Da un mese le due Calabrie vivevano nel terrore. Una banda di briganti
che la spaventata fantasia ingrossava, e della quale una più feroce non
era mai comparsa a memoria d’uomini in quella contrada, occupava tutti
gli sbocchi della Sila e minacciava con le più audaci scorrerie fino
l’interno delle città.
Erano dieci... venti... cento persino, diceva la voce pubblica;
avevano ramificazioni su tutti i gioghi, manutengoli in tutti i
villaggi, minacciavano tutte le strade, ponevano ricatti a tutte le
famiglie, il fuoco a tutte le fattorie, assalivano, qualche volta,
persino i posti dei gendarmi e della truppa destinata a contenerli.
Nessuna vita, nessuna sostanza erano più sicure. Miravano però alle
alte cime e specialmente agli ufficiali del governo. Un generale
avea dovuto riscattarsi con ventimila _onze_; un intendente era stato
messo a brani, arrostito e spedito così cucinato alla città che aveva
presieduto; sopratutto, se capitava loro nelle mani una donna, la loro
rabbia non aveva più umano confine. Erano obbrobriosamente pollute,
uccise e appese ignude sulla pubblica via. Inseguiti, traccheggiati,
cercati a morte da numerose colonne volanti, aveano saputo fino
allora resistere a tutti gli assalti e sparivano fuggendo nelle
loro spelonche, dove nessun occhio poteva penetrare nè piede umano
avventurarsi. Qualche volta battuti pareva trovassero nelle viscere
stesse della terra inesauribili riserve e quando giungeva la notizie
che erano decimati in un luogo, ecco ricomparivano moltiplicati in un
altro. Era la favola dei denti di Cadmo.
Il loro capo sopratutto era il fantasma di tutti i terrori, e il
protagonista di tutti i racconti, l’eroe di tutte le imprese.
Gli affibbiavano una forza favolosa, una giustezza di colpo portentosa,
una carabina infallibile, una gamba inarrivabile, una ferocia
insaziabile, un coraggio indomabile, una specie di potenza miracolosa.
Chi lo faceva vecchio e chi giovane; chi alto e chi basso, chi erculeo
e chi sottile, chi gli prestava una lunga barba e chi lo voleva imberbe
come un giovinetto. Tutti lo dipingevano a capriccio, tutti sognavano
di averlo veduto vestito in mille foggie, da gendarme, da prete,
da mercante, da donna, da frate, da gran signore, da accattone, ma
nessuno infatti l’avea veduto, perchè chi l’aveva veduto non era più
tornato a raccontarlo. Chi diceva che era francese, chi napoletano, chi
calabrese; volevasi che parlasse tutte le lingue, che sapesse tutti
i giuochi, che ballasse tutti i balli, che suonasse a meraviglia la
zampogna e cantasse come un cigno.
Era la leggenda di Fra Diavolo ingigantita dal tempo, moltiplicata
dagli aneddoti di un secolo di brigantaggio, esagerata da tutti i
colori della fantasia meridionale.
Quanto a’ nomi glieli davano tutti, ma egli non ne portava alcuno. Non
firmava mai nessuna carta, chi per lusso di precauzione diceva, chi
perchè non sapeva scrivere; ma in luogo di firma adoperava un sigillo
che portava una testa d’Erinni. Laonde il solo nome che gli sia rimasto
presso i presenti e i futuri fu _la Furia_... Bastava che un qualsiasi
uomo o donna per celia o per minaccia pronunciasse quella parola «la
Furia» perchè tutti gli astanti fuggissero tremando, come se la Furia
stessa fosse loro stata alle spalle.
Un suo decreto mandato anche da lontano per mezzo della posta e
segnato del suo terribile suggello valeva come un decreto del re: tutti
l’ubbidivano e non osavano parlare, sapendo che la Furia non perdonava
le delazioni e le scopriva tutte. In molte chiese si erano cominciati
tridui, novene e pubbliche preci per allontanare il grande flagello, ma
la Furia comparve un giorno, solo, in mezzo alla chiesa in piena messa
cantata e bastò a mettere in fuga in un baleno, preti e preganti ed a
vuotare la chiesa. Egli prima di partire bollò del suo sigillo la porta
e ordinò che per tre mesi non fosse più riaperta, e non lo fu.
Perciò la tradizione ripete ancora che «la Furia mise in prigione
Domineddio e nessuno ebbe il coraggio di liberarlo».
L’uomo che menava tanto rumore e tanto spavento di sè, il lettore
l’avrà già indovinato, non era altri che Carluccio. Nessuno sapeva
ch’ei fosse il fratello della Stefanella e nemmeno che fosse di
Ritorto. La polizia stessa ignorava il suo nome e la sua patria, e
quest’aria di mistero aumentava la sua forza. La credulità popolare
aveva di certo ingrossata la cronaca delle sue imprese, ma anche
facendo molte concessioni alla favola ed al terrore, restava pur sempre
una gran parte di vero!
