Era una notte d’aprile tutta tempestata di stelle e tinta di
quell’azzurro bianco e quasi trasparente che forma il colore speciale
alle notti serene delle zone ardenti dell’Oriente e del Mezzogiorno.
Stefanella era già salita da più ore sul suo granaio. Finchè un fil di
luce diurna era rimasto sulla terra aveva continuato a guardare come
al solito dal suo abbaino, ma fattosi notte, s’era ritirata sospirando
e dicendo a sè stessa la parola che ormai da quattro anni ripeteva: —
Anche per questa notte nessuno.
Ma provatasi a sdraiarsi sul suo lettuccio, un pensiero fisso, un
desiderio, una speranza, un non so che d’inesplicabile la pungeva
come una lisca incomoda e non le lasciava trovar sonno. Alla fine,
stanca di voltarsi e rivoltarsi, risolse d’alzarsi e tornar a prender
aria dal suo abbaino. Poteva essere là da circa mezz’ora odorando
gli effluvii degli aranci in fiore e mirando lo scintillare d’una
grossa stella che avea sul capo quando, abbassati gli occhi, vide
da lontano sulla strada, ritta, immobile, un’ombra. Ella arrestò lo
sguardo su quell’oggetto, lo fissò, lo esaminò, sentì gonfiarsi il
petto, palpitare il cuore... era un uomo... L’uomo si mosse, fece tre
o quattro passi, poi si arrestò ancora come chi cerca riconoscere il
terreno. Stefanella non lo perdeva di vista. L’uomo si avvicinò di
nuovo... Stefanella vide un movimento a lei noto, un profilo lungo
tempo meditato, una figura che da quattro anni riempiva assieme ad un
altra tutto il tesoro della sue memorie, e dato un grido, che risuonò
di speco in speco per tutta la muta vallata, si precipitò per le scale
sulla strada e in pochi passi fu di fronte all’arrivato.
— Carluccio!? ella gridò.
— Stefanella!? rispose l’uomo coll’accento della sorpresa.
Stefanella!... replicò coll’accento della gioia stringendosi al seno la
carissima compagna della sua infanzia.
— T’aspettava, sai?... disse Stefanella appena domata la prima
emozione; t’aspettava, e questa notte più di tutte.
— Eccomi qui... ma ho patito... ho sofferto... ho... se non fosse stato
perchè avea giurato di vendicarti, mi sarei ucciso.
— Zitto!... non parlare di vendetta... perdoniamo e viviamo insieme...
— Non mi parlar di perdono... Un Calabrese non perdona mai... guerra
agli uomini... sterminio ai francesi.
— Carluccio, le tue parole mi fanno morire.
— E le tue mi farebbero diventar vile.... ma dimmi, Stefanella... e la
nostra casa?...
Stefanella taceva.
— Distrutta, non è vero?... Lo immaginava. E i nostri parenti?...
Stefanella abbassava il capo.
— Morti!... Dovea essere così... la maledizione di Dio dovea
colpirli... possano essere perdonati nell’altra vita... in questa io
non lo potrei.
Stefanella allungò la mano sulla bocca di Carluccio, come per
impedirgli di profferire quelle bestemmie.
Carluccio gliel’afferrò, e con un cupo e convulso crescendo le disse:
— Non bestemmio, no... bestemmiare sarebbe inutile; la parola è l’arma
degli imbelli... ma ogni ora del mio silenzio non fa che fecondare un
anno di vendetta. Ho deciso, Stefanella; dente per dente, cuore per
cuore, onore per onore... T’hanno frustata ed io li squarterò, t’hanno
prostituita ed io inventerò per loro l’ignominia degli eunuchi; ci
hanno affamati ed io li asseterò... l’ho giurato, e da quasi dieci anni
questo giuramento mi tien luogo di preghiera la mattina e la sera...
non sarei più calabrese se vi mancassi... Senti, Stefanella; io sono
nascosto in Calabria da parecchi giorni.
— Se non sono venuto prima a te, gli è perchè non voleva farmi vedere
a nessuno se prima non era tutto preparato... Le armi, gli amici, i
ritrovi... Ora siamo pronti: siamo sei... anche troppi per farla a
questa razza vile di mercanti e di cortigiane... Io sarò loro capo...
La Sila sarà la nostra fortezza... ma ci stenderemo dovunque potremo
arrivare... L’odio, la miseria, l’avarizia delle due Calabrie ci
serviranno di manutengoli... È la nostra vita, Stefanella... Brigante
l’avo, brigante il padre, brigante il figlio... è il fine che doveva
fare. Anch’io un giorno al tuo fianco ho sognato che l’uomo fosse nato
per l’amore; ma pasciuto d’odio, vomito odio; dimmi, Stefanella, vuoi
tu essere l’angelo santificatore della nostra masnada?....
Stefanella alzò i suoi limpidi occhi in faccia al fratello; lo fissò un
istante.
— Sai bene che questo è impossibile, rispose, e s’anco lo volessi,
la mia natura si opporrebbe.... io farei guerra a me stessa... non ci
pensare nemmeno... mai più... lasciami pur qui... e tu va... dico va,
perchè sento che pensare a dissuadere te è tanto impossibile quanto
persuadere me... Io sono il perdono, tu sei la vendetta... deciderà Dio
quale delle due leggi sia più giusta.
— Tu non vuoi dunque essere meco, Stefanella; vuoi lasciarmi morire
solo... giacchè sai che in questa vita si muore presto.
— Tutte le volte che ti occorre un soccorso, vieni da me... troverai
sempre il mio cuore... del resto, Carluccio, uccidimi ma ascolta... io
ti amerò più morto che vivo così.
— Tu sei una santa, disse il brigante inginocchiandosi; benedicimi e fa
che le tue preghiere mi accompagnino.
La Stefanella posò la sua mano sulla fronte del fratello e voltasi
al cielo pregò alcuni minuti con tutto il fervore dell’anima sua.
Carluccio si alzò, asciugò una lagrima, forse la prima, l’ultima di
certo che spuntasse su quel ciglio. Serrò convulsamente la mano della
sorella, e dato un fischio sonorissimo, sparì nella foresta, suo nuovo
regno.