VIII.

Con questa ignorata ma certa prospettiva davanti i 48 deportati della

_Volpe_ entravano dieci giorni dopo la loro partenza da Paola, nel

porto della Canabière di Marsiglia.

In quale stato appena può immaginarsi. Il mal di mare in quella stipa

senz’aria e senza moto aveva fatto strazio di quei poveri stomacucci

vuoti, e alcuno non aveva potuto resistervi. Una bambina era morta

per viaggio e il mare se l’era inghiottita assieme alle immondizie del

bastimento: due altri erano così disfatti che potevano appena reggersi

in piedi e appena deposti a terra svennero, probabilmente per non

svegliarsi mai più. I restanti 45 erano stati consegnati agli agenti

della succursale di Marsiglia e dopo una notte di riposo e di ristoro

— quale riposo e quale ristoro! a piccoli drappelletti di quattro o

cinque, per le due diverse strade di Dijon e di Tolone erano spediti

alla sede metropolitana di Parigi.

Dopo altri dieci giorni, trascorsi ballando, cantando, limosinando,

camminando sempre, Carluccio e Stefanella arrivavano finalmente in

Parigi ed erano condotti difilati allo stabilimento centrale in piazza

Maubert, che era reputato il migliore dell’associazione, ma che non era

altro che un ammasso di catapecchie comunicanti fra loro per mezzo di

cortili che parevano pozzi e di anditi che parevano sotterranei.

Usciti dall’antro di Ritorto, le caverne di Parigi non avrebbero dovuto

sorprenderli.

Tuttavia, quando videro quella bocca nera, lunga, buia dalla quale

ventava un tanfo di sepoltura e dentro cui formicolava confusamente

uno sciame di piccoli spettri, si arretrarono e fecero per tornare

indietro. Fu quello il loro primo atto di resistenza, e fu l’ultimo.

L’uomo che li accompagnava, pedagogo di quel triste collegio, appena

vide l’atto dei due nuovi arrivati:

— Oh il 301 e 302 _A_ (venendo a Parigi avevano cambiato di numero e

la lettera alfabetica significava la sezione), meno smorfie, o ci sarà

un paio di stivali da provare, e accompagnando col gesto la parola

infilò i due meschini con due terribili pedate e li scaraventò dentro

il sotterraneo. Andarono a cascar addosso ad un fascio di compagni

dormienti, i quali destati dalla caduta di quei due ignoti oggetti

presero a ballonzolarseli tra pugni e graffi finchè, stanchi del

giuoco, li ricacciarono lontani da loro in mezzo alle tenebre.

Così fu festeggiato l’ingresso di Carluccio e Stefanella nell’istituto

dei _Petits italiens_.

In quell’ora, non essendo ancora suonato il segnale del sonno, la

_camerata_, così era chiamata con dantesca ironia, pareva un pandemonio

di nani. Chi urlava, chi piangeva, chi fischiava, chi suonava la

tromba, chi imitava il miagolio dei gatti innamorati, o il ringhio

dei cani arrabbiati, chi cantava un osceno ritornello, e chi faceva la

caricatura d’un predicatore o d’un saltimbanco udito la mattina. Coloro

che non dicevano nulla, o dormivano, o si grattavano, e non giova dirne

il perchè, o ruzzavano in lotta coi vicini, o... rubavano.

Non parrà vero, ma era così. Anche in quel consorzio di piccoli

miserabili c’era il furto organizzato: anche in quel letamaio c’era

qualche cosa di agognato, di appetito, di sottratto; la nudità rubava

al cencio, lo sfinimento alla fame, e tutte le notti una manuccia

nera e scarna si allungava dentro la tasca, nera come la mano, del

vicino addormentato per rubarvi una crosta di pane pietrificata, un

bottone d’osso, un muzicotto di sigaro, un nulla, colla stessa agilità,

colla stessa ansia con cui il provetto borsaiuolo dei teatri e dei

_boulevards_ penetra nella tasca di un inglese per farne sparire la

borsa riboccante di sterline.

I due nuovi arrivati si trovarono come perduti in quel baccanale della

notte e non sapevano dove farsi una nicchia per sdraiarsi e dormire.

E avevano sonno poveretti: oh se avevano sonno! Ad un tratto un lungo

fischio si fece udire all’imboccatura della camerata, e quasi per

incanto, come uno stormo di colibrì al fischiare del crotalo, tutto

quello sciame di colibrì umani, chiusa la bocca, non fiatò più, non

si mosse, e la camerata diventò silenziosa come una stanza mortuaria.

Stefanella e Carluccio restarono stupiti e spaventati del silenzio,

come prima lo erano stati del tumulto, e vinti dalla stanchezza e

dal sonno, trovato verso la porta un angolo, dove nessuno voleva

stare per il freddo che vi soffiava, vi si accovacciarono insieme, e

strette al collo le loro braccia per proteggersi e riscaldarsi, vi si

addormentarono.

