XII.

Quattro anni trascorsero così senza mutazione o vicenda alcuna per i

nostri due orfanelli: sempre la stessa pena, sempre la stessa fatica,

sempre la stessa servitù. Non c’è come la miseria per essere monotona.

Chi ha incontrato qualche volta un mendicante cieco seduto da vent’anni

su quel sasso a quel medesimo luogo, a quella medesima ora, colla

stessa preghiera sulla bocca, col cappello sempre teso a quel modo, ha

veduto il simbolo della miseria; essa è una tenebra immutabile. La sola

differenza che potremo notare fu nel decreto che condannava alla fame

quei due infelici. La colletta era tornata abbondante, la Pica s’era

maritata all’aguzzino e il loro odio s’era calmato nella luna di miele,

ed a Carluccio e Stefanella era stato restituito il diritto di mangiare

il pane che ricevevano in carità.

Però noi saltiamo a piè pari fino al 1854, anno in cui Stefanella

compiva i 14 anni, Carluccio 15. Entrambi erano passati dall’infanzia

alla puerizia, entrambi cominciarono a divenir disadatti alla servitù

a cui erano stati condannati, e un’altra vita era preparata per essi.

Stefanella avea già sentito agitarsi nel suo seno i misteriosi annunzi

della pubertà e, fanciulla ancora, colla precoce rapidità di sviluppo

che caratterizza le meridionali, era già donna. Poichè fame, busse,

insulti, miserie d’ogni sorta non l’avevano uccisa, essa fioriva. Tutti

quei germi di bellezza, di grazia, di poesia, che avea portati dal

suo cielo, poichè non erano avvizziti in quella notte, sbucciavano con

tutto il rigoglio d’un albero in fiore, in quell’aprile della sua vita.

Belle come Stefanella a quindici anni se ne potevano forse trovare, ma

nessuna figlia d’Eva, se la bellezza scultoria è regolarità di linee,

era mai stata più seducente di quella montanina calabrese ornata di

soli cenci e di primavera.

Bambina, Parigi l’aveva vezzeggiata; vergine, tutta Parigi l’ammirava,

e pur troppo l’agognava.

Uno dei primi e più ardui problemi presentatisi all’amministrazione

fu quello di sapere che cosa avrebbe fatto di quei due fratelli

ingranditi.

Il comune trattamento di questi sciagurati, una volta che l’età gli

aveva resi incapaci all’arte primitiva in cui erano stati educati,

era, o l’abbandono assoluto in mezzo alla via, quando erano giudicati

più buoni a nulla, od una rivendita o sub-affitto a qualche altra

industria, sovente più infame, quando davano speranza di poterla

esercitare con frutto.

Però i due calabreselli cadevano, a parere dell’amministrazione,

in questa seconda privilegiata categoria, ed essi avevano in sè un

capitale che, usufruito poteva essere fonte ricchissima di guadagno. Ma

non era facile trovarne l’impiego conveniente. Carluccio era cresciuto

in robustezza quanto la sorella in grazia e leggiadria; il buon sangue

nativo e quella continua ginnastica di salti e di capriole avea dato

al suo corpo ancora in fiore tutto lo sviluppo della maturanza,

e più volte, acrobati e saltatori di Circhi, sorpresi dal nerbo e

dall’elasticità di quei suoi muscoli, avevano regalato il giovane

atleta d’un mondo di lieti presagi sui suoi trionfi avvenire.

La carriera di Carluccio era dunque fissata, e l’amministrazione

si diede da quel giorno a cercare a destra ed a sinistra in tutti

i dipartimenti della Francia un Ciniselli qualsiasi che assumesse

presso di sè il calabrese. Alla fine credette aver trovato, e un bel

mattino Carluccio fu chiamato a dar prova della sua destrezza davanti

ad un elefantesco incognito che era nè più nè meno che un saltimbanco

ambulante dei circhi di provincia. E perchè il ragazzo fu trovato pieno

di belle speranze, così il giorno stesso il contratto fu conchiuso e

Carluccio venduto per 500 franchi come clown in erba dell’Ippodromo

di Nantes. Notiamo, di passata, che Carluccio era stato comperato

dall’amministrazione per 300 franchi, e che egli ne aveva resi in

cinque anni circa 8 mila netti da ogni spesa.

Confessiamo che pochi commerci hanno di questi dividendi.

Sorse per altro una difficoltà, alla quale l’amministrazione non

avrebbe mai pensato e che per la prima volta incontrava in vita sua.

Carluccio al momento della partenza dichiarò che non si sarebbe mai

diviso da sua sorella.

La sorella invece non dichiarava nulla, ma colle sue lagrime silenziose

confermava i proponimenti del fratello.

La prima misura dell’amministrazione fu naturalmente minacciare e

picchiare, ma Carluccio era tale da farsi mettere a pezzi prima di

cedere. Il saltimbanco compratore cominciava ad impazientirsi e aveva

già protestato, che se entro tre giorni egli non aveva il suo _clown_

rompeva il contratto e se n’andava.

Il caso era grave, e il bisogno d’un provvedimento urgente. Ad esso

non bastava più nemmeno il Comitato esecutivo e fu deciso interrogare

l’alta saggezza del presidente in persona.

E il presidente, dopo aver raccolte le sue idee, col tuono freddo e

solenne d’un oracolo diede questo responso:

— Poichè i tormenti inflitti al fratello non riescono, non c’è che un

mezzo: torturare la sorella in faccia sua finchè ceda.

Il Comitato esecutivo partì sbalordito di tanta sapienza: l’ispirazione

parve degna del genio di Torquemada e d’Arbuez, e fu deliberato di

darvi esecuzione senza ritardo.

Bisognava trovare un modo di tortura che fosse a un tempo tormentoso

e ignominioso e dopo molte ricerche fu trovato. Stefanella doveva

essere frustata nuda. Essa doveva correre intorno al cortile, e tutto

il collegio, allievi ed aguzzini mano mano che passava doveva darle

la frustata sulle ignude carni! Guai quindi se ella si arrestava: la

grandine diveniva ancora più fitta. Carluccio poi legato in un angolo

del cortile doveva contemplarla finchè la sua pietà ed il suo terrore

fossero sazi.

Appena la vergine comparve, mezza morta di spavento e di vergogna

sulla soglia del cortile, Carluccio chiuse gli occhi e non volle veder

di più. Quella profanazione dell’innocenza e del pudore gli aveva

già tenuto luogo di tutti i tormenti e con un urlo angosciato gridò:

«Basta». Gli fu chiesto allora se acconsentiva a partire e rispose:

«Acconsento».

Stefanella fu ricondotta, Carluccio liberato.... e la sera chiuso in

un furgone assieme alle scimmie, ai cani, ed agli altri attori della

compagnia, trottava già verso Nantes dove doveva esordire nella sua

nuova carriera.

Nel congedarsi furtivamente dalla sorella, non potendo darle nulla,

perchè nulla possedeva, le lasciò come un ricordo ed una promessa

queste parole: «Ora non mi resta che tornare per vendicarti... e

tornerò».

La tratta dei fanciulli · 第 17 / 42 题