L’arte rudimentale però, l’arte comune a cui nessuno poteva sottrarsi
era di indovinare a colpo d’occhio l’indole delle persone alle
quali il piccolo italiano doveva dirigersi. Perocchè uno sbaglio in
questa prima parte del mestiere ne cagionava mille e comprometteva
l’associazione. Però grande era la cura dei maestri e custodi perchè
i piccoli industrianti si penetrassero bene delle regole fondamentali
della scienza di Lavater applicata all’accattonaggio. Lezioni speciali
erano date sovente nello stabilimento su questo tema chè i professori
erano per solito i più anziani e provetti della corporazione. Allora
non era raro il caso di vedere qualche sera, dopo la ritirata, uno di
questi piccoli dottori in scienza fisionomica, montare sopra una panca
apparecchiata in mezzo alla camerata, innanzi alla turba attenta dei
neofiti e dei principianti, e schiccherare questo discorso:
«Il genere preferibile è il _provinciale_, e, regola sicura, ogni
persona, uomo o donna, che sia ferma a guardare nelle bacheche delle
botteghe, o a contemplare, la colonna di Luglio o la giraffa del
giardino delle Piante, è un provinciale.
«Intorno ad ogni monumento ne troverete uno sciame e non bisogna
abbandonarli, finchè non abbiano vomitato il loro dazio d’entrata. Con
questi tutti i ferri del mestiere sono buoni meno le canzoni grasse e i
_calembours_ troppo astrusi.
«Vien subito dopo il genere _stranieri_ da distinguersi bene dai
_provinciali_ per il modo di trattamento. Con essi bisogna essere
servizievoli a oltranza, insegnar loro la strada anche quando la
sanno, andare a pigliare la carrozza anche quando non la vogliono,
offrire loro di portare il _paletot_ anche quando piove. Con loro
non c’è che un programma: essere importuni. Bisogna però badare a
non urtare contro la flemma inglese; sarebbe tempo perduto contro uno
scoglio insormontabile. Cogli inglesi però c’è un altro mezzo: cantare
un’aria turca qualsiasi e dire che è italiana. Guardarsi bene invece
dal parigino che ha fretta. Un uomo che corre per le strade è un uomo
d’affari e non guarda ai _petits italiens_ se non quando li getta per
terra. Tenete d’occhio gli studenti e i soldati, i primi al principio
del mese, i secondi al giorno di paga e specialmente quando portano
al braccio le loro metà, le sartine o le cuoche. Allora essi amano
mostrarsi generosi specialmente se voi saprete adattare una buona
musica al proverbio tutto francese. «_L’amour ne loge point sous le
toit de l’avarice_.»
«Non perdete un minuto solo colla gente che esce dalla Borsa o dalla
chiesa: la prima ha dato tutto il suo cuore al diavolo e la seconda
a Dio e non ne avrà per voi. Se trovate per istrada una signora sola
che vada diritta senza voltarsi indietro corretele appresso e non
lasciatela mai. Essa va per qualche contrabbando ed avrà bisogno di
liberarsi di voi. Ma per ultimo consiglio guardatevi dalla gente che
va in mezzo alla strada col capo nelle nubi: si chiamano poeti e sono
un genere traditore. Essi si fermeranno a contemplarvi, vi offriranno
una eloquente compassione, scriveranno per voi qualche ode, ma non vi
daranno un soldo.»
Eruditi a questo modo dalle parole e dall’esempio, i due nostri
calabresi divennero in brevi giorni i più esperti e fortunati della
società.
Carluccio agile, snello come un camoscio non avea rivali nelle
capriole. Stefanella, dotata d’una voce esile e gentile come il
pianto d’un rosignolo, arrestava la folla dei più indifferenti coi
suoi _rispetti_ calabresi pieni di semplicità e di melodia. Inoltre
Carluccio avea un pregio che nessun altro prima di lui avea mai
posseduto: una fierezza d’accento, di posa e di sguardi che quando
chiedeva la carità pareva dicesse: «Datemi un regno.» In quel momento
coi suoi occhi neri scintillanti, col suo sorriso beffardo, colla
mano tesa in atto più di minaccia che di preghiera, il corpo eretto,
la fronte alta, era così bello che tutti, innamorati di quel piccolo
miserabile col cipiglio principesco, si fermavano a guardarlo, e lo
colmavano di doni. Accadde anzi più tardi che uno statuario, trovato
il calabresello per la strada, lo volle nel suo studio e lo ritrasse al
vivo nel suo nativo costume in un bozzetto di creta al quale pose nome:
_Amore brigante_.
Stefanella al contrario era tutta grazia, umiltà, pudore. I suoi
occhi non si alzavano mai sul passeggiero che per la preghiera,
la sua voce era restia alle note gagliarde ed ogni parola dura ed
invereconda moriva sulle sue labbra senza poterne uscire. Per questo,
per quanti sforzi fossero fatti dai maestri e dalle compagne più
arrendevoli, essa non potè mai imparare una canzone oscena quantunque
non ne intendesse il significato. Per fargliela entrare in testa,
per fargliela pronunciare fu minacciata, percossa e, cosa inaudita in
quella corporazione dove ogni tenerezza era morta, blandita, e persino
regalata. Tutto vano; la natura si ribellava; tutte le seduzioni della
zingarella svanivano, quando la si costringeva a fare la baccante!...
I due fratelli erano stati destinati dapprima ai quartieri della
barriera Saint-Denis, ma i padroni non tardarono ad avvedersi che non
erano personaggi per quella scena troppo volgare e che il pubblico era
inadeguato alla rappresentazione e il guadagno al capitale. Quei due
aristocratici del vagabondaggio erano fatti per l’aristocrazia, però
decisero cambiar loro quartieri e clienti, e furono arruolati nella
squadra che doveva agire ai _Champs Elisées_ e sul _boulevard des
Italiens_.
