Torniamo ai bimbi... Anche per essi dopo un anno, e avevano durato
anche troppo, era cominciata la vice fatale del tempo. Quei due bimbi
erano trovati già vecchi; il sorriso infantile di Stefanella cominciava
a parere stereotipo, la posa di quel grano d’eroe a sentire il rancido.
Il pubblico si diede a sbadigliare, a non guardare più, a infastidirsi,
ad allontanarsi, a dar meno, a dare pochissimo.
A ciò si aggiunga che ci fu un’epoca torbida per la Francia. Eravamo
poco lontani dall’elezione del presidente e dal colpo di Stato: la
Francia era preoccupata ed inquieta e gli stranieri non erano sedotti
a visitarla. Quindi molti pensieri nelle teste dei Parigini e pochi
forestieri per le strade di Parigi, e dappertutto e in tutti quella
trepida aspettazione d’una crisi, che tronca i nervi al lavoro, gela
le ispirazioni all’arte, consiglia il capitale ad espatriare, il lusso
a nascondersi e la società intera a sopprimere il superfluo, a ridurre
il suo bilancio al puro necessario, a rinchiudersi insomma nella vita
vegetale del giorno ed a non far più alcun conto dell’incerto avvenire.
Di questo torbo ed inquietante orizzonte, se ne dovevano risentire
l’_Opéra_ come i cantastorie da trivio, e l’associazione de’ _Petits
italiens_ doveva soffrirne quanto e più d’una società di strade di
ferro o di miniere.
Infatti verso i principii di novembre il Consiglio esecutivo della
piazza Maubert notò una grande diminuzione di introiti e ordinò esso
pure un’inchiesta. E l’inchiesta disse che le partite di Stefanella
e di Carluccio erano quelle che avevano ribassato più rapidamente.
I sei franchi giornalieri erano scesi a tre: nientemeno che il 50%
di perdita. Il fatto era grave sopra tutto e meritava uno studio
singolare. Non si tralasciò di ordinare una più rigorosa vigilanza dei
due fratelli; molto meno si dimenticò di chiamarli al _redde rationem_
e di rammentar loro i doveri sociali con la consueta perorazione
dello scudiscio e delle pedate. Carluccio col suo solito piglio
rispondeva che «non aveva colpa se in Parigi non ci erano più nè soldi
nè minestre». Stefanella invece non rispondeva nulla e piangeva in
silenzio dietro di lui....
— Ci sono pochi soldi perchè ci sono troppe minestre — strillò dal
crocchio degli ascoltatori una voce di femmina.
— Cosa vuoi dire tu _Tredici?_... — chiese il direttore dello
stabilimento che avremmo voglia di chiamare il capo aguzzino,
volgendosi con un sorriso di iena innamorata alla interlocutrice.
— Gracchia più chiaro, Pica scordata — replicò Carluccio apostrofandola
col soprannome che tutto il collegio le aveva imposto per la grande
rassomiglianza di voce e di muso che aveva con quell’animale.
— Parlerò a tempo e luogo.... e con chi si deve — ribattè la Pica.
— Parlerai con me, non è vero? — e voi altri zitti... o guai! — disse
il capo aguzzino facendo chioccare la frusta dalla parte di Carluccio.
Ora è mestieri dire che la fortuna rapida e insolita dei due calabresi
aveva destato nella maggioranza del collegio di piazza Maubert tutti i
vermi dell’invidia fanciullesca, la quale, sebbene piccina e innocente
di forme, è qualche volta non meno temibile dell’invidia degli adulti.
Ora, fra coloro che avevan preso più forte a odiare i due fratelli, la
più arrabbiata e maligna era la Pica scordata.
Costei, ributtante impasto di giallo e di cenere, brutta proprio come
l’invidia, avendo già oltrepassati i quattordici anni, contava fra le
più anziane dell’istituto, ed ormai la si poteva dire tramontata per
quell’industria che consisteva tutta «nel mettere in mostra l’infanzia
che soffre». Tuttavia ella avea una abilità tutta sua; imitava a
perfezione il mal caduco, e con quest’arte, resa più interessante dalla
sua laidezza, ella era sempre riuscita a razzolare più quattrini che
non le sue compagne colle loro grazie di canti, di suoni o di bellezza
che ella, certa di non le poter mai uguagliare, ferocemente abborriva.
Ma la Pica, non contenta di avere la sua parte di guadagni e di favori,
agognò entrare nelle grazie dell’amministrazione. Impregnata d’odio,
gelosa di tutti i meriti altrui e specialmente di quelli delle sue
compagne, fatta per assorbire e respirare a pieni polmoni i miasmi
pestilenti dell’ambiente in cui viveva, essa aveva sentito il bisogno
di fare il male per il male, e dopo averne per molto tempo cercato il
modo più sicuro e lucroso, si pose ai servigi della polizia segreta
dell’associazione. Perocchè, giova dirlo subito, anche quella società
di piccoli miserabili sentiva il bisogno d’una sbirraglia e di uno
spionaggio. Ed ecco una fanciulla a 14 anni spia dell’innocenza e
della miseria. In verità il genio del male non aveva mai trionfato più
completamente in un’anima umana.
Naturalmente ella aveva veduto con ira la gloria dei due calabresi
e giurò vendicarsene. Aveva notato che nei primi mesi Carluccio e
Stefanella, oltre che di soldi, erano colmati di doni e che qualche
generoso, oltre al pane ed alla minestra, era persino arrivato al
desinare ed ai confetti. Quei due fanciulli adunque, invece di patire
come era loro dovere, minacciavano ingrassare, e l’associazione era
frodata. Quale capo d’accusa per l’invidia in agguato!
Però, quando il direttore chiamò in segreto la Pica a dargli
spiegazione delle sue parole del giorno prima, ecco quel che essa
rispose:
— Stefanella e Carluccio, invece di chieder soldi per la società,
chiedono pane per sè. E siccome molti dànno più volentieri un pane
che un soldo, ecco perchè da un mese essi non portano nella cassa più
nulla. Sono egoisti che pensano soltanto a sè; essi impinguano e la
società patisce.
La delazione bugiarda della Pica era materia più che sufficiente per un
processo. Il direttore credette o finse credere, e ordinò il processo
il quale non potea essere che sommario come là si costumava. Laonde,
aspettati a casa i due accusati, e annunziata la sua presenza con una
fischiata di scudiscio, il direttore incominciò così:
— Quant’è l’introito d’oggi?...
— Quattro franchi, fece Carluccio; pioveva a secchi e per le strade
c’era nessuno.
— D’ora innanzi pioveranno di queste — urlò l’aguzzino facendo
strisciare il frustino sulle guancie di Carluccio che ne illividì.
— So perchè l’introito scema; perchè, invece di cercare denaro, cercate
da pranzo... Silenzio... ghiottoni... io lo so e basta. D’ora innanzi
decreto: tutte le volte che vi offriranno da mangiare.... ricuserete.
Tutte le volte che porterete a casa meno di sei franchi doppia razione
di frusta e digiuno assoluto.... Quando porterete sei franchi,
vi lascerò tre soldi per desinare... e ce ne sarà d’avanzo. Avete
capito?... a letto, scoiattoli.
Il lettore comprende che per eseguire alla lettera quest’ordine
Carluccio e Stefanella rischiavano restare senza pranzo tutte le
volte che la busca era minore di sei franchi; e che anche quando li
raggiungeva o li superava dovevano aspettare fino a sera a pranzare...
con tre soldi! In verità la legislazione della fame non era mai stata
più sapiente.