XXV.

Nella notte stessa in cui accadevano questi avvenimenti, Carluccio

entrava per la porta di Montreuil a Parigi. Aveva promesso tornare a

vendicare Stefanella e scioglieva la sua promessa. Per tre mesi aveva

covato e maturato il suo disegno, tacendo, dissimulando, mentendo,

divertendo la folla, mostrandosi contento, adulando i suoi padroni,

entrando nelle loro grazie, conquistando la loro fiducia, divenendo il

beniamino della compagnia, colla stessa astuzia, la stessa segretezza

e la stessa pertinacia con cui il negro condannato alle piantagioni

d’America e col quale aveva, meno il colore, tanta comunanza di dolori

e di servitù, medita la fuga e la consuma.

Ma fuggire per Carluccio non era difficile; difficilissimo invece era

fuggire senza essere raggiunto ed arrestato. Però tutto il problema per

il Calabrese consisteva nel mettere fra sè ed i suoi padroni almeno

24 ore di strada. Invece la fortuna gli arrise tanto che egli potè

mettervi tutto l’oceano.

Infatti la sua compagnia vedendo dimagrare ormai gli affari in Francia,

aveva deciso andare a tentare la fortuna in quel paese dove vanno

tutti i disperati, in America. Ed eccola tutta raccolta sul ponte di

un battello a vapore che dovea partire la notte stessa dall’Havre per

Nuova York. Carluccio capiva che non aveva più un minuto da perdere e

guai per lui, se il bastimento fosse salpato: egli non avrebbe forse

più riveduto la Francia. Però il tentativo, che aveva fino allora

protratto di giorno in giorno per renderlo più sicuro, decise compierlo

quella notte, a qualunque costo.

La partenza era fissata per le 11, ma fin dalle 10 tutta la comitiva

del saltimbanco era già a bordo, sdraiata qua e là sul ponte e quasi

tutta addormentata. Quello che pareva dormire più profondamente era

Carluccio; egli s’era cacciato fra le gomene e le àncore di prua e non

lo si vedeva nemmeno. I marinai erano attenti ai preparativi della

partenza, i saltimbanchi russavano e nessuno badava a quel ragazzo,

rannicchiato in mezzo agli ingombri del bastimento. Ma Carluccio

non dormiva e dagli occhi socchiusi sorvegliava tutti i moti della

gente che aveva d’intorno. E allora, quando si vide ben solo, côlto

il destro, si calò per la corda dell’àncora giù in mare, e nuotando

sott’acqua fin che fu in mezzo ai bastimenti del porto, andò a riuscire

poco lontano da esso, alla riva. Mentre toccava terra, il bastimento si

metteva in moto e usciva a tutto vapore dal porto. La mattina vegnente,

svegliandosi in alto mare il saltimbanco cercò di Carluccio nella sua

nicchia e non lo trovò più.

Carluccio intanto aveva fatto quasi venti miglia sulla strada di

Parigi. Avendo meditato lungamente la fuga, aveva anche potuto mettere

assieme tanto di denaro che gli potesse bastare per le spese del

viaggio. Così, senza incidenti notevoli, giunse, come dicemmo, la notte

del sesto giorno alle porte della capitale.

Prima, unica sua cura, era naturalmente cercare di sua sorella, e per

abbreviare le ricerche, decise muovere di filato verso lo stabilimento

Maubert, dove pensava o l’avrebbe trovata ancora o avrebbe raccolti

gl’indizii della sua nuova dimora. Però, entrare nello stabilimento

non gli pareva prudente, potendo avvenire che, invece di liberar la

sorella, cadesse egli stesso in un agguato e tornasse prigioniero.

Risolse quindi aspettare sull’angolo della piazza che qualche persona a

lui nota gli passasse vicino.

Poteva essere alla posta da circa mezz’ora quando vide arrivare una

carrozza, arrestarsi poco lontano dalla casa Maubert e scenderne due

persone, un uomo e una donna. Carluccio dal suo nascondiglio tese gli

occhi e gli orecchi per scoprire chi erano, e non tardò a riconoscere

il capo aguzzino e la Pica. Egli si sentì rimescolare il sangue, ma

poichè i due parlavano, egli raccolse tutto il suo fiato e stette ad

udire.

— Anche la Calabrese è andata, disse la donna.

— E tutto per merito tuo, rispose l’uomo con un sorriso che pareva

tolto a prestito dal demonio.

— Merito del mio odio, replicò la Pica, intanto che faceva un passo per

entrare nello stabilimento.

Carluccio aveva udito abbastanza e con uno slancio si trovò in faccia

ai due interlocutori prima ancora che essi avessero potuto capire donde

era sbucato.

— Voi parlavate di Stefanella — urlò il giovine — dov’è Stefanella?

— Carluccio!... — sclamarono insieme i due sorpresi.

— Sì!... Carluccio che viene a chieder conto di sua sorella e vi

strozzerà qui entrambi, se non gliela rendete. E compiendo coll’atto la

parola afferrava i due per la gola, uno per mano e li atterrava sotto

il suo ginocchio. L’aguzzino e la Pica rantolavano dentro il pugno di

Carluccio come due volpi prese alla tagliola, ma il furente atleta non

lasciava loro alcun attimo di respiro e li investiva con quest’unico

grido: — Mia sorella?... dov’è mia sorella?...

L’uomo resisteva ancora e non fiatava, ma la Pica più debole e ormai

esausta di forze, accennava colle labbra palpitanti di voler parlare.

Carluccio, essendosene accorto, allentò la mano e le lasciò tanto

respiro quanto le bastasse per poter pronunciare la parola. E per

udirla meglio, abbassò l’orecchio sulla bocca della sua prigioniera e

stette ad aspettare. Di lì a poco colla voce affiochita d’una morente

la fanciulla balbettò un nome mostruoso che strappò a Carluccio un

urlo di orrore e gli fece ribollire nel sangue le fiamme, fino allora

signoreggiate, del furore. Egli rivide ad un tratto le persecuzioni

della Pica, il suo spionaggio, le verghe inflitte a sua sorella ignuda,

tutti i patimenti e le vergogne di cinque anni, e lasciando per un

istante il collo dell’aguzzino che teneva colla sinistra, afferrò con

ambe le mani la gola della donna e con una stretta finale e disperata

le fece schizzar fuori gli occhi e la vita. Poi, senza nemmeno più

pensare all’altro suo prigioniero, si alzò e si diede a correre

forsennato nella direzione che la parola della Pica gli aveva indicato.

Egli non ignorava, per fama, quell’orrendo luogo e dopo una breve corsa

vi si trovò di faccia.

La tratta dei fanciulli · 第 31 / 42 题