XXII.

Qui trovò l’associazione tutta sottosopra. Il Comitato esecutivo in

permanenza, il Consiglio d’amministrazione tempestoso e rumoreggiante

intorno alla sala del Comitato, che al pari di tutte le assemblee

entrate in diffidenza degli atti del potere esecutivo, chiedeva

d’essere convocato; madama Mouchard che andava dall’uno all’altro

membro influente dell’associazione raccontando a tutti il suo triste

caso e inzuppando delle sue lagrime dozzine di pezzuole, e infine

la casa stessa di De-Mauve assediata dagli agenti del Comitato che

stavano ad attenderlo coll’apparenza di scortarlo fino alla casa delle

deliberazioni, ma in fatto col proposito di sorvegliarlo e di non

lasciarlo fuggire.

De-Mauve capì che qualcosa di grosso era accaduto e che la sua

dittatura stessa era in ballo. Indovinarne proprio la ragione non

poteva, giacchè da molto tempo non esercitava più il suo potere nè in

bene nè in male, ma insomma presentiva che la procella bolliva in alto

e che minacciava la sua stessa persona.

— Meglio però, esclamò dentro di sè il presidente, intanto che andava

dal Comitato esecutivo, e come conclusione d’un rapido esame di

coscienza che aveva fatto, meglio, così mi sarò liberato più presto da

questi mascalzoni.

Il Comitato teneva le sue sedute in una casa a doppio ingresso nella

via dei Matturins in una sala di scherma. Ivi pure la scuola serviva

d’insegna e di pretesto e la polizia o era autorizzata a non vedere o

poteva essere delusa. Nella sala, intorno a una tavola, sedevano cinque

persone, cinque ceffi da settembristi, meno la febbre repubblicana:

non vi mancava nè il beccaio Santerre, nè il comico Collot d’Herbois, e

nemmeno il femmineo e colto Saint-Just. Una poltrona vuota aspettava in

mezzo il presidente e quando questi entrò per andare a prendere il suo

posto, il Comitato che di solito s’alzava in piedi e lo inchinava, si

mosse appena dalla sedia e stette colle mani in tasca e la testa bassa

ad aspettare che la seduta fosse aperta.

Il presidente la dichiarò aperta e diede la parola al relatore.

Il relatore, diciamolo subito, era il suo più mortale nemico. Da

molti anni aveva aspirato alla presidenza e non v’era mai riuscito.

Da qui l’odio della rivalità sconfitta. Apparentemente faceva il

rigattiere allo sbocco del ponte di Senna; di fatto era lo strozzino

degli ufficiali giuocatori, degli impiegati discoli e delle loro

donne vanitose, ed era con questa riserva di cambiali usuraie che

egli copriva la società illegittima colla legittima. Ma l’associazione

l’aveva sempre respinto perchè troppo sordido, troppo crudele e quindi

troppo pericoloso. Era riguardato come il Marat del Comitato. Tutti lo

temevano, e perciò lo fuggivano. Alla fine parve che l’occasione si

offrisse di fargli rappresentare una parte idonea al suo carattere e

gli fu affidata la relazione dell’affare di Stefanella.

Il relatore adunque, misurato con una occhiata il presidente, come la

iena la preda che vuol divorare, incominciò quest’orazione:

— Poche parole: lasciamo la rettorica ai _quaranta_ dell’accademia.

La cantante Stefanella, iscritta al Maubert col numero 32 _a_, giunta

all’età voluta, era stata affidata alla signora Mouchard per essere

_riformata_. Siccome la _riformanda_ era di prima categoria, furono

fatte alla mediatrice insolite condizioni. L’amministrazione poi era

certa di veder fruttare al 50 per 100 il sacrificio temporaneo che essa

faceva. La cosa procedeva bene e il concorso intorno alla riformanda si

faceva maggiore quando madama Mouchard venne a chiedere l’appoggio del

Comitato perchè fosse allontanato dalla strada dove essa aveva il suo

stabilimento, un giovane di sinistra apparenza che girava in su in giù

sotto le finestre della ragazza colla evidente intenzione di darle la

caccia.

Si noti che la ragazza pareva secondarlo; ma ad essa provvide

ultimamente la signora Mouchard. Il Comitato esecutivo doveva

provvedere al giovane, e mandati i suoi agenti, venne a scoprire... è

inutile farsi dei complimenti, venne a scoprire che era il figlio del

presidente in persona.

A queste parole De-Mauve diede un lancio in faccia al relatore, e con

un accento che sentiva la sfida e l’incredulità, esclamò:

— Non è possibile!

— Calma, signor presidente, rispose il relatore, e mantenetemi la

parola alla quale ho diritto.

