XXVII.

Accusato d’assassinio e ratto violento a mano armata; caricato da cento

circostanze aggravanti o vere o immaginarie; attaccato da una turba di

testimoni scellerati, spergiuri, deliberatamente nemici e non difeso

da alcuno; senza passaporto, senza professione, senza parenti; solo,

vagabondo, forestiero quale tribunale non avrebbe condannato Carluccio?

D’altronde in pochi giorni non tardarono a venire da Nuova-York i

reclami del saltimbanco che accusavano il pagliaccio fuggitivo di

furto e di mancata fede e ne aggravavano la situazione. Certo, se si

fosse fatto un processo in una solenne assisa e se i Calabresi avessero

trovato per avvocato un uomo di cuore e d’ingegno, la verità sarebbe

comparsa e gli accusati sarebbero ben presto cambiati in accusatori, e

il sangue stesso che Carluccio aveva versato, sarebbe parso agli occhi

di ogni tribunale e della pubblica coscienza, legittima difesa della

vittima, giusto castigo dei carnefici.

Ma Carluccio era ancora agli occhi della legge un fanciullo; egli non

poteva essere condannato ad alcuna pena infamante; poteva bensì essere

rinchiuso in un ospizio di vagabondaggio o tutt’al più condannato ad

un carcere correzionale; inoltre era straniero e la miglior misura a

prendersi era quella di liberarsene. Perciò, compiuto sommariamente

un processo e dichiarato reo convinto di assassinio e di invasione

violenta a mano armata, colla sola circostanza attenuante dell’età, fu

decretata la estradizione e la consegna ai tribunali del suo paese.

Stefanella poi, persistendo a dichiararsi sua complice e secondata in

questo da Carluccio che ne aveva indovinato fin dalla prima il secreto

pensiero, fu ritenuta tale e fu deciso che avrebbe seguita la sorte del

fratello e la polizia borbonica avrebbe provveduto.

Dopo molti mesi di interrogatorio, giacchè per questa sorta di processi

i tribunali non hanno fretta, i due Calabresi, udita la loro sentenza

colla quale Carluccio era condannato a sei anni di carcere correzionale

e Stefanella ad un anno, furono caricati sopra uno dei carrozzoni

della polizia francese, e così di tappa in tappa, cioè di prigione

in prigione, arrivarono fino alle Alpi. Alle Alpi li raccolsero i

carrozzoni della polizia sarda, e sempre di veicolo in veicolo e colla

stessa compagnia e collo stesso alloggiamento, assaggiando i gendarmi,

i ladri, le prigioni delle altre cinque o sei polizie che dovevano

attraversare per arrivare a Napoli, cascarono finalmente nelle braccia

della borbonica.

È noto che cosa fosse la giustizia del Borbone. Ella non era che

la salvaguardia di chi la pagava. Ora chi si sarebbe curato di due

fanciulli mandati via per estradizione da un governo potente e accusati

e convinti di tanti delitti? Carluccio fu rinchiuso nelle carceri

di Castel Capuano e Stefanella in quelle di Santa Maria Apparente, e

nessuno, tranne i secondini che li custodivano, pensò più a loro.

La schiavitù trae seco la fatalità del male: essa finisce

necessariamente al delitto ed all’infamia: quando si rassegna diventa

prostituzione, quando resiste ha nome ribellione, e nell’uno e

nell’altro caso la società fa pagare a lei sola il proprio misfatto.

E talvolta i più puri ed innocenti son quelli che scontano per tutti,

come era accaduto a Stefanella e Carluccio. Ma Carluccio entrando nella

sua nuova prigione lanciò al cielo un giuramento di vendetta che fece

impallidire persino il carceriere.

Stefanella appena rinchiusa, s’inginocchiò contro la grata della sua

triste muda e cominciò a pregare per colui che ella credeva accanto a

Dio, e cercava incessantemente in ogni angolo di cielo perchè là era

salito e di là doveva tornare.

Erano passati due anni; Stefanella pensava a Gabriele e Carluccio alla

vendetta, quando un mattino il carcere della fanciulla fu aperto e le

fu detto: «Andate, siete libera».

— Libera!... essa sorrise ed uscì. Appena fu in istrada tutti si

diedero a guardarla, ed alcuno ad inseguirla: verso sera ebbe fame e si

azzardò rivolgersi ad un signore vecchio per chiedergli del pane.

— Va a lavorare che sei giovane, rispose colui, e tirò diritto senza

darle nulla.

Si rivolse allora ad un uomo giovane, ed egli si inchinò e le sussurrò

all’orecchio una parola che la fece fuggire svergognata. Si indirizzò

ad una signora elegante che s’era fermata in carrozza davanti ad un

caffè, ed ella, gettandole un soldo, le disse;

— Stupida! perchè non fai come me?!...

Continuò a stendere la mano giacchè un soldo non le bastava, ma una

guardia di polizia le disse che l’accattonaggio era proibito....

Insomma la libertà era più terribile della prigionia.... Il carcere

aveva il digiuno ma non la fame, aveva la scuola empia delle compagne

ma non la seduzione lussureggiante del mondo, aveva una catena di ferro

ma non una catena di leggi, di pregiudizii, di errori sociali tutti

congiurati contro la miseria!...

Pure ella non aveva che un pensiero: tornar a rivedere il villaggio

dove era nata e dove forse alcuno dei suoi vecchi parenti viveva

ancora. Lì essa voleva passare il resto dei suoi anni attendendo le

sole persone che amasse ancora e l’avessero amata al mondo: Gabriele

che dovea tornare dall’esiglio incontrato per lei e Carluccio dalla

prigione sofferta per essa. S’avviò a piedi verso la sua Calabria,

ora accattando, ora lavorando a giornata per vivere; qua spigolando

le olive, là raccattando i frantumi di corallo lungo le spiaggie del

mare; ora ospitata da qualche pietoso convento di monache, ora raccolta

nella barca di qualche caritatevole pescatore d’Amalfi, ora sul carro

di qualche solitario pastore lucano, e così traversò le rovine di

Pompei; le industri vallate della Cava e di Vietri; la conca ridente di

Salerno; i colli pianeggianti di Eboli; le acque sotterranee del Negro;

la classica Lauria ancora echeggiante dalla energica sfida di Giovanni

da Procida; le nevose vette della Rotonda, porta della Calabria

Citeriore; il murato Castrovillari; Tarsia dai due fiumi, famosa per il

martirio dei Riformati italiani; finchè una sera vide sull’orizzonte,

traversò i crepuscoli del sole morente, il povero campanile del

suo Ritorto. Allora, come il Crociato all’apparire delle torri di

Gerusalemme, come il Mussulmano al luccicare dei minareti della sacra

Mecca, si prostese a terra, baciò la prima zolla dei suoi campi natii,

e ringraziò il Signore.

La tratta dei fanciulli · 第 33 / 42 题