Due giorni dopo questo discorso madama Mouchard, Stefanella, la falsa
baronessa, un falso conte, una falsa Creola e il vero Norvegiano si
trovarono insieme in uno dei gabinetti riservati d’una trattoria dei
dintorni di Parigi attorno a una lauta tavola della quale il Norvegiano
stesso era l’Anfitrione.
Era un banchetto dato in onore di Stefanella ed aveva voluto che fosse
splendido perchè, diceva quello Scandinavo Don Giovanni, doveva essere
l’ultimo. Ormai egli credeva d’aver sospirato abbastanza e non voleva
perdere altro tempo attorno ad una rocca che non dava alcun segno di
arrendersi.
Ma le due negoziatrici avevano tutto disposto perchè la vittoria
non sfuggisse. Prima loro cura fu di porre il Norvegiano fra due
fuochi, tra Stefanella che gli versava coll’innocente sua grazia il
magico filtro dell’amore, e la baronessa che gli mesceva con pensata
prodigalità tutte le fiamme artificiali dei vini e dei liquori più
squisiti. Il resto della compagnia intanto che faceva onore al pranzo
col classico appetito di tali conviva, aggiungeva i sovraeccitanti
delle risate, delle scede e degli epigrammi e finiva coll’ubbriaccare
tre volte l’Anfitrione.
Tuttavia il signor Oscar era davvero un bevitore settentrionale e non
si lasciava domare così presto. Anche quando le sue gambe vacillavano,
la sua testa ragionava e il bastimento, sebbene male zavorrato, non
aveva perduto la bussola. Quindi egli cercò, si sforzò, quanto potè,
d’essere galante, seducente, spiritoso: lanciò anche dei motti a doppio
senso, urtò persino sotto la tavola il piedino della sua vicina, ma
non osò mai alzare una mano, nè sorpassare nemmeno colla parola, quella
barriera, molto comoda del resto, che il rispetto umano pareva avesse
eretta anche in quel luogo, ma che il pudore convenzionale di quella
brigata gli avrebbe lasciato senza alcuna protesta atterrare. Brillo
com’era, padrone di tutto, despota dell’ora e del luogo, pure qualche
cosa lo conteneva ancora: lo conteneva quella forza, che per tutt’altri
sarebbe stato un incoraggiamento, l’ignoranza di Stefanella.
Questa coll’eco sempre viva in cuore delle ultime parole dell’aguzzino
si forzava, fin dove la sua casta intelligenza poteva arrivare, di
adempierne i comandi, quindi ad ogni parola anche incomprensibile del
Norvegiano rispondeva con un sorriso e quando si sentiva toccare il
piede, in luogo di offendersene, lo ritirava dicendo al suo vicino:
— Scusi, le ho fatto male?
Ma più in là di questo e di qualche ingenua risata non sapeva arrivare.
Però il banchetto era finito e il Norvegiano ancora allo stesso punto
di prima.
Il gabinetto dava sul giardino; il cielo era calmo e stellato e fu
proposto di fare un giro al fresco della notte. La proposta veniva
dalle donne che speravano trovarsi sole durante la passeggiata e
consultarsi sul da fare.
Uscirono tutti in giardino. Il Norvegiano a braccio di Stefanella
davanti; poi a una buona distanza da non poter dare incomodo, la
Baronessa e la Istitutrice, ultimi in serrafila il Conte e la Creola.
Il Norvegiano avea slanciato l’ultima sua dichiarazione e mostrava a
Stefanella il palazzo incantato di delizie che egli le avrebbe aperto,
se per dir la sua frase, «voleva essere buona con lui».
— E non lo sono buona, sig. Oscar? — rispondeva la giovinetta con
un accento d’innocenza che sconcertava sempre più il mal destro
corteggiatore.
Si sarebbe detto che qualcuno nell’ombra intendeva quel linguaggio più
di lui, giacchè quando ella ebbe pronunciate le ultime parole, la siepe
di dalie che fiancheggiava il viale s’era mossa come se una persona
viva l’avesse a un tratto animata.
Intanto la coppia che seguiva era sprofondata in un discorso del quale,
giunta che fu al punto della siepe che prima s’era mossa, uno che
avesse teso l’orecchio avrebbe potuto udir chiaramente queste parole:
— Non c’è altro rimedio che farla dormire con una buona dose
d’_hatschick_ — diceva la finta baronessa.
— E voi credete alla virtù dell’_hatschick?_
— Lo credo perchè l’ho provato. Anch’io ho cominciato i miei amori a
quel modo.
