VI.

Che cos’era quel carico di carne umana che salpava in piena luce del

giorno da un porto d’Italia? Che cosa era quel traffico a cui i poteri

ecclesiastici accordavano la benedizione, e i poteri civili apponevano

il bollo? Dove andava quel _bastimento-serraglio_ protetto dalla

bandiera francese?

Il lettore lo avrà in parte compreso, ma è nostro debito spiegarci

meglio. Ognuno avrà sentito parlare, seppure non li ha veduti coi

propri occhi, di quei fanciulli per lo più oriundi della Basilicata e

delle Calabrie, noti in commercio col nome di _petits-italiens_, che

solcano in tutti i sensi i villaggi della Francia e dell’Inghilterra,

ed ora s’incontrano perfino nelle contrade di Nuova York e di

Washington, cantando canzoni incomprensibili e ballando strane danze

al suono di una zampogna o di una chitarra e mendicando di chiasso in

chiasso, di taverna in taverna, di porta in porta il soldo della carità

importunata od impietosita, e facendo in una parola dell’accattonaggio

un mestiere, della musica un pretesto, dell’infanzia un lenocinio,

e del loro dialetto abruzzese o calabrese, ignoto e melodioso, una

seduzione.

Però, ciò che è forse ignorato dalla maggior parte, si è che questi

piccoli avventurieri non esercitano già, come potrebbe parere, la

loro industria per conto proprio, ma sono gli strumenti ciechi di

un’associazione invisibile, la quale vive, traffica ed arricchisce

sull’obolo accattato giorno per giorno da quella miseria infantile

organizzata ai suoi servizi.

Una volta nato il concetto di questo traffico, una volta che la

coscienza umana potè proporlo a programma di un’industria, e la

coscienza sociale tollerarlo, i modi per farla fruttare erano evidenti.

La buona economia, insegnava anzitutto d’andar a cercare la merce

greggia sul luogo stesso della produzione, e trasportarla sul luogo di

lavorazione, quindi primo punto _una tratta_. Poi la stessa scienza,

considerato che la merce era umana, rivelava che, fra i molti metodi

economici e sicuri per custodire molti uomini insieme, la caserma,

il convento, il falansterio, il _Workhouse_, il _caravanserraglio_,

la galera, nessuno rispondeva per sè solo esattamente al caso, ma

che pigliando il meglio da tutti si poteva arrivare a qualche cosa di

perfetto. Ed allora, togliendo alla caserma la disciplina, al convento

il digiuno, al falansterio la promiscuità, alla _Workhouse_ il lavoro,

al _caravanserraglio_ l’economia, alla galera la corruzione, rifiutando

su tutti i punti il necessario come un lusso, e applicando in tutti

i casi la massima che _l’interesse_ dell’industria si riduceva ad un

_dolore accumulato_, riescirono a formare uno stabilimento modello.

Istituito l’ospizio, restava a distribuire e regolare il lavoro

in guisa che potesse dare colla minor spesa e la maggior sicurezza

il massimo prodotto; in altre parole restava a trovare un modo di

sguinzagliare alla preda tutti quei rapaci infantili senza che nessuno

la smarrisse o si smarrisse, o ne trafugasse una parte, o la divorasse

per sè. E qui l’arte venatoria venne in soccorso. Tanti quartieri,

tanti parchi, tante mute: ad ogni muta due o tre bracchieri con segnali

per riconoscere ed essere riconosciuti. Una volta al giorno, alto della

caccia in uno dei bugigattoli più bui del quartiere, o nel mezzo di

qualche piazza deserta, giacchè il vasto nasconde come l’oscuro; ed

ivi resa di conti parziale. Alla notte poi, resa di conti totale nello

stabilimento. Ad ogni negligenza sospettata, pena atroce di scudiscio e

di fame; ad ogni frode denunziata, pena raddoppiata, chè l’istituzione

è morale ed ha in grande orrore l’infingardaggine ed il furto!

Infine, amministrazione minuta, disciplina ferrea, sorveglianza

assidua, gerarchia russa, segretezza giurata e massonica.

La società in Europa ha due grandi centri, Parigi e Londra, in lega

fraterna fra loro; perocchè per simili cause i confini scompaiono e

John Bull può obbliare Crecy, e Jacques Bonhomme, Waterloo.

Alla testa d’ogni centro sta un presidente, un Comitato esecutivo, ed

un Consiglio di amministrazione con facoltà ed uffici ordinatissimi, e

autorità rispettatissime.

Oltre a ciò, in continua e diretta comunicazione colla sede centrale

in quasi tutti i dipartimenti e contee, sedi secondarie o succursali,

le quali, benchè privilegiate di molta autonomia, sono però obbligate

ad esercitare la polizia dei fuggiaschi, ed a pagare una specie di

_ghinea_ alla sede principale. Nelle città marittime l’affigliazione

conta molti capitani armatori di bastimenti, i quali assumono la tratta

per mare a conto della società.

Il più delle volte però i contratti di trasporto sono regolati a un

tanto per testa, salva ai capitani, come affigliati, la parte spettante

di utili sui dividendi dell’associazione. Una serie d’articoli dello

statuto determina minutamente l’entità e le proporzioni dei dividendi:

tutti hanno diritto ad un interesse anche minimo per conseguire che

tutti sieno zelanti del controllo e della sorveglianza, onde nulla si

perda.

Tuttavia la distribuzione non la fa che il Consiglio d’amministrazione

per mezzo del Comitato esecutivo. Il presidente è invisibile come

un Grand’Oriente massonico, e nelle stesse adunanze del Consiglio

d’amministrazione compare di rado. I suoi rapporti esteriori non vanno

oltre il Comitato esecutivo ed anche con esso si circonda di una certa

nube. Egli non dura in carica che un anno ed è piuttosto un dignitario

che un podestà, e per questo lo si vuole scelto tra le persone più

distinte dell’associazione o fra quelle principalmente che si trovano

in contatto, o possono trovarvisi, coll’autorità pubblica.

Il primo presidente fu un secondino destituito del bagno di Tolone;

il secondo il portinaio dell’ambasciata inglese. Con ciò si credeva di

poter far la polizia alla polizia e tenere sempre una mano nei segreti

dello Stato dei quali poteva diventar utile all’intera associazione il

possesso.

Nel 1850, nell’anno di cui narriamo, il presidente era qualcosa di

più alto ancora: un commissario di polizia dimesso dalla rivoluzione

per intrighi legittimisti. Ma dopo le giornate di giugno egli aveva

cambiato nome e s’era dato a’ servigi della polizia segreta del

principe presidente.

Per questa trafila entrato in rapporti coll’associazione dei _Petits

italiens_, avea potuto far valere tutti i suoi meriti presenti e futuri

e, candidato alla presidenza, era riescito a raccogliere sul suo nome

la quasi unanimità dei suffragi.

Un’altra parola ci sembra necessaria. Il contingente di questa

associazione non poteva venire che dai bassi fondi sociali; ma qui

importa intendersi bene ne’ termini.

La sentina pubblica ha confini illimitati. In essa si perde lo straccio

come la decorazione. Tutto ciò che porta maschera le appartiene. Tutti

coloro che agognano apparire più di quello che sono, a consumare senza

produrre, a conquistare con un colpo di Borsa o di Stato una fortuna od

un trono, sono il suo popolo. Catilina, lo zingaro dei repubblicani,

vi è cittadino come Giovanni Senzaterra, lo zingaro dei principi; il

bettoliere Thenardier che aspira a diventar milionario, vi s’incontra

con Cesare che aspira a diventar imperatore. Però gli è dalla notte di

quest’abisso che monta il vero miasma sociale.

Finchè il male è pubblico, visibile, diurno, e la legge lo può

conoscere, correggere, colpire, il rimedio è noto e la guarigione

certa. Ma quando il male è segreto, notturno, invisibile e porta la

larva del bene, o almeno l’insegna del legittimo, allora la società

versa in grave pericolo, e qualche grande crisi l’attende. Quando

non si sa più distinguere se la miseria in cenci sia più dolorosa

della miseria dorata, quando il vizio può uscire dal postribolo come

dall’officina, dalla bisca come dalla sagrestia, andare a braccetto

di una dama foderata di cortigiana, o di una cortigiana vestita da

dama, prendere per insegna, per tornare al nostro esempio, il _Senatus

populusque romanus_ di Cesare o il sergente di Waterloo di Thenardier,

allora il dominio della città oscura può dirsi incominciato e quelle

grandi epoche di consunzione, nelle quali la morale è ridotta a un

galateo, e la legge a una tolleranza, compaiono nella storia.

Però da molti anni le cose erano notevolmente mutate. Il governo

francese s’avvide alla fine del nefando delitto che si commetteva

impunemente all’ombra delle sue leggi, e prese a combatterlo. Se non

che egli seguì la stessa strada degli abolizionisti verso i neri.

Cominciò dall’abolire la tratta e si fermò. Oggi è ancora a quel

punto, e non ha fatto un passo di più. Impedisce lo sbarco dei _petits

italiens_ ne’ porti francesi, ma li lascia spensieratamente strascinare

la loro catena di miseria e di abbiezione per le strade di Parigi. Ciò

non ostante l’abolizione della tratta, rendendo necessario un altro

modo di trasporto, diede un gran crollo all’associazione e finì col

distruggerla.

Invece di un carico di cinquanta o cento fanciulli per mare fatto

con risparmio di tempo e di denaro, fu mestieri far venire la merce a

piccole tappe ed a piccole squadre per la via di terra affidandone la

scorta ai parenti od ai custodi che bisognava pagare e sorvegliare,

e che spesso a mezza via fuggivano come i fanciulli che dovevano

accompagnare.

Giunte alle Alpi, le guide si rifiutavano proseguire, e ci volevano

altri uomini per ricevere i ragazzi e scortarli fino a Parigi.

Però la spesa diveniva doppia, le peripezie della spedizione

incalcolabili: le operazioni complicate e la grande industria fu

colpita a morte; ma rimase la piccola. All’associazione subentrarono

gli speculatori privati: all’unica e grande impresa i piccoli

impresarii e subappaltatori. Ciascuno che volesse prendeva cinque o

sei ragazzi e viveva su quelli. Il guadagno era minore pei padroni,

ma i patimenti per i piccoli schiavi erano sempre gli stessi: anzi

il traffico minuto diminuendo il lavoro aumentava la sordidezza dei

trafficanti, e pesava con maggiore durezza sul capo dei trafficati.

Oggi siamo ancora a tale, e la sorte dei _petits italiens_ non è punto

mutata. Però meritano essere lette sopra questo doloroso soggetto le

parole dell’ultima relazione della società italiana di beneficenza in

Parigi:

«Vedendo questi cenci umani circolare le contrade di Parigi, si è

costretti a domandarsi quali motivi mai facciano tollerare, se non

anche proteggere, questa vergognosa speculazione. In questa città nella

quale anche il più piccolo merciaio ambulante paga la patente, dove

il commissario delle strade deve avere un distintivo, dove nulla si fa

senza permesso, i soli industrianti di fanciulli sembrano essere fuori

delle leggi. Perchè questo favore? Perchè in un paese che è alla testa

della civiltà, in un paese nel quale il lavoro è in così grande onore,

si ammette che questo genere di mendicità formi una vera corporazione?

«Sono forse le leggi che manchino in simile materia? Bisognerebbe

crearne. Ma esse non mancano. Una sola basta.

«Il disposto del prefetto di polizia in data 28 febbraio 1863 dice

all’articolo 10:

«È espressamente proibito ai saltimbanchi, ai suonatori d’organo,

musici e cantori ambulanti di farsi accompagnare da fanciulli di età

minore di 16 anni.

«Questo articolo dice tutto, ci pare, e noi non comprendiamo come si

dia ancora a Parigi un solo fanciullo che chieda l’elemosina. Forsechè

l’amministrazione ignora i fatti di cui ci occupiamo? No. Perchè essa

ha un servizio speciale di polizia che si occupa di questa industria,

e i nomi dei principali trafficanti le sono perfettamente noti. I

motivi della tolleranza dell’amministrazione francese sfuggono dunque

compiutamente alla nostra perspicacia».

La tratta dei fanciulli · 第 11 / 42 题