Che cos’era quel carico di carne umana che salpava in piena luce del
giorno da un porto d’Italia? Che cosa era quel traffico a cui i poteri
ecclesiastici accordavano la benedizione, e i poteri civili apponevano
il bollo? Dove andava quel _bastimento-serraglio_ protetto dalla
bandiera francese?
Il lettore lo avrà in parte compreso, ma è nostro debito spiegarci
meglio. Ognuno avrà sentito parlare, seppure non li ha veduti coi
propri occhi, di quei fanciulli per lo più oriundi della Basilicata e
delle Calabrie, noti in commercio col nome di _petits-italiens_, che
solcano in tutti i sensi i villaggi della Francia e dell’Inghilterra,
ed ora s’incontrano perfino nelle contrade di Nuova York e di
Washington, cantando canzoni incomprensibili e ballando strane danze
al suono di una zampogna o di una chitarra e mendicando di chiasso in
chiasso, di taverna in taverna, di porta in porta il soldo della carità
importunata od impietosita, e facendo in una parola dell’accattonaggio
un mestiere, della musica un pretesto, dell’infanzia un lenocinio,
e del loro dialetto abruzzese o calabrese, ignoto e melodioso, una
seduzione.
Però, ciò che è forse ignorato dalla maggior parte, si è che questi
piccoli avventurieri non esercitano già, come potrebbe parere, la
loro industria per conto proprio, ma sono gli strumenti ciechi di
un’associazione invisibile, la quale vive, traffica ed arricchisce
sull’obolo accattato giorno per giorno da quella miseria infantile
organizzata ai suoi servizi.
Una volta nato il concetto di questo traffico, una volta che la
coscienza umana potè proporlo a programma di un’industria, e la
coscienza sociale tollerarlo, i modi per farla fruttare erano evidenti.
La buona economia, insegnava anzitutto d’andar a cercare la merce
greggia sul luogo stesso della produzione, e trasportarla sul luogo di
lavorazione, quindi primo punto _una tratta_. Poi la stessa scienza,
considerato che la merce era umana, rivelava che, fra i molti metodi
economici e sicuri per custodire molti uomini insieme, la caserma,
il convento, il falansterio, il _Workhouse_, il _caravanserraglio_,
la galera, nessuno rispondeva per sè solo esattamente al caso, ma
che pigliando il meglio da tutti si poteva arrivare a qualche cosa di
perfetto. Ed allora, togliendo alla caserma la disciplina, al convento
il digiuno, al falansterio la promiscuità, alla _Workhouse_ il lavoro,
al _caravanserraglio_ l’economia, alla galera la corruzione, rifiutando
su tutti i punti il necessario come un lusso, e applicando in tutti
i casi la massima che _l’interesse_ dell’industria si riduceva ad un
_dolore accumulato_, riescirono a formare uno stabilimento modello.
Istituito l’ospizio, restava a distribuire e regolare il lavoro
in guisa che potesse dare colla minor spesa e la maggior sicurezza
il massimo prodotto; in altre parole restava a trovare un modo di
sguinzagliare alla preda tutti quei rapaci infantili senza che nessuno
la smarrisse o si smarrisse, o ne trafugasse una parte, o la divorasse
per sè. E qui l’arte venatoria venne in soccorso. Tanti quartieri,
tanti parchi, tante mute: ad ogni muta due o tre bracchieri con segnali
per riconoscere ed essere riconosciuti. Una volta al giorno, alto della
caccia in uno dei bugigattoli più bui del quartiere, o nel mezzo di
qualche piazza deserta, giacchè il vasto nasconde come l’oscuro; ed
ivi resa di conti parziale. Alla notte poi, resa di conti totale nello
stabilimento. Ad ogni negligenza sospettata, pena atroce di scudiscio e
di fame; ad ogni frode denunziata, pena raddoppiata, chè l’istituzione
è morale ed ha in grande orrore l’infingardaggine ed il furto!
Infine, amministrazione minuta, disciplina ferrea, sorveglianza
assidua, gerarchia russa, segretezza giurata e massonica.
