La sorte di Stefanella preoccupava ancora più. Ella era troppo
privilegiata di doni per essere sciupata nella volgare prostituzione
delle sue compagne. «Sarebbe come condannare un cavallo arabo a tirare
un _omnibus_» diceva uno dei nobili membri del Consiglio esecutivo
con una comparazione degna di lui! Stefanella poteva aspirare, sempre
secondo i concetti del Comitato esecutivo, alle più grandi fortune;
un principe russo o indiano, pareva ancora poco: forse era da tentare
addirittura le alcove della reggia! Ma anche qui bisognava aspettare
l’occasione, crearla anzi con destrezza, ma non precipitar nulla.
— E la prima cosa a farsi, diceva il presidente interpellato anche
su di questo, è di custodirla. Se la lasciamo vagare per Parigi
la perderemo. Oggi tutti la portano via cogli occhi, domani ce la
porteranno via davvero colle mani... Ma custodire, soggiungeva il
Solone di quell’orrida repubblica, non vuol dire nascondere; tutto al
contrario: bisogna ottenere i vantaggi della mostra, senza correre i
rischi della perdita; bisogna custodire come gli orafi i gioielli che
vogliono vendere: trovare una vetrina sicura e trasparente in cui tutti
la possano guardare e nessuno toccare.
In una metropoli come Parigi c’è tutto per tutti. Essa è, secondo
i casi, una cornucopia ed una panacea: ogni dolore vi trova il suo
Golgota e il suo Tabor; ogni virtù la sua apoteosi e la sua gogna; ogni
ferita il suo veleno ed il suo farmaco; ogni grandezza il suo inciampo,
ogni miseria il suo aiuto. Ivi il bene ed il male combattono in un
quotidiano duello senza mai atterrarsi. Il bene è Ercole, ma il male è
Idra; la legge è Argo, ma il delitto è Briareo.
Ora, non era possibile che, cercando bene, la vetrina suggerita dal
presidente, per custodire e mettere in mostra viventi gioielli, e
in modo che la società potesse almeno _tollerarla_ e la legge non
avesse nulla a ridire, non s’avesse a trovare. Le forme del lenocinio
sono infinite e sfuggono ad ogni classificazione filosofica e ad
ogni sanzione penale. Esso può annidarsi tanto dietro le grate
del confessionale che nelle anticamere de’ cortigiani e parlare
indifferentemente il linguaggio di Loiola e di Falstaff; avere per
insegna i piattellini di Figaro e la maschera di Tersicore, congiurare
nel mazzo della fioraia sotto forma di biglietto; nel triclinio di
Anfitrione coi vapori del Falerno, o nelle letture di Torquato fra le
ottave del poema.
Ed esso a Parigi aveva anche la forma di collegio. In uno degli
angoli più remoti dei dintorni del Panteon, in una di quelle viuzze
più silenziose e tranquille che parevano fatte apposta per meditare
e studiare, epperò sparse a ogni passo d’insegne di educandati e di
pensioni, si leggeva al sommo d’un portoncino questa scritta:
=Madame Mouchard=
PENSION ET EDUCATION DE JEUNES
DEMOISELLES ÉTRANGÈRES.
Poi sotto, in un carattere più piccolo ma evidentissimo, un _autorisée
par le gouvernement_, innanzi al quale gli scrupoli d’ogni più
diffidente padre di famiglia sarebbero svaniti.
Per la legge infatti lo stabilimento di madama Mouchard aveva tutti
i requisiti richiesti. La direttrice era vedova d’un luogotenente
del _Treno_, ucciso alle barricate di giugno per l’ordine e la legge,
quindi particolarmente raccomandata al governo; le maestre d’inglese,
di tedesco, di pianoforte, di disegno avevano tutte le loro patenti
in regola; il locale era decente; il cibo sano, la regola austera
e ineccepibile; tutte le tasse erano pagate, tutti i regolamenti
osservati, dunque il governo non aveva a cercare di più.
E guai per madama Mouchard se essa non avesse osservato a puntino le
prescrizioni della legge: essa avrebbe subito risvegliato l’attenzione
dell’autorità la quale non avrebbe tardalo a scoprire il vero. In poco
tempo si sarebbe accorta che le sedicenti maestre portavano patenti
con altri nomi, che c’era il programma e l’orario delle lezioni, ma le
lezioni non si davano mai, che nessuna delle educande veniva di giorno
al collegio, nessuna restava per l’intero anno scolastico, e che dopo
un mese o due, una carrozza chiusa e misteriosa veniva di notte alla
porta, si apriva per ricevere una delle pensionanti e partiva al trotto
serrato per una destinazione ignota. Insomma si sarebbe accorta che il
collegio era un’agenzia succursale d’un traffico infame.
Stefanella fu affidata a madama Mouchard con questi patti. Trecento
franchi per il _corredo_, giacchè Stefanella era in brandelli e
bisognava rivestirla; duecento franchi al mese per la pensione di tre
mesi e il 20 per cento sul contratto. Madama Mouchard non aveva mai
ottenute più laute condizioni, e raccoglieva tutte le sue forze per
riuscire. Nei sogni delle sue notti essa non faceva che vedere bascià
innamorati, banchieri olandesi ingrulliti, e yankees vergini impazziti
e monti di napoleoni d’oro a’ piedi di Stefanella. Allora essa aveva
tre altre _educande_, ma decise lasciarne l’incarico ad un suo aiutante
per consacrarsi interamente all’ultima venuta.
Il programma era, mettere in mostra la giovanetta dappertutto, ma
non scoprire mai, fino allo stringere finale dei conti, chi era e
dove stava di casa. Questo programma obbligava la Mouchard a condurre
Stefanella tutti i giorni alla passeggiata e tutte le sere allo
spettacolo, e poichè era quaresima, fra gli spettacoli conveniva
mettere le prediche del padre Ventura e le messe cantate a san Sulpicio
o alla Maddalena cogli _Oratorj_ di Haydn. Ora, se questo poteva essere
divertente per la giovinetta, era grave alla borsa ed anche alla età
della direttrice. È vero che essa si rifaceva sulla colazione e sul
pranzo, e che la giovinetta scontava coi patimenti in casa il lusso del
di fuori; ma la differenza tra la vita del sotterraneo e quella della
pensione era ancora tanto grande, quanto potrebbe essere, immaginate,
quella d’un uscito dall’inferno per entrare nel limbo. E quel luogo
muto e misterioso era per lei un limbo davvero: essa non capiva e
non sentiva nulla. Le avevano detto che la mettevano là dentro per
insegnarle a leggere e farne poi un’attrice.... od una cantante....
ed essa tutti i giorni da un mese chiedeva invariabilmente a madama
Mouchard:
— E quando comincio la mia lezione?
— Fra poco, rispondeva l’Argo dell’antro, e la lezione non cominciava
mai.
Ma al trentesimo giorno preciso accadde per Stefanella uno
straordinario avvenimento che le tolse non solo la voglia di uscire
a spasso ed a teatro, ma anche quella di studiare. Essa non avrebbe
fatto più nulla, fuorchè andare e venire dalla finestra e guardare di
fuga e di soppiatto attraverso le gelosie.... Fin dai primi giorni
della sua nuova comparsa in pubblico al fianco di madama Mouchard
la giovinetta aveva avuto occasione di notare più volte, e da ultimo
in tutti i luoghi, dove ella si trovasse un giovinotto ben vestito e
di bell’aspetto, che, illusione o realtà, pareva la guardasse molto
fissamente e persino talvolta la salutasse.
Ma dove non mancava mai era al teatro ed alla chiesa. Ella cambiava
luogo ed ora, ma il giovane c’era sempre; se in teatro, appiedi
della sua loggia, se al tempio dietro al suo banco, ritto, immobile
a contemplarla. Però Stefanella, nutrita nella superstizione del
suo paese, ebbe persino la tentazione di credere ad una stregoneria;
solamente provava, cosa insolita, che quello stregone non le faceva
paura.
La vicenda degli incontri durò così senza varietà e senza risultati
per circa un mese, quando alla domenica delle Palme fece un gran passo
decisivo. La signora Mouchard aveva condotto la Stefanella alla messa
solenne nella chiesa di san Filippo nella quale per la straordinaria
festività era certa che tutto il mondo elegante si sarebbe dato
convegno. E non si sbagliò. San Filippo è poco lontano dai campi Elisi
e dalla strada del bosco di Boulogne, e tutte le bellezze e tutti i
peccati aristocratici di Parigi erano venuti a portare una carta di
visita a Domineddio, intanto che veniva l’ora della passeggiata.
Quando Stefanella entrò nella semplice ma elegante sua veste azzurra,
tutto quel pubblico che era là per passare ed essere passato in rivista
fissò gli occhi sulla bruna calabrese incoronata di treccie d’oro e
non l’abbandonò più. Stefanella sentì tutte le fiamme di quegli sguardi
sul suo volto, ma avvezza ormai ad essere guardata e non guardare, non
arrossì; sol quando incontrò due occhi a lei ben noti, allora diventò
di bragia.
Andò ad inginocchiarsi modesta e pudica come la Margherita del Faust
sulla sua sedia e per molto tempo non levò più gli occhi. Madama
Mouchard, Mefistofele in gonnella, le sussurrava:
— Ma guardate là quel bruno, alto.... è il conte _tale_.... e quel
piccino gentile è il marchese _tal’altro_.... e quella rossa in abito
viola.... è la figlia d’una lavandaia ed ora ha carrozza e livrea.
Stefanella rispondeva: «Ho veduto» e non si moveva....
Ma a un certo punto levò la testa come tôcca da una elettrica scintilla
e cercò essa pure nella folla. I due sguardi puri e raggianti del
giovane l’avevano raggiunta e fissati su di lei l’attraevano come il
pianeta la sua stella, dentro la sua orbita.
La chiesa era affollata, e finita la messa tutta la gente rigurgitando
nell’istesso tempo alle porte finì col far gorgo e col restare parecchi
minuti senza poter nè retrocedere, nè avanzare.
Ora il caso volle che nella calca Stefanella si trovasse così vicina
a quel giovane ignoto che i loro cuori si toccavano e i loro aliti si
confondevano. Lo sfollamento potè durare pochi minuti, ma furono per
quei due augelletti in cerca d’un nido una eternità. Essi si guardarono
l’un l’altra fin dentro il bianco degli occhi; poi il giovane, non
visto, anzi coperto dalla folla, prese la mano della fanciulla; la
fanciulla gliela lasciò; le loro dita s’intrecciarono, i loro cuori si
sposarono, le loro anime tacitamente pronunciarono un giuramento così
sincero, così profondo che Dio stesso avrebbe creduto eterno.