XXI.

L’ora del colpo di Stato si affrettava a gran passi, e se tutta Parigi

la sentiva nell’aria, Mauvue ne era certo.

Infatti pochi giorni prima il suo capo d’ufficio, chiamatolo in gran

segretezza, gli aveva tenuto questo discorso:

— Si vanno spargendo per Parigi voci assurde di violazioni della

Costituzione, di colpi di Stato ed altre ree congiure. Codeste sono

menzogne dei nemici della repubblica e del principe presidente. Ella

da oggi in poi non ha altro incarico che smentire in pubblico ed in

privato siffatte voci calunniose. Entri nei luoghi più frequentati,

si mescoli a tutti i crocchi, e quando ode parlare di colpi di

Stato, sbugiardi e ricordi la lealtà del presidente, la forza

della repubblica, l’onore dell’esercito, l’immancabile vendetta del

popolo.... Dica tutto quello che sa e che vuole.... purchè dica che

non è vero... come non lo è. Soltanto le raccomando a notar bene

le risposte e i commenti che il pubblico fa al suo discorso ed a

riferirmeli senza ritardo.

Ognuno capirà che ce n’era anche di troppo per far capire a Mauvue,

avvezzo da lungo tempo alle doppiezze del frasario poliziesco, che il

colpo di Stato era non solo certo, ma imminente.

— Se io devo dire di no, io che non ho altra parte che mentire, pensava

almanaccando sul discorso udito, è segno che è di sì; e l’argomento per

quella coscienza era achilleo.

Noi non diremo tutti i servigi che ei rese nelle giornate del 2,

3 e 4 dicembre; basti che egli, incaricato di spargere i manifesti

del presidente che annunziavano il progetto di Costituzione, si era

disimpegnato a meraviglia della sua missione, mercè l’aiuto dei _petits

italiens_ che egli aveva fatto disseminare per tutta Parigi, coi fasci

del proclama cesareo e coll’ordine di gridare ai quattro venti il

grande avvenimento.

Ma il capo-lavoro della sua carriera fu la propaganda per la

proclamazione dell’impero. Egli era stato mandato nei dipartimenti e

vi si coperse di gloria. Il suffragio universale s’inchinava davanti a

questo Dulcamara dell’impero che percorreva la Francia col treno d’un

principe e spacciava per tutti i desiderii una promessa, per tutte le

avidità una soddisfazione, per tutte le malattie uno specifico, per

tutti gli scrupoli un cataplasma: oro e ciondoli, cariche e riforme,

chiese e teatri, strade ed ospizi, e poneva tutti i miracoli di

Cagliostro al servizio di _un’idea_.

Però quando i 7,800,000 voti furono incassati e la vittoria fu certa,

la gratitudine dei vincitori non ebbe più condizioni nè riserve per

un così portentoso agente e fu detto a Mauvue che era padrone di

domandare.

— Volete impieghi o volete oro? gli fu chiesto....

— Voglio mezzo milione e il diritto di cambiar nome, — rispose secco

Mauvue.

Quanto al nome non si fiatò nemmeno: tutti lo cambiarono in

quell’epoca; il colpo di Stato non fu che un ribattezzamento generale

dal quale era naturale che il plebeo volesse risorgere nobile e il

nobile duca, come il principe era risorto imperatore. Però Mauvue

s’accontentò rinascere De.... e, interciso l’_u_ dell’ultima sillaba,

si fece chiamare De-Mauve.

Chi avrebbe mai riconosciuto nella sua nuova carta di visita sormontata

da tanto di corona baronale l’antico poliziotto Mauvue?!

Quanto al mezzo milione si tirò di prezzo: i servizi del signor

De-Mauve erano grandi; ma molti avevano gareggiato con lui e chiedevano

meno. Se si avesse dovuto pagare tutti in proporzione, che cosa si

sarebbe dato ai caporioni? Le polpe della Francia intera non sarebbero

bastate. De-Mauve dovette accontentarsi di trecento mila franchi in oro

che egli corse subito a convertire in consolidati inglesi, tanta era la

fede che aveva nell’impero da lui creato!

Allora De-Mauve, quasi ricco, giacchè bisogna contargli anche il danaro

«che s’era messo da parte», diceva lui, rubato, diremo noi, durante

la sua propaganda, avrebbe voluto liberarsi dell’associazione dei

_Petits italiens_, turpe catena che lo teneva confitto, egli nobile

e oramai riabilitato, alle Gemonie del mondezzaio sociale e non gli

permetteva mai di camminare a testa alta nella società di galantuomini

e gentiluomini alla quale aveva, con tutte le forze ond’era capace,

agognato. Ma distruggere il passato è l’atto più difficile della vita.

Il passato non perdona, il passato è implacabile e, quando credete

averlo addormentato, egli risorge più minaccioso che mai, ed è capace

di chiedervi per un’ora d’oblìo e di riposo tutto quanto avrete

guadagnato con una vita intera di sudori e di lotte.

