Levatasi, mosse diritta all’estremità del villaggio, tremando ad ogni
istante di veder comparire la negra muraglia del povero abituro dove
era vissuta bambina. Ma ella avanzava e l’abituro non c’era più. Al suo
posto c’era un campo d’orzo e vi brucavano poche capre guardate da un
giovane mandriano.
— Oh buon capraio, sapreste dirmi che avvenne di questa casa?...
— Eh ehee!... vecchia storia, l’ha portata via il terremoto, — rispose
il capraio.
— E quelli che l’abitavano?...
— Storia breve!... Lo Storpiato l’hanno ucciso i gendarmi e la
Marinella, dopo aver mendicato un anno di porta in porta fu trovata una
mattina stecchita sul ponte di Crati.
— Morti tutti!... sclamò la fanciulla dando in uno scoppio di pianto.
— Erano forse vostri parenti? disse il capraio, accostandosi intenerito
alla piangente. Mi duole allora d’avervi fatto pena col mio brutale
racconto, perdonatemi.
— Erano mio padre e mia madre, replicò Stefanella con un nuovo singulto.
— Poveretta!... e voi d’onde venite?...
— Vengo.... qui la fanciulla s’arrestò e diventò rossa; doveva dire
«vengo di prigione» ma non n’ebbe il coraggio.
— Da Napoli forse?...
— Anche da più lontano; dalla Francia!...
— Dalla Francia?... Chi sa dov’è la Francia!?... ed ora cosa farete a
Ritorto?...
— Cercherò di lavorare se ne troverò.... e se no.... qui la fanciulla
ebbe un altro assalto di pianto.
— Ne troverete!... ne troverete.... Sentite, bella paesana.... Mio
padre è vecchio e non può più attendere ai mercati ed alle grosse
mandrie.... Io farò per lui e voi guarderete queste mie capre per
me....
— Oh sarebbe troppa fortuna.... ma vostro padre....
— Mio padre dirà di sì.... e mia madre anche.... sono buoni i miei
parenti.... non credo che in tutta Calabria ce ne sieno di compagni....
qui tutti vendono i figliuoli, ma dite un po’ che abbiano voluto vender
me?... E ci furono annate di fame!... Ma niente.... o tutti insieme o
nessuno.... Venite.... farete la capraia e aiuterete mia madre a far le
focaccie.... Come vi chiamate?...
— Stefanella!...
— Ed io Marco.... non è un bel nome?... ma non è il nome che fa....
venite con me.... è già sera, le capre sono gonfie come otri....
venite!... venite a casa mia.... la casa è quella su verso il monte...
pare un guscio, ma è allegra come un nido di primavera....
Stefanella non potè dire di no; non poteva respingere la provvidenza e
seguì la sua guida.
I due vecchi pastori accolsero le raccomandazioni del figliuolo per
l’orfana paesana da quella buona gente che erano, e le dissero:
— Siate la benvenuta; lassù nel granaio ci sarà un lettuccio per voi e
qui a questo desco un posto sicuro. Pregate il Signore che ci renda il
bene che vi facciamo.
Stefanella trasformata in capraia trovò così alcuni mesi di pace
apparente. Apparente perchè c’era un vuoto dentro il suo cuore
che nessuna felicità mondana poteva colmare: il vuoto lasciatovi
dall’esiglio del suo amante e dal carcere di suo fratello. Però la
mattina all’alba, prima di andare al lavoro e la sera al suo ritorno,
ella montava sul suo granaio, e seduta all’abbaino vi passava le lunghe
ore a guardare sulla strada se un’ombra nota, l’ombra di Gabriele o di
Carluccio, vi spuntava.
Quale dei due aspettava, desiderava di più?... Chi è stata sorella ed
amante lo dica! La sola filosofia non basta a spiegare questi sottili
enigmi del cuore umano.
Un giorno, era già trascorso un anno, Marco sbucò improvvisamente sul
campo dove Stefanella faceva pascolare le sue capre, e andando diritto
verso la fanciulla la interrogò così:
— Ho una cosa da domandarti, Stefanella.
— Parla, rispose la fanciulla.
— Mi vuoi bene?
— Come a mio fratello.
— E non di più?...
— E non basta?...
— E se ti domandassi di volermi bene come ad uno sposo.
Stefanella esitò.
— Sii sincera, Stefanella....
— Allora ti direi che non posso.
— Ah!... lo prevedeva.... tu ne ami un altro!?...
— Un altro che deve tornare e che aspetto.
— Un vile che non tornerà e che ti avrà già dimenticata.
— Marco, se vuoi uccidermi... parlami ancora così....
— Non te ne parlerò più, ma saremo infelici entrambi.
Da quella volta in poi Marco non le parlò più del suo amore, e in capo
a un anno, diciamolo, non ci pensò neanche più. Stefanella era divenuta
per quella famiglia qualcosa di sacro, e ogni sentimento mondano avea
finito col tacere innanzi a lei. Ella s’era risolta a raccontare la
storia della sua vita e tutti la riguardavano come un miracolo vivente
del cielo. La voce delle sue avventure, dei suoi patimenti, della
sua virtù, del suo prodigioso salvamento s’era sparsa a poco a poco
nel paese e una specie di superstiziosa tradizione avea cominciato a
formarsi intorno al suo nome. Da molte parti si veniva a consultarla
come una fata od a pregarla come una santa, ed era credenza universale
che la casa del mandriano, finchè fosse abitata da quella vergine
miracolosa, non avrebbe patito disgrazie.
Protetta da questa specie di aureola che le cresceva d’intorno quanto
più la ricusava, Stefanella trascorse tranquilla e rispettata altri tre
anni.