Al mattino, appena giorno, si sentì bussare. Lo Storpiato era già in
piedi e corse ad aprire. La Marinella balzò dal letto spaventata come
i condannati a morte che vedono aprirsi la prigione l’ultimo mattino
della loro vita. I bambini corsero col padre a vedere chi fosse.... La
vecchia non si mosse perchè non poteva.
— Ah è lei!... disse lo Storpiato.... non lo aspettava più.
— Uomo onesto non ha che una parola sola.... — rispose l’arrivato, tipo
di mercante di buoi indurito dall’aria marina — sbrighiamoci, perchè
ci ho il vento fresco di terra e mi preme di partire.... Sono questi i
marmocchi?...
— Questi!
— Uhm!... la femmina è troppo gracile e il maschio è troppo forte....
la prima rischia di restare per istrada e l’altro non troverà un cane
che voglia commuoversi per lui.
— Ma quando li vedranno ballare la ancioca — fece il brigante
ammiccando coll’occhio....
— Merce mediocre.... appena sostenibile.... Vediamo questi quattro
salti....
— Piccirilli, fece il padre.... un colpo di _ancioca_, da bravi ch’io
vi darò la misura colla zampogna....
E staccato lo strumento dalla parete si mise a soffiarvi dentro,
cavandone quella monotona e stridula cantilena, che è tutta la musica
dal Tronto allo Stretto.
I bambini alla voce del padre ed al suono della zampogna si posero
lì, ignudi come erano ad agitare le loro magre gambe per diritto e
per traverso, battendo di quando in quando le loro palme in segno di
tripudio e mandando dalla bocca quel grido che assomiglia all’_Evoé_
bacchico degli antichi e che ne è probabilmente l’eco.
La Marinella intanto, accoccolata in un angolo della stanza, recitava
sommessamente il rosario e piangeva in silenzio.
— Basta così... non ne posso più del vostro satanico sgambettìo — gridò
il mercante — ma son troppo grandi.... Quanti anni?...
— Nove la piccina e dieci il maschio — rispose il padre.
— Via, mi rubate quelli della balia....
— Per i chiodi del nostro Redentore vi dico la verità.
— E sia.... son pronti a partire?
— Prontissimi.... vero, Marinella?...
Marinella rispose con un singulto, e la vecchia sibilò due _mostro_ dal
fondo del suo canile.
Allora il mercante si mise a passare in rivista i due bambini,
tastandoli, girandoli e rigirandoli, guardando loro i piedi per
accertarsi, se erano buoni alla marcia, picchiandoli nel petto per
sentire, se avrebbero resistito alla fatica.
A questo giuoco i fanciulli, già commossi dal pianto della madre, si
misero a piangere anch’essi. Ma il padre:
— Ohè, ragazzi.... punto strilli ora... andate con questo signore....
Voi ballerete e canterete sempre.... Vi vestirà bene proprio come da
figli di galantuomini.... vi darà della focaccia finchè ne abbiate
voglia.... vero, signore?
— Certo che sì.... Allegri, marmocchi....
I due ragazzi si diedero a contemplare l’uomo che doveva fare tanti
miracoli e si acchetarono.
— E il prezzo?...
— Quaranta pezze — rispose secco il brigante.
— Che!... baie! _Maitre_ Gaubelet non ne fa di questi contratti,
saranno già troppe venti....
— Allora i bambini resteranno con me.... e voi ve n’anderete....
— Via non riscaldiamoci, pensate che i prezzi sono ribassati, perchè
la merce è abbondante. Quaranta pezze! sono 200 franchi.... mi fate
celia.... se si dicesse trenta ci si arriverebbe!...
La Marinella alzò gli occhi sopra suo marito per aspettare la sua
risposta.
— Mettilo alla porta — urlava la nonna.
— Siete pazzi.... E domani?... No!... vada per le trenta.... i ragazzi
sono vostri.... Su voi altri! Addio, Carluccio, addio, Stefanella...
andate, gli è inutile, adesso siete di questo signore.
— E queste sono le trenta pezze, fece il mercante tirando fuori un
rotolo dalla tasca del giubbone e deponendole sul cassabanco.
Poi, voltosi ai ragazzi,
— Ed ora andiamo, _petits chiens_ — fece allungando la mano per
pigliarli.
— Prima bisogna farli benedire — gridò la madre slanciandosi davanti
alle sue creature e facendo loro schermo della persona con un coraggio
che nessuno avrebbe mai sospettato in lei. — Non è vero, Salvatore?
— Ma io non ho tempo da perdere, rispose il mercante.
— Ha ragione la donna, fece il brigante... In dieci minuti è bello e
sbrigato. Vado e torno.
Lo Storpiato uscì a salti e in meno che non avea detto, tornò
conducendo seco un figuro nero, unto, sinistro, tutto inferraiuolato.
Era il pievano del villaggio.
— Ci sono da benedire questi due bimbi, disse il padre.
— Se ne vanno? chiese freddamente il prete come di cosa consueta e
naturale.
— Se ne vanno.
— Allora è subito fatto.
E cavata di tasca la stola se la gittò sulle spalle e si mise a
brontolare le giaculatorie della benedizione. Quando ebbe finito segnò
egli stesso col segno di croce i due ragazzi, e con un sorriso di
soddisfatta compiacenza esclamò:
— Eccoli serviti!
— Siate benedetto, fece la madre.... Tenetela, cari miei, questa
benedizione, ed anche queste due medaglie di san Francesco di Paola;
non lasciatele mai.
— La mezza pezza — disse il prete allungando la mano — perchè ho
premura anch’io.
— Ne abbiamo una intera per voi, rispose il padre. Coll’altra mezza
direte una messa per la salute di questi due figliuoli e delle anime
nostre.
— Così sia. Salute a tutti; — e intascato il suo prezzo, il prete uscì
dalla capanna.
Di lì a mezz’ora il mercante spingeva innanzi a sè i due calabresi
sulla strada del porto di Paola, e quando s’arrestavano per fiatare
o voltarsi indietro li incalzava con un minaccioso _Ohè_, come fa il
boaro colla mandra che riconduce dalla fiera.
Così lasciarono la loro casa quei due fanciulli senza saper dove
andassero, nè qual mano li conducesse: il padre li gettava per trenta
danari nell’ignoto: la madre, impotente a contenderli a quel destino,
li lasciava partire, non serbandosi altro conforto che la prezzolata
preghiera d’un prete, e la poetica speranza di una giustizia futura.
Nel porto una goletta con bandiera francese allestiva per la partenza.
Il mercante vi fece entrare i fanciulli, e dopo averli consegnati al
nostromo con queste parole: «Registrare, numerare, e nella stiva» se ne
andò pei fatti suoi.
Il nostromo aperse un libraccio foderato di catrame ed olio, e vi
scrisse sopra il nome, il cognome e la provenienza dei due ragazzi: poi
cavò da un armadio due pezzi di cartone, li infilò in una funicella, e
fattone una specie di collare li passò nel collo dei bimbi con questa
avvertenza:
— Codesto è il vostro numero: tutte le volte che vorrete mangiare
presenterete il cartone: chi non l’avrà non mangerà.
Carluccio aveva il num. 47 e Stefanella il 48.
— Ora scendete lì — fece il nostromo — e aspettate il rancio. E additò
la scala di corda della stiva.
Carluccio e Stefanella, agili come ogni figlio di montagna, si calarono
pei nodi nel fondo della nave, e vi trovarono una numerosa compagnia.
Erano altri quarantasei fanciulli di ambo i sessi, ma quasi tutti nella
loro età. Dividevano la stiva coi barili d’olio e l’altra paccottiglia,
colla sola differenza che la merce inanimata aveva il migliore posto,
ed essi il peggiore. Vedendoli si pensava subito agli Africani stipati
nel legno del negriero; ma la razza bianca aveva anco in questo il suo
privilegio. I negri, oltrechè stipati, son tenuti impilati, e l’uno
giace addosso all’altro senza potersi più muovere per tutta la durata
del viaggio. I bianchi invece avevano tanto spazio da poter stare
seduti; solamente erano forzati a sedere all’orientale ed a sopprimere
interamente le loro gambe. La condizione dei bianchi era quella
del riccio, e quella dei negri dell’acciuga: in verità lasciamo ai
naturalisti dire quale dei due sia preferibile.
Scorsa un’altra mezz’ora la _Volpe_, era il nome della goletta, salpò
con un vento fresco di mezzogiorno a vele e fiocchi spiegati colla prua
su nord-ovest nella direzione di Marsiglia. Il sindaco, il cancelliere
del comune, due canonici della cattedrale, il pretore, ed un’altra
serqua di persone, che dall’abito nero sembravano signori, o come là
si dice, _galantuomini_, venivano a dare il buon viaggio al capitano
Gaubelet, il quale ritto sul suo cassero comandando la manovra,
rispondeva alle scappellate con dei cenni di mano che Cristoforo
Colombo non avrebbe certo saputo trovare quando partiva dal porto di
Palos in cerca dell’America.