XXVI.

Può il liberatore salire la scala della gogna per strapparne la

vittima, può la giustizia avventurarsi nelle rôcche del delitto per

atterrarlo? Deve la filosofia umana gettare lo scandaglio in tutti

i misteri e la patologia sociale mettere il cauterio su tutte le

cancrene?... È egli vero che la virtù stia nel _conoscere_, e che

soltanto dal cozzo del male e del bene emani quella scintilla che

nella morale è verità, e nell’arte è poesia? Se tutto ciò si può, se

devesi, se è vero, se Omero dipingendo Troilo fa amare Achille, se

Edipo rappresentando Fedra fa comparire Ippolito, se Dante descrivendo

l’inferno fa desiderare il paradiso, se Lady Macbeth fa pensare a

Giulietta, se il peccato di Fantina rende più sublime l’innocenza di

Cosetta, se Cristo che si circonda di lebbrosi e di peccatori sale

tant’alto da parere divino, allora l’arte è governata dalle stesse

leggi della morale ed essa ha il diritto di spaziare dappertutto,

dove lo può il bene per combattere il male, la luce per diradare le

tenebre, l’ideale per circoscrivere il reale, lo spirito per conquidere

la materia. Dappertutto, ma ad una sola condizione: che essa non perda

mai il pudore delle ciglia e della parola, che la sua veste quanto più

s’inoltra nel fango tanto più sia casta e severa, che essa illumini

tutte le miserie di questo mondo, ma dal posto delle stelle.

A queste condizioni, con questo intento, la nostra musa seguirà a occhi

bassi e inorridendo i passi di Carluccio affinchè possa dire scendendo

le orride scalèe: «ho liberato dall’ignominia uno spirito immortale».

La porta s’era spalancata davanti a Carluccio come davanti al primo che

passa. _Poichè il primo che passa è il cliente._

Appena dentro udì un gran tumulto per le scale e uno scambio di urli,

di bestemmie e di singhiozzi e indi a poco una fanciulla atterrita e

scarmigliata corrergli incontro a precipizio, inseguita da un uomo e da

una schiera di femmine.

Carluccio alzò gli occhi sulla fuggente, la riconobbe, la chiamò per

nome, la sollevò nelle sue braccia vigorose, e in men che non si dica,

con uno di quegli sforzi ginnastici che tante volte avean strappati gli

applausi alla folla, la portò in istrada.

Stefanella fuor di sè non l’aveva in sulle prime riconosciuto, ma il

cuore le aveva detto che l’uomo che la portava via era un protettore e

si lasciò andare fra le sue braccia, come l’annegato fra quelle che lo

traggono alla riva.

La turba degl’inseguenti però non voleva lasciar la sua preda, e mentre

Carluccio arrivava in istrada col caro peso, l’uomo gli era sopra e già

allungava la mano per afferrarlo pel collare. Ma Carluccio parando il

colpo gli sferrò tale un pugno sulle narici che lo mandò a ruzzolare

insanguinato contro la muraglia.

L’uomo si diede a gridare al soccorso e molte altre genti maschili

e femminili sbucavano già da ogni parte di quel turpe semenzaio e

investivano tutt’all’intorno Carluccio, il quale, brandito il suo

coltello, si era preparato alle estreme difese; quando a cessare ogni

lite comparve la polizia.

Nè si creda che questa comparsa fosse fortuita. L’aguzzino, appena

liberato dalla mano di Carluccio e vista la fine della Pica, era corso

al commissariato più vicino denunziando l’assassino e dando tutte le

indicazioni per seguitarne la traccia. Una pattuglia di gendarmi e

poliziotti comandata da un commissario e guidata dall’aguzzino stesso,

fu subito messa in moto e non tardò a raggiungere il perseguito.

La pattuglia, fattasi largo in mezzo alla turba, si diresse difilata

su colui che teneva un’arma in pugno. Carluccio tentò difendersi,

resistere, dir le sue ragioni, ma quattro gendarmi lo avevano già

afferrato e stavano ammanettandolo, quando Stefanella fattasi innanzi

al commissario che dava gli ordini,

— Arrestate anche me, gli disse, sono sua sorella e sua complice.

Il commissario esitava e guardava stupito e forse anche commosso,

la bellissima giovinetta. Egli ignorava di certo che ella preferiva

seguitare la sorte del fratello, fosse pure un carcere perpetuo o la

morte, al vivere un’ora di più nel luogo di profanazione nel quale

era stata gettata. Poichè un miracolo ne l’avea fatta uscire pura e

immacolata come prima, pura e immacolata voleva morire accanto al suo

liberatore. E tali sentimenti, rapidamente nati e divenuti giganti

nella sua mente, le avevano ispirato l’insolito coraggio di profferire

quelle parole che erano parse il sublime della fierezza innocente

persino ad un commissario.

— Sì, arrestate anche lei.... la congiura è sua.... è lei che ha spinto

il fratello.... a Bicètre... a Tolone.... alla Grève.... ladroni

italiani.... assassini, si mise a gridare quella lurida ciurmaglia

sopra la quale primeggiava la voce dell’aguzzino.

— Venite voi pure, disse il commissario a Stefanella, renderete conto

alla giustizia.

E fra le fischiate, le urla e i cachinni osceni di quella nefanda

contrada i due Calabresi furono tratti in prigione.

La tratta dei fanciulli · 第 32 / 42 题