po' di _riguardanza_. — Per esser povera gente, l'hanno

portato al cimitero con _onoranza_. — Si vede che il vino nelle botti

non ha preso _possanza_. — Bisogna aspettare che il sole acquisti

_possanza_ di scioglier la neve. — Ho continua _temenza_ che si faccia

del male. — Vecchio, aveva nel cuore _l'ardenza_ della gioventù. — Ero

sfinita, e tutti mi guardavano come _una meraviglia di doglianza_. —

Lavorava per acquistarsi _nominanza_. — Uno dei bimbi le morì perchè

non ebbe _custodimento_. — Ora le racconterò l'_andamento_ della

mia gamba (s'intende del suo male). — Mi sarei mangiate le mani, dal

_rosicamento_ che mi sentivo dentro. — Non mi _nutricavo_ che di pianti

e di sospiri. — Mi fu posto dinanzi un fiasco e potei bere a tutto

tonfo, si figuri! A quella _confortazione_ subito riebbi la vista.

— Quest'aria è una _spirazione_ di salute, ecc. — Noto di volo il

curioso paragone _piangere come una vite tagliata_ e la graziosissima

espressione _donna usciaiola_ per donna che sta sempre sull'uscio a

_spettegolare, a tirarla giù all'uno e all'altro_; tanto differente da

quelle buone donne che _lavorano di genio_, che _si tirano il bene da

tutti_, che non _si guastano con nessuno_ e che non si dan pensiero

delle maldicenze, tenendo per massima che _un paio d'orecchie sorde

chetano cento lingue_.

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