Nella notte stessa in cui accadevano questi avvenimenti, Carluccio
entrava per la porta di Montreuil a Parigi. Aveva promesso tornare a
vendicare Stefanella e scioglieva la sua promessa. Per tre mesi aveva
covato e maturato il suo disegno, tacendo, dissimulando, mentendo,
divertendo la folla, mostrandosi contento, adulando i suoi padroni,
entrando nelle loro grazie, conquistando la loro fiducia, divenendo il
beniamino della compagnia, colla stessa astuzia, la stessa segretezza
e la stessa pertinacia con cui il negro condannato alle piantagioni
d’America e col quale aveva, meno il colore, tanta comunanza di dolori
e di servitù, medita la fuga e la consuma.
Ma fuggire per Carluccio non era difficile; difficilissimo invece era
fuggire senza essere raggiunto ed arrestato. Però tutto il problema per
il Calabrese consisteva nel mettere fra sè ed i suoi padroni almeno
24 ore di strada. Invece la fortuna gli arrise tanto che egli potè
mettervi tutto l’oceano.
Infatti la sua compagnia vedendo dimagrare ormai gli affari in Francia,
aveva deciso andare a tentare la fortuna in quel paese dove vanno
tutti i disperati, in America. Ed eccola tutta raccolta sul ponte di
un battello a vapore che dovea partire la notte stessa dall’Havre per
Nuova York. Carluccio capiva che non aveva più un minuto da perdere e
guai per lui, se il bastimento fosse salpato: egli non avrebbe forse
più riveduto la Francia. Però il tentativo, che aveva fino allora
protratto di giorno in giorno per renderlo più sicuro, decise compierlo
quella notte, a qualunque costo.
La partenza era fissata per le 11, ma fin dalle 10 tutta la comitiva
del saltimbanco era già a bordo, sdraiata qua e là sul ponte e quasi
tutta addormentata. Quello che pareva dormire più profondamente era
Carluccio; egli s’era cacciato fra le gomene e le àncore di prua e non
lo si vedeva nemmeno. I marinai erano attenti ai preparativi della
partenza, i saltimbanchi russavano e nessuno badava a quel ragazzo,
rannicchiato in mezzo agli ingombri del bastimento. Ma Carluccio
non dormiva e dagli occhi socchiusi sorvegliava tutti i moti della
gente che aveva d’intorno. E allora, quando si vide ben solo, côlto
il destro, si calò per la corda dell’àncora giù in mare, e nuotando
sott’acqua fin che fu in mezzo ai bastimenti del porto, andò a riuscire
poco lontano da esso, alla riva. Mentre toccava terra, il bastimento si
metteva in moto e usciva a tutto vapore dal porto. La mattina vegnente,
svegliandosi in alto mare il saltimbanco cercò di Carluccio nella sua
nicchia e non lo trovò più.
Carluccio intanto aveva fatto quasi venti miglia sulla strada di
Parigi. Avendo meditato lungamente la fuga, aveva anche potuto mettere
assieme tanto di denaro che gli potesse bastare per le spese del
viaggio. Così, senza incidenti notevoli, giunse, come dicemmo, la notte
del sesto giorno alle porte della capitale.
Prima, unica sua cura, era naturalmente cercare di sua sorella, e per
abbreviare le ricerche, decise muovere di filato verso lo stabilimento
Maubert, dove pensava o l’avrebbe trovata ancora o avrebbe raccolti
gl’indizii della sua nuova dimora. Però, entrare nello stabilimento
non gli pareva prudente, potendo avvenire che, invece di liberar la
sorella, cadesse egli stesso in un agguato e tornasse prigioniero.
Risolse quindi aspettare sull’angolo della piazza che qualche persona a
lui nota gli passasse vicino.
Poteva essere alla posta da circa mezz’ora quando vide arrivare una
carrozza, arrestarsi poco lontano dalla casa Maubert e scenderne due
persone, un uomo e una donna. Carluccio dal suo nascondiglio tese gli
occhi e gli orecchi per scoprire chi erano, e non tardò a riconoscere
il capo aguzzino e la Pica. Egli si sentì rimescolare il sangue, ma
poichè i due parlavano, egli raccolse tutto il suo fiato e stette ad
udire.
— Anche la Calabrese è andata, disse la donna.
— E tutto per merito tuo, rispose l’uomo con un sorriso che pareva
tolto a prestito dal demonio.
— Merito del mio odio, replicò la Pica, intanto che faceva un passo per
entrare nello stabilimento.
Carluccio aveva udito abbastanza e con uno slancio si trovò in faccia
ai due interlocutori prima ancora che essi avessero potuto capire donde
era sbucato.
— Voi parlavate di Stefanella — urlò il giovine — dov’è Stefanella?
— Carluccio!... — sclamarono insieme i due sorpresi.
— Sì!... Carluccio che viene a chieder conto di sua sorella e vi
strozzerà qui entrambi, se non gliela rendete. E compiendo coll’atto la
parola afferrava i due per la gola, uno per mano e li atterrava sotto
il suo ginocchio. L’aguzzino e la Pica rantolavano dentro il pugno di
Carluccio come due volpi prese alla tagliola, ma il furente atleta non
lasciava loro alcun attimo di respiro e li investiva con quest’unico
grido: — Mia sorella?... dov’è mia sorella?...
L’uomo resisteva ancora e non fiatava, ma la Pica più debole e ormai
esausta di forze, accennava colle labbra palpitanti di voler parlare.
Carluccio, essendosene accorto, allentò la mano e le lasciò tanto
respiro quanto le bastasse per poter pronunciare la parola. E per
udirla meglio, abbassò l’orecchio sulla bocca della sua prigioniera e
stette ad aspettare. Di lì a poco colla voce affiochita d’una morente
la fanciulla balbettò un nome mostruoso che strappò a Carluccio un
urlo di orrore e gli fece ribollire nel sangue le fiamme, fino allora
signoreggiate, del furore. Egli rivide ad un tratto le persecuzioni
della Pica, il suo spionaggio, le verghe inflitte a sua sorella ignuda,
tutti i patimenti e le vergogne di cinque anni, e lasciando per un
istante il collo dell’aguzzino che teneva colla sinistra, afferrò con
ambe le mani la gola della donna e con una stretta finale e disperata
le fece schizzar fuori gli occhi e la vita. Poi, senza nemmeno più
pensare all’altro suo prigioniero, si alzò e si diede a correre
forsennato nella direzione che la parola della Pica gli aveva indicato.
Egli non ignorava, per fama, quell’orrendo luogo e dopo una breve corsa
vi si trovò di faccia.