Può il liberatore salire la scala della gogna per strapparne la
vittima, può la giustizia avventurarsi nelle rôcche del delitto per
atterrarlo? Deve la filosofia umana gettare lo scandaglio in tutti
i misteri e la patologia sociale mettere il cauterio su tutte le
cancrene?... È egli vero che la virtù stia nel _conoscere_, e che
soltanto dal cozzo del male e del bene emani quella scintilla che
nella morale è verità, e nell’arte è poesia? Se tutto ciò si può, se
devesi, se è vero, se Omero dipingendo Troilo fa amare Achille, se
Edipo rappresentando Fedra fa comparire Ippolito, se Dante descrivendo
l’inferno fa desiderare il paradiso, se Lady Macbeth fa pensare a
Giulietta, se il peccato di Fantina rende più sublime l’innocenza di
Cosetta, se Cristo che si circonda di lebbrosi e di peccatori sale
tant’alto da parere divino, allora l’arte è governata dalle stesse
leggi della morale ed essa ha il diritto di spaziare dappertutto,
dove lo può il bene per combattere il male, la luce per diradare le
tenebre, l’ideale per circoscrivere il reale, lo spirito per conquidere
la materia. Dappertutto, ma ad una sola condizione: che essa non perda
mai il pudore delle ciglia e della parola, che la sua veste quanto più
s’inoltra nel fango tanto più sia casta e severa, che essa illumini
tutte le miserie di questo mondo, ma dal posto delle stelle.
A queste condizioni, con questo intento, la nostra musa seguirà a occhi
bassi e inorridendo i passi di Carluccio affinchè possa dire scendendo
le orride scalèe: «ho liberato dall’ignominia uno spirito immortale».
La porta s’era spalancata davanti a Carluccio come davanti al primo che
passa. _Poichè il primo che passa è il cliente._
Appena dentro udì un gran tumulto per le scale e uno scambio di urli,
di bestemmie e di singhiozzi e indi a poco una fanciulla atterrita e
scarmigliata corrergli incontro a precipizio, inseguita da un uomo e da
una schiera di femmine.
Carluccio alzò gli occhi sulla fuggente, la riconobbe, la chiamò per
nome, la sollevò nelle sue braccia vigorose, e in men che non si dica,
con uno di quegli sforzi ginnastici che tante volte avean strappati gli
applausi alla folla, la portò in istrada.
Stefanella fuor di sè non l’aveva in sulle prime riconosciuto, ma il
cuore le aveva detto che l’uomo che la portava via era un protettore e
si lasciò andare fra le sue braccia, come l’annegato fra quelle che lo
traggono alla riva.
La turba degl’inseguenti però non voleva lasciar la sua preda, e mentre
Carluccio arrivava in istrada col caro peso, l’uomo gli era sopra e già
allungava la mano per afferrarlo pel collare. Ma Carluccio parando il
colpo gli sferrò tale un pugno sulle narici che lo mandò a ruzzolare
insanguinato contro la muraglia.
L’uomo si diede a gridare al soccorso e molte altre genti maschili
e femminili sbucavano già da ogni parte di quel turpe semenzaio e
investivano tutt’all’intorno Carluccio, il quale, brandito il suo
coltello, si era preparato alle estreme difese; quando a cessare ogni
lite comparve la polizia.
Nè si creda che questa comparsa fosse fortuita. L’aguzzino, appena
liberato dalla mano di Carluccio e vista la fine della Pica, era corso
al commissariato più vicino denunziando l’assassino e dando tutte le
indicazioni per seguitarne la traccia. Una pattuglia di gendarmi e
poliziotti comandata da un commissario e guidata dall’aguzzino stesso,
fu subito messa in moto e non tardò a raggiungere il perseguito.
La pattuglia, fattasi largo in mezzo alla turba, si diresse difilata
su colui che teneva un’arma in pugno. Carluccio tentò difendersi,
resistere, dir le sue ragioni, ma quattro gendarmi lo avevano già
afferrato e stavano ammanettandolo, quando Stefanella fattasi innanzi
al commissario che dava gli ordini,
— Arrestate anche me, gli disse, sono sua sorella e sua complice.
Il commissario esitava e guardava stupito e forse anche commosso,
la bellissima giovinetta. Egli ignorava di certo che ella preferiva
seguitare la sorte del fratello, fosse pure un carcere perpetuo o la
morte, al vivere un’ora di più nel luogo di profanazione nel quale
era stata gettata. Poichè un miracolo ne l’avea fatta uscire pura e
immacolata come prima, pura e immacolata voleva morire accanto al suo
liberatore. E tali sentimenti, rapidamente nati e divenuti giganti
nella sua mente, le avevano ispirato l’insolito coraggio di profferire
quelle parole che erano parse il sublime della fierezza innocente
persino ad un commissario.
— Sì, arrestate anche lei.... la congiura è sua.... è lei che ha spinto
il fratello.... a Bicètre... a Tolone.... alla Grève.... ladroni
italiani.... assassini, si mise a gridare quella lurida ciurmaglia
sopra la quale primeggiava la voce dell’aguzzino.
— Venite voi pure, disse il commissario a Stefanella, renderete conto
alla giustizia.
E fra le fischiate, le urla e i cachinni osceni di quella nefanda
contrada i due Calabresi furono tratti in prigione.