I.

Nel cuore della Calabria citeriore, a tre ore da Cosenza e ad una dal

porto di Paola, la culla del santo taumaturgo, là dove le acque del

Crati furono deviate per scavare nel suo letto al barbaro Alarico un

sarcofago che nessun piede umano potesse calpestare, sorge un misero

villaggio che probabilmente dalle ritorte correnti del fiume piglia

il nome di Ritorto. È un mucchio di squallidi casolari gettati a

caso sul dorso d’una nuda pendice, come un fanciullo orfano gettalo

in mezzo ad un deserto fra i fantasmi della notte. Alle spalle lo

incalzano le ombre delle alte quercie della Sila, classico asilo di

ribelli; di fronte gli si stende, altro infinito misterioso, il mare;

ai lati, sulla testa, all’intorno lo minacciano i giganteschi profili

dell’apennino Bruzio e le bocche aperte di qualche spento cratere. Ivi

tal volta tutti gli orrori del cielo e della terra si dànno convegno

come in un sabato festivo, e mentre la Sila manda i sibili de’ suoi

abeti che la fantasia popolare crede ancora abitati dagli spettri

redivivi di Spartaco e di Rufo, il mar Tirreno inferocito scaraventa

sulla montagna i suoi cavalloni, e la montagna risponde di sotterra

col terremoto, e dalla cima con un’eruzione di briganti, unici re di

quelle solitudini e di quelle notti, l’orrido vivente di quell’orrido

inanimato.

La notte del 24 febbraio 1850 era una di queste. I briganti non erano

comparsi sulla montagna, ma in ricambio vi era caduta la neve; le

viscere della terra tacevano, ma un terribile vento di levante soffiava

dalla foresta, e passando collo scroscio d’una mitraglia attraverso

le case del villaggio andava a gettarsi sul golfo di Policastro, e

vi destava tutte le collere della tempesta. Poteva essere un’ora di

notte, contando all’italiana, e il _coprifuoco_ era appena suonato, ma

il casale era muto come un sepolcreto. Non un fil di luce trapelava,

non una voce zittiva, non un atomo si moveva. Ogni porta era sbarrata,

ogni imposta chiusa, ogni animale accovacciato: i bambini tremavano

sotto le coltri e le madri sveglie pregavano per sè e per essi. Sola la

campanella della chiesa scossa dal vento, mandava di quando in quando

un suono gemebondo, quasi assumesse ella sola di far sonare al cielo il

lamento che gli uomini non osavano.

In quell’ora, in uno degli ultimi e più miserabili abituri, isolato in

quell’isolamento come un figlio reietto, si presentava questa scena.

La tratta dei fanciulli · 第 6 / 42 题