De-Mauve si sedette pallido e contraffatto. Il relatore continuò:

— Allora il Comitato esecutivo, giudicando contro il parere d’una

minoranza alla quale io apparteneva, d’accordare al figlio del

presidente quello che a nessun altro si sarebbe accordato, decise

lasciar correre e stare a vedere i procedimenti del giovane e del

padre. Si sperava anzi che il giovane avrebbe preso a riformare

la giovane egli stesso e che il padre avrebbe pagate le spese.

Illusione!... Scorso un altro mese, la signora Mouchard aveva

iniziate serie pratiche con un ricco Norvegiano e tutto le dava

diritto a credere che il contratto sarebbe stato conchiuso. Pare

che il Norvegiano non mettesse prezzo al possesso della cantante e

che l’amministrazione dovesse fare la più brillante operazione dei

suoi annali. Per sollecitare e facilitare la conclusione del negozio

e addomesticare la fanciulla che faceva la riluttante, la signora

Mouchard aveva concertato col Norvegiano un pranzo d’amici e tutto

andava a meraviglia.... quando a un tratto lo stesso giovane della

strada, lo stesso figlio del presidente si presenta nella sala, adduce

certi suoi diritti sulla giovane, s’intenerisce il cuor di coniglio

di quel grullo del Norvegiano, svela tutti i più gelosi segreti

dell’associazione e finisce col rapire la giovane.

— Rapita!... — gridò con un secondo urlo De-Mauve.

— Rapita?!... rubata, signor presidente!... — replicò freddo il

relatore. — Rubato uno dei più preziosi capitali dell’associazione,

recato un danno di forse 50 mila franchi e messa in grave pericolo

per lo scandalo avvenuto la stessa nostra esistenza. Ora il Consiglio

esecutivo per mezzo mio chiede rigorosa giustizia: la giovane

immediatamente _soppressa_; il rapitore... per lo meno... esiliato...

Attendo il parere del signor presidente.

— Il parere del presidente è, che giustizia dev’essere fatta, e

severa, e che la proposta del relatore è ancora mite. Come presidente,

io rettifico la sentenza, come padre riserbo tutti i miei diritti e

l’associazione non sarà malcontenta di me.

Il presidente, come disse, appose la sua firma ad un foglio di carta

che conteneva la sentenza di Stefanella e Gabriele e fu salutato da

tutta la sala con un mormorio di soddisfazione. Solo il relatore stava

a capo chino e si mordeva le labbra viscide di spuma.

De-Mauve se n’avvide e nel deporre la penna colla quale avea firmato

continuò:

— Sono risoluto a far cessare questo scandalo con tutte le mie

forze. Tutto il potere del quale dispongo è d’ora in poi ai servigi

dell’associazione... e qui impegno tutta la mia vita e la mia fortuna,

tanto più... — e qui fece una brevissima pausa per lanciare un ghigno

d’ironia al suo rivale — tanto più che sarà questo l’ultimo mio atto

come vostro presidente e che sono assolutamente deciso a rinunciare a

questo onorevole ufficio; ma di ciò altra volta... quel che più importa

è di scoprire il nascondiglio dei rei.

— È già scoperto... fece il relatore. Ecco qui il rapporto. I due

amanti erano andati a rifugiarsi in una casetta dei dintorni di

Romainville che avevano presa a pigione, dove credevano essere ignorati

da tutto il mondo, e d’onde non uscivano che verso sera per andar

a respirare l’aria dei boschi... Ma la Pica scodata che conosceva

Gabriele, essendo stata incaricata altra volta di sorvegliarlo, aveva

potuto mettersi sulle sue peste e scoprirne il ritiro. E fu la Pica che

lo denunziò alla società.

— Sta bene, sclamò dopo una pausa il presidente, il mio piano è già

fatto. M’incarico io di tutto, ma bisogna evitare ad ogni costo il

clamore: fate soltanto che domani sera un uomo fidato dei nostri,

e vestito in modo che non possa dare sospetti, sia pronto ai miei

ordini in faccia a casa mia con una carrozza... poi che il luogo di

soppressione sia preparato e non ci sia perditempo... Avete inteso?...

Addio, signori... tregua ai complimenti...

E, dette queste parole colla stessa solennità con cui Bruto I deve

avere parlato al popolo romano nel dichiararsi risoluto a punire i

figliuoli traditori della repubblica, uscì dalla sala.

Giunto a casa si diede a solcare in su e in giù la sua stanza,

raccogliere le idee e pensare al da farsi. Poi, quasi avesse côlta

un’idea che da lungo tempo gli ronzasse davanti,

— Non c’è che questo mezzo, disse, non c’è che l’astuzia; la violenza

guasterebbe tutto.

E sedutosi allo scrittoio, scrisse sopra il primo foglio di carta

capitatogli queste poche parole:

— «Caro Gabriele. So tutto: ripareremo; vieni. Troverai sempre fra

le mie braccia il cuore d’un padre.

La tratta dei fanciulli · 第 27 / 42 题