All’ultima frase la siepe stormì come se un soffio di vento le
fosse passato in mezzo, e nell’istesso tempo una statua di _Diana
cacciatrice_ che sormontava la siepe, sembrò animarsi nelle tenebre e
trasformarsi nello spettro d’un uomo.
Di tutta la comitiva però i soli che avevano notato quel rapido mistero
erano stati il sig. Oscar e Stefanella. Ma Stefanella lasciò passare
un fremito più di gioia che di paura e non disse niente. Il Norvegiano
invece gridò:
— O che c’è un uomo in giardino?!
— Baje! ubbie! — gli fu risposto da tutte le parti; e siccome ognuno lo
credeva brillo, non si badò altro, e finito il giro, rientraron tutti
insieme nella trattoria.
Erano in casa da circa mezz’ora; il falso conte sparito ma «per
tornare», aveva detto; il Norvegiano combatteva invano un duello a
morte contro Bacco e Morfeo, invincibili avversari quando sono alleati,
e sonnecchiava, quasi vinto, sopra una poltrona; le due vecchie
aspettavano in silenzio sedute l’una accanto all’altra, e Stefanella
sola non poteva star ferma e andava e veniva dalle finestre cercando
giù nel giardino qualcuno o qualcosa senza sapere nemmeno essa chi e
perchè.
A un tratto la porta del salotto si spalanca e un uomo compare sulla
soglia. Le due femmine danno uno scatto, il Norvegiano spalanca
anch’egli gli occhi che già avevano perduta l’ultima prova, e
Stefanella sola guarda, sorride e irraggia.
L’uomo è un giovine forse non ancora ventenne. Ha il cappello in testa
ma si vede che è biondo; la mesta luce della lampada non permette di
cogliere subito il colore dei suoi occhi, ma il dolce sfavillio che
ne emana avverte che debbono essere azzurri: egli non ha per barba
che due sfumatissime fila d’oro sopra le labbra, ma un sorriso fiero e
sdegnoso imprime a quel volto quasi infantile un carattere d’energia e
virilità che il primo aspetto smentirebbe. È tutto vestito di nero, e
giudicando a prima vista, poveramente; ma un brillante che gli sfavilla
in dito desta il dubbio che quella povertà esteriore sia più un pensato
artificio od una negligenza volontaria anzichè una vera impotenza.
Egli aspettò a parlare forse un minuto, poi si rivolse a Stefanella e
cominciò:
— Vi tradiscono.... non avete ricevuto la mia lettera.... non l’avete
letta? No?.... Oh me disgraziato! Ma io non vi ho abbandonata
lo stesso.... e sono qui per salvarvi.... Stanotte vi avrebbero
perduta.... vi volevano avvelenare, ma di un veleno che fa peggio che
uccidere il corpo, che uccide l’anima e la seppellisce in una fossa
di disonore.... Voi non avete altro scampo che fuggire con me... Io vi
proteggerò.... venite Stefanella.
Ma intanto che egli allungava la mano per pigliare la fanciulla che
già volava a lui con tutta l’anima sua, le due donne balzarono dallo
scanno come due chiocciole inviperite, e il Norvegiano stesso, desto
finalmente da quella scossa, si rizzò di fronte al giovane urlandogli
un «Indietro» così stentoreo che tutto il giardino sottoposto ne
echeggiò.
— Non posso dare addietro — rispose con voce calma e sottile il
giovane. Si tratta di un dovere, e voi potreste farmi a pezzi, ma io
non potrei rinunciarvi.
— Questa fanciulla è nostra, strillò madama Mouchard. — Che c’entrate
voi?
— È nostra, replicò la baronessa.
— Questa fanciulla non è vostra nè sua, rispose freddamente il giovane,
indicando il Norvegiano. Se fosse vostra non la vendereste con un
delitto; se fosse sua non la vorrebbe comperare a questo prezzo. Io
non so bene chi sia costei, ma essa non è qui di nessuno fuorchè mia,
perchè io solo qui l’amo. Se non l’amassi, essa mi apparterrebbe come
ogni vittima appartiene al suo salvatore. Ed ora non mi resta altro a
chiedervi, o signore, se non che vogliate agire da gentiluomo.
— Non ti capisco, rispose il Norvegiano, e spero che oramai sbarazzerai
la porta se non preferisci andartene per la finestra.