Carluccio non comandava infatti che una banda di 24 briganti, ma erano
tutti eccellentemente armati e muniti; aveva complici e manutengoli
in tutte le provincie del regno e in tutti gli ordini della società;
disponevano di somme favolose di denaro, e quel che è più, conoscevano
i più nascosti recessi della contrada, dalla foce del Crati al golfo
di Squillace, come i gendarmi che indarno li inseguivano, conoscevano
gli angoli della loro caserma. Le truppe regie spedite ad attaccarli
caddero due o tre volte nelle loro imboscate e furono costrette a
fuggire decimate e sconfitte. Attaccati, si battevano furiosamente
ma non si lasciavano mai circondare, e prima che il nemico li avesse
avvolti, erano già spariti nei burroni inaccessibili della montagna.
Carluccio primeggiava naturalmente per ordine, destrezza e ferocia,
e due o tre imprese compite da solo avevano finito coll’assicurargli
sopra i compagni una incontestabile autorità.
Oltre la famosa comparsa nella chiesa che abbiamo narrato, fece anche
questa:
Sapeva che un ricco barone della contrada maritava la figlia e che il
corteo della sposa dovea partire una notte da Cosenza per avviarsi a
Rogliano dove l’aspettava lo sposo.
Il convoglio di cocchi e di cavalli doveva essere scortato per pompa
e per difesa, sebbene allora la Furia fosse creduta lontana, da una
squadra di 24 servi a cavallo armati di tutto punto, coll’ordine di
marciare all’avanguardia e alla retroguardia con tutte le precauzioni
militari. Ma erano fuori poche miglia da Cosenza che uno dei servi a
cavallo avvicinatosi al barone, che l’avea richiesto per non so quale
servizio, lo afferrò improvvisamente per la gola e puntandogli una
pistola alla testa, gli disse a bassa voce:
— Io sono la Furia, non ti muovere o sei morto.
Il barone, a quel nome, a quell’atto, al freddo di quella canna che gli
toccava la fronte era già morto prima di essere ucciso e appena ebbe
coraggio di dire:
— Salvatemi, cosa volete?...
— Ordinerai ai tuoi servi che raccolgano qui ai miei piedi tutto
l’oro che hai nella tua carrozza e le gemme che porti a tua figlia
e tutte le armi delle quali sono armati.... poi che tornino tutti
indietro, cocchi, cavalli e uomini alla gran carriera e senza voltarsi
indietro... Tu resterai con me, finchè l’ordine non sarà eseguito...
Obbedirai?...
— Obbedirò...
E il Barone ordinò, come aveva suggerito la Furia. I servi ad uno ad
uno venivano pallidi e frementi a deporre chi uno scrigno tempestato
di pietre preziose, chi un’arma rabescata d’argento, e se alcuno si
peritava a brontolare a mezza voce,
— Voi volete ammazzare il signor Barone, diceva la Furia, giuocando col
grilletto della pistola.
In pochi minuti la volontà della Furia era adempita, e quando l’ultimo
dei servi sparì nella risvolta della strada, allora la Furia lasciò il
Barone dicendogli:
— Va, e non t’avventurare più di notte dove regna la Furia.
Il Barone non se lo fece ripetere, e con quanta forza aveva nelle gambe
il suo cavallo, fuggì anch’egli alla volta di Cosenza.
Carluccio, rimasto solo, diè un fischio; quattro o cinque de’ suoi
compagni uscirono dalla macchia e raccolto lo splendido bottino, lo
portarono nei nascondigli della selva, tutti compresi di stupore e di
rispetto per l’audacia e la fortuna prodigiosa del loro capo.
Alla fama di tali imprese una persona sola pativa in segreto senza
averne paura, nè provarne meraviglia: era Stefanella. In sulle prime
tutte le volte che Carluccio mandava a lei o per chiederle o per darle
notizie, od anche per domandarle l’asilo d’una notte, Stefanella, come
aveva promesso, non s’era mai ricusata, e più d’una volta il granaio
della vergine aveva ospitato il terribile la Furia. Una cosa sola
Stefanella non aveva mai voluto acconsentire, cioè, ricevere i doni di
denaro e di gioielli che il fratello le faceva.
— I tuoi regali mi fanno orrore... tu non sei più il Carluccio che ho
amato — gli diceva, e correva a nascondersi in un angolo del granaio e
piangeva a dirotto.
Un giorno essa prese una risoluzione. Carluccio era venuto a vederla
proprio a quel risvolto della strada di Ritorto ove l’avea riveduto
la prima volta: Stefanella gli si mosse incontro fredda e risoluta. E
prima che l’altro le avesse potuto toccar la mano, gli disse:
— Carluccio!... volete lasciare la vita che conducete?... ve lo chieggo
in nome della vostra e mia eterna salute!... Ma, per l’ultima volta, lo
volete voi?...
Carluccio, senza esitare un istante:
— No, rispose. No!... non mi sono ancora vendicato... Quando avrò
bevuto il sangue del cuore di un francese, allora chiederò a Dio
perdono dei miei peccati, e finirò da me stesso.
— Basta!... fratello... noi non ci vedremo mai più, io sono morta per
voi... voi lo sarete per me.
— Sia fatta la vostra volontà... Ciascuno per la sua via... La Furia
ha il suo destino... e non è quello degli angioli... addio... per
sempre... ma se un giorno tu udissi che sulle montagne è accaduta una
ecatombe di francesi... allora dirai che quell’ora fu l’ultima della
mia vita... Addio.
E l’uno cacciandosi nel fitto del suo bosco, l’altra rifacendo
lentamente la sua via, si separarono.