Alla mattina al suono di un altro fischio tutta la camerata svegliossi.

Rizzandosi Stefanella si accorse che le era stata rubata la medaglia

del santo di Paola, memoria di sua madre, e Carluccio non trovava più

un troncone di lima che aveva raccattato per istrada da Marsiglia a

Parigi, e che teneva come un tesoro. I due derubati non potevano darsi

pace, e quando comparve sull’uscio il pedagogo della sera antecedente

corsero da lui singhiozzando a denunziare la loro gran disgrazia, e

chiedendo Carluccio di ricuperare la sua lima, e Stefanella la sua

medaglia.

I compagni fattisi intorno ai querelanti si guardavano incerti

se dovessero canzonare la loro dabbenaggine, o stupire della loro

innocenza, mentre il pedagogo scoppiando in una sghignazzata rispose

loro:

— Oh che credete che qua sia una Corte d’Assisie? Se vi hanno rubato

non c’è che impattare. Rubate anche voi altri.

La camerata battè fragorosamente le mani. Stefanella e Carluccio

restarono come di sasso, e quella morale applaudita fu il viatico

offerto a quei due innocenti per entrare nel labirinto della vita.

Appena giorno, i _petits italiens_ dovevano essere al lavoro, giacchè

anche quell’ora mattutina aveva i suoi clienti e spesso i più generosi.

L’operaio che esce al lavoro ancor caldo del bacio dei suoi pargoletti

lasciati a trastullarsi in una tiepida cuccia fra le braccia vigilanti

d’una madre, è misericordioso per l’orfanello quasi nudo e tremante

di freddo che gli si affaccia sulla via e gli chiede in nome della sua

mamma lontana «un soldo per amor di Dio»; la trecca è presto commossa

da due lagrime di bimbo, e il villano non può tenersi nella pelle

vedendo i lazzi «di due scimiotti calabresi» che ballano la tarantella

sopra un’aria un po’ biricchina.

Nel collegio poi ci sono tutte le specialità, tutte le perizie, tutte

le parti come in una compagnia di comici. Chi riesce bene nel suono

e chi nel ballo; l’uno è un pagliaccio a cui nessuno resiste e le sue

boccaccie fanno crocchio, l’altro è un saltatore maraviglioso ed ogni

sua capriola incassa un franco; l’uno non ha eguali nel pianto, l’altro

è una balestra di motti e di proverbi; chi è abilissimo a fingere il

freddo, chi a simulare i dolori di corpo, chi sviene a meraviglia, chi

imita a perfezione l’epilettico e chi è capace di gettarsi a capofitto

nella Senna a pescarvi il soldo gettatovi dalla folla e ritornare a

galla trionfante.

Quindi la cura principale dei maestri, direttori, pedagoghi, ecc., è

di adattare le specialità ai quartieri ed all’indole della gente che li

frequenta, come farebbe un comico adattando le sue rappresentazioni al

pubblico ed al teatro.

Però alle _barriere_, dove fluttuano continuamente le brigate allegre

che vanno e vengono dalle merende o gli ingenui ortolani dei dintorni,

gente che ama trovar tutto gaio sulla sua via e che è disposta a ridere

di nulla ed a meravigliarsi di tutto, la squadra dei saltatori, dei

giullari, degli sbofonchiatori; nelle taverne invece, dove comincia o

finisce un’orgia, il covo dei canterini osceni e dei baccanti sbracati.

In faccia ai caffè di lusso, presso le porte delle chiese i più

gentili e tapini, quelli che sanno cantar con più grazia, piangere o

svenire con verità, come sui ponti della Senna i nuotatori famosi e sui

_boulevards_ gli arrampicatori indemoniati.

Vi sono però quelli che non hanno alcuna arte singolare, ma che in

ricambio si singolarizzano per beltà o per grazia, e per quel non so

che di misterioso e di attraente che esce dalla bocca e dagli occhi

d’un fanciullo che vi parla e vi guarda con familiarità come se foste

sempre vissuto con lui e voi foste parte della sua famiglia. A codesti

più privilegiati era lasciata la crema della società; i davanti del

_Tortoni_ e del caffè Inglese, i dintorni dell’_Opéra_ e gli accessi

del bosco di Boulogne.

Poteva accadere, anzi era accaduto che qualche libertino in isciopero,

o qualche nonno elegante lasciasse cadere lo sguardo su qualche piccina

dagli occhi neri e, provvido Mecenate, la slanciasse, con un solo

atto del suo favore sulla via della fortuna; poteva accadere ancora

che qualche Aspasia arricchita in ritiro adottasse, per riscatto dei

trascorsi di gioventù, il calabresello abbandonato, che la sua pariglia

volando a furia sulla passeggiata, gettò mezzo sanguinoso ed esanime in

mezzo alla polvere dello stradone.

La tratta dei fanciulli · 第 13 / 42 题