XXXI.

Pochi giorni potevano essere trascorsi da questo ritrovo, quando una

sera Stefanella, occupata a far pascolare le sue capre lungo una siepe

che fiancheggiava la postale, vide arrivare una carrozza da posta

che montava al passo l’erta della via. La fanciulla, così diversa

in tutto dalle altre non provava nemmeno la naturale curiosità del

paesano per tutto ciò che è nuovo e forastiero, e intanto che la

carrozza s’avvicinava continuò a starsene seduta sul margine della

strada colle spalle rivoltate ai vegnenti. Frattanto la carrozza le era

giunta dappresso, ed essa udì una voce gridarle in accento gentile, ma

straniero:

— Oh bella calabrese!... Quante miglia da qui a Cosenza...

Stefanella si volse come... dire come l’avesse toccata un ferro rovente

od una scintilla di fulmine sarebbe ancora poco... come se tutta la sua

anima se ne fosse andata in quella voce che le aveva parlato ed ella

fosse stata portata via intera in quella carrozza.

Ella si volse, volle fare un passo, chiamare un nome, mandare un grido,

ma la carrozza, superata l’erta, si era slanciata al trotto e, avvolta

nella nube di polvere dello stradone, sparì in pochi istanti dalla sua

vista.

Stefanella cadde boccone sulla via e vi restò molti minuti senza sensi

e senza respiro, vivente soltanto in un convulso agitar delle labbra

che tentavano profferire il nome della persona la cui voce aveva udita

dopo sei anni di silenzio e di attesa: il nome e la voce di Gabriele.

A poco a poco trovando quasi diremmo la forza nello stesso nome che

andava mentalmente pronunziando, e scossa da un’altra angosciosa idea

che l’avea assalita simultaneamente alla gioia di quell’incontro,

risensò e alzossi.

Allora stette qualche istante come smarrita in mezzo alla strada, si

guardò intorno, a destra e a sinistra, raccolse le sue idee, rivide

con mente più calma quella carrozza, s’accertò delle persone che dovea

portare, pensò donde veniva, dove andava; conchiuse che erano francesi

che andavano a Cosenza, ma che intorno a Cosenza c’era la banda di

suo fratello, e che fra quei francesi c’era la vita del suo amante, e

compiendo rapidamente questo ragionamento,

— Salvarlo!... — esclamò — salvarlo o morire; e senza nemmeno volgere

un’occhiata alle sue capre, senza nemmeno curarsi di quel che lasciava

e di quello che rischiava, si pose a correre per la strada nella

direzione che aveva preso la carrozza.

Stefanella conosceva tutti i sentieri e le scorciatoie della valle e

del monte, e immaginava inoltre dove poteva essere Carluccio. Fatta

quindi una mezz’ora di cammino sullo stradone infilò a sinistra

una viottola e poco dopo un sentiero ripido appena segnato da una

leggierissima orma di piede umano. L’impazienza, l’ansia, la paura,

l’amore le aveano posto le ali ai piedi: arrivare un’ora, un quarto, un

minuto prima o dopo, poteva essere la salvezza o la morte.

Questo pensiero le centuplicava la vita: i suoi muscoli delicati

non sentivano la stanchezza, e l’eccitamento nervoso nel quale si

trovava le teneva luogo di forza e non le lasciava modo di calcolar

la fatica. Balzava di rupe in rupe coll’agilità d’una cerva fuggente,

ma più agitata d’una cerva fuggente non si fermava mai a rifiatare o a

dissetarsi.

Camminava così da circa due ore, e giudicando dal folto della selva

e dalla profondità dell’avvallamento, credeva essere poco lontana dai

quartieri della masnada. S’era fatta già notte, ed ella, attraverso le

ombre rese più fitte dall’immenso tetto della selva, e che avvolgevano

tutto intorno la contrada, scorgeva appena il cammino. Mano mano che

s’avvicinava, il cuore le batteva più forte e la forza l’abbandonava.

Temeva non arrivare più in tempo e ogni passo che faceva le pareva

fosse tardo... inutile... perduto, pure camminava, quasi sospinta da

un soffio invisibile, magnetico! Alla fine un fischio le passò via per

l’orecchio ed ella continuò a camminare... Un altro fischio rispose..

ed ella si mise a correre... un terzo fischio e un tumulto di voci

vicine replicò, e fatti ancora pochi passi si trovò circondata da una

torma d’uomini armati e mostruosi che non si sapeva dire se usciti dal

ventre della terra, o calati dalle cime della foresta.

— Ferma!... piglia!... agguanta!... bottino!... bottino!... — urlarono

in coro quei masnadieri.

