Accusato d’assassinio e ratto violento a mano armata; caricato da cento
circostanze aggravanti o vere o immaginarie; attaccato da una turba di
testimoni scellerati, spergiuri, deliberatamente nemici e non difeso
da alcuno; senza passaporto, senza professione, senza parenti; solo,
vagabondo, forestiero quale tribunale non avrebbe condannato Carluccio?
D’altronde in pochi giorni non tardarono a venire da Nuova-York i
reclami del saltimbanco che accusavano il pagliaccio fuggitivo di
furto e di mancata fede e ne aggravavano la situazione. Certo, se si
fosse fatto un processo in una solenne assisa e se i Calabresi avessero
trovato per avvocato un uomo di cuore e d’ingegno, la verità sarebbe
comparsa e gli accusati sarebbero ben presto cambiati in accusatori, e
il sangue stesso che Carluccio aveva versato, sarebbe parso agli occhi
di ogni tribunale e della pubblica coscienza, legittima difesa della
vittima, giusto castigo dei carnefici.
Ma Carluccio era ancora agli occhi della legge un fanciullo; egli non
poteva essere condannato ad alcuna pena infamante; poteva bensì essere
rinchiuso in un ospizio di vagabondaggio o tutt’al più condannato ad
un carcere correzionale; inoltre era straniero e la miglior misura a
prendersi era quella di liberarsene. Perciò, compiuto sommariamente
un processo e dichiarato reo convinto di assassinio e di invasione
violenta a mano armata, colla sola circostanza attenuante dell’età, fu
decretata la estradizione e la consegna ai tribunali del suo paese.
Stefanella poi, persistendo a dichiararsi sua complice e secondata in
questo da Carluccio che ne aveva indovinato fin dalla prima il secreto
pensiero, fu ritenuta tale e fu deciso che avrebbe seguita la sorte del
fratello e la polizia borbonica avrebbe provveduto.
Dopo molti mesi di interrogatorio, giacchè per questa sorta di processi
i tribunali non hanno fretta, i due Calabresi, udita la loro sentenza
colla quale Carluccio era condannato a sei anni di carcere correzionale
e Stefanella ad un anno, furono caricati sopra uno dei carrozzoni
della polizia francese, e così di tappa in tappa, cioè di prigione
in prigione, arrivarono fino alle Alpi. Alle Alpi li raccolsero i
carrozzoni della polizia sarda, e sempre di veicolo in veicolo e colla
stessa compagnia e collo stesso alloggiamento, assaggiando i gendarmi,
i ladri, le prigioni delle altre cinque o sei polizie che dovevano
attraversare per arrivare a Napoli, cascarono finalmente nelle braccia
della borbonica.
È noto che cosa fosse la giustizia del Borbone. Ella non era che
la salvaguardia di chi la pagava. Ora chi si sarebbe curato di due
fanciulli mandati via per estradizione da un governo potente e accusati
e convinti di tanti delitti? Carluccio fu rinchiuso nelle carceri
di Castel Capuano e Stefanella in quelle di Santa Maria Apparente, e
nessuno, tranne i secondini che li custodivano, pensò più a loro.
La schiavitù trae seco la fatalità del male: essa finisce
necessariamente al delitto ed all’infamia: quando si rassegna diventa
prostituzione, quando resiste ha nome ribellione, e nell’uno e
nell’altro caso la società fa pagare a lei sola il proprio misfatto.
E talvolta i più puri ed innocenti son quelli che scontano per tutti,
come era accaduto a Stefanella e Carluccio. Ma Carluccio entrando nella
sua nuova prigione lanciò al cielo un giuramento di vendetta che fece
impallidire persino il carceriere.
Stefanella appena rinchiusa, s’inginocchiò contro la grata della sua
triste muda e cominciò a pregare per colui che ella credeva accanto a
Dio, e cercava incessantemente in ogni angolo di cielo perchè là era
salito e di là doveva tornare.
Erano passati due anni; Stefanella pensava a Gabriele e Carluccio alla
vendetta, quando un mattino il carcere della fanciulla fu aperto e le
fu detto: «Andate, siete libera».
— Libera!... essa sorrise ed uscì. Appena fu in istrada tutti si
diedero a guardarla, ed alcuno ad inseguirla: verso sera ebbe fame e si
azzardò rivolgersi ad un signore vecchio per chiedergli del pane.
— Va a lavorare che sei giovane, rispose colui, e tirò diritto senza
darle nulla.
Si rivolse allora ad un uomo giovane, ed egli si inchinò e le sussurrò
all’orecchio una parola che la fece fuggire svergognata. Si indirizzò
ad una signora elegante che s’era fermata in carrozza davanti ad un
caffè, ed ella, gettandole un soldo, le disse;
— Stupida! perchè non fai come me?!...
Continuò a stendere la mano giacchè un soldo non le bastava, ma una
guardia di polizia le disse che l’accattonaggio era proibito....
Insomma la libertà era più terribile della prigionia.... Il carcere
aveva il digiuno ma non la fame, aveva la scuola empia delle compagne
ma non la seduzione lussureggiante del mondo, aveva una catena di ferro
ma non una catena di leggi, di pregiudizii, di errori sociali tutti
congiurati contro la miseria!...
Pure ella non aveva che un pensiero: tornar a rivedere il villaggio
dove era nata e dove forse alcuno dei suoi vecchi parenti viveva
ancora. Lì essa voleva passare il resto dei suoi anni attendendo le
sole persone che amasse ancora e l’avessero amata al mondo: Gabriele
che dovea tornare dall’esiglio incontrato per lei e Carluccio dalla
prigione sofferta per essa. S’avviò a piedi verso la sua Calabria,
ora accattando, ora lavorando a giornata per vivere; qua spigolando
le olive, là raccattando i frantumi di corallo lungo le spiaggie del
mare; ora ospitata da qualche pietoso convento di monache, ora raccolta
nella barca di qualche caritatevole pescatore d’Amalfi, ora sul carro
di qualche solitario pastore lucano, e così traversò le rovine di
Pompei; le industri vallate della Cava e di Vietri; la conca ridente di
Salerno; i colli pianeggianti di Eboli; le acque sotterranee del Negro;
la classica Lauria ancora echeggiante dalla energica sfida di Giovanni
da Procida; le nevose vette della Rotonda, porta della Calabria
Citeriore; il murato Castrovillari; Tarsia dai due fiumi, famosa per il
martirio dei Riformati italiani; finchè una sera vide sull’orizzonte,
traversò i crepuscoli del sole morente, il povero campanile del
suo Ritorto. Allora, come il Crociato all’apparire delle torri di
Gerusalemme, come il Mussulmano al luccicare dei minareti della sacra
Mecca, si prostese a terra, baciò la prima zolla dei suoi campi natii,
e ringraziò il Signore.