La società in Europa ha due grandi centri, Parigi e Londra, in lega
fraterna fra loro; perocchè per simili cause i confini scompaiono e
John Bull può obbliare Crecy, e Jacques Bonhomme, Waterloo.
Alla testa d’ogni centro sta un presidente, un Comitato esecutivo, ed
un Consiglio di amministrazione con facoltà ed uffici ordinatissimi, e
autorità rispettatissime.
Oltre a ciò, in continua e diretta comunicazione colla sede centrale
in quasi tutti i dipartimenti e contee, sedi secondarie o succursali,
le quali, benchè privilegiate di molta autonomia, sono però obbligate
ad esercitare la polizia dei fuggiaschi, ed a pagare una specie di
_ghinea_ alla sede principale. Nelle città marittime l’affigliazione
conta molti capitani armatori di bastimenti, i quali assumono la tratta
per mare a conto della società.
Il più delle volte però i contratti di trasporto sono regolati a un
tanto per testa, salva ai capitani, come affigliati, la parte spettante
di utili sui dividendi dell’associazione. Una serie d’articoli dello
statuto determina minutamente l’entità e le proporzioni dei dividendi:
tutti hanno diritto ad un interesse anche minimo per conseguire che
tutti sieno zelanti del controllo e della sorveglianza, onde nulla si
perda.
Tuttavia la distribuzione non la fa che il Consiglio d’amministrazione
per mezzo del Comitato esecutivo. Il presidente è invisibile come
un Grand’Oriente massonico, e nelle stesse adunanze del Consiglio
d’amministrazione compare di rado. I suoi rapporti esteriori non vanno
oltre il Comitato esecutivo ed anche con esso si circonda di una certa
nube. Egli non dura in carica che un anno ed è piuttosto un dignitario
che un podestà, e per questo lo si vuole scelto tra le persone più
distinte dell’associazione o fra quelle principalmente che si trovano
in contatto, o possono trovarvisi, coll’autorità pubblica.
Il primo presidente fu un secondino destituito del bagno di Tolone;
il secondo il portinaio dell’ambasciata inglese. Con ciò si credeva di
poter far la polizia alla polizia e tenere sempre una mano nei segreti
dello Stato dei quali poteva diventar utile all’intera associazione il
possesso.
Nel 1850, nell’anno di cui narriamo, il presidente era qualcosa di
più alto ancora: un commissario di polizia dimesso dalla rivoluzione
per intrighi legittimisti. Ma dopo le giornate di giugno egli aveva
cambiato nome e s’era dato a’ servigi della polizia segreta del
principe presidente.
Per questa trafila entrato in rapporti coll’associazione dei _Petits
italiens_, avea potuto far valere tutti i suoi meriti presenti e futuri
e, candidato alla presidenza, era riescito a raccogliere sul suo nome
la quasi unanimità dei suffragi.
Un’altra parola ci sembra necessaria. Il contingente di questa
associazione non poteva venire che dai bassi fondi sociali; ma qui
importa intendersi bene ne’ termini.
La sentina pubblica ha confini illimitati. In essa si perde lo straccio
come la decorazione. Tutto ciò che porta maschera le appartiene. Tutti
coloro che agognano apparire più di quello che sono, a consumare senza
produrre, a conquistare con un colpo di Borsa o di Stato una fortuna od
un trono, sono il suo popolo. Catilina, lo zingaro dei repubblicani,
vi è cittadino come Giovanni Senzaterra, lo zingaro dei principi; il
bettoliere Thenardier che aspira a diventar milionario, vi s’incontra
con Cesare che aspira a diventar imperatore. Però gli è dalla notte di
quest’abisso che monta il vero miasma sociale.
Finchè il male è pubblico, visibile, diurno, e la legge lo può
conoscere, correggere, colpire, il rimedio è noto e la guarigione
certa. Ma quando il male è segreto, notturno, invisibile e porta la
larva del bene, o almeno l’insegna del legittimo, allora la società
versa in grave pericolo, e qualche grande crisi l’attende. Quando
non si sa più distinguere se la miseria in cenci sia più dolorosa
della miseria dorata, quando il vizio può uscire dal postribolo come
dall’officina, dalla bisca come dalla sagrestia, andare a braccetto
di una dama foderata di cortigiana, o di una cortigiana vestita da
dama, prendere per insegna, per tornare al nostro esempio, il _Senatus
populusque romanus_ di Cesare o il sergente di Waterloo di Thenardier,
allora il dominio della città oscura può dirsi incominciato e quelle
grandi epoche di consunzione, nelle quali la morale è ridotta a un
galateo, e la legge a una tolleranza, compaiono nella storia.