— Alto!... — gridò la giovane che era già preparata a questa

apparizione — sono Stefanella, la sorella della Furia, dov’è egli?...

— La sorella del capo?... baie!... — rispose taluno.

— Conducetemi da lui se non lo credete... ma io farò appiccare il primo

che avrà detto baie...

— Dev’essere lei — rispose uno più vecchio della banda. — Il capo è

dentro il burrone e ha molto da fare...

— Ha da fare?... coi francesi che son passati or ora... — chiese la

Stefanella dissimulando, con un coraggio sovrumano, tutta l’angosciosa

sollecitudine della domanda che faceva.

— Brava!... oh! come lo sai?

— Glieli ho fatti arrivar io, rispose Stefanella, ma guidatemi a lui...

e subito.

— Sì, guidiamola... largo a Stefanella... Viva Stefanella!... vieni...

— Corriamo... vedi, son là... questi sono i cavalli... questo qui

legato è il postiglione... sono quattro: due uomini e due donne...

denari pochi però... Ma il capo dice che regalerà tutto a noi... per sè

non vuole che i cuori... Galante il nostro capo!...

Un’altra volta Stefanella a questo orrendo scherzo sarebbe cascata in

deliquio. Ma ormai, risoluta a gettar la vita nella catastrofe d’una

tragedia, raccoglieva tutto il suo coraggio e voleva arrivare alla

fine.

Fatti ancora pochi passi nella spaccatura d’una montagna, che, guardata

dall’alto pareva una fessura e nel fondo era una valle, nascosta dai

pini e dagli abeti della foresta, le si parò d’innanzi questa scena che

il chiarore di due fiaccole di resina, infisse nel suolo, rischiarava

in tutto il suo orrore.

Quattro persone stavano legate ginocchioni contro la parete della

caverna tremanti, disfatte, color della morte. Un uomo giovane

ancora, ombreggiato da una leggiera lanugine, senza armi, in maniche

di camicia, brandiva una frusta e passeggiava su e giù davanti

agl’inginocchiati salutandoli di tratto in tratto sul volto con un

colpo del suo lungo scudiscio, e bevendo alla salute della «Vendetta»

in un calice d’oro, preziosa reliqua del convento dei Certosini di

Cadossa, al quale aveva messo una taglia.

La Furia, quando arrivò Stefanella, aveva appena incominciato a parlare:

— Non mi farete il torto di credere che voglia salvarvi la vita....

penserò alle frustate che ho ricevuto, alla fame che ho durata,

alla prigione che ho sofferta e moltiplicherò tutto questo per due

fratelli; vi metterò in conto la prostituzione di una vergine e la

corruzione d’un fanciullo e farò una miscela che spero riescirà degna

degl’ingredienti... Già ti cercavo e capirai che t’ho riconosciuto...

Tu eri il capo di qnell’altro brigantaggio parigino, brigantaggio delle

volpi contro i pulcini, men terribile ma più schifoso del mio... tu

sei l’uomo della tratta dei fanciulli... indarno ti tenevi nascosto,

ma io t’ho veduto... sei stato tu a ordinare le verghe di mia sorella,

la sua prostituzione... tu a far di me un saltimbanco... Io non so il

tuo nome, ma che m’importa?... io t’ho sempre chiamato _la Fiera_,

per questo io mi chiamo oggi _la Furia_... Tu m’hai fatto perdere

tutto... l’innocenza, la bontà, l’onore, la libertà, la giovinezza,

la fede... tutto... persino l’amore di mia sorella... la sola santa

che io preghi... il solo Dio che riconosca... Ebbene... tu e questa

tua iniqua parentela... morrete... non so bene di qual morte... ma

della più lunga... della più atroce... della più spasmodica... Io

raccoglierò una ad una le goccie del tuo sangue in questo calice e ne

farò un brindisi... conterò uno ad uno i tuoi lamenti e ne formerò una

musica... cercherò con uno spillo nel tuo cervello le idee del male

che t’hanno nutrito e... le ucciderò ad una ad una... strapperò dal

tuo cuore le fibre del delitto che ne hanno formato il tessuto e le

darò ai miei cani... L’anima tua sarà stanca di sentire gli strazi del

corpo nel quale io la terrò prigioniera... e.... invocherà come una

grazia.... l’inferno.

E finito il discorso, la Furia tracannò un altro sorso del suo calice e

si sedette come spossato per terra. In quel mentre una mano leggiera si

posò sulle sue spalle: egli si volse e riconobbe Stefanella.

— Tu qui?! ora? — sclamò, e restò stupidito a contemplarla.

— Io... io che ti perdonerò e vivrò sempre con te... se...

— Se?...

— Se tu salvi costoro, — disse risoluta la giovane accennando i

prigionieri.