In pochi giorni i due calabresi diventarono famosi anche in questa
nuova scena e non c’era frequentatore di quel mondo, zerbino o
magistrato, gran dama o crestaia, che non volesse aver udito cantare
almeno una volta Stefanella e veduto saltar Carluccio come si fosse
trattato dei trilli della Pasta o dei salti del signor Léotard. Nei
caffè signorili dei _boulevards_, gli artisti ambulanti non possono
entrare, o vi sono messi bruscamente alla porta. Ora, per intercessione
d’una società d’allegri avventori, Stefanella e Carluccio avevano
ottenuto privilegio d’ingresso al caffè _Tortoni_ e in breve tempo per
imitazione in tutti gli altri caffè dei dintorni.
Era là specialmente che Carluccio era fatto chiaccherare e Stefanella
passata in più minuta rassegna.
Talvolta, mentre un pittore, uno scultore, un poeta qualsiasi prendeva
da un tavolino remoto delle note e faceva de’ segni sul suo taccuino,
la brigata dei giovinastri eleganti si serrava addosso alla zingarella
incalzandola con domande, con motti, con occhiate, spesso con gesti
tutti d’un tema facile ad indovinare che la facevano diventar rossa
e bianca ad un tempo senza che nemmeno potesse dirne il perchè,
intantochè il fratelluccio costretto a giuocare in un altro angolo
della sala, vedendo la pena della sorella si mordeva le labbra e
squadrava le fiche agli osceni motteggiatori. Ma, se talvolta la mano
di qualche più audace si allungava per un’impudica carezza, allora
si sarebbe veduto il giovinetto saltare, col lancio d’un tigrotto
irritato, tavoli e panche, e piantarsi davanti alla sorella contro
all’insultatore sfidandolo collo stesso piglio con cui un cavaliere
della Tavola Rotonda sarebbe corso all’elsa in difesa della dama di cui
portava i colori. Ed all’atto fiero del piccolo Baiardo era per tutto
il caffè un fracasso di risate e di battimani, e spesso una pioggia
copiosissima di soldi, di dolci, di franchi persino, che certamente nè
la fame, nè la pietà avrebbe strappati a quegli sfaccendati in cerca
d’emozioni nuove e di curiosità eteroclite.
La colletta de’ due fratelli, giunti a sera, stava ordinariamente fra i
sei franchi al giorno; ma spesso saliva fino a 10 e qualche volta aveva
toccata la somma inaudita e favolosa per tutta la corporazione di 20
franchi. Ma è noto che di tutto questo danaro ai fanciulli non restava
un centesimo e che tutto andava versato nelle casse della società.
Però, quando la questua era abbondante, i questuanti non ne risentivano
alcun vantaggio; quando invece era scarsa, una parte del danno andava
a cascare sulle loro povere spalle sotto forma di frustate. Quindi
indirettamente ognuno era interessato a far buona presa, non tanto per
il lucro cessante, quanto per il danno emergente.
Ai fanciulli dell’associazione, l’abbiamo già detto, non restava per
_mangiare_ che quello che era loro regalato in natura dai clienti;
in altre parole la crosta di pane stantìo, l’osso, la ciottola
d’acqua e di minestra, il dolce, il bicchier di vino, ristoro
rarissimo che la carità aggiungeva o sostituiva al soldo, erano
lasciati dall’amministrazione ai questuanti in cambio della mercede
o del pasto quotidiano che avrebbero loro dovuto somministrare.
Così l’amministrazione aveva ridotto i suoi operai alla maggior
semplificazione di regime immaginabile: allo stato d’una macchina che
non mangia e non beve e produce tanto per giri e per ora.
Frattanto, finchè i nomi di Carluccio e di Stefanella furono una
novità, il favor pubblico fu generoso tanto per la loro borsa che
pei loro stomachi e la messe dei pani emulò quella dei soldi. Ma in
Parigi, centro della mutabilità umana, nulla resiste all’aridezza
di questa sentenza: «È giù di moda.» Un regno ha vissuto 18 anni? È
vecchio, se ne vada: una rivoluzione si prolunga oltre un carnevale?
È vecchia, chiuda bottega. Un predicatore è alla seconda predica del
suo quaresimale; un cantante alla sua seconda stagione; un poeta al
suo secondo dramma; Nadar alla sua seconda ascesa; gli ambasciatori
del Taicun alla loro seconda comparsa?... ebbene, sono vecchi, vecchi
come il cappellino, come la foggia, come l’acqua d’odore che si usa
da una settimana. Non c’è merito, non c’è virtù, non c’è scoperta, non
c’è idea, non c’è bizzarria, non c’è utopia, non c’è nemmeno delitto,
quando esso sia scolpito dal suggello della novità, al quale il
vento della moda non gonfi almeno per un giorno la vela ed a cui quel
gigantesco Arcangelo della civiltà rifiuti di prestare le sette trombe
della sua fama; ma non c’è moda, non c’è fama, che in quello smisurato
oceano resista al soffio d’un’altra moda che sorge, d’un’altra fama
che incalza, e gli aquiloni della sera che portano le tempeste sono
salutati colla stessa gioia con cui lo furono le brezze del mattino
che aveano fatta parer bella la calma. Babilonia, Atene, Roma, Parigi,
Londra, forse, chi sa? domani New-York o Pietroburgo sono le grandi
fornaci del progresso: esse tutto ingoiano, tutto divorano e tutto
trasformano, e non lasciano al frammento che vi cade altra gloria che
quella di avere contribuito a formare la immensa statua della civiltà.