— Io non me n’andrò che con essa, ma mi spiego. Se voi volete questa
fanciulla per amore, essa vi ha già risposto; se la volete per forza,
ecco come l’avrete. Queste due donne in questa notte stessa, fra poco
forse, propineranno in un confetto, in un bicchier d’acqua, in qualche
cosa d’innocente insomma, uno di quei narcotici che inebbriano i sensi,
prostrano la volontà, e trasformano ogni cosa reale in un sogno morboso
e bugiardo. Il narcotico si chiama credo _hatschick_ ed è molto usato a
Parigi. Questa fanciulla, quando l’avrà ingollato, quando non sarà più
lei, potrà essere vostra: la volete così?
Il Norvegiano aveva ascoltato attentamente, e mano mano che capiva,
sbarrava gli occhi, gli rotava dalle donne al giovane, dal giovane
a Stefanella, non potendo nè credere, nè inorridire, nè adirarsi, nè
quasi più fiatare.
— È pazzo! gridò la Mouchard.
— È un mascalzone! replicò la baronessa.
— Zitto voi altre, urlò il Norvegiano. — Io voglio una prova, e guai a
lui se non me la darà, ma guai a voi se me l’avrà data.
— Una prova? — rispose colla solita calma, il giovane. Udite il rumore
di questa carrozza che arriva? Essa ve la porta.
Infatti la carrozza che aveva portato il conte a Parigi, rientrava in
quel momento nel cortile della locanda.
— Voi non avete, continuò il difensore di Stefanella, che a proibire a
queste due donne di uscire o di parlare coll’uomo che sta per entrare
qui dentro, e quando sia entrato chiedergli che vi consegni quello che
ha portato da Parigi.
— Va bene — rispose il Norvegiano dopo un momento di pausa. — Voi altre
sedete lì, e non movete un sopraciglio; e voi, signore, non temete:
anche in Norvegia vi sono dei gentiluomini.
In quel momento il falso conte s’affacciava alla porta della sala.
— Avanti, caro conte, lo apostrofò il Norvegiano appena lo vide.
Potete gettare quello che avete portato, con voi, giacchè non occorre
più. L’amore ha vinto, e l’_hatschick_ non occorre più, non è vero,
Stefanella?
— Rispondi che è vero, le sussurrò di sfuggita il giovane che le stava
dappresso.
Stefanella non aveva mai mentito, ma tant’era immedesimata in
quell’uomo che ormai egli le teneva luogo di coscienza, e le pareva
che persino la menzogna suggerita dalle di lui labbra si trasformasse
in verità. L’amore è una identificazione d’anime, e ciò che è bello,
buono, orrido, malvagio per una, lo è per l’altra.
Due amanti vivono come due pianeti in un elisse: i fuochi sono doppi,
ma la luce è una sola. Però Stefanella, quasi l’anima stessa dell’altro
parlasse per lei, rispose:
— È vero.
Il conte che non era d’altra parte informato di tutto l’intrigo,
credette a quest’affermazione dell’innocenza, e cavò di tasca una
scatoletta dorata che conteneva sotto forma di seducentissime giuggiole
il magico filtro.
Il Norvegiano gliela strappò di mano, l’aperse, guardò, s’accertò, e
voltandosi umiliato al giovine sconosciuto, disse:
— Avevate ragione, o signore. Vedete però che io non sono guasto del
tutto. Cercava i piaceri, e poichè v’erano coloro che li vendevano, io
non esitava a comperarli. Più in là la mia coscienza settentrionale
non può arrivare. In mezzo ai nostri ghiacci veggo che tutto non
putridisce. Vi saluto. Questa giovinetta è degna di voi, ma portatela
lontano da Parigi. Qui gli agguati sono troppi. Addio, Stefanella.
Io fui brutale con voi, ma se aveste potuto amarmi, son certo che
m’avreste fatto un angelo. Quanto a voi, femmine, non ho che un
avvertimento. Vado a denunziarvi alla polizia, e a meno che la polizia
non appartenga alla vostra associazione, spero che domani vi troverà un
posto in galera. E detto ciò, il Norvegiano uscì dalla sala, e si fece
ricondurre a gran trotto a Parigi, e nell’orizzonte di questa storia
non ricomparve mai più.
Era un uomo, come ce ne sono migliaia: molto largo di morale, molto
scettico di fede, ma incapace di una viltà. Giovinetto, sua madre gli
aveva deposto ogni giorno nel cuore una parola di virtù; e dovunque
andasse anche in mezzo ai delirii dell’orgia, egli ne sentì per tutta
la vita l’acre ricordanza. Egli portava seco un sale che gl’impediva di
corrompersi, sebbene non avesse in sè stesso tanta forza per redimersi.