Da quel momento il giovine, oltre che andare dovunque Stefanella
andasse, s’era messo a passare e ripassare tutti i giorni ed alla
stessa ora sotto alle finestre dell’istituto ed ecco perchè Stefanella
andava così spesso a spiare dalle gelosie. Quella ronda per il giovane,
quel riconoscimento per la fanciulla, tenevano luogo di dialogo. Quante
cose non si dicevano: egli coi suoi passi, ella colle sue occhiate!
Qualche volta il giovane, vedendosi solo nella contrada, si indugiava
un attimo di più davanti alla finestra e la giovinetta apriva un
pochino di più la gelosia. Allora il discorso diveniva eloquente;
pareva che un inno cantasse per l’aria e che i loro orecchi udissero
tutte le parole senza che le loro labbra le pronunciassero.
Ma chi era, d’onde veniva, come si chiamava quel giovine? Stefanella
non lo sapeva, ma, strano a dirsi, non lo cercava. Per lei si
chiamava.... l’Ideale.
E Stefanella chi era per lui?... Egli lo ignorava; desiderava saperlo,
giacchè la natura vuole che il maschio desideri conoscere più della
femmina, ma non aveva fretta.... Intanto, avendo pur egli il bisogno di
dare un nome a quel sogno, lo chiedeva ai poemi, agli inni, ai fiori,
al cielo.... e non lo trovava.... Finì col chiamarla Psiche.... _Anima
mia_.
Questi convegni muti, quest’amore tra cielo e terra durava da circa
un mese quando madama Mouchard li sorprese. Non portava il suo nome
per nulla. Essa colse Stefanella proprio nel punto in cui apriva la
gelosia ed il giovane proprio nel momento in cui soffermava il passo.
Ella non fece che afferrare di dietro la giovinetta per le braccia e
sbatacchiarla contro le pareti.
Quanto al giovane lo fulminò dalla finestra con una occhiata e chiuse
le gelosie col fiero piglio di un veterano che serri le saracinesche
d’una fortezza nella quale sia deciso a vincere o morire.
Però ella non tralasciò precauzione di sorta: proibì alla giovinetta
addirittura tutte le stanze che davano sulla strada e le finestre
di tutta la casa; non uscì più che in legno chiuso e avvertì
l’amministrazione del pericolo e della necessità di tôr di mezzo quel
giovane.
L’amministrazione s’incaricò di questa parte, ma un venti giorni dopo
con sua grande sorpresa la Mouchard si sentì rispondere che «non si
poteva toccare quel signore».
La istitutrice ruminò tutta la notte quella risposta ed ebbe quasi
la tentazione di credere che quell’incognito fosse qualche principe
straniero travestito.... Non si può toccare quel giovane, e perchè?...
Ma cos’è?... Chi è?... andava ripetendosi la Mouchard.... e se il
lettore avrà pazienza come lei, verrà a saperlo.
La custode però decise di affrettare quanto più le fosse possibile,
quello che essa chiamava il _collocamento di Stefanella_. Perocchè,
ricordiamolo bene, il mezzo per riuscire in una società, tutta forma e
apparenza, è di tradurre in oneste parole ogni disonesta cosa.