XX.

A noi per altro resta a chiarire un punto oscuro del racconto di

Gabriele sul quale egli stesso, per mancanza di esatte cognizioni, fu

costretto a scivolare.

Gabriele aveva idee molto confuse sui primordi della vita e le origini

della fortuna di suo padre, perchè nè questi, nè altri di sua famiglia,

per le ragioni che or ora vedremo, o non gliene aveva mai parlato o

l’aveva fatto imbrogliatamente, onde il giovane anzichè capirne qualche

cosa, s’era sempre più smarrito nelle ipotesi e ridotto a riguardare la

storia di casa sua come una specie di problema mitologico perduto nelle

nebbie di un’epoca preistorica.

Inoltre Gabriele era stato avvezzo fin da fanciullo a temere suo

padre, e questo timore, rinterzato anche da quel tanto di rispetto e di

stima che senza essere straordinari, egli sentiva per esso, finiva col

togliergli la voglia e il bisogno di frugare più addentro nelle polveri

della cronaca domestica, pago che quel che appariva e si vedeva avesse

le sembianze di decoroso e d’onesto.

Ma se galantuomo era il frontespizio, galeotto era il libro e noi ne

leggeremo in fretta alcune pagine.

Il padre di Gabriele, il signor Mauvue non era altri che quel

commissario di polizia di Luigi Filippo destituito per legittimista

dalla rivoluzione del quarantotto, agente segreto del principe

pretendente nel 1851 ed a cui l’associazione dei _Petits italiens_

avea fatto l’onore di sceglierlo per suo presidente. Era uno dei

cittadini della Parigi sotterranea. Nel 1830 il popolo vincitore

lo avea sorpreso nell’atto che nascondeva sotto la sua giubba tutta

infiorata di coccarde a tricolori, uno scrigno rubato alla Tuileries,

e l’aveva cacciato in prigione. Ma si sa che nelle prigioni delle

rivoluzioni non ci si sta a lungo: o se ne esce per il patibolo,

o se ne esce per la libertà: non c’è via di mezzo. Il popolo nelle

sue passioni è cieco come il destino. Se monta in ira, uccide senza

contare; se l’infiamma la generosità, libera senza guardare. Nel

93 Mauvue sarebbe stato ghigliottinato: nel 1830 fu dopo 15 giorni

liberato. Quei 15 giorni anzi gli fruttarono. Il carcere è un istituto

di perfezionamento per chi ha preso la carriera del delitto. E si

fu nel carcere che, ascoltando senza parlare, i discorsi dei suoi

camerati, rifiuto delle barricate come lui, aveva potuto scoprire il

bandolo d’una associazione segreta di repubblicani puri dei quali si

fisse nella memoria i nomi, certo che ben presto qualche partito o

pro o contro avrebbe potuto cavarne. Infatti Filippo _Egalité_ era

appena proclamato re dei francesi che Mauvue era già dal prefetto di

polizia a consegnargli il suo primo rapporto sui repubblicani. Il

prefetto lo ringraziò e prese il delatore al suo servizio segreto,

promettendogli, dopo qualche anno di servizio, un posto nella polizia

pubblica. E difatti, la prova essendo stata soddisfacente, due anni

dopo Mauvue era sottocommissario e, in capo ad altri sei, commissario

di prima classe, addetto al gabinetto del signor Gisquet. Ma ambizioso,

intollerante della mediocrità, avido di subita fortuna, il posto da

lui «guadagnato con tanto sudore,» siccome diceva, gli pareva poco e

aspirava più in alto: voleva addirittura un ispettorato. Ma il signor

Gisquet da qualche tempo s’era messo in diffidenza; quell’uomo non

gli piaceva; il suo zelo era falso; la sua devozione studiata; egli

presentiva in lui un infedele, e invece di promuoverlo lo allontanò

persino dal suo gabinetto. Allora i pensieri di vendetta di Mauvue

non ebbero più tregua e confine, e si diede addirittura a vendere

i segreti del governo di Luigi Filippo ai partigiani di Enrico V.

Scoperta la congiura della duchessa di Berry, egli ebbe un giorno di

mortale angoscia, giacchè molte carte, che essa aveva, lo potevano

compromettere e gettare senz’altro in una galera per tutta la vita.

Fortuna volle che allora non si scoperse nulla; Maria di Berry, se non

per cautela almeno per fierezza, distruggeva tutti i rapporti dello

spione orleanista, perocchè essa non avrebbe mai voluto profanare,

colla sordida miscela delle sue lettere, un epistolario al quale le

penne più aristocratiche di Francia e di Europa avevano cooperato.