Però da molti anni le cose erano notevolmente mutate. Il governo
francese s’avvide alla fine del nefando delitto che si commetteva
impunemente all’ombra delle sue leggi, e prese a combatterlo. Se non
che egli seguì la stessa strada degli abolizionisti verso i neri.
Cominciò dall’abolire la tratta e si fermò. Oggi è ancora a quel
punto, e non ha fatto un passo di più. Impedisce lo sbarco dei _petits
italiens_ ne’ porti francesi, ma li lascia spensieratamente strascinare
la loro catena di miseria e di abbiezione per le strade di Parigi. Ciò
non ostante l’abolizione della tratta, rendendo necessario un altro
modo di trasporto, diede un gran crollo all’associazione e finì col
distruggerla.
Invece di un carico di cinquanta o cento fanciulli per mare fatto
con risparmio di tempo e di denaro, fu mestieri far venire la merce a
piccole tappe ed a piccole squadre per la via di terra affidandone la
scorta ai parenti od ai custodi che bisognava pagare e sorvegliare,
e che spesso a mezza via fuggivano come i fanciulli che dovevano
accompagnare.
Giunte alle Alpi, le guide si rifiutavano proseguire, e ci volevano
altri uomini per ricevere i ragazzi e scortarli fino a Parigi.
Però la spesa diveniva doppia, le peripezie della spedizione
incalcolabili: le operazioni complicate e la grande industria fu
colpita a morte; ma rimase la piccola. All’associazione subentrarono
gli speculatori privati: all’unica e grande impresa i piccoli
impresarii e subappaltatori. Ciascuno che volesse prendeva cinque o
sei ragazzi e viveva su quelli. Il guadagno era minore pei padroni,
ma i patimenti per i piccoli schiavi erano sempre gli stessi: anzi
il traffico minuto diminuendo il lavoro aumentava la sordidezza dei
trafficanti, e pesava con maggiore durezza sul capo dei trafficati.
Oggi siamo ancora a tale, e la sorte dei _petits italiens_ non è punto
mutata. Però meritano essere lette sopra questo doloroso soggetto le
parole dell’ultima relazione della società italiana di beneficenza in
Parigi:
«Vedendo questi cenci umani circolare le contrade di Parigi, si è
costretti a domandarsi quali motivi mai facciano tollerare, se non
anche proteggere, questa vergognosa speculazione. In questa città nella
quale anche il più piccolo merciaio ambulante paga la patente, dove
il commissario delle strade deve avere un distintivo, dove nulla si fa
senza permesso, i soli industrianti di fanciulli sembrano essere fuori
delle leggi. Perchè questo favore? Perchè in un paese che è alla testa
della civiltà, in un paese nel quale il lavoro è in così grande onore,
si ammette che questo genere di mendicità formi una vera corporazione?
«Sono forse le leggi che manchino in simile materia? Bisognerebbe
crearne. Ma esse non mancano. Una sola basta.
«Il disposto del prefetto di polizia in data 28 febbraio 1863 dice
all’articolo 10:
«È espressamente proibito ai saltimbanchi, ai suonatori d’organo,
musici e cantori ambulanti di farsi accompagnare da fanciulli di età
minore di 16 anni.
«Questo articolo dice tutto, ci pare, e noi non comprendiamo come si
dia ancora a Parigi un solo fanciullo che chieda l’elemosina. Forsechè
l’amministrazione ignora i fatti di cui ci occupiamo? No. Perchè essa
ha un servizio speciale di polizia che si occupa di questa industria,
e i nomi dei principali trafficanti le sono perfettamente noti. I
motivi della tolleranza dell’amministrazione francese sfuggono dunque
compiutamente alla nostra perspicacia».