— Mai!... vattene... non mi tentare... o guai anche per te, Stefanella.

— Allora io voglio morire con loro... e tu non li potrai più toccare

nemmeno con quella frusta, se prima non avrai ucciso anche me...

— Sei pazza, Stefanella?...

— Sarò pazza... se l’amore è una pazzia...

— Tu... ami costoro?

— Quel giovane lì in mezzo... è Gabriele... egli mi ha promesso la sua

anima... io gli ho dato la mia... Son cinque anni che l’aspetto... egli

andò in esiglio per me... Egli mi salvò altra volta l’onore che è più

della vita... io gli devo restituire il suo dono...

— Non capisco... costui?

— Io doveva essere venduta a un ricco libertino... a un Norvegiano,

credo... Una sera mi dovevano dare un filtro che m’avrebbe tolti i

sensi... quand’egli comparve, come ora io compaio qui, mi portò via di

là e mi condusse con lui.

— Tu dunque sei stata sua amante? — fece Carluccio guardandola fisso ed

agitato d’un sospetto.

— Io sono stata sua fidanzata, Carluccio.... egli mi ha rispettata, ed

io sono pura...

— Ma poi? — chiese ancora incredulo il brigante.

— Poi.... suo padre lo mandò lontano perchè diceva che era troppo

giovane per sposarmi.... Gabriele partì promettendo che sarebbe

tornato.... egli è venuto....

— Ebbene, Stefanella.... io lo salverò.... è un debito che pago per

te.... ma lui solo.... lui solo, hai capito?...

— Oh, tutti, Carluccio... tutti.... egli non accetterebbe....

— Lui solo, ripeto, è anche troppo — e così dicendo Carluccio s’alzò,

andò verso i quattro prigionieri e piantandosi di faccia al più giovane

lo apostrofò così:

— Dimmi!... vuoi tu aver salva la vita?...

Gabriele, era lui, guardò il brigante con un’occhiata piena di serenità

e di fermezza. Gabriele era un’uomo di coraggio, soldato, e non temeva

la morte....

— Rispondi, — fece impaziente la Furia.

— Lo vorrei di certo.... — rispose Gabriele — ma non solo....

— Solo! gli altri morranno.

— Solo, rifiuto!... — rispose fieramente il giovane francese.

— Hai del cuore.... non sei della razza.... ebbene, vada per tutti, ma

ad una condizione però....

— Quale?

— Che tu sposi questa fanciulla — disse Carluccio tirando avanti

Stefanella che era rimasta fino allora nel fondo della caverna ad

aspettare colla febbre una risposta.

Quantunque gli anni l’avessero un poco mutata, Gabriele la riconobbe

subito. Egli restò a occhi spalancati e a bocca aperta senza respirare,

immobile, pallido come non lo era mai stato sotto le minaccie di morte

del brigante. Alfine gli uscì dalle labbra un _Tu_ di sorpresa; guardò

suo padre, gli lesse negli occhi la confessione della sua esistenza

obbrobriosa, sentì senza spiegarselo che egli e Stefanella erano state

vittime d’un tradimento, che il brigante diceva la verità, che egli era

infame nel suo sangue e nel suo nome, e la testa gli cascò sul petto

senza forza e senza moto, invocando il compimento del suo destino.

— Gabriele!... mormorò la vergine inginocchiandosi vicino a lui.

— La riconosci, non è vero?... fece il brigante.

— La riconosco.... l’avrei riconosciuta fra cent’anni.... ma ciò che mi

chiedi è impossibile.

Stefanella tremò tutta; la Furia sogghignò e chiese:

— Impossibile!... come mai?..

— Io non potrei ingannarti una seconda volta.... preferisco morire....

Io sono d’un altra.... sono ammogliato....

Stefanella mandò un urlo e cascò supina senza vita....

La Furia impugnò una pistola e muggì:

— Ah!... francesi!... traditori!... morrete dunque tutti.... — e puntò

contro la fronte di una delle donne la canna micidiale. Quei quattro

sciagurati credettero giunto l’ultimo loro momento, quando il brigante

riavendosi continuò:

— No, sarebbe morte troppo breve.... la festeggieremo col sole

domattina, una notte di agonia farà bene a voi ed anche a me.... e

gettata la pistola, si lasciò cadere sopra un letto di pelli e di

foglie apprestato in un angolo della caverna. Le fatiche e le emozioni

l’avevano affranto; le frequenti e insolite libagioni gli avevano dato

alla testa e non si reggeva più di stanchezza e di sonno. Appena fu

steso nel suo giaciglio, si addormentò profondamente.

La tratta dei fanciulli · 第 37 / 42 题