L’arresto della Berry però fece nella borsa e nell’ambizione del

commissario una larga ferita, e da allora, per una lunga serie di

anni, fu costretto a trascinarsi oscuro e miserabile, spiando indarno

l’occasione d’una rivincita, rodendosi e bestemmiando e non avendo

più altra speranza che in uno sconvolgimento d’acque che lo gettasse

a galla assieme al resto della feccia sociale giacente nel fondo.

Venne infatti il 1848, ma per lui, come per il governo che serviva,

la rivoluzione fu una sorpresa ed entrambi pagarono il fio della loro

cieca incredulità.

Quando Mauvue si destò, quand’ebbe fatta la sua scelta e compiuto il

suo piano, la rivoluzione aveva già trionfato senza che egli avesse

potuto distinguersi nè a favore dei vinti, nè dei vincitori, nè di sè

stesso. Era una occasione fallita.

— Avrei almeno potuto aiutar la fuga, diceva a sè stesso, o....

se non altro l’arresto di Luigi Filippo, o invadere alla testa del

popolo il Lussemburgo.... ma no!... nemmeno accompagnare quel buon

uomo di Lamartine al palazzo di città.... Tutto m’ha tradito.... a

rimettersi!... forse ci sarà una restaurazione da aiutare.

La repubblica non gliene lasciò il tempo. Negli archivi del signor

Gisquet fu trovato un fascio di rapporti contro il signor Mauvue;

l’affare della duchessa di Berry spuntò ancora assieme ad alcune nuove

rivelazioni aggravanti; la condotta del commissario fu sorvegliata e

parve sospetta e la repubblica pensò sbarazzarsene e lo depose.

Mauvue protestò, strepitò, fece del fracasso sui giornali, attaccò i

soddisfatti della repubblica aristocratica, coi principii dell’89 e coi

terrori del 93, inventò per conto suo tutte le più strane applicazioni

del diritto al lavoro e chiese perfino il patrocinio delle teorie di

Cabet e di Leroux, ma nessuno s’infiammò o s’impietosì per lui e gli

fu forza darsi per vinto. Si fu allora che egli discese gli ultimi

gradini sociali e che si trovò in contatto colle ultime prolificazioni

del canagliaio parigino, dai falsi monetari fino alla associazione dei

_Petits italiens._

Se però il febbraio 1848 lo côlse sprovvisto, non così le giornale

di giugno 1849. Egli odorò da lontano il vento della tempesta e si

tenne pronto a manovrare. Assumere per conto del partito bonapartista,

il quale sperava scivolare per il sangue di una sommossa sulla via

del potere, la parte d’agente provocatore; mescolarsi al fiotto dei

rivoltosi a discreta distanza, s’intende, dalle fucilate, e ingraziarsi

il socialismo, tener nota dei caporioni della sommossa per denunciarli

la mattina dopo alla polizia, e passare fra i salvatori dell’ordine e

della repubblica, ecco le tre parti in una che Mauvue aveva studiato

nelle tre giornate di giugno e nelle quali riuscì completamente. I

socialisti lo proclamarono benemerito, la polizia si risolse a scrivere

a Cavaignac per la sua riammissione e i bonapartisti lo arruolarono

addirittura nelle loro fila.

Il principe Napoleone aveva troppo bisogno d’una polizia segreta e

personale perchè uomini come Mauvue non lo potessero servire. Tuttavia,

o perchè troppo volgare, o perchè troppo nuovo, l’ex commissario non

potè avere altri rapporti colla politica dell’Eliseo fuorchè coi

suoi agenti secondari e tutta la sua ingerenza si fermò nei primi

anni alle anticamere. Fu in quest’epoca che, allettato dal sicuro e

lento guadagno e pensando farsene stromento di più vaste operazioni,

egli accettò la carica di presidente della associazione dei _Petits

italiens_. L’associazione contava nel 1850 nella sola Parigi circa

1000 fanciulli i quali in media davano un introito di 4000 franchi

al giorno cioè un milione, quattrocentottanta mila franchi all’anno,

dai quali, detratto il frutto del capitale impiegato, le spese di

manutenzione e d’amministrazione e la quota spettante agli altri membri

dell’associazione, restava al presidente un netto di centomila franchi

all’anno. Era un’egregia pecunia e Mauvue sapeva che vent’anni di

spionaggio non gli avrebbero dato altrettanto. A ciò si aggiunga il

salario che gli veniva pagato sul bilancio segreto dell’Eliseo e si

vedrà che Mauvue verso la fine del 1851 era un signore.

La tratta dei fanciulli · 第 25 / 42 题