I due giovani uscirono subito dopo dietro a lui e presero anch’essi,
ma a piedi, la strada di Parigi. Gli altri tre restarono nella sala
muti, immobili, impietriti quasi nel posto dove il Norvegiano li avea
lasciati; e ci volle molto tempo prima che potessero ricapitolare le
idee e proferire una parola. Noi li lascieremo e vedremo più tardi quel
che di nuovo avea partorito quella triade nefanda.
Appena nella strada, il giovine disse alla sua compagna:
— Vi chiamate dunque Stefanella, è vero?
— Sì, rispose la fanciulla. Ma voi come vi chiamate?
— Gabriele, rispose questi.
— Gabriele! Gabriele? fece la fanciulla, accentuando bene, tanto
l’interrogazione che l’esclamazione, quasi che quel nome contenesse il
responso del suo avvenire.
Non dimentichiamo che entrambi aveano scambiato da quattro mesi le
anime loro senza nemmeno conoscersi per nome. Essa per lui era Psiche,
un nome della sua fantasia; egli per lei era l’_ideale_, un raggio del
suo paradiso. Però la scoperta dei loro nomi diveniva qualcosa di più
della rivelazione di un ignoto. Era un avvenimento decisivo, un fatto
solenne, una crisi, un patto, uno sposalizio, un amplesso dato colla
stessa tenerezza con cui gli sposi romani proferivano l’_ego gaius et
ego gaia_ sulla soglia della dimora coniugale.
E fortificati da questa nuova promessa, infilarono lo stradone di
Parigi colle mani allacciate, gli occhi nelle stelle, il cuore sopito
in una placida estasi, e l’anima tutta piena di inni d’amore.
Giunti alla barriera, Gabriele s’arrestò ad un tratto, come côlto da un
pensiero inaspettato, e voltosi alla compagna, le disse:
— Sai, Stefanella, che io non saprei dove condurti stanotte?
— Ebbene, restiamo qui, rispose tranquillamente la fanciulla.
— No, cara; è meglio che arriviamo fin dentro Parigi.
— Andiamo, soggiunse colla stessa docilità Stefanella.
— Forse troveremo, riprese Gabriele, incamminandosi, uno dei miei
amici, uno studente di matematica, un bravo giovine che ha un
quartierino di due stanze, e ce ne faremo prestare una per stanotte, ma
bisogna che camminiamo, perchè se non lo troviamo al suo caffè, non ci
sarà più modo d’averlo.
— Corriamo, fece Stefanella; e i due amanti si cacciarono a passi
affrettati nel dedalo delle strade di Parigi, e giunsero in poco
meno d’un’ora nel centro del _Quartiere latino_ dove avevano contato
incontrare il loro ospite.
Ma tutta quella corsa fu vana. Lo studente di matematica non si era
fatto vedere nel caffè, e nessuno sapeva dove fosse.
I due fuggiaschi, la legge li avrebbe domani chiamati così, erano soli
nella notte in mezzo a Parigi, in mezzo al deserto.
— Che fare, Stefanella? diceva Gabriele, torcendosi le dita per dolore.
— Sediamoci là, rispose la fanciulla, indicando i gradini della chiesa
di S. Sulpizio. Ci ho passato tante notti su quei gradini col mio
Carluccio; vi passerò anche questa. Non vi sarà Carluccio, ma ci sarai
te.
E come ella suggerì, fecero; e i primi chiarori dell’alba cominciavano
a biancheggiare attraverso i tetti di Parigi, che quei due proscritti
dell’amore erano ancora là seduti sopra la pietra che avevano scelto
per letto della loro prima notte nuziale.
Come l’aveano passata quella notte? Cosa si erano detti in quelle
lunghe ore?
S’erano raccontati la loro storia, Stefanella la sua, che noi già
conosciamo; la sua anche Gabriele che abbiamo appena intraveduta, e
della quale è ben tempo che alziamo i veli.