La capanna consisteva tutta in un androne basso, nero, bislungo,
murato di vimini e di mota, e sostenuto da pilastri di quercia. Il
tetto solo coperto di lastre di lavagna avea qualche saldezza. Nel
mezzo uno spazio circolare ricinto da un muretto di mattoni, entro il
quale smuorivano poche bragie sotto un mucchio di cenere, serviva di
focolare; un pertugio aperto nella parete, unica finestra dell’antro,
lasciava uscire il fumo ed entrare la luce; ma spesso l’aria, soffiando
contrariamente, ricacciava il fumo, e allora la stanza pareva il ventre
d’una caldaia a vapore; intorno al focolare sopra una panca sedevano
rannicchiati un uomo, una donna e due bimbi: in fondo, a destra, due
fasci di cenci e di paglia pretendevano d’essere due letti ed erano due
canili. Sopra uno di essi, il più prossimo al focolare, era distesa
una vecchia avvolta in un avanzo di coltrone; l’altro canile, come
più largo, pareva destinato a ricevere il resto della famiglia. Quando
si coricava, i bambini stavano dai piedi per traverso e li copriva il
mantello tarlato del padre; questi e la madre stavano per lungo, e le
vesti di giorno servivano di copertura la notte.
Dal lato opposto, a sinistra, separati da uno sconnesso steccato
russavano col muso presso un trogolo di legno un maiale e la sua troia.
Contro una delle pareti un vecchio cassettone d’abete, unico, ultimo
guardaroba della casa; al di sopra del cassettone appiccata ad un
chiodo un’immagine color turchino di S. Alfonso, protettore del luogo,
innanzi alla quale fumava il lucignolo consunto d’una lucerna di ferro
che serviva a un tempo a diradare le tenebre del luogo e di devozione
al santo.
Unici oggetti di lusso una lunga carabina calabrese ed una zampogna.