Ora De-Mauve non era uomo da mettere a repentaglio tante cose,

per una vanità, uno scrupolo, un pericolo lontano, e poichè in

Francia tornava in onore il vecchio proverbio: «_Il y’a toujours

des accomodements avec le ciel_» egli cercava applicarlo al caso suo

e studiava silenziosamente il modo di cavarsela amichevolmente dai

_Petits italiens_ senza guastarsi, e poichè non avea potuto strozzare

il suo passato, renderselo amico. Ma l’associazione era tenace e non

voleva lasciare la sua preda. Essa aveva subito veduto quale preziosa

salvaguardia fosse per lei il patronato di un uomo che apparteneva

ormai alla nobiltà dell’impero, e stretto da tanti rapporti coi

rappresentanti del potere, e saggiamente ispirata dai suoi interessi,

lo riconfermò per quattro anni successivi nella sua carica di

presidente.

De-Mauve si schermì, mandò persino le sue dimissioni, ma una serie di

lettere anonime avendolo minacciato di uno scandalo, si sentì sforzato

a ripigliare l’ufficio ed a rassegnarsi. La quale rassegnazione per

altro, confortata da 50 mila franchi all’anno, non era difficile

esercitare.

Tuttavia egli pensò che una mezza ecclissi gli avrebbe giovato e si

ritirò in campagna. Ivi comperò un podere, si consacrò all’agricoltura,

al miglioramento del bestiame, alle scuole infantili ed alla fabbrica

della chiesa; divenne in una parola un gentiluomo campagnolo,

laborioso, filantropo, morigerato, popolare; l’idolo della comunità.

Fu allora che prese la seconda moglie della quale abbiamo parlato, e fu

pure verso quest’epoca che Gabriele uscì dal suo collegio di provincia

e rientrò dopo dieci anni d’assenza nella casa paterna. Ne era partito

lasciandola triste, oscura, quasi povera, e la ritrovava ricca,

splendida, gioconda. Ma se egli ne sentiva la differenza, non sapeva

spiegarsela, e quando ne chiedeva qualcosa, nessuno gliela spiegava.

«Suo padre aveva fatto una grande eredità» ecco quello che gli si

diceva in casa. «Suo padre era un fior di galantuomo» ecco quello che

si soggiungeva in piazza, e poichè quest’ultima voce pareva autenticare

la prima, Gabriele se ne appagava e tirava via assorto nei suoi studi e

nel suo amore.

Suo padre l’amava alla sua maniera come si ama un campo che frutta, un

fuoco che riscalda, un liquore che ristora, un’avvenire che sorride.

Dapprima nei giorni nefasti della miseria l’amava perchè doveva essere

il _bastone della sua vecchiaia_, poi nei giorni della fortuna perchè

doveva essere il _vanto del suo nome_ e l’erede della sua prosapia; era

insomma amore interessato, l’amore mercantile, l’amore degno dell’anima

di De-Mauve. Però in tutti i tempi non aveva mai tralasciato di

coltivare questo suo fondo di riserva incontrando tutti i sacrifici che

gli erano stati richiesti per la sua educazione e togliendosi spesso

letteralmente di bocca metà del vile suo pane per pagare la pensione

del modesto collegio nel quale Gabriele era rinchiuso.

Un siffatto amore paterno aveva una disciplina ed una morale sua

propria. De-Mauve non avrebbe mai permesso che suo figlio si scostasse

d’un pollice dalla linea di condotta che egli, padre, gli aveva

prefissa, ma quella linea finiva in una meta sulla quale era scritto:

«far quel che giova».

E siccome De-Mauve credeva che le apparenze governassero principalmente

la società ed il tempo, nei quali Gabriele era destinato a vivere,

così egli era disposto a lasciare a suo figlio, anche studente, una

certa larghezza di spendere, ed una comoda se non sconfinata libertà di

seguire i capricci della moda e le abitudini del bel vivere. Gabriele

invece usava con molta parsimonia del danaro paterno e man mano che

procedeva negli anni diveniva sempre più parco ed austero. Tutto il

lusso che si permetteva era la libreria. Il padre scrollava la testa

dicendo tra sè:

— Col solo studio non si fa fortuna, ma poichè dell’ingegno e della

dottrina di Gabriele risuonava ormai tutto il quartiere Latino e

perfino i giornali avean cominciato a parlare, così De-Mauve, pensando

che questo era buon principio d’apparenza, se ne accontentava e

s’abbandonava ai più lieti pronostici sulla carriera del figliuolo.

Tutto a un tratto Gabriele scrisse a suo padre chiedendogli una forte

somma di denaro.

La cosa era troppo insolita e straordinaria perchè De-Mauve non vi

dovesse cercare una straordinaria cagione.

— Qui v’ha da essere di mezzo una donna, un viaggio od una buona

azione, pensava De-Mauve commentando però quel _buona azione_ con un

sogghigno che voleva dire «follia». — Prima di dare il denaro sarà

meglio che vada a Parigi a vedere.

E mentre si preparava a partire, trovò un telegramma in cifra del

Comitato esecutivo dell’associazione che lo chiamava in tutta furia

alla capitale.

La tratta dei fanciulli · 第 26 / 42 题