III.

L’uomo, malgrado i visibili guasti del tempo e della miseria, era uno

dei tipi più puri del montanaro calabrese. Poteva avere cinquant’anni,

ma in quella notte ne dimostrava venti di più. Trent’anni prima

nessuno aveva portato sull’orecchio con maggior garbo di lui il

cappello appuntito coronato di nastri di velluto, nessuno maneggiata

con maggior destrezza la lunga carabina, nessuno balzato con maggior

agilità pei dirupi delle sue montagne e snodate le gambe con maggior

grazia in una paesana _ancioca_. Oggi la tinta lucida e olivigna del

suo volto, leggiadria de’ magno-greci antichi e de’ palicari moderni,

s’è corrotta nel color giallo degl’itterici: le sue chiome, un dì

corvine e ricciute, gli scendono da tutti i lati setolose, arruffate

e canute: l’occhio nero, una volta pieno di fòlgori, ora divenuto un

morto cristallo incavernato in due profonde occhiaie: i garretti ossei

e nerboruti d’un tempo gli tremolavano flosci e cascanti: tutte le sue

vesti non erano più che un immondo ciarpame a stento tenuto insieme

dall’industria dell’ago e del filo, e da quell’ontume addensato dal

tempo che, facendo ufficio di colla, ne cementava i brandelli.

Abbiamo detto _montanaro_, ma potevamo dire senz’altro brigante, perchè

tale era stato per tutta la vita il suo mestiere. Nè egli l’avrebbe

lasciato, se nell’ultima levata dei repubblicani rifugiati in Calabria

dopo il colpo di Stato del 15 maggio, la palla d’un gendarme napoletano

non gli avesse fracassato il braccio destro e postolo nella impotenza

di sostenere gli stenti della vita randagia e pugnace alla quale s’era

votato.

Ma il ferito aveva saputo nascondere il fatto tenendosi rimpiattato per

due mesi in uno dei burroni della Sila, sicchè quando ricomparve alla

luce, aiutato anche dalla fida clientela dei manutengoli, potè dar ad

intendere perfino alla polizia borbonica di essersi frantumato quel

suo braccio cadendo da una balza nell’inseguire alla caccia un caprone

selvatico. E della avventura serbava nel braccio appeso costantemente

al collo la visibile ricordanza, e nel soprannome di _Storpiato_,

impostogli da tutta la vallata, la popolare testimonianza.

Lo Storpiato però, chiamiamolo subito noi pure così, era stato brigante

per fame, per tradizione, per amor della vita libera e selvaggia,

ma avea combattuto sempre per i carbonari e la rivoluzione. Perocchè

non bisogna dimenticarselo mai, il brigantaggio non ha altra bandiera

politica, quando ne ha, che la ribellione al governo che impera, e in

Calabria fu repubblicano contro Manhnes, reazionario col cardinal Rufo,

carbonaro contro re Bomba, borbonico e reazionario adesso, salvo a

riprincipiare il suo ciclo appena il potere, contro il quale soltanto

combatte, muti nome ed insegna.

La perdita di quel braccio era stata per lo Storpiato il segnale della

sua rovina. Egli non aveva saputo in vita sua far altro che il bandito,

ed ora si trovava da un anno come il navigatore che abbia un buco nella

chiglia, e che più s’avanza più s’avvicina al naufragio. Quindi, dopo

aver consumati nei primi mesi i pochi risparmi, era arrivato di gradino

in gradino fino all’orlo della miseria.

L’ultima sua risorsa erano quei due animali che convivevano con lui:

ma non erano nemmen essi cosa sua. Gli erano stati dati per carità

nell’epoca della sua disgrazia da un barone carbonaro e manutengolo,

ma l’annata era stata scarsissima di ghiande e la coppia mal nutrita

non aveva fecondato. Ora gli restava l’estremo partito di venderla alla

prima fiera, ma poi?... impotente a lavorare, impotente a pirateggiare,

con madre, moglie e due figlioli da sostenere, il vecchio brigante era

alla disperazione.

La moglie, fida sua compagna da oltre quindici anni, era stata una

bellezza e ne faceva ancora testimonianza un ampio fascio di capelli

biondi, pregio invidiatissimo fra le brune calabresi, e l’avorio ancora

immacolato de’ suoi denti, ultima reliquia di quel decadimento, e in

cambio dei quali ogni più avara matrona napoletana avrebbe date le

più candide perle del suo scrigno. Ma sebbene avesse appena sorpassato

i trent’anni, essa era già una rovina, e chi la osservava provava lo

stesso senso che si prova alla vista d’un avanzo di statua greca. Si

presente, si indovina la classica fattura, ma si sente che intera non

la si rivedrà mai più. Essa pure non aveva che ciarpe dintorno alle

membra, e di tutto quel grazioso costume calabrese, dal busto azzurro

e dalla gonnella cremisina, il più pittoresco di quanti ne abbia il

pittoresco Mezzogiorno, non restava altro che uno squallido cenciume.

Ella si serrava in grembo i suoi due piccini credendo forse,

pietosamente illusa, di riscaldarli; ma non faceva che intirizzirli

del suo freddo. La bambina era ben fatta, e aveva i capegli biondi e

la tinta bruna della madre; il fanciullo era una riproduzione del padre

a dieci anni. La bimba per veste aveva un pezzo di tela turchina cinta

intorno alla vita; il bimbo vestiva ancora più semplice: era nudo come

l’aveva fatto la mamma.

La vecchia rinuncieremo a dipingerla. Bisognerebbe mettere insieme

tutte le laidezze delle Eumenidi, delle streghe del Valpurga e della

foresta di Birmano per formarne la tavolozza. Era una donna dei climi

meridionali a ottant’anni, ecco tutto. Chi sa quanto sia rapida e

profonda la trasformazione del bello nell’orrido sotto quel cielo,

e come sia breve la giovinezza e disastrosa la vecchiaia; chi ha

incontrato qualche volta una vecchia siciliana, greca o spagnuola; chi

ha sognato bambino la morte che si muove, chi può immaginare una mummia

colla vita potrà averne un’idea.

Però la nostra vecchia aveva ancora due prerogative tutte sue: per

respirare rantolava e per parlare fischiava.

Lo Storpiato stava a testa bassa attizzando con un moncone di ferro

le ceneri e parlava. Sua moglie guardava tra le travi del soffitto

cercandovi il cielo, i ragazzi sbadigliavano: la vecchia seduta sul suo

giaciglio, tratteneva il rantolo ed il fischio, ed era tutta orecchi ad

ascoltare.

La tratta dei fanciulli · 第 8 / 42 题