XIII.

La sorte di Stefanella preoccupava ancora più. Ella era troppo

privilegiata di doni per essere sciupata nella volgare prostituzione

delle sue compagne. «Sarebbe come condannare un cavallo arabo a tirare

un _omnibus_» diceva uno dei nobili membri del Consiglio esecutivo

con una comparazione degna di lui! Stefanella poteva aspirare, sempre

secondo i concetti del Comitato esecutivo, alle più grandi fortune;

un principe russo o indiano, pareva ancora poco: forse era da tentare

addirittura le alcove della reggia! Ma anche qui bisognava aspettare

l’occasione, crearla anzi con destrezza, ma non precipitar nulla.

— E la prima cosa a farsi, diceva il presidente interpellato anche

su di questo, è di custodirla. Se la lasciamo vagare per Parigi

la perderemo. Oggi tutti la portano via cogli occhi, domani ce la

porteranno via davvero colle mani... Ma custodire, soggiungeva il

Solone di quell’orrida repubblica, non vuol dire nascondere; tutto al

contrario: bisogna ottenere i vantaggi della mostra, senza correre i

rischi della perdita; bisogna custodire come gli orafi i gioielli che

vogliono vendere: trovare una vetrina sicura e trasparente in cui tutti

la possano guardare e nessuno toccare.

In una metropoli come Parigi c’è tutto per tutti. Essa è, secondo

i casi, una cornucopia ed una panacea: ogni dolore vi trova il suo

Golgota e il suo Tabor; ogni virtù la sua apoteosi e la sua gogna; ogni

ferita il suo veleno ed il suo farmaco; ogni grandezza il suo inciampo,

ogni miseria il suo aiuto. Ivi il bene ed il male combattono in un

quotidiano duello senza mai atterrarsi. Il bene è Ercole, ma il male è

Idra; la legge è Argo, ma il delitto è Briareo.

Ora, non era possibile che, cercando bene, la vetrina suggerita dal

presidente, per custodire e mettere in mostra viventi gioielli, e

in modo che la società potesse almeno _tollerarla_ e la legge non

avesse nulla a ridire, non s’avesse a trovare. Le forme del lenocinio

sono infinite e sfuggono ad ogni classificazione filosofica e ad

ogni sanzione penale. Esso può annidarsi tanto dietro le grate

del confessionale che nelle anticamere de’ cortigiani e parlare

indifferentemente il linguaggio di Loiola e di Falstaff; avere per

insegna i piattellini di Figaro e la maschera di Tersicore, congiurare

nel mazzo della fioraia sotto forma di biglietto; nel triclinio di

Anfitrione coi vapori del Falerno, o nelle letture di Torquato fra le

ottave del poema.

Ed esso a Parigi aveva anche la forma di collegio. In uno degli

angoli più remoti dei dintorni del Panteon, in una di quelle viuzze

più silenziose e tranquille che parevano fatte apposta per meditare

e studiare, epperò sparse a ogni passo d’insegne di educandati e di

pensioni, si leggeva al sommo d’un portoncino questa scritta:

=Madame Mouchard=

PENSION ET EDUCATION DE JEUNES

DEMOISELLES ÉTRANGÈRES.

Poi sotto, in un carattere più piccolo ma evidentissimo, un _autorisée

par le gouvernement_, innanzi al quale gli scrupoli d’ogni più

diffidente padre di famiglia sarebbero svaniti.

Per la legge infatti lo stabilimento di madama Mouchard aveva tutti

i requisiti richiesti. La direttrice era vedova d’un luogotenente

del _Treno_, ucciso alle barricate di giugno per l’ordine e la legge,

quindi particolarmente raccomandata al governo; le maestre d’inglese,

di tedesco, di pianoforte, di disegno avevano tutte le loro patenti

in regola; il locale era decente; il cibo sano, la regola austera

e ineccepibile; tutte le tasse erano pagate, tutti i regolamenti

osservati, dunque il governo non aveva a cercare di più.

E guai per madama Mouchard se essa non avesse osservato a puntino le

prescrizioni della legge: essa avrebbe subito risvegliato l’attenzione

dell’autorità la quale non avrebbe tardalo a scoprire il vero. In poco

tempo si sarebbe accorta che le sedicenti maestre portavano patenti

con altri nomi, che c’era il programma e l’orario delle lezioni, ma le

lezioni non si davano mai, che nessuna delle educande veniva di giorno

al collegio, nessuna restava per l’intero anno scolastico, e che dopo

un mese o due, una carrozza chiusa e misteriosa veniva di notte alla

porta, si apriva per ricevere una delle pensionanti e partiva al trotto

serrato per una destinazione ignota. Insomma si sarebbe accorta che il

collegio era un’agenzia succursale d’un traffico infame.

Stefanella fu affidata a madama Mouchard con questi patti. Trecento

franchi per il _corredo_, giacchè Stefanella era in brandelli e

bisognava rivestirla; duecento franchi al mese per la pensione di tre

mesi e il 20 per cento sul contratto. Madama Mouchard non aveva mai

ottenute più laute condizioni, e raccoglieva tutte le sue forze per

riuscire. Nei sogni delle sue notti essa non faceva che vedere bascià

innamorati, banchieri olandesi ingrulliti, e yankees vergini impazziti

e monti di napoleoni d’oro a’ piedi di Stefanella. Allora essa aveva

tre altre _educande_, ma decise lasciarne l’incarico ad un suo aiutante

per consacrarsi interamente all’ultima venuta.

Il programma era, mettere in mostra la giovanetta dappertutto, ma

non scoprire mai, fino allo stringere finale dei conti, chi era e

dove stava di casa. Questo programma obbligava la Mouchard a condurre

Stefanella tutti i giorni alla passeggiata e tutte le sere allo

spettacolo, e poichè era quaresima, fra gli spettacoli conveniva

mettere le prediche del padre Ventura e le messe cantate a san Sulpicio

o alla Maddalena cogli _Oratorj_ di Haydn. Ora, se questo poteva essere

divertente per la giovinetta, era grave alla borsa ed anche alla età

della direttrice. È vero che essa si rifaceva sulla colazione e sul

pranzo, e che la giovinetta scontava coi patimenti in casa il lusso del

di fuori; ma la differenza tra la vita del sotterraneo e quella della

pensione era ancora tanto grande, quanto potrebbe essere, immaginate,

quella d’un uscito dall’inferno per entrare nel limbo. E quel luogo

muto e misterioso era per lei un limbo davvero: essa non capiva e

non sentiva nulla. Le avevano detto che la mettevano là dentro per

insegnarle a leggere e farne poi un’attrice.... od una cantante....

ed essa tutti i giorni da un mese chiedeva invariabilmente a madama

Mouchard:

— E quando comincio la mia lezione?

— Fra poco, rispondeva l’Argo dell’antro, e la lezione non cominciava

mai.

Ma al trentesimo giorno preciso accadde per Stefanella uno

straordinario avvenimento che le tolse non solo la voglia di uscire

a spasso ed a teatro, ma anche quella di studiare. Essa non avrebbe

fatto più nulla, fuorchè andare e venire dalla finestra e guardare di

fuga e di soppiatto attraverso le gelosie.... Fin dai primi giorni

della sua nuova comparsa in pubblico al fianco di madama Mouchard

la giovinetta aveva avuto occasione di notare più volte, e da ultimo

in tutti i luoghi, dove ella si trovasse un giovinotto ben vestito e

di bell’aspetto, che, illusione o realtà, pareva la guardasse molto

fissamente e persino talvolta la salutasse.

Ma dove non mancava mai era al teatro ed alla chiesa. Ella cambiava

luogo ed ora, ma il giovane c’era sempre; se in teatro, appiedi

della sua loggia, se al tempio dietro al suo banco, ritto, immobile

a contemplarla. Però Stefanella, nutrita nella superstizione del

suo paese, ebbe persino la tentazione di credere ad una stregoneria;

solamente provava, cosa insolita, che quello stregone non le faceva

paura.

La vicenda degli incontri durò così senza varietà e senza risultati

per circa un mese, quando alla domenica delle Palme fece un gran passo

decisivo. La signora Mouchard aveva condotto la Stefanella alla messa

solenne nella chiesa di san Filippo nella quale per la straordinaria

festività era certa che tutto il mondo elegante si sarebbe dato

convegno. E non si sbagliò. San Filippo è poco lontano dai campi Elisi

e dalla strada del bosco di Boulogne, e tutte le bellezze e tutti i

peccati aristocratici di Parigi erano venuti a portare una carta di

visita a Domineddio, intanto che veniva l’ora della passeggiata.

Quando Stefanella entrò nella semplice ma elegante sua veste azzurra,

tutto quel pubblico che era là per passare ed essere passato in rivista

fissò gli occhi sulla bruna calabrese incoronata di treccie d’oro e

non l’abbandonò più. Stefanella sentì tutte le fiamme di quegli sguardi

sul suo volto, ma avvezza ormai ad essere guardata e non guardare, non

arrossì; sol quando incontrò due occhi a lei ben noti, allora diventò

di bragia.

Andò ad inginocchiarsi modesta e pudica come la Margherita del Faust

sulla sua sedia e per molto tempo non levò più gli occhi. Madama

Mouchard, Mefistofele in gonnella, le sussurrava:

— Ma guardate là quel bruno, alto.... è il conte _tale_.... e quel

piccino gentile è il marchese _tal’altro_.... e quella rossa in abito

viola.... è la figlia d’una lavandaia ed ora ha carrozza e livrea.

Stefanella rispondeva: «Ho veduto» e non si moveva....

Ma a un certo punto levò la testa come tôcca da una elettrica scintilla

e cercò essa pure nella folla. I due sguardi puri e raggianti del

giovane l’avevano raggiunta e fissati su di lei l’attraevano come il

pianeta la sua stella, dentro la sua orbita.

La chiesa era affollata, e finita la messa tutta la gente rigurgitando

nell’istesso tempo alle porte finì col far gorgo e col restare parecchi

minuti senza poter nè retrocedere, nè avanzare.

Ora il caso volle che nella calca Stefanella si trovasse così vicina

a quel giovane ignoto che i loro cuori si toccavano e i loro aliti si

confondevano. Lo sfollamento potè durare pochi minuti, ma furono per

quei due augelletti in cerca d’un nido una eternità. Essi si guardarono

l’un l’altra fin dentro il bianco degli occhi; poi il giovane, non

visto, anzi coperto dalla folla, prese la mano della fanciulla; la

fanciulla gliela lasciò; le loro dita s’intrecciarono, i loro cuori si

sposarono, le loro anime tacitamente pronunciarono un giuramento così

sincero, così profondo che Dio stesso avrebbe creduto eterno.

La tratta dei fanciulli · 第